di Marcello Walter Bruno*
Ciò
che chiamiamo cinema e ciò che chiamiamo "i lavoratori" hanno
una comune radice sociologica: la modernità intesa come epoca della rivoluzione
economico-industriale, tecnico-scientifica e politico-culturale. Se lOttocento
è il secolo delle "masse" (le classi lavoratrici che affiorano
alla superficie della Storia, prima dominata dalle élite), il cinema
è per definizione la prima arte di massa, il primo mezzo di comunicazione
della cultura popolare. Non è un caso che linventore ufficiale
del cinematografo sia lindustriale Lumière e che il primo film
sia costituito dalluscita degli operai dalla fabbrica Lumière:
lo sguardo è quello del padrone (nascosto nelledificio antistante,
come una spia), i lavoratori una massa indistinta di figuranti gratuiti [a sinista
un fotogramma]. Con laffermarsi del lungometraggio narrativo, e dunque
della produzione industriale (simbolizzata nella "fabbrica dei sogni"
costruita nella località californiana di Hollywood), le leggi dello spettacolo
rispecchiano quelle dellideologia borghese: la cultura dominante è
la cultura della classe dominante, la rappresentazione dei lavoratori sarà
affidata a quei salariati privilegiati che sono i registi e gli attori. Si dice
che la sala-macchine del capolavoro muto di Fritz Lang "Metropolis"
(1927) sia ispirata alle acciaierie Krupp di Essen, con i ritmi tayloristici
della catena di montaggio, ma gli operai intruppati del film sembrano più
una versione moderna degli schiavi egizi. Anche il sinistrorso Chaplin inizia
"Tempi moderni" con un montaggio delle attrazioni politicamente scorretto:
prima vediamo delle pecore condotte al macello, poi degli operai che entrano
in fabbrica. Solo il comunista Ejzenstejn ("La linea generale" ovvero
"Il vecchio e il nuovo") rappresenta la creatività dei lavoratori
sovietici: ma si tratta di contadini collettivizzati, non di operai. La fabbrica
dei sogni raramente entra nelle fabbriche reali, tantomeno nel cinema europeo
fra le due guerre (dunque sotto le dittature): quando Walter Ruttman gira "Acciaio"
(nellacciaieria di Terni poi riutilizzata da Benigni per "La vita
è bella"), la poesia futurista della potenza industriale non ha
più nulla a che fare con la lotta di classe.
Il secondo dopoguerra, epoca dellamericanizzazione dellEuropa e dunque del nuovo boom economico, segna la sempre maggiore importanza dei partiti di sinistra (e degli artisti politicamente "impegnati" anche nel settore cinematografico) ma questo non significa automaticamente un tentativo di costruire storie sulla classe operaia. Il Neorealismo italiano preferisce protagonisti sostanzialmente marginali o emarginati rispetto al sistema economico, come nei due capolavori di De Sica e Zavattini "Ladri di biciclette" e "Umberto D."; e la commedia allitaliana è già orientata allanalisi dei nuovi ricchi. La Nouvelle Vague francese è sostanzialmente cattolica e centrista, con leclatante eccezione sessantottina di Godard ("Crepa padrone: tutto va bene"). Anche il Free Cinema inglese finisce reclutato a Hollywood, tranne lo strenuo militante Ken Loach che su vicende operaie riesce a costruire interi serial televisivi. E il grande spettacolo made in USA, finita la breve stagione del realismo sociologico ("Fronte del porto", "Marty"), torna ai generi con leroe al di sopra delle classi; anche se non dobbiamo scordare che, nel capolavoro di Cimino "Il cacciatore", la guerra del Vietnam è vista con gli occhi di un De Niro operaio di fabbrica (e incrollabile patriota). Segnalo come curiosità due film di fantascienza in cui la colonizzazione degli spazi va di pari passo con lo sfruttamento del lavoro: il vecchio "Atmosfera zero" di Hyams e il recente "Fantasmi da Marte" di Carpenter, in cui il virus alieno ha come conseguenza la rivolta operaia.
Con il passaggio dalla società
moderna industriale a quella postmoderna e postfordista della globalizzazione
e dellinformatizzazione, non ha più senso porre la centralità
della questione operaia: in una commedia sociologica come "Full Monty",
il licenziamento dalla fabbrica non è una tragedia ma linizio della
libera impresa (fosse pure quella dello striptease maschile). Il cinema inglese
sembra particolarmente sensibile a questo tramonto della "working class",
durante e dopo i governi Thatcher: si pensi solo al piccolo capolavoro di Stephen
Daldry "Billy Elliot", in cui un maschio padre operaio fa il crumiro
pur di permettere al figlio effeminato di diventare un ballerino e sfuggire
alla sorte del lavoro di fabbrica. La fabbrica dei sogni testimonia che nel
Duemila, finita la "grande narrazione" della rivoluzione proletaria,
la classe operaia non va in paradiso. Neanche nellimmaginario collettivo.
*Marcello Walter Bruno è
docente di Teoria e tecnica del linguaggio cinematografico presso il corso di
laurea in DAMS della facoltà di Lettere e filosofia di lettere dell'Università
della Calabria (CS). Questo articolo è uscito il primo maggio su "Il
domani"