Radiohead- Amnesiac

 

Scordatevi l'immediatezza spigolosa di Creep, la precisione s(f)erica di The Bends. Ciò che era non è più; ma ha lasciato il posto a una nuova sintesi, a nuovi equilibri, inedite obliquità. I Radiohead di Amnesiac sono molto più che pop e rock, al di là di qualsiasi rimasticatura di genere. Come organismi ricombinanti, mutanti non manipolabili in grado di reinventarsi in palingenesi successive, i tipi propongono la nuova sfida a tutto ciò che è dato e acquisito, sfuggendo ancora una volta a qualunque possibilità di fagocitazione mediatica normalizzatrice. Il precedente Kid A era giunto all'orecchio e al cervello e alla carne di chi ascolta come un punto di svolta, la fine o un nuovo inizio, azzerando aspettative e punti di riferimento. Un gruppo costruito sulla voce di un cantante straordinario, Thom York, in grado, si diceva, di rendere struggente finanche la lettura dell'elenco telefonico, che di fatto rinuncia alla voce, insieme alle melodie, alle suggestioni chitarristiche, agli echi rumoristici, all'estetica del post-punk. In breve, la dissociazione da tutto ciò che si è, l'autodafè di ciò che si è costruito. Il 'pieno' sottratto di significati, di senso, scarnificato, fino all'essenza di un'esigenza espressiva precisata nel 'rifiuto', approntata 'per differenza', colorata di suoni in grado di lasciare il segno proprio in quanto di verso esattamente opposto all'attesa di chi ascolta, fino a risultare subdolamente congruenti, giusti. Kid A è stato ascoltato forse al di là delle stesse intenzioni dei geniacci britannici. Amnesiac, collezione di pezzi scritti un anno fa e accantonati durante la gestazione di Kid A per far spazio al furore decostruttivista, è forte e vigoroso e pieno e vuoto come e più del precedente. Amnesiac è un disco di canzoni, in cui York si recupera alla dimensione di cantore, nel quale le chitarre tornano a profondere pienezze soffiate, graffiate, tuttavia elaborando i suoni e gli intrichi sperimentali di Kid A. Amnesiac è un disco di canzoni dei Radiohead, ma suonate con i suoni di chi aveva scelto di non esserlo più. In una (nuova, ulteriore) sintesi che appare perfetta solo a chi non si lascerà sorprendere dalle future uscite del gruppo. E che rischia di deflagrare nel contesto live, dove la band avrà modo di esplorare i diversi territori espressivi, dal rumore fino alla musica d'ambiente. Il tessuto pregiato di Amnesiac cuce insieme gli undici gioiellini in un malizioso gioco di rimandi e citazioni, che suona come un piccolo sberleffo verso chi ( The Muse, Coldplay, Blur ) negli ultimi anni ha offerto buone imitazioni dell'originale. Le canzoni dei Radiohead giungono come domande poco rassicuranti alle orecchie di chi vuole intendere: nessuna retorica esistenzialista, nessuna estetica del dolore, i sussurri e le grida scuotono dall'interno, guidando in un percorso maieutico da cui si esce rigenerati. Da veri alieni dell'industria discografica, il gruppo che ha scritto Fade Out non ha esitato a prendere posizione a sostegno della contestazione anti-globalizzazione, in occasione del vertice della BM/FMI tenutosi a Praga lo scorso anno, riservandosi, nella traduzione artistica delle proprie posizioni, stile e semantica non declamatori, bensì violentemente allusivi, ulceranti, inquietanti, insostenibili a tratti come gesso sulla lavagna. Scordatevi Creep e The Bends ( oppure riascoltateli ogni volta che ne avrete voglia ). I Radiohead di Amnesiac sono anche meglio.

Luca_cat

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