Tierra y dignidad
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Diretta dal Forum Internazionale
delle Ong sulla sovranità alimentare
a cura diVai
Appello dei 32: Tierra y dignidad Lotta alla fame: una falsa promessa. Riflessioni sul vertice Fao
Il mondo ha fame di diritti APPELLO PER LA MARCIA A ROMA IL PROSSIMO 8 GIUGNO
"PORTATE ALTO IL NOSTRO GRIDO: TERRA E DIGNITA'!"
"Vogliamo sostenere con forza i nostri mille giorni di resistenza, le mille e mille voci che si levano, da ogni sospiro diverso della Terra, a dare cuore e gambe alle nostre speranze. Per questo vi chiediamo di attraversare per noi la città di Roma, l'8 di giugno 2002, sostenendo le nostre ragioni e portandoalto il nostro grido: terra e dignità!".
Trentatre agricoltori, sindacalisti e rappresentanti delle popolazioni indigene, imprigionati per aver dato voce alle speranze dei poveri e degli emarginati di tutto il pianeta, questa mattina hanno lanciato un appello che chiama la società civile internazionale a una mobilitazione generale per una grande marcia in favore della sovranità alimentare, da svolgere l'8 giugno a Roma, alla vigilia del Vertice Mondiale sull'Alimentazione della FAO e del Forum parallelo per la Sovranità Alimentare.
L'appello, che giunge da dietro le sbarre di numerose prigioni del mondo, dal Brasile alle Filippine, dall'Indonesia al Bangladesh, invoca lo sviluppo di modelli di produzione agricola che rispettino la diversità dei metodi contadini, una remunerazione adeguata per tutti i lavoratori agricoli, spesso costretti a lavorare in condizioni di vera e propria schiavitù, il rilancio dei programmi di riforma agraria, che rappresentano uno degli interventi più efficaci per favorire lo sviluppo rurale, la sottrazione dell'alimentazione dalla giurisdizione dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), perché il cibo non può essere trattato alla stregua di qualsiasi altra merce, e una moratoria internazionale dell'utilizzo degli Organismi Geneticamente Modificati (OGM), che hanno implicazioni pericolose oltre che per l'ambiente e la salute, sicuramente anche per l'agricoltura e l'accesso al cibo per chi ancora ne resta abitualmente escluso.
Tutti questi temi saranno il perno attorno a cui ruoterà anche il Forum per la Sovranità Alimentare, che dal 9 al 13 giugno vedrà riunirsi al Palazzo dei Congressi di Roma diverse centinaia di esponenti dei movimenti, delle organizzazioni non governative e della società civile di tutto il mondo. Mentre i governi delle nazioni occidentali faticano a confrontarsi con i cambiamenti epocali che contraddistinguono questa fase storica, continuando ad applicare a una realtà in rapida trasformazione schemi interpretativi ormai superati, il Forum per la Sovranità Alimentare vuole infatti avanzare proposte alternative in grado di cambiare il nostro futuro in meglio, pescando nell'immenso serbatoio di esperienze che caratterizza le varie realtà che lo compongono.
Roma, 11 maggio 2002
Terra e dignità
Non perdere la memoria. Non perdere il futuro. Sovranità alimentare per i Popoli e le genti!Noi che non potremo venire a Roma, al Vertice FAO , vi salutiamo!
Noi, contadini, braccianti, Popoli Indigeni, che siamo stati strappati dai campi, perseguitati ed oggi siamo imprigionati, vogliamo esservi vicini perché voi sostenete le nostre ragioni.
Siamo prigionieri dentro celle senza futuro nelle Filippine o in Bolivia, sepolti da cumuli di menzogne nelle prigioni del Brasile o in Indonesia, costretti a nasconderci come malfattori solo per aver dato voce alle speranze di quanti vogliono una terra per vivere e mangiare secondo il loro appetito in India o in Africa.
Abbiamo subito arresti e processi solo per aver difeso il diritto di tutti noi a vivere una vita degna producendo un cibo giusto e sufficiente per quanti vivono su questa terra, fuori dal controllo e lo sfruttamento da parte di un pugno di imprese e di potenti che pretendono di imporre le loro regole al Pianeta intero.
Noi stiamo combattendo:
· Per la sovranità alimentare
· Per un'agricoltura diversificata, sostenibile e fondata sul lavoro
· Per un cibo sano e di qualità
· Per una moratoria nell'uso degli Organismi Geneticamente Modificati (OGM)
· Per una giusta ed equa remunerazione del nostro lavoro
· Per una rapida riattivazione di programmi di riforma agraria giusti e radicali
· Per una OMC (WTO) fuori dal cibo e dall'agricoltura
Vogliamo sostenere con forza i nostri mille giorni di resistenza, le mille e mille voci che si levano, da ogni sospiro diverso della Terra, a dare cuore e gambe alle nostre speranze.
Per questo noi chiediamo ai Movimenti, alle ONG, alle altre Organizzazioni della Società Civile di attraversare, per noi, la città di Roma, l'8 di giugno, sostenendo le nostre ragioni e portando alto il nostro grido
Tierra y dignidad
Terra e dignità
Perché il mondo lo senta e allora noi non saremo più soli dentro le nostre prigioni.
Filippine: Manolito Matricio (ex membro del consiglio nazionale di KMP), Ruben Balaguer, Gelito Bautista, Eduardo Hermoso, Mario Tobias e Joshua Ungsod.
Brasile: Daniel da Costa Albuquerque, Jose Carlos Pio e Miguel Serpa da Luz (tre membri di MST dello Stato di San Paolo).
Indonesia: Rais bin Amsar, Yusup bin Marsa, Asgari bin Arwa, Sarhadi bin Wari, Samsyuri bin Usma, Usri bin Karsi, Jamali, Warta bin Alias, Ahmad Nurjali (tutti membri della Banten Peasant Union, un'organizzazione che fa parte dell'FSPI). Sono tutti imprigionati nel vllaggio di Cibaliung, Cibaliung sub-district, Pandeglang Regency, Banten Province.
Bangladesh: Laskar Mohammad Khalilur Rahman e Dactar Md. Kabir (Bangladesh Krishok Federation) devono essere processati e sono minacciati di essere incarcerati. Rahima Begum e Sipra Rani, due donne leader del Bangladesh Kishani Sabha, sono costantemente molestate dalla polizia.
Francia: José Bové, Bernard Moser, Christian Brousse (Confédération Paysanne) e René Riesel.
Bolivia: Silvia Lazarte (leader nazionale dell'organizzazione Bartolina Sisa), Margarita Terán, Seider Emilio V.CH, Eugenio Abendano H., Lidio Julián Gomez, Ambrocio Amador.
Stati Uniti: Leonard Peltier, attivista di First Nations, è stato imprigionato per più di 26 anni per l'omicidio di un agente dell'Fbi, anche se il governo ha ammesso di non sapere chi sia realmente il colpevole. E' accusato di omicidio e a una recente udienza per ottenere la libertà condizionale gli è stato detto che morirà in prigione. A 57 anni e in pessime condizioni di salute, merita la libertà.
Undici maggio 2002
I movimenti, le organizzazioni non governative, le associazioni e le altre organizzazioni della società civile che intendono aderire alla marcia per la sovranità alimentare devono inviare un messaggio all'indirizzo: marcia8giugno@libero.it
Lotta alla fame: la falsa promessa. Riflessioni sul vertice Fao
Riceviamo dalla rete Lilliput e pubblichiamo l'analisi critica delle prospettive del vertice Fao in programma a Roma il mese prossimo. Un'analisi dalla quale emerge, tra l'altro, l'incoerenza tra le presunte politiche alimentari e la politica economica globale.
Declaration of the World Food Summit
"We, the Heads of State and Government, or our representatives, gathered at the World Food Summit at the inivitation of the Food and Agriculture Organisation of the United Nations, reaffirm the right of everyone to have access to safe and nutritious food, consistent with the right to adequate food and the fundamental right of everyone to be free from hunger...."
Questo documento rappresenta l'analisi della Rete di Lilliput sul vertice della FAO che si svolgerà a Roma nel giugno 2002.
Il testo spiega l'obiettivo del vertice, la partecipazione all'NGO Forum che si svolgerà in contemporanea ad esso, alcuni aspetti dell'agricoltura che riteniamo di particolare importanza al fine di raggiungere l'obiettivo di non avere più persone senza cibo su questo pianeta. In particolare viene messa in evidenza l'incompatibilità fra le politiche del commercio internazionale e tale obiettivo.
La Rete ritiene che i governi che parteciperanno al Vertice, debbano sedere ai tavoli di Ginevra (WTO) e di Bruxelles (per quanto riguarda i Paesi membri dell'UE) con i medesimi obiettivi perseguiti in sede FAO così da poter dare concretezza alle solenni dichiarazioni di principio firmate in questo consesso.
In caso contrario, ogni riaffermazione del "diritto di ciascuno di avere accesso a cibo sano e nutriente" rimarrà una dichiarazione falsa e retorica.
Introduzione
La FAO è l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura.
Dal 10 al 13 giugno ospiterà, presso la sua sede di Roma, il Vertice Mondiale sull'Alimentazione: cinque anni dopo.
Originariamente programmato per i giorni 5-9 novembre 2001, il vertice è stato rinviato sulla scia degli attacchi dell'11 settembre negli Stati Uniti ed in seguito alle titubanze del governo Italiano dopo il G8 di Genova. Questo spiega perché il titolo del vertice parli di cinque anni nonostante siano passati sei anni dall'incontro del 1996.
Al Vertice Mondiale sull'Alimentazione del 1996 i rappresentanti di 185 paesi e della Comunità Europea s'impegnarono a operare per cancellare la fame dalla faccia della terra e, come prima tappa, fissarono l'obiettivo di dimezzare il numero degli affamati entro il 2015.
Qual'é l'obiettivo del Vertice ? "Questo evento si propone di dare un nuovo slancio agli sforzi compiuti su scala mondiale in favore di chi ha fame", dice il dr. Jacques Diouf, il Direttore Generale della FAO "Dobbiamo trovare la volontà politica e le risorse finanziarie per combattere la fame. La comunità internazionale ha ripetutamente dichiarato il suo impegno a estirpare la povertà. L'eliminazione della fame è un primo, essenziale passo in questa direzione".
La FAO rileva che gli ultimi dati indicano che il numero delle persone denutrite sta diminuendo a un ritmo medio di soli 6 milioni di unità l'anno, di molto inferiore al tasso di 22 milioni l'anno necessario per raggiungere l'obiettivo fissato dal Vertice Mondiale sull'Alimentazione.
"Ai leader del mondo si chiederà di delineare le misure necessarie per raggiungere l'obiettivo, e di avanzare suggerimenti circa il come accelerare il processo. Ci si aspetta inoltre che esaminino le maniere di aumentare le risorse disponibili per lo sviluppo agricolo e rurale".
L'NGO Forum
Il Forum è intitolato "NGO/CSO Forum per la sovranità alimentare". Avrà luogo dall'8 al 13 Giugno 2002. Sara' il Forum della società civile e si occuperà di:
a. Diritto al cibo e alle risorse (compreso il diritto alla terra, all'acqua, alla biodiversità; i diritti dei lavoratori del settore agroalimentare, i diritti dei popoli nativi);
b. Modelli alternativi di agricoltura (con una critica al modello industrialista, presentazione delle alternative esistenti, nuove tecnologie e OGM);
c. Sovranità alimentare (includendovi la democrazia, la partecipazione ed il diritto dei popoli a decidere la propria politica alimentare, di sviluppo agricolo, di mercato e dei prezzi, la lotta al dumping, la salubrità degli alimenti).
Al forum parteciperanno almeno organizzazioni sociali di tutto il mondo secondo un sistema di quote che garantirà una presenza maggioritaria dei rappresentanti del Sud.
Il Comitato italiano ha istituito sei gruppi di lavoro:
1) Biotecnologie: OGM, brevettazione della vita, impatto delle colture transgeniche sui sistemi agrari italiani e europei; promozione delle campagne internazionali - per la ratifica del Trattato Internazionale sulle Risorse genetiche per l'Agricoltura e l'Alimentazione (IUGRAN) - GMO moratorium - No Patents on life;
(2) Riforma PAC/ sostenibilità sociale ambientale ed economica: nuovi modelli di produzione, centralità del modello agroecologico di produzione e dell'agricoltura contadina e della sua organizzazione produttiva;
(3) Riforma PAC/ sovvenzioni alle esportazioni, dumping e privatizzazione delle risorse (acqua, risorse genetiche); promozione della campagna internazionale contro il dumping;
(4) Sovranità alimentare e diritto ad un cibo sano e giusto per tutti (il codice di condotta internazionale, qualità alimentare, rispetto delle tipicità delle produzioni, forme di commercializzazione: nuovi rapporti consumatori/ produttori, tracciabilità);
(5) Guerre e diritto dei popoli a nutrire se stessi. Controllo militare delle risorse naturali e uso militare del cibo, aiuti alimentari, emergenza, riabilitazione, ricostruzione e promozioni di iniziative di cooperazione con i partner del Sud del mondo
(6) Diritti dei lavoratori agricoli e difesa dei loro rappresentanti; promozione della campagna internazionale per la liberazione dei sindacalisti agricoli e militanti contadini e dei popoli nativi incarcerati.
La Rete di Lilliput ha aderito all'NGO Forum e sta partecipando attivamente ai gruppi di lavoro.
I numeri della fame
Oggi 792 milioni di persone nei Paesi in Via di Sviluppo (PVS) soffrono la fame in modo cronico.
Circa tre quarti vivono in aree rurali, molti in zone di conflitto e più del 60% sono donne.
Il loro numero è maggiore in Asia ma 18 dei 32 Paesi più in crisi sono Paesi Africani.
32 bambini su 100 soffrono di malnutrizione.
Il 70% degli africani vivono di agricoltura; gli aiuti in questo settore sono scesi del 40% dal 1980.
Le guerre causano una riduzione della produzione agricola; è stato stimato che i conflitti armati siano "costati" al settore agricolo 4,3 miliardi i dollari all'anno fra il 1970 e il 1977.
Donne e agricoltura
"Senza le donne saremmo tutti affamati", dice un proverbio africano.
Questa affermazione non vale solo per questo continente; abbiamo già detto, che il 60% delle persone che soffrono la fame sono donne, dobbiamo aggiungere che a coltivare la terra, nel mondo, sono in gran parte le donne. In Africa sub sahariana si calcola che siano l'80% della forza lavoro, così come nei Caraibi.
In Asia il riso è coltivato per il 90% da loro.
Pertanto la produzione mondiale di riso, frumento, mais legumi e vegetali viene dalle loro mani.
Eppure quando si parla di agricoltori, la percezione generale converte al maschile questo termine. I politici quando parlano di sviluppo e servizi agricoli dimenticano che le donne hanno piu' difficoltà ad accedere a risorse come la terra, l'acqua, i crediti bancari e la tecnologia e che la discriminazione di cui soffrono in tutti questi campi (e si aggiunga quella nel campo dell'educazione) riducono la sicurezza alimentare di tutti.
C'e' abbastanza cibo per tutti?
Se il cibo prodotto nel mondo "fosse diviso equamente fra gli abitanti [del pianeta], uomini, donne e bambini potrebbero consumare ciascuno 2,760 chilocalorie ogni giorno", ha dichiarato Jacques Diouf, direttore generale della FAO.
Ancora oggi, molte persone, pensano alla fame come a scarsità di cibo, mentre la fame è diseguaglianza distributiva, conseguenza di politiche nazionali e soprattutto internazionali che, insieme ad altri fattori, fanno sì che pur avendo abbastanza cibo per sfamare tutti, 800 milioni di persone sono alla fame.
L'acqua
L'acqua è considerata come una delle risorse di cui avremo maggior penuria nel futuro.
L'Agricoltura è una delle attività umane a cui l'acqua è indispensabile e già usa il 70% dell'acqua disponibile per gli usi dell'uomo. Il 10% dei prodotti agricoli viene coltivato allagando i terreni.
L'accesso all'acqua diventa un fattore fondamentale per la sicurezza alimentare e importante è la costruzione di impianti di irrigazione, tenuto conto che in India il 70% delle coltivazioni dipende dal cielo ed in Africa il 90%.
Negli ultimi anni numerosi accordi internazionali, relativi al Commercio dei Servizi e agli Investimenti, vanno nella direzione di una privatizzazione dei servizi relativi all'acqua, sia quelli di progettazione e costruzione di impianti idrici, sia quelli di trattamento e depurazione, sia di distribuzione di acqua potabile.
Il GATS non vede ancora impegni sottoscritti dagli Stati relativi a quest'ultima categoria, ma nell'ambito dei negoziati per il suo rinnovo, l'Unione Europea si sta impegnando per la sua liberalizzazione, attraverso una riclassificazione dei servizi ambientali, per i quali al recente vertice di Doha, è stato stabilito di negoziarne la liberalizzazione.
Non dimentichiamo, inoltre, i danni arrecati dai piani idroelettrici finanziati da banche, Agenzie di sostegno all'esportazione e dalla Banca Mondiale, caratterizzati da grandi dighe che hanno portato al prosciugamento di corsi d'acqua, inondazioni di terreni agricoli e foreste, sradicamento di intere popolazioni dalla propria terra.
L'ambiente
Abbiamo tutti chiaro che l'agricoltura trae dalla terra e dall'acqua le materie prime per ciò che produce. L'ambiente è la fonte del nostro cibo, non preoccuparsene non può avere alcuna giustificazione.
I metodi di produzione agricola diventano così estremamente importanti perché una produzione intensiva che degrada il suolo e la fertilità dei terreni, che inquina attraverso l'uso di prodotti chimici e riduce la biodiversità attraverso la drastica riduzione delle specie coltivate, se nell'immediato può portare ad un aumento della produzione di alimenti, porta ad ipotecare i raccolti degli anni futuri.
Troppa terra preziosa è stata persa in questi anni applicando questi metodi, si parla di sette milioni di ettari ogni anno, soprattutto a causa di eccessivo pascolo di animali (per produrre carne di cui l'occidente eccede nei consumi) e per l'uso di pesticidi.
Un altro dei pericoli che minacciano l'agricoltura è quello dei cambiamenti climatici. L'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) suggerisce che anche un piccolo aumento della temperatura significa una diminuzione della produzione agricola in molti paesi in via di sviluppo, soprattutto in Africa.
Ecco che il nostro stile di vita, la nostra impronta ecologica, ha conseguenze dirette sull'agricoltura e sulla riduzione della fame nel mondo.
Biotecnologie, brevetti e sicurezza alimentare
C'è una pratica molto elementare, che chi ha un piccolo orto probabilmente ancora fa o faceva sino a qualche anno fa: estrarre e conservare i semi per la semina dell'anno successivo. Questa semplice pratica è stato uso quotidiano da sempre per gli agricoltori di ogni parte del pianeta ed ancora lo è per molti milioni di loro; ma è una pratica che recenti accordi internazionali vietano, certamente non per favorire l'autosufficienza alimentare, ma per generare profitti ai detentori dei brevetti.
Perché queste regole sono un ostacolo contro la lotta contro la fame ? Perché applicare le regole per la difesa dei diritti di proprietà intellettuale aumenta le difficoltà e i costi di un agricoltore; difficoltà e costi che si fanno proibitivi per la popolazione che vive in aree rurali, spesso sotto la soglia di povertà.
E quando parliamo di sicurezza alimentare includiamo la protezione della biodiversità. Le risorse genetiche dell'agricoltura stanno sparendo alla velocità dell'1-2% all'anno e si stima che dall'inizio del secolo scorso siano state abbandonate circa il 75% delle coltivazioni agricole. Complessivamente, oggi solo otto colture garantiscono il 75% del cibo mondiale.
La distruzione della diversità favorisce le infestazioni e le malattie: sono più di 70mila le specie infestanti, che arrivano a distruggere il 40% del raccolto mondiale. Negli ultimi 40 anni, i danni alle colture provocati dagli insetti sono raddoppiati, malgrado l'uso di pesticidi sia decuplicato (Pimental et al. in Bio-science, dic 1997).
La biodiversità ha vigilato sulla sicurezza del nostro cibo proteggendolo dagli attacchi delle malattie che periodicamente colpiscono i raccolti. Negli anni Settanta un virus patogeno per le piante (genere Tenuivirus) ha distrutto più di 116mila ettari di coltivazioni di riso in Indonesia, India, Sri Lanka, Vietnam e Filippine, per poi essere controllato grazie alla resistenza del riso selvatico Oryza Nivara. Se questa varietà selvatica non fosse stata preservata in India, la sicurezza alimentare di milioni di persone sarebbe stata messa a repentaglio.
La biodiversità garantisce anche le cure a quei tre miliardi di persone che dipendono dalle medicine tradizionali per il trattamento delle malattie. In India e Cina, l'80-90% di queste cure si basa sulla conoscenza dei principi attivi delle piante.
La civilizzazione industriale invece si serve dei doni della biodiversità abusandone e considerandoli semplicemente come fonti di profitto. Dal 1995, il TRIPs, l'Accordo WTO che regola i diritti di proprietà intellettuale, impone ad ogni Stato aderente l'adozione di una legislazione per garantire regole "minime" per la salvaguardia dei brevetti per 20 anni. E' stabilita anche la brevettabilità di piante ed animali. I Paesi del Nord affermano che il TRIPs è flessibile perché non obbliga a uno specifico sistema di protezione, ma poi non fanno che insistere perché i PVS adottino il sistema UPOV, un sistema che, nella versione rinnovata nel 1991, obbliga a 20 anni di protezione e vieta la pratica della conservazione, dello scambio e del riutilizzo delle sementi. Occorre poi ricordare che altri Accordi (il NAFTA, il FTAA in fase di negoziato, l'accordo bilaterale fra UE e Messico, solo per citarne alcuni) sono o mirano ad essere ancor più restrittivi del TRIPs.
L'effetto di queste regole è quello di concentrare il potere sull'uso delle sementi nelle mani di poche società e vanno chiaramente nella direzione contraria agli obiettivi della FAO.
Relativamente agli organismi geneticamente modificati, la tesi sostenuta da sempre dalle società produttrici, che il loro sviluppo sia indispensabile per sfamare la crescente popolazione del pianeta, si scontra con l'evidenza dei prodotti sinora commercializzati. Prodotti per nulla adatti a crescere in terreni poveri, in condizioni di scarsità d'acqua e senza massiccio uso di fertilizzanti; prodotti senza alcun miglioramento nutritivo, semplicemente resistenti al trattamento con antiparassitari prodotti dal medesimo produttore della semente.
Il tanto pubblicizzato riso "golden rice", arricchito di betacarotene, spacciato come miracolosa cura per la cecità derivante da carenza di vitamina A si è rivelato una grande bufala. Ci si è infatti accorti che un bambino per soddisfare il proprio fabbisogno di vitamina avrebbe dovuto ingurgitare circa 6 chili di riso al giorno ! Ammesso anche di ingozzarlo a tal punto ne sarebbe scaturito un scompenso alimentare per mancanza di grassi e proteine, determinando altri problemi nutrizionali.
Riteniamo che esistano metodi di coltivazione alternativi in grado non solo di produrre cibi più sani, ma soprattutto, di rispettare l'ambiente, di essere compatibili con la produzione in piccole unità agricole e di avere nel lungo periodo le stesse rese, se non addirittura superiori, alla produzione agricola industriale.
Agricoltura biologica in Kenya
L'agricoltura biologica riduce i costi per sementi, fertilizzanti chimici e pesticidi
è conservazione delle risorse (la conservazione di acqua e terra è essenziale in agricoltura)
è aumento della produzione di cibo e riduzione della povertà
è allevamento del bestiame con un'alimentazione bilanciata e rispetto degli animali
è una tecnologia che rende più autosufficiente l'agricoltore, rendendolo meno dipendente dalle società produttrici di sementi, fertilizzanti e pesticidi
(tratto da Organic farming in Kenya, by John Wanjau Njoroge, KIOF Kenya)
Le società biotecnologiche si riforniscono nei Paesi del Sud, prelevando la materia prima per i loro organismi. Secondo gli ambientalisti Robert e Christine Prescott- Allen, dal 1976 al 1980 le varietà selvatiche hanno contribuito all'agricoltura Usa per 340 milioni di dollari l'anno.
Ma queste risorse non dovrebbero essere di proprietà di stati sovrani e dei loro popoli, come dichiara la Convenzione ONU sulla biodivesità ?
"Secoli di innovazione vengono travolti per concedere diritti monopolistici sulle forme di vita a chi manipola i geni con le nuove tecnologie, con ciò stabilendo la supremazia del loro contributo rispetto all'apporto di intelligenza di generazioni di contadini del terzo Mondo, che per più di diecimila anni hanno lavorato a favore della conservazione, domesticazione, ibridazione e sviluppo delle risorse genetiche animali e vegetali".
Le regole contenute nel TRIPs ed in altri accordi internazionali sono perciò in diretto conflitto con la Convenzione di Rio e con la Convenzione sulla diversità biologica (CBD), ma soprattutto lo sono verso il diritto, sancito dalla FAO, che ogni essere umano possa vivere alimentandosi con quanto la terra produce.
Il commercio dei prodotti agricoli
Se negli anni '60 e '70 l'invito rivolto ai Paesi era verso l'autosufficienza (food self-sufficiency), negli anni seguenti la nuova indicazione era verso la "food self-reliance", concetto che potremmo cosi' riassumere: non stare a produrre tutto quello che ti serve, concentrati sui prodotti che sai produrre meglio ed esportali, con i guadagni importa il cibo che ti manca.
Nel vertice FAO del 1996 venne ribadito che il commercio era un ingrediente essenziale per la sicurezza alimentare.
Bisogna considerare però che solo il 10% della produzione agricola viene commerciata ed il 70% del commercio e' fra Paesi sviluppati. La quota dei PVS sta crescendo ma come import. Questi Paesi esportano prodotti tropicali mentre importano frumento, riso e mais. L'80% del frumento e del riso commercializzato è importato da PVS.
Eppure la maggior parte di essi è o può essere autosufficiente. L'India ad esempio produce abbastanza cibo per sfamare tutti i suoi abitanti ma anziche' farlo, lo esporta o lo lascia marcire nei suoi depositi .
L'esportazione, per molti Paesi è fondamentale per ottenere valuta pregiata che però generalmente non si indirizza verso la riduzione della povertà ma verso altri canali, compreso quello del rimborso del debito estero.
L'aumento della produzione inoltre causa una riduzione dei prezzi col risultato di aumentare lo sfruttamento della terra a parità o a riduzione del reddito dell'agricoltore.
Occorre che l'agricoltura diventi una importante priorità per questi Paesi e che siano liberi nel determinate le loro politiche agricole senza le costrizione dei Piani di aggiustamento strutturali e le regole degli accordi WTO.
La liberalizzazione del commercio
La liberalizzazione del commercio iniziò nei PVS all'inizio degli anni '80 sotto la pressione dei piani di aggiustamento di FMI e BM (i SAPs), piani che richiedevano la liberalizzazione dei mercati, secondo la ben conosciuta affermazione che massimizzare il commercio internazionale riduce i prezzi e stimola la crescita economica e che la liberalizzazione dei mercati è fonte di benefici per tutti.
Nella maggior parte dei PVS questo non è accaduto, specialmente in Africa dove i benefici del free-trade ancora sono attesi con impazienza. Le statistiche ci dicono che fra il '60 e l'80 il reddito pro capite nell'Africa sub sahariana era cresciuto di un terzo mentre, dopo l'applicazione dei SAPs e delle politiche liberiste, fra il 1980 e il 1977, è sceso di un quarto.
L'abbattimento delle barriere ha portato ad un aumento delle importazioni, mentre le possibilità di esportare sono rimaste difficoltose. Perche' ?
Perché, come qualcuno ha commentato, aprire i mercati "è stato come mettere un coniglio ed una tigre nella stessa gabbia", creando un "terreno di gioco" su cui grossi produttori occidentali ed agricoltori del Sud hanno giocato la stessa partita. Si aggiungano le difficoltà ad ottemperare agli standard imposti dai paesi sviluppati e la costante diminuzione dei prezzi delle materie prime e si comprende perché le agricolture di questi Paesi sono rimaste al palo.
Inoltre, la pressione ad esportare ha creato danni per l'eccessivo sfruttamento della terra migliore, per l'uso crescente di prodotti chimici, per l'abbandono di colture locali, tanto da poter dire che la liberalizzazione ha aumentato la povertà.
Un agricoltore etiope coltiva sul suo terreno caffè insieme a patate, mais e banane. Il caffè è la sua unica fonte di denaro ma il suo prezzo è crollato a poco più di un dollaro al chilo a metà 2001.
Il "prezzo di mercato" lo ha costretto a vendere Il raccolto del 2000 a 36 centesimi al chilo, molto meno di quanto ha speso per produrlo: 90 centesimi al chilo !
L'elevata competitività dei prodotti stranieri disincentiva la produzione interna. Uno studio degli Amici della Terra sull'Uruguay, rivela che prima dell'apertura del mercato i piccoli produttori di latte e derivati trovavano sbocco sul mercato interno ed estero, attraverso la cooperativa nazionale dei produttori di latte, a cui aderivano 6.500 piccoli produttori (l'80% degli aderenti). L'arrivo di marchi come Parmalat, Nestlé e Unilever, con i loro prodotti di minor prezzo, ha mutato la situazione, causando un aumento del latte importato e la crisi delle aziende a conduzione familiare.
Molti altri studi confermano tutto questo evidenziando il tremendo impatto delle politiche agricole incentivate dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e dal WTO, attraverso l'Accordo sul commercio dei prodotti agricoli.
L'Accordo Agricolo
"E' importante per la nostra nazione produrre - per aumentare il cibo per nutrire il nostro popolo. Potete immaginare un paese incapace di produrre abbastanza cibo per sfamare il proprio popolo? Sarebbe una nazione soggetta alle pressioni internazionali. Sarebbe una nazione a rischio. Perciò quando parliamo di agricoltura Americana, stiamo davvero parlando di un elemento della sicurezza nazionale".
George W.Bush, note sul futuro degli agricoltori americani, 27 giugno 2001
L'Accordo sull'Agricoltura (Agreement on Agricolture AoA) è uno dei tanti accordi scaturiti dall'Uruguay Round, il ciclo di negoziati che portò alla nascita dell'organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) ed è entrato in vigore il 1 gennaio 1995.
Per cosa è stato scritto? "per instaurare un sistema di scambi agricoli equo e orientato verso il mercato"; così recita il preambolo dell'accordo.
I negoziatori non avevano in mente politiche agricole tese a garantire l'accesso al cibo a tutti gli abitanti del pianeta, piuttosto avevano in mente di inserire le politiche agricole nella filosofia che animava il GATT e a favorire la crescita del commercio, considerandola necessaria alla crescita economica globale.
Ma soprattutto, visto che i negoziatori in prima fila erano i Paesi dell'Unione Europea e gli Stati Uniti, l'AoA venne scritto pensando ai loro problemi di sovrapproduzione, esattamente opposti a quelli di chi ha fame. Ne scaturì un testo falsamente liberale, sostanzialmente in grado di offrire nuovi sbocchi sul mercato mondiale alle loro produzioni agricole.
Qualcuno fa notare che il preambolo cita, nella sua parte finale "gli aspetti non commerciali, tra cui la sicurezza alimentare e la necessità di tutelare l'ambiente", ma nel testo non vi sono indicazioni che vincolino a questa dichiarazione di principio.
L'AoA impegna i Paesi membri a:
ridurre i sostegni al settore agricolo del 20% (per i PVS del 13%)
ridurre le spese per i sussidi all'esportazione del 36% in sei anni, (del 24% in 10 anni per i PVS)
ridurre il volume dei sussidi all'esportazione del 21%
convertire tutte le barriere non tariffarie in dazi doganali, quindi ridurli del 36% in sei anni (del 24 in 10 anni per i PVS)
aumentare la percentuale di consumo domestico coperta dalle importazioni del 5% entro il 2000 per ogni prodotto con una percentuale di importazione inferiore al 3%.
I 43 Paesi con un reddito annuo pro capite inferiore a 500 dollari sono esentati dai primi tre punti ma ovviamente subiscono le tariffe stabilite dagli altri Paesi e devono provvedere a garantire il minimo accesso alle importazioni.
Quali sono stati gli effetti dell'Accordo nei suoi primi anni di vita ?
Possiamo dire che sono coerenti con le aspettative dei suoi promotori, perché i sussidi dei Paesi del Quad non sono diminuiti, ma essendo diminuiti quelli altrui hanno potuto beneficiare di un maggiore accesso ai mercati esteri.
Oggi non c'è settore del commercio internazionale così distorto quanto quello agricolo.
Tutti i Paesi Sviluppati hanno diligentemente trasformato in tariffe le loro barriere non tariffare col risultato di portare le tasse su alcuni prodotti a valori elevati, vicini al 300 - 400%, rendendo proibitivo il loro import eccetto che per la quantità coperta dalla tariffa più bassa.
Gli Stati Uniti tra il dire ed il fare....
Il congresso USA, appoggiato dall'amministrazione Bush ha recentemente varato un imponente piano di sussidi all'agricoltura per un valore di 180 miliardi di dollari in 10 anni da aggiungersi alle già imponenti risorse dedicate al settore.
Come spiegato nel testo, i sussidi all'agricoltura nei paesi industrializzati hanno delle ripercussioni tremende sui poveri del mondo. L'amministrazione USA ha ancora una volta dimostrato quanto ampio è lo spazio che separa i buoni propositi di liberalizzare l'agricoltura e di dimezzare il numero dei poveri entro il 2015 dagli atti concreti intrapresi a difesa delle potenti lobby agricole americane. La maggior parte di questi sussidi finirà, infatti, nelle tasche del 10% degli agricoltori nord americani. Solo per la coltivazione del cotone, il loro reddito medio aumenterebbe ben oltre gli attuali 35 mila dollari dei quali già un terzo sono coperti con i sussidi statali. Secondo uno studio, il numero di poveri nel Burkina Faso potrebbe essere ridotto alla metà nel giro di sei anni se i sussidi alla produzione del cotone venissero eliminati completamente. Attualmente, il reddito medio del Burkina Faso ammonta a meno di un dollaro pro capite al giorno. Evidentemente gli elettori del paese Africano non hanno usato argomenti abbastanza convincenti da persuadere i membri del congresso americano delle loro ragioni.
I PVS lamentano poi che i dazi sui prodotti semilavorati (ad esempio il cacao in polvere o il cioccolato) sono molto superiori alle materie prime (le fave di cacao), ostacolando lo sviluppo di una industria di trasformazione, fondamentale per la loro crescita economica.
Sul fronte dei sussidi all'esportazione, infine, l'AoA ha mancato completamente l'obiettivo.
I sussidi dei Paesi dell'OCSE
Se facciamo un calcolo di tutti i sussidi agricoli, otteniamo che:
l'Unione Europea è passata da un valore di 100.687 milioni di euro come media negli anni 86-88 (prima del termine dell'Uruguay Round) a 121.553 milioni nel '99;
Gli USA sono passati da 62.537 milioni di euro ('86-99) a 90.564 milioni nel 1999.
Globalmente i paesi OCSE nel 1999 hanno speso 334.037 milioni di euro per sostenere la loro agricoltura mentre negli anni '86-'88 spendevano mediamente 217.216 milioni l'anno.
(dati tratti da Agricultural Policies in OECD Countries: Monitoring and Evaluation 2001 Edition).
Per dare un significato alle cifre spese per sovvenzionare l'agricoltura, si pensi che:
i sostegni agricoli dei Paesi dell'OCSE superano il reddito totale di quella parte di popolazione mondiale che vive sotto la linea di povertà fissata dalla Banca Mondiale nel valore di un dollaro al giorno, pari a un miliardo e duecento milioni di persone.
Il programma di "emergenza" per il pagamento degli agricoltori statunitensi supera il budget ONU per gli aiuti umanitari.
Come descrive Oxfam, nel recente "Rigged rules and double standards", "durante i negoziati dell'Uruguay Round, i negoziatori europei e statunitensi ridussero il dibattito sulla liberalizzazione del commercio agricolo a un gioco semantico. Mentre concordavano sul principio di riduzione dei sussidi, procedevano a cambiare la definizione di sussidio in modo da poter continuare come sempre avevano fatto".
L'effetto dei rilevanti sostegni agricoli si traduce sul mercato mondiale nel fenomeno del dumping, cioe' nell'esportazione di prodotti sottocosto.
Vendite sottocosto:
Premesso che la definizione dei livelli di dumping non è facile, si stima che:
USA ed UE, esportatori della metà della produzione di frumento commercializzato, lo vendano ad un prezzo rispettivamente inferiore del 46% e del 34% dei costi di produzione.
Gli USA sono i maggiori esportatori di mais e lo esportano ad un prezzo inferiore del 20% del costo di produzione
L'UE è invece il maggior esportatore di latte scremato, che esporta ad un prezzo quasi dimezzato rispetto ai costi di produzione.
L'UE è anche il maggior esportatore di zucchero, in questo caso il prezzo d'esportazione copre solo un quarto del costo di produzione.
Riassumendo, la riforma stabilita dall'AoA ha favorito gli esportatori limitando la possibilità di sostenere lo sviluppo della produzione interna, se non tramite pagamenti diretti da parte dei Governi, opzione difficilmente applicabile dai Paesi in via di sviluppo, affetti da deficit cronico.
Conclusione
Nel 1996 i governi riconobbero che la sicurezza alimentare "è un compito complesso la cui primaria responsabilità rimane ai singoli governi" e i delegati concordarono che il cibo non sarebbe stato usato come strumento di pressione politica o economica.
Nel Plan of Action, l'impegno numero 4 (Commitment 4) parla specificatamente del commercio internazionale come elemento chiave per la sicurezza alimentare.
Il punto 38 afferma che l'AoA offre opportunità ai Paesi sviluppati e a quelli in Via di sviluppo di trarre beneficio da appropriate politiche commerciali.
Ebbene, a sei anni dall'entrata in vigore di questo accordo occorre riconoscere che per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti al Vertice Mondiale sull'Alimentazione, l'AoA rappresenta un ostacolo. Così come lo sono il TRIPs ed altri Accordi regionali e bilaterali relativi al settore dei diritti di proprietà intellettuali.
Costituiscono una minaccia anche i negoziati in corso per il rinnovo del GATS e numerosi accordi bilaterali sugli investimenti, nelle parti che tendono a trasformare l'acqua da diritto essenziale di ogni essere umano, a bene di consumo con un prezzo stabilito dal mercato.
Pertanto riteniamo che un eventuale Piano di azione stabilito in occasione del vertice di giugno dovrà impegnare i Paesi firmatari a:
negoziare in sede di WTO una nuova versione dell'AoA che sia funzionale all'obiettivo di sfamare tutti gli abitanti del pianeta ed a garantire ad ogni paese il diritto alla sicurezza alimentare.
Questo impegno richiede che:
i Paesi Sviluppati, USA ed UE in testa, avviino la conversione della loro agricoltura privilegiando la qualità rispetto alla quantità;
ai PVS sia riconosciuto il diritto di poter utilizzare tutti gli strumenti per salvaguardare la loro sicurezza e sovranità alimentare anche se questi si dovessero rivelarsi distorsivi del commercio, utilizzando la famosa development box;
siano proibiti i sussidi diretti all'esportazione;
l'esportazione dei prodotti da mercati con forti sostegni interni sia attuata con meccanismi che stabiliscano prezzi d'esportazione comprensivi di questi sostegni;
i dazi applicati dai Paesi Sviluppati sui prodotti esportati dai PVS, in particolare dai Paesi meno Sviluppati, siano ridotti al minimo o eliminati, e che ciò sia applicato anche ai semilavorati.
Far sì che in sede di revisione del GATS ed in ogni sede di negoziazione di accordi internazionali sui servizi e sugli investimenti sia sancito il diritto di accesso all'acqua e siano stabilite regole per la sua applicazione.
Far sì che nella regolamentazione dei diritti di proprietà intellettuale:
piante, animali, microorganismi e tutti gli altri organismi viventi, e loro parti, non possano essere brevettati e che la stessa cosa valga per i processi naturali che producono piante animali e altre forme viventi;
Che la creazione di un sistema di protezione "sui generis", stabilita nel TRIPs per la protezione delle varietà di piante, preveda la protezione delle innovazioni delle comunità indigene ed agricole dei paesi in via di sviluppo, coerentemente con la Convenzione sulla Biodiversita' (CBD) e gli intendimenti internazionali della FAO per la difesa delle pratiche agricole tradizionali (incluso il diritto di conservare e scambiare le sementi).
Si tratta di riconoscere i limiti e l'eccessiva semplificazione della teoria del libero commercio, consapevoli di una situazione mondiale complessa in cui ci sono diversi diritti da difendere, ma in cui il commercio deve essere strumento mentre la sicurezza e la sovranità alimentare devono divenire il fine.
In mancanza di un tale impegno, ogni riaffermazione del "diritto di ciascuno di avere accesso a cibo sano e nutriente" rimarrà una dichiarazione falsa e retorica.
Roma, 23 maggio 2002
QUESTA MATTINA PRESENTATO IN CAMPIDOGLIO IL FORUM PER LA SOVRANITA' ALIMENTARE. ALLA VIGILIA DEL VERTICE MONDIALE SULL'ALIMENTAZIONE, LA SOCIETA' CIVILE INVOCA STRATEGIE NUOVE PER FRONTEGGIARE LA PIAGA DELLA MALNUTRIZIONE
BIOTECNOLOGIE, RIFORMA PAC E ACCESSO ALLE RISORSE TRA I TEMI AFFRONTATI DAL DOCUMENTO APPROVATO DAL COMITATO ITALIANO IN VISTA DELLA CONFERENZA EUROPEA DI CIPRO
La sicurezza alimentare? Una questione di diritti, non di mezzi. E' questo il messaggio centrale del documento elaborato dal Comitato Italiano del Forum per la Sovranità Alimentare alla vigilia della conferenza europea di Cipro, ultimo appuntamento di consultazione regionale prima del Vertice Mondiale sull'Alimentazione della FAO, in programma a Roma dal 10 al 13 giugno.
Il documento è stato presentato ufficialmente questa mattina in Campidoglio, nel corso di una conferenza stampa che ha visto la partecipazione di Walter Veltroni, sindaco di Roma, Sergio Marelli, presidente del Comitato Italiano, Piero Bernocchi, della confederazione dei Cobas, Gianni Fabbris, di Altragricoltura/Gruppo di lavoro FAO Social Forum italiani, Enzo La Corte, della Flai - Cgil, Stefano Masini, responsabile settore Ambiente della Coldiretti, Roberto Papini, segretario generale dell'Istituto Internazionale Jacques Maritain, e Giampiero Rasimelli, portavoce del Forum del Terzo Settore.
Tra i temi affrontati nel documento, frutto del lavoro di sei gruppi organizzati a livello nazionale, le biotecnologie, la riforma della Politica Agricola Comunitaria (PAC), il diritto al cibo, i diritti dei lavoratori agricoli e la sovranità alimentare. Quest'ultima descritta come "il diritto dei popoli a definire le proprie politiche e strategie sostenibili di produzione, distribuzione e consumo di alimenti che garantiscano a loro volta il diritto all'alimentazione per tutta la popolazione, rispettando le singole culture e la diversità dei metodi contadini, e garantendo a ogni comunità l'accesso e il controllo delle risorse di base per la produzione, come la terra, l'acqua, il patrimonio genetico e il credito".
L'accento posto sulla necessità di affermare alcuni diritti fondamentali, unica strada percorribile per garantire a tutti la sicurezza alimentare, riflette la convinzione che le strategie adottate finora per combattere fame e malnutrizione sono del tutto insufficienti rispetto all'obiettivo da raggiungere.
"Il traguardo di dimezzare il numero degli affamati entro il 2015, fissato dal Vertice FAO del 1996 e ribadito nella dichiarazione del Millennio dell'assemblea dell'ONU del 2000 - ha sottolineato infatti Marelli - non è stato seguito finora da fatti concreti e richiede un'azione diversa da parte dell'Unione Europea e dei singoli stati. La fame nel mondo non si combatte con l'aumento delle produzioni agricole, gli aiuti alimentari ai più poveri, la liberalizzazione dei mercati o con un nebuloso meccanismo di pietismo caritatevole, che condiziona la concessione degli aiuti all'accettazione di regole stabilite dai donatori. E' fondamentale, invece, inserire tra i diritti fondamentali dell'umanità anche il diritto al cibo".
A questo proposito, il codice di condotta internazionale proposto dalla società civile mira ad attribuire agli Stati e agli organismi sovranazionali le rispettive responsabilità e a indirizzare le loro attività per assicurare che tutti abbiano accesso agli alimenti in una quantità e qualità sufficiente.
"La consapevolezza dei cittadini rispetto a queste tematiche - ha aggiunto Marelli - negli ultimi anni è cresciuta moltissimo, come dimostra il ruolo sempre più attivo, critico ma soprattutto propositivo, assunto dalle ONG, dai movimenti, dalle organizzazioni dei produttori e dalle altre realtà della società civile nei paesi del Sud così come in quelli del Nord del mondo".
Tutte queste realtà hanno dato vita al Forum per la Sovranità Alimentare, che dal 9 al 13 giugno, in parallelo al Vertice Mondiale sull'Alimentazione, metterà a confronto all'interno del Palazzo dei Congressi di Roma centinaia di rappresentanti dei movimenti contadini, delle popolazioni indigene e delle organizzazioni della società civile di tutto il mondo, per elaborare le idee che possono cambiare il nostro futuro in meglio.
Queste, in sintesi, le richieste che il Comitato Italiano rivolge al governo del nostro paese, ai governi europei e alla commissione europea, riuniti a Cipro per la conferenza regionale della FAO, e alle delegazioni governative che saranno presenti a Roma per il Vertice Mondiale sull'Alimentazione:
-Una moratoria internazionale sugli Organismi geneticamente Modificati (OGM), nel rispetto del Principio di precauzione sancito nei Trattati dell'Unione europea, accompagnata dall'opposizione ai brevetti sul vivente (No patents on life), visti come una forma inaccettabile di privatizzazione delle risorse genetiche, che rappresentano un patrimonio collettivo.
-Una PAC che punti a rigenerare l'agricoltura europea, attraverso nuove misure e regole per valorizzare le risorse endogene (territorio, prodotti locali e tradizioni culturali) e le produzioni tipiche di qualità con particolare attenzione all'agricoltura biologica.
-Una PAC che faccia del rispetto degli equilibri agroecologici (la multifunzionalità dell'attività agricola) e della biodiversità, della centralità del lavoro, del valore aggiunto dell'eticità nel lavoro, nella sicurezza alimentare e nel benessere animale, le fondamenta della "sovranità alimentare".
-Che il mercato alimentare ed agricolo venga regolamentato secondo norme e criteri propri, a tutela dei produttori, dei consumatori e dei mercati locali, in un quadro istituzionale anche diverso dall'Organizzazione Mondiale del Commercio, rivalutando il ruolo della FAO e dell'UNCTAD.
-Che i paesi europei, e l'Italia in particolare, rispettino l'impegno - sancito nel corso del World Food Summit 1996 - a favorire una "pace durevole" come precondizione della sicurezza alimentare, e quindi d'ora in poi rifiutino di partecipare alle guerre, si oppongano a quelle da altri condotte, pongano fine unilateralmente all'uso di embarghi affamanti, pongano fine al business bellico.
-Che i paesi europei, e l'Italia in particolare, promuovano un nuovo modello di Cooperazione internazionale basato sul decentramento e sulla sussidiarietà, sulla partecipazione delle organizzazioni di base, sul sostegno ad una vera riforma agraria (non la riforma agraria di mercato prevista con il progetto "Banca della Terra" promosso dalla Banca Mondiale), sull'attenzione allo sviluppo rurale integrato ed ecologicamente sostenibile e alle politiche di genere.
-Che venga garantito a livello internazionale il diritto all'acqua per tutti, considerando la risorsa idrica quale bene pubblico esauribile da preservare anche per le generazioni future.
-Che venga garantito il diritto alla contrattazione collettiva, alla terra e al cibo come componente del salario, alla salute, all'informazione preventiva nelle imprese multinazionali, alla contrattazione delle politiche agroindustriali. Tutto ciò presuppone il rispetto della pari dignità, da garantire attraverso: la lotta contro lo schiavismo, il neo-schiavismo e il caporalato nel lavoro agricolo; la liberazione dei rappresentanti dei lavoratori, contadini e popoli imprigionati per le lotte a tutela dei diritti; la condanna dei colpevoli di omicidi e massacri e di chi utilizza lavoro schiavo.
GUERRA E FAME
[Marinella Correggia e Carlo Di Rosa]Documento finale redatto da:
Marinella Correggia (mari.cor@libero.it) e Carlo Di Rosa (medioriente@movimondo.it)
I.GUERRE, FAME E RESPONSABILITA' EUROPEE Guerre e diritto dei popoli a nutrire se stessi. Cooperazione internazionale
e partnership per la sovranità alimentare
Nota. Il presente documento articola in due sessioni - guerre contro il diritto al cibo; cooperazione per la sovranità alimentare - una serie di proposte e richieste del movimento e del mondo non governativo italiani rispetto ai governi europei, in particolare quello italiano, in vista della Conferenza regionale di Cipro e del ruolo che l'Europa deve svolgere al World Food Summit e in seguito.
Poiché tali analisi saranno inserite nel contesto di un documento del Comitato italiano, abbiamo ritenuto pleonastica un'introduzione generale su fame, insicurezza alinentare e sovranità negata, preferendo entrare subito nel merito degli argomenti suindicati.
PRIMA PARTE. GUERRE, FAME E RESPONSABILITA' EUROPEE
Nel Piano d'azione che, insieme alla Dichiarazione di Roma concludeva nel 1996 il World Food Summit, i firmatari - fra i quali tutti i paesi europei - si impegnavano a creare le migliori condizioni per lo sradicamento della povertà e "per una pace durevole", indicando fra gli obiettivi per tale fine l'impegno a "prevenire e risolvere i conflitti pacificamente", e a "sviluppare meccanismi di prevenzione e soluzione dei conflitti che possano causare o esacerbare l'insicurezza alimentare e risolvere le dispute con mezzi pacifici".
Un impegno oltremodo necssario. Le guerre, infatti, affamano, quasi invariabilmente. Sono fra le prime cause dell'insicurezza e delle catastrofi alimentari, sono una negazione quasi paradigmatica del diritto di individui, comunità e stati a produrre alimenti e a nutrirsi. Di conseguenza, i responsabili diretti o indiretti delle guerre stesse - mandanti ed esecutori - devono essere indicati come responsabili di una vera e propria violazione del diritto a un'alimentazione adeguata e sufficiente, sancito dalla Dichiarazione di Roma nonché da numerosi patti e convenzioni internazionali.
Eppure gli stessi paesi europei hanno disatteso più e più volte l'impegno assunto nel 1996. Il presente documento è destinato a esprimere le richieste di movimenti e mondo non governativo italiano rispetto al ruolo dell'Europa e dell'Italia. Intendiamo dunque soffermarci sulle molteplici responsabilità europee e italiane in relazione al circuito perverso che affligge paesi e regioni del mondo: guerre/conflitti - insicurezza alimentare - perdita della sovranità e dell'autosufficienza a livello individuale e nazionale - altre guerre/conflitti. L'Europa ha il dovere di rispettare gli impegni da essa firmati e ratificati in sede internazionale, e di evitare evidenti ipocrisie, ovvero le varie declinazioni del binomio "bombe più aiuti".
In questo contesto rientrano l'uso militare del cibo e il ruolo e la natura degli aiuti alimentari. Si arriva infine alla proposta di un modello di cooperazione per la sovranità alimentare a cui sia i governi sia il mondo non governativo e i movimenti europei dovrebbero ispirarsi, e il cui presupposto è ovviamente la ricerca della pace anziché della guerra.
Guerre ai raccolti
Considerato l'obiettivo tattico del documento, attenzione prioritaria è data qui alle situazioni di guerra in cui sono evidenti il coinvolgimento e le negligenze dell'Europa, per ragioni politico-strategiche e commerciali, e per le ripetute connivenze atlantiche. Gli stati aderenti all'Unione hanno condotto o appoggiato tre guerre internazionali solo negli ultimi dieci anni; in tutti e tre i casi, le guerre sono state condotte contro paesi "deboli" o decisamente sfavoriti dal punto di vista della sicurezza alimentare.
Ma le responsabilità europee e occidentali vanno oltre. Una precisazione, infatti, si impone. Oltre alle guerre in senso proprio, le politiche agricole mondiali, insieme ai modelli sociali ed economici neoliberisti assunti dai governi dei paesi più importanti del pianeta - con la connivenza della maggioranza dei governi "terzi" - continuano a condurre vere e proprie "guerre ai raccolti" e "guerre alle risorse". Si considerino i fenomeni di concentrazione agraria legati alla globalizzazione, e la privatizzazione di risorse e servizi nel quadro neoliberista, che sottraggono ai produttori e alle popolazioni possibilità di reddito e alimentazione. Politiche spesso imposte manu militari, e che comunque hanno impatti devastanti sul piano sociale e ambientale, fino a condurre a conflitti anche armati. Le potenze europee e occidentali, inoltre, appoggiano spesso per ragioni strategiche l'uno o l'altro contendente nelle numerosissime guerre "civili", o per meglio dire interne, che affliggono il mondo non a caso, numerosi conflitti riguardano paesi ricchi di risorse strategiche.
Le guerre e i conflitti si compiono proprio in aree già colpite da fame e insicurezza alimentare, creando un vero circolo vizioso. Più guerre, più fame e più ingiustizie. Più fame e più ingiustizie, più guerre. Dal 1945 a oggi il mondo ha sofferto oltre 160 fra conflitti, azioni di guerra e scontri militari: quasi tutti nel Terzo mondo, con 25 milioni di vittime. La caratteristica delle guerre attuali, interne ai paesi o internazionali, è di essere conflitti di massa in cui il 90% delle vittime sono civili.
Le guerre provocano l'interruzione del normale processo di produzione, rifornimento e distribuzione degli alimenti. I contadini locali sono obbligati a lasciare le terre per diventare soldati: un classico fin dai tempi antichi. Le popolazioni stanziali si trasformano in rifugiati interni o escono dalle frontiere: dovranno poi vivere in condizioni di precarietà in campi profughi. Quegli ex rifugiati che rientrano nel loro territorio non troveranno poi le condizioni per poter riprendere a vivere degnamente. Milioni di invalidi di guerra, vedove, orfani sono costretti a sopravvivere con gli aiuti alimentari.
Tragedia nella tragedia, la guerra infinita delle mine. Centinaia di migliaia di ettari di terreno minati sono resi inservibili per l'agricoltura, con una perdita netta del terreno coltivabile.Non solo: armi dai potenti residui contaminano terreno, fiumi e laghi. Ecco il paesaggio dei paesi in guerra e nel dopoguerra.
Guerre per il controllo strategico: Iraq, Jugoslavia, Afganistan, e il ruolo europeo
Dal 1990 in poi, tre guerre sono state condotte anche dai paesi europei - come diretti partecipanti e come alleati e sostenitori del belligerante principale - e hanno violato sia i protocolli di Ginevra, sia le convenzioni internazionali che attestano il diritto al cibo, sia il Piano d'azione del World Food Summit 1996. Le violazione derivano sia dall'atto in sé - la guerra - che dalle modalità con cui è stato condotto - tipo di armi impiegate.
Le ragioni di volta in volta portate per giustificare simili guerre davvero non riescono a nasconderne i veri obiettivi geostrategici e a compensare i devastanti risultati.
Bastino alcuni dati.
Iraq (1991). Le bombe alleate colpirono intenzionalmente le infrastrutture idrauliche ("e ciò dovrebbe portare a un aumento delle malattie e delle epidemie": da un documento desecretato della Cia, 22 gennaio 1991). Il resto è stato fatto del successivo embargo internazionale, ormai più che decennale (v. oltre).
Mentre periodici bombardamenti unilaterali Usa-Uk continuano a colpire contadini e greggi, una futura guerra all'Iraq sembra essere "in cantiere" per i prossimi mesi. L'Europa non vi si oppone con la forza che occorrerebbe.
Jugoslavia (1999). Le modalità dei bombardamenti hanno provocato gravi inquinamenti delle acque e delle terre coltivabili, documentati da agenzie internazionali come il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente. E' ovviamente aumentata l'insicurezza alimentare; solo un certo grado di autosufficienza e l'appoggio di stati quali la Russia ha impedito morti per fame.
Afganistan (2001- oggi). I bombardamenti - e ancor prima la loro minaccia - hanno comportato un'interruzione delle operazioni di aiuto alimentare per svariate settimane. Ciò ha portato a una catastrofe alimentare la cui portata in termini di morti e danni permanenti nessuno ha interesse a svelare...La guerra ha anche comportato un notevole spostamento di popolazione, rendendo ancora più difficili gli aiuti. Infine, la guerra ha impedito in diverse aree la semina, per cui il deficit continuerà anche per la prossima stagione. Un rapporto di Médecins sans frontières indica un notevolissimo aumento (del 100%) della malnutrizione infantile in Afganistan se si confrontano l'autunno 2000 (pre guerra) e l'autunno 2001 (guerra in corso). I bombardamenti hanno anche acuito il problema idrico, poiché non solo sono stati distrutti sistemi di irrigazione tradizionali (koreze), ma l'emergenza ha impedito alle popolazioni la già difficile ricerca di acqua da bere (solo l'11% della popolazione rurale del paese ha facile accesso all'acqua potabile).
Medio Oriente: conflitti, acqua e strategie di distruzione
In Medio Oriente, petrolio, acqua, cibo e politica si intrecciano in modo micidiale. La distruzione delle scorte alimentari e delle fonti idriche è usata deliberatamente come arma bellica. Ciò avviene ed è avvenuto anche in conflitti internazionali a cui l'Europa ha partecipato o che appoggia. Eppure, i Protocolli aggiuntivi della Convenzione di Ginevra - ovviamente firmata da tutti i paesi europei - per la tutela delle popolazioni civili stabiliscono: "E' proibito attaccare, distruggere, rendere inutilizzabili oggetti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile come alimenti, colture, installazioni idriche": tutto ciò è configurabile come crimine di guerra, e come evidente violazione del diritto al cibo e all'acqua sanciti in numerose altre convenzioni.
Molte guerre del futuro si combatteranno per il controllo sulle risorse idriche. Il numero degli assetati cronici continua a crescere di anno in anno. Se continuerà così, entro il 2025, il popolo dei senza acqua potabile salirà a 2,3 miliardi. L'acqua, così come il cibo, sono fattori strategici e come tali utilizzati. La Turchia, alleato dell'Europa e dell'Occidente, mira indisturbata al controllo esclusivo delle acque del Tigri e dell'Eufrate, con gravissimo pregiudizio per i paesi a valle: Iraq e Siria, e per le popolazioni curde colpite dai progetti di megadighe. Ankara non esista a definire il controllo sulle acque "una nuova fonte di potere politico, economico e strategico".
In Palestina è in atto una catastrofe anche alimentare. In seguito all'esacerbarsi della guerra condotta dal principale alleato europeo e statunitense nella regione, Israele, la Palestina è assediata. La strategia bellica da tempo prevede anche la distruzione delle colture, lo sradicamento degli olivi e la distruzione delle stesse sementi.
In simili contesti, l'Unione Europea non ha affatto assunto compiti di prevenzione di questi conflitti affamantui e assetanti, né di soluzione degli stessi. La repressione dei curdi da parte della Turchia, il ruolo di quest'ultima nella gestione delle risorse idriche dell'area, e il conflitto israelo-palestinese sono situazioni insostenibili in cui l'inerzia europea è responsabilità gravissima.
Sanzioni: il cibo come arma
Nonostante i mezzi tecnici permettano ormai di fermare una crisi alimentare nel giro di poco tempo, la fame e le carestie continuano a decimare intere popolazioni. La fame è un'arma politica nelle mani di dirigenti e organizzazioni. Non si tratta di un problema lontano, relegato ai soliti "governi corrotti del Terzo mondo".
La Dichiarazione di Roma del 1996 impegna gli stati a rispettare la seguente disposizione: "Il cibo non dovrebbe essere usato come strumento di pressione politica ed economica". Sottolinea poi la necessità di astenersi dalle sole misure unilaterali, trascurando quindi quelle multilaterali o internazionali. In tal modo, però, si esclude l'embargo più onnicomprensivo dei tempi moderni e responsabile di un genocidio: quello appunto all'Iraq, tuttora in corso.
L'arma della fame è impugnata anche dal Nord. I paesi europei "obbediscono" da oltre dieci anni all'embargo decretato dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu nell'agosto 1990 nei confronti dell'Iraq. Come indicano gli stessi rapporti delle agenzie tecniche delle Nazioni Unite (Fao, Unicef e Oms in primis), l'embargo ha provocato in tanti anni una catastrofe sociale, economica e umana. Probabilmente, più di 1,5 milioni di morti, per fame e malattie. L'Iraq importava il 70% del proprio fabbisogno alimentare oltre a molti inputs agricoli. L'embargo ha impedito tali importazioni, e anche quelle di attrezzature necessarie a riparare le infrastrutture idriche.
Il Iraq il tasso di mortalità infantile è raddoppiato, secondo l'Unicef. Muoiono ogni mese di embargo circa 6-7mila bambini. Un bambino iracheno su quattro è malnutrito. Il programma oil for food (olio in cambio di alimenti) non è affatto sufficiente a riportare il paese in una situazione accettabile.
Si può parlare di uso del cibo come arma per gli interessi strategici nell'area petrolifera. Infatti, si è teorizzato che la fame e i disagi gravissimi avrebbero indotto la popolazione irachena a sollevarsi e ottenere un cambio di governo favorevole agli stessi summenzionati interessi.
Il permanere dell'embargo è fortemente voluto e garantito da Usa e Gran Bretagna, potenze che odono del diritto di veto. Ma il resto dell'Europa non si è mai dissociato dall'embargo, pur timidamente chiedendone la revoca (solo alcuni paesi). Una disposizione che viola il diritto al cibo, come l'embargo decretato dal Consiglio di Sicurezza, però, deve essere disattesa; o ci si rende responsaili di genocidio. E l'embargo all'Iraq viola ogni sorta di convenzioni internazionali sui diritti umani, sociali ed economici sottoscritte ovviamente anche dall'Europa.
In molti altri casi il cibo viene usato come arma, ma soprattutto dagli Stati Uniti. Basti pensare agli svariati ricatti messi in atto nella loro politica estera - tacitamente appoggiata dall'Europa.
La Conferenza del mondo non governativo svoltasi a Teheran in marzo in preparazione dell'appuntamento di giugno si è conclusa con l'invito rivolto agli stati - coinvolti direttamente o indirettamente - a sospendere l'uso del cibo come arma e l'appoggio dato ai conflitti.
Vendite di armi
Quando non partecipa direttamente alle guerre, o non le appoggia con la propria connivenza o indifferenza, l'Europa vi contribuisce vendendo armi a paesi belligeranti (oltre che a quelòli che vuiolano i diritti umani).
L'80% delle armi vendute al mondo sono prodotte dai cinque paesi che costituiscono il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, gli Stati Uniti buoni primi; per l'Europa, Francia e Gran Bretagna. Secondo il rapporto del Sipri di Stoccolma, nel 2000 l'Italia era al nono posto nell'esportazione mondiale di armamenti. Sempre nello stesso anno, i paesi africani sono quelli che hanno acquistato più armi, raddoppiando le importazioni; seguono i paesi asiatici e il Medio Oriente.
Le associazioni e la società civile italiani hanno condotto una lunga mobilitazione per ottenere dal Parlamento italiano quella che è considerata la migliore legge in Europa in materia di vendita di armi: la 185/90. Questa introduce il divieto di esportare armi a paesi in guerra (per non violare la costituzione italiana) e un sistema di controlli precisi e democratici; recependo così le istanze di trasparenza interna ed esterna richiesti dall'Onu. Ora un disegno di legge si propone di modificare la 185, vanificandone il ruolo. m
Per molto tempo l'Unione Europea ha venduto anche armi indiscriminate quali le mine antipersona, responsabili oltre che di milioni di vittime, della perdita d'uso agricolo dei suoli in aree dove la fame è endemica.
Aiuti alimentari in guerra
Se la sicurezza alimentare è un prerequisito per la pace o quantomeno per l'assenza di conflitti, gli aiuti alimentari, pur considerati uno strumento per promuovere la sicurezza alimentare, hanno una storia controversa. Ciò vale sia per gli aiuti routinari, sia per quelli legati alla specifica emergenza rappresentata dalle guerre.
A. Gli aiuti alimentari ordinariamente accordati dai paesi Ocse ai Pvs presentano il seguente ordine di problemi, sui quali periodicamente si dibatte ma che si ripresentano periodicamente:
1) sono legati alle eccedenze alimentari prodotte dalle agricolture del Nord (in Italia prima è l'Agea ex Aima - agenzia per le erogazioni in agricoltura, organismo dipendente dal Ministero per le politiche agricole e forestali a erogare le derrate). Ciò significa che i paesi con eccedenze di alimenti preferiscono "disfarsi" di queste anziché sborsare denaro per acquisti di derrate nei paesi delle regioni a cui appartiene l'area deficitaria;
2) proprio per questo, e per problemi di corruzione che si ripresentano puntualmente, i meccanismi distorsivi legati agli aiuti alimentari rischiano di pregiudicare il conseguimento dell'autosufficienza e della sovranità sia nelle aree destinatarie degli aiuti stessi, sia nei paesi circostanti, indirettamente coinvolti nell'afflusso massiccio di derrate esterne e talvolta estranee. Ciò provoca una concorrenza schiacciante ai prodotti alimentari dell'area; il che rende evidente la necessità di procedere ad acquisti nell'area interessata dal bisogno
3) tranne i casi in cui gli aiuti rispettano le abitudini alimentari delle popolazioni destinatarie, essi introducono modelli alimentari nuovi, meno nutrienti (basti pensare alla differenza fra riso bianco e miglio) e spesso non sostenibili che attraverso continue "iniezioni". Non di rado, purtroppo, si assiste a situazioni paradossali, che hanno coinvolto anche l'Italia (chi non ricorda le "dietorelle" inviate in Somalia? )
4) alcuni paesi "donatori", poi, usano l'aiuto alimentare come "arma" politica, accordandoli solo a paesi che si dimostrano acquiescenti (un "classico" è l'Egitto, maggior destinatario degli aiuti alimentari statunitensi, che oltretutto hanno provocato gravi conseguenze per i produttori locali).
B. Gli aiuti alimentari legati a situazioni di conflitto sono uno strumento ancor più delicato, che si presta a strumentalizzazioni di ogni tipo:
1) Il caso Afghanistan è emblematico, anche per l'acquiescenza dell'Europa. La guerra all'Afghanistan (2001-?) si è inserita in modo devastante in una situazione di assoluta dipendenza dagli aiuti alimentari internazionali (per una serie di fattori: dalla guerra civile ventennale alla siccità). Questi ultimi, così, sono stati interrotti per lunghi periodi
2) un'aberrazione "da manuale" è consistita nel lancio parallelo di bombe e pacchi di alimenti da parte degli aerei militari statunitensi. Un'operazione duramente criticata dagli organismi non governativi per due ragioni: l'ovvia ipocrisia consistente nell'offrire vita accanto alla morte; la natura stessa di questi alimenti, del tutto aberrante rispetto al menù base afgano (si trattava della razione dei marines ). Quest'operazione invece non ha ricevuto critiche da parte degli stati europei, dell'Italia né degli organismi dell'Onu preposti agli aiuti alimentari; un silenzio che è evidente la posizione di debolezza di questi ultimi, dovuta al fatto che gli Usa sono i maggiori fornitori di alimenti al sistema di emergenze dell'Onu.
3) altri conflitti che hanno coinvolto l'Europa e l'Italia hanno mostrato un uso strumentale e mediatico degli aiuti alimentari, i quali sono diventati la "dimostrazione" che l'attacco militare era "guerra umanitaria".
4) caso particolare poi è il programma oil for food destinato all'Iraq (partito nel 1996). In realtà non si tratta di aiuto alimentare in senso proprio, poiché è pagato con i proventi del petrolio iracheno, ma rappresenta la "foglia di fico" che giustifica il permanere di una situazione di sanzioni altrimenti insostenibile.
Richieste e proposte
Si chiede ai paesi europei di rispettare gli impegni presi in varie sedi internazionali e in particolare al World Food Summit del 1996:
1. Rifiuto delle guerre
1.1. I paesi europei rifiutino di partecipare o appoggiare operazioni militari, tanto più se condotte in luoghi e con modalità che mettono in pericolo la sopravvivenza delle popolazioni.
1.2 I paesi europei devono impegnarsi nella soluzione pacifica dei conflitti.
1.3 I paesi europei si oppongano in modo attivo alle azioni militari che la "guerra infinita al terrorismo" imbastirà di volta in volta.
1.4 Si dimostri un'opposizione netta alla minacciata guerra all'Iraq.
2. Stop al business bellico
Si chiede ai paesi europei di considerare la legge 185/90 un esempio da seguire per il controllo dell'export bellico, introducendo simili dispositivi nei propri ordinamenti nazionali. L'Italia, da parte sua, dovrebbe appunto mantenere e applicare la già esistente legge. Si chiede inoltre di appoggiare le operazioni di sminamento.
3. No all'uso dell'arma alimentare
3.1. Si chiede di operare per la fine dell'embargo all'Iraq a livello internazionale e di dissociarsi immediatamente dall'embargo stesso, in modo unilaterale e concreto come suggeriscono a livello italiano alcune proposte di legge.
3.2 Al World Food Summi, l'Europa sostenga l'ipotesi di cambiamento nel testo della Dichiarazione di Roma, per includere nel divieto di uso anche le sanzioni anche internazionali (oltre a quelle unilaterali) qualora minaccino la sicurezza alimentare e il diritto al cibo delle popolazioni colpite
4. Rivoluzione degli aiuti alimentari
4.1. Come sostenuto da tempo dai movimenti di solidarietà e dagli organismi non governativi, l'Europa e l'Italia dovrebbero iniziare a considerare gli aiuti alimentari in modo del tutto slegato da altri fattori: interessi politico-strategici, giustificazione di interventi armati a vario titolo.
4.2. Allo stesso modo, l'aiuto alimentare continuerà a provocare distorsioni e crisi nei paesi interessati e nelle aree circostanti - sia dal punto di vista produttivo che da quello dei modelli alimentari - se continuerà a essere legato ai surplus produttivi dei paesi del Nord anziché alle effettive necessità e potenzialità delle aree destinatarie.
4.3 Gli interventi in situazioni di emergenza dovrebbero essere un'occasione per la riabilitazione e perfino il miglioramento delle situazioni produttive e alimentari dei paesi destinatari. Interessanti possibilità sono offerte da produzioni vegetali caratterizzate da un elevatissimo potere nutrizionale, in grado di curare situazioni di malnutrizione anche grave e realizzabili in loco, con una elevata resa proteico/energetico/vitaminico/minerale.
II. COOPERAZIONE INTERNAZIONALE PER LA SOVRANITA' ALIMENTARE
La sicurezza alimentare e la cooperazione internazionale
Il perseguimento della sicurezza alimentare è inteso come strumento di rispetto dei diritti umani fondamentali, di lotta alla povertà e di ampliamento della democrazia economica.
La sicurezza alimentare è soprattutto un problema di accesso stabile e di corretto uso delle risorse alimentari, e non di mera disponibilità di alimenti.
I programmi di sicurezza alimentare sono una componente di strategie volte allo sviluppo: a partire da principi di fondo di inclusione sociale e di valorizzazione delle diversità, si promuove la sicurezza alimentare come componente di più ampi processi di sviluppo.SVILUPPO
SICUREZZA ALIMENTARE
INCLUSIONE SOCIALE VALORIZZAZIONE DELLA DIVERSITÀIn cui:
inclusione sociale - integrazione nei processi di sviluppo, delle fasce di popolazione sino ad oggi escluse
valorizzazione delle diversità - di produzione, biologiche, culturali, etniche, alimentari
Elemento fondamentale perché tutto questo funzioni è che i PROCESSI SIANO SOSTENIBILI,
concetto che ne include due, perché:
· parliamo di processi, non pensiamo cioè ad azioni specifiche, chiuse in sé, nello svolgimento e nei risultati, ma a dei mutamenti nel medio-lungo periodo;
· e parliamo di sostenibilità, cioè di processi che riescono a stare in piedi nel medio periodo, trovando in sé le risorse per andare avanti..
Quale sostenibilità?
ü ambientale
ü istituzionale
ü tecnico/produttiva
ü sociale
Il piano sul quale la ONG agisce è la dimensione locale per quel che riguarda l'intervento specifico, ma la logica è agire localmente e pensare globalmente: poter incidere, attraverso le esperienze che realizziamo con i partner, sulle politiche e sulle strategie che si realizzano nelle regioni e nei paesi.
Target group - piccoli produttori in aree rurali: associazioni, famiglie, gruppi
L'associazionismo va favorito là dove ve ne siano le condizioni, senza forzature che rischiano di essere controproducenti.
Metodologia - Privilegiamo gli approcci che si basano sulla partecipazione comunitaria e sulla valorizzazione delle risorse locali, favorendo il recupero di tradizioni alimentari e colturali in grado di rispondere a bisogni di autosufficienza ed equilibrio della dieta, tradizioni che spesso sono spazzate via da processi di destrutturazione sociale ed economica. In questo quadro, il recupero di varietà autoctone riveste una importanza strategica. I nostri interventi si caratterizzano per una forte partnership con istituzioni e associazioni locali, puntando nel medio periodo al loro rafforzamento e consolidamento.
Il ricorso all'aiuto alimentare (inteso come donazione di derrate) viene delimitato a situazioni di pura emergenza, come strumento di primo soccorso per gruppi particolarmente vulnerabili.Attività - Le principali componenti dei programmi di cooperazione devono comprendere :
· attività volte all'aumento della produzione, della produttività e della diversificazione colturale
· informazione/educazione alimentare
· accesso alle risorse idriche per uso alimentare e agricolo
· divulgazione di tecniche appropriate e sostenibili per lo stoccaggio e conservazione dei prodotti per l'autoconsumo e per la commercializzazione (cash crops)
· appoggio alla distribuzione, commercializzazione e trasformazione dei prodotti
L'uso degli strumenti della microfinanza può essere di grande aiuto nei processi di capitalizzazione della famiglia contadina. A questo proposito, le ONG devono avvalersi della collaborazione di istituzioni finanziarie specializzate nell'assistenza ai gruppi vulnerabili. L'ONG può assumere la responsabilità della individuazione dei beneficiari, del collegamento fra questi e le istituzioni di microfinanza, e dell'appoggio (formazione e assistenza tecnica) alle istituzioni specializzate in microfinanza (MFI).
Lo schema sopra riportato è un quadro di come le ONG attraverso la loro azione sul campo intendono aiutare e partecipare alla emancipazione di realtà locali.
La sicurezza alimentare è certamente un'obiettivo che deve essere raggiunto dietro il quale però si nascondono grandi cambiamenti che vanno molto al di là alla semplice indipendenza alimentare ed al diritto al cibo che ciascun essere umano ha o meglio dovrebbe avere.
La sicurezza alimentare presuppone grandi cambiamenti a livello economico globale ed al livello di strategie e politiche internazionali.
Cambiamenti ai quali le ONG e le associazioni civili di base devono partecipare attivamente aiutando ed appoggiando la crescita di movimenti che propongano modifiche nello status mondiale, dei rapporti tra stati, delle politiche di alleanze ed economoche di e tra stati.
Così come le ONG si dovrebbero far promotrici di un cambiamento sostanziale delle Nazioni Unite delle quali fanno parte molte agenzie di sviluppo (FAO, WFP, UNICEF, UNHCR, IFAD ) con le quali le ONG portano avanti diversi programmi in tutto il mondo.
Cooperazione internazionale tra sicurezza e sovranità alimentare
Nei programmi di cooperazione in campo agricolo si fa spesso riferimento e si opera solo nell'ottica della sicurezza alimentare.
Spesso questa sicurezza è vista e garantita solo nel corto periodo per i seguenti motivi:
- si cerca di sopperire alle carenze attraverso la distribuzione di alimenti (alle volte di dubbia qualità) nei casi di emergenze dovute a guerre, carestie, disastri naturali più o meno provocati dall'uomo e da politiche di sfruttamento ambientale alle quali il "primo" mondo non è quasi mai solo uno spettatore;
- in casi di riabilitazione del tessuto produttivo si distribuiscono semi, talee o mezzi di propagazione vegetale ibridi, quindi non replicabili nel tempo, e spesse volte non endemici della zona dove si opera;
- nei casi di sviluppo agricolo non si punta in maniera adeguata alla tutela della biodiversità ed alla coltivazione di specie vegetali autoctone che possano replicarsi liberamente e che siano quindi durature nel tempo.
Dall'analisi sopra riportata si intuisce che la sovranità alimentare non è garantita e richiamando i punti sopra citati si può affermare che:
- la distribuzione di cibo in situazione di emergenza è sicuramente una azione dovuta ed alla quale non ci si deve sottrarre, ma bisogna anche non entrare nel circuito della reiterata distribuzione negli stessi posti che alla fine crea la dipendenza delle popolazioni beneficiarie degli aiuti.
- L'introduzione e la distribuzione di mezzi di propagazione vegetale non endemici o ibridi crea una dipendenza dei contadini dai produttori di semi e talee migliorate che spesso risiedono nello stesso "primo" mondo. L'introduzione di specie migliorate adattabili aumenta la produzione nel breve periodo, ma non proporzionalmente il reddito che permetterebbe l'acquisto di nuove sementi delle quali la disponibilità nei paesi in via di sviluppo è spesso carente. Il risultato finale di questa azione è quello che si è verificato in Italia non più di trenta anni fa e cioè che i contadini devono ogni anno ricomprare i semi delle specie che vogliono coltivare e questo, in paesi dove non esistono politiche agricole chiare, come nei paesi in via di sviluppo, non fa che impoverire la popolazione contadina ed aumentarne la dipendenza da fattori esterni.
- Il mancato utilizzo e recupero delle specie endemiche, meno produttive delle specie migliorate e quindi meno appetibili da parte delle popolazioni locali in quanto generatrici di redditi minori nel corto periodo, ed il mancato rispetto della biodiversità, portano ad un rapido deterioramento dell'ambiente aumentando il rischio di disastri naturali che riportano poi ad una situazione di emergenza facendo cadere le comunità locali in un circolo vizioso rendendole completamente dipendente dagli aiuti e da interventi che siano essi nazionali od internazionali.
E' dunque doveroso riflettere su questa catena di cause ed effetti per migliorare le strategie di aiuto ed in questo è essenziale l'accordo di tutti coloro che operano nel campo della cooperazione.
Il settore agricolo è quello che, nell'economia tradizionale, per primo concorre allo sviluppo di un paese il quale si rende prima indipendente ed autosufficiente dal punto di vista alimentare e poi le energie in esubero vengono trasferite nei campi produttivi i più diversi a seconda delle condizioni di partenza e delle risorse della singola nazione.
E' evidente che se il processo di autonomia alimentare viene in qualche modo rallentato, intralciato o perfino in alcuni casi fermato, è l'intero processo di sviluppo di un paese che viene minato alla base creando un bisogno di dipendenza che è quello a cui il sistema mondiale attuale tende di ridurre i paesi in via di sviluppo. Questo perché i paesi in via di sviluppo sono anche quelli che possiedono le materie prime e le ricchezze naturali necessarie alla ulteriore accelerazione dello sviluppo dei paesi del "primo" mondo.
E' ormai mondialmente riconosciuto, ed è facilmente deducibile dalle politiche dei differenti donors, che qualsiasi intervento nel campo dello sviluppo non è sostenibile senza una adeguata formazione del personale locale e delle comunità beneficiarie dai vari interventi.
Senza una adeguata formazione e trasmissione delle informazioni e delle conoscenze alle popolazioni locali, qualsiasi programma o progetto di sviluppo non avrebbe successo tanto che se non è prevista una componente importante in questo senso, il progetto non viene neanche preso in considerazione (fatta eccezione, ovviamente, per gli interventi di emergenza).
Alla stessa stregua delle risorse umane devono essere valutate e tenute in considerazione le risorse naturali.
Un programma in campo agricolo non può non tenere in considerazione l'ambiente, il suo utilizzo e la sua conservazione che deve essere un obbiettivo ultimo insieme al raggiungimento della produzione utile a soddisfare sia le esigenze alimentari delle famiglie sia le esigenze di reddito delle stesse vale a dire un surplus produttivo che gli permetta di accedere al mercato sia come venditori che come acquirenti.
L'ambiente deve essere come una sorta di cassa continua per le popolazioni locali dal quale anche nei momenti peggiori si può attingere per la propria sopravvivenza, sicurezza e sovranità alimentare.
In questa ottica è completamente sbagliato introdurre specie vegetali, migliorate o no, non endemiche o delle quali comunque non si siano studiate né si conoscano perfettamente le modalità e le capacità di adattamento. E' importante anche sottolineare che è molto difficile stabilire l'impatto di una sola nuova singola specie introdotta in un ecosistema dato che il nuovo individuo agisce su una quantità di variabili elevatissima e che le prove di laboratorio ed in campo spesso non sono esaustive in quanto non tengono conto proprio di tutte le variabili ecologiche.
Da un punto di vista ambientale ed ecologico peggio ancora di una specie nuova possono fare le specie geneticamente modificate delle quali le conseguenze dell'introduzione in ambienti diversi sono ancora tutte sia da studiare che da verificare.
Bisogna anche tenere conto che molti dei paesi in via di sviluppo si trovano in quella fascia intertropicale dove i differenti ecosistemi sono particolarmente fragili e che possono rispondere a cambiamenti indotti dall'uomo in modo molto violento!!!
Esmplificativo è il caso della desertificazione che può derivare dalla siccità, quindi da cause naturali, ma spesso le ragioni più significative per tale fenomeno sono rappresentate dalle attività umane. Le coltivazioni intensive esauriscono il suolo. L'aumento del disboscamento provoca fenomeni erosivi dei suoli e cambi climatici preoccupanti. Gli alberi che trattengono il manto superficiale del terreno vengono tagliati per essere utilizzati come legname da costruzione o come legna da ardere per riscaldare e cucinare. L'attività irrigua effettuata con canali e tubazioni scadenti rende salmastre le terre coltivate, desertificando 500.000 ettari all'anno, più o meno la stessa estensione di terreno che viene irrigata ex novo ogni anno.
Altro fattore determinante la sovranità alimentare è la questione fondiaria, vale a dire il possesso della terra. In molti paesi del mondo in via di sviluppo, la terra è un bene in mano ad un numero molto limitato di persone (così come la ricchezza in generale). Le famiglie di piccoli contadini non hanno titoli di proprietà e sono costretti a lavorare come manovalanza nei grandi possedimenti di una piccola oligarchia terriera che così li sfrutta e li tiene sotto controllo.
In altri paesi l'accesso alla terra è limitato da guerre per non arrivare al caso limite dove le due cause si sovrappongono.
La cooperazione internazionale, se vuole promuovere la sovranità alimentare come gradino essenziale nella crescita e nello sviluppo dei paesi più poveri, si deve impegnare nel promuovere le riforme agrarie appoggiando le associazioni locali (come i Sem Terra in Brasile) e facendosi direttamente portavoce di un problema che è spesso alla base dello sfruttamento e delle differenze economico- sociali così evidenti nei PVS.
Per spingere il discorso ancora più avanti, la cooperazione dovrebbe anche abbracciare la proposta di una riforma agraria mondiale che contribuirebbe ad un cambiamento della odierna economia mondiale che di certo non favorisce lo sviluppo dei paesi più poveri e delle sue popolazioni.
La cooperazione ha però come sua finalità ultima rispondere alle esigenze ed ai bisogni delle popolazioni che fanno richiesta di aiuto.
Muovendosi sotto sollecitazione di Partner locali, le ONG devono rispettare i bisogni e, sulla base di analisi il più approfondite possibili, trovare delle soluzioni ai problemi.
In campo agricolo, come sopra riportato, il problema è quasi sempre la produttività che si può aumentare in diversi modi.
Tradizionalmente la produttività la si è aumentata usando varietà maggiormente produttive (spesso ibride), utilizzando fertilizzanti e insetticidi o pesticidi e migliorando le pratiche agronomiche.
Tra le tre metodologie sopra riportate bisogna fare una netta differenziazione tra:
utilizzo di specie migliorate, insetticidi e pesticidi da una parte e il miglioramento delle tecniche agronomiche dall'altra.
Per quanto riguarda le prime l'utilizzo di specie migliorate crea, come detto in precedenza una dipendenza dai paesi produttori di queste sementi, mentre l'utilizzo di pesticidi e fertilizzanti, oltre ad essere una minaccia per l'ambiente, ha dei costi difficilmente sostenibili dalle famiglie contadine dei PVS dove, se reperibili, tali input hanno dei prezzi molto alti.
Il miglioramento delle tecniche agronomiche potrebbe essere invece una ottima soluzione che garantisce sia l'aumento della produttività che la conservazione (nei limiti del possibile) dell'ambiente. Il costo di questo tipo di attività è un costo semplicemente formativo e dipende più dall'impegno delle autorità e dei governi locali nel recepire e trasmettere delle innovazioni tecniche, anche di piccola entità, che possono avere grande impatto sulla quantità di prodotto ottenibile.
Sta spesso proprio alla cooperazione internazionale, con appropriate metodologie e basandosi sull'analisi delle condizioni e consuetudini esistenti, introdurre tali tecniche che sono uno strumento ottimale per il raggiungimento della sovranità alimentare.
Dovere della cooperazione internazionale è anche sottostare alla politica estera del governo dalla quale dipende e della quale è parte integrante.
Ne è parte , ma non ha potere per influenzarla direttamente e questo è un fattore per molti molto limitante in quanto spesso e volentieri cooperazione e politica estera hanno finalità e modi di esprimersi completamente diversi.
Tornando ad un tono più generale ed ad un discorso meno tecnico, ma forse più adatto al tipo di documento che si vuole redigere, si può affermare che sia la Fao sia la maggior parte delle ONG europee utilizzano il concetto di Sicurezza alimentare intendendo che "il cibo sia sempre disponibile, che tutte le persone abbiano mezzi per accedervi, che sia nutrizionalmente adeguato in termini quantità, qualità e varietà, e che sia accettabile all'interno di una data cultura ".
Molte organizzazioni internazionali propongono di assumere il concetto di sovranità alimentare. Questo concetto sembra più adeguato a riaffermare il principio che non esiste un modello unico capace di garantire universalmente la disponibilità e l'accesso al cibo. Le nazioni e le comunità devono, quindi, individuare le soluzioni per loro più appropriate sulla base delle proprie necessità, priorità, realtà e culture.
Sovranità alimentare significa anche riaffermare il diritto dei popoli a definire le proprie politiche e strategie sostenibili di produzione, distribuzione e consumo di alimenti che garantiscano il diritto all'alimentazione per tutta la popolazione, basate sulla piccola e media produzione, rispettando le proprie culture e le diversità dei metodi contadini, di pesca e indigeni di produzione agricola e pastorizia, di commercializzazione e gestione degli spazi rurali, nei quali le donne svolgono un ruolo fondamentale.
La sovranità alimentare dei popoli riconosce l'agricoltura dei contadini, indigeni e comunità di pescatori, vincolata al territorio; orientata prima di tutto a soddisfare le necessità dei mercati locali e nazionali; un'agricoltura che abbia come interresse centrale l'essere umano; che
preservi, dia valore e favorisca la multifunzionalità dei metodi contadini e indigeni di produzione e gestione del territorio rurale. Così, la sovranità alimentare presuppone il riconoscimento e la valorizzazione dei vantaggi economici, sociali, ambientali e culturali dei paesi con agricoltura di
piccola scala, delle agricolture familiari, delle agricolture contadine ed indigene.
La sovranità alimentare implica la messa in moto di processi radicali di riforma agraria integrale adattati alle condizioni di ogni paese e regione, che permettano ai contadini e indigeni -garantendo alle donne le stesse opportunità- un accesso equo alle risorse produttive, principalmente terra, acqua e bosco, così come ai mezzi di produzione, finanziamento, abilitazione e rinforzamento delle loro capacità di gestione ed interlocuzione.
Il mondo delle ONG, dell'associazionismo e i movimenti sociali vogliono contribuire all'affermazione dell'idea di sovranità alimentare che include e amplia politicamente quella di sicurezza alimentare.
Anche in occasione della prossima Conferenza di Roma, le ONG sollecitano i governi degli stati che appartengono all'OCSE a tener fede all'impegno sempre disatteso di stanziare lo 0,7% del PIL per la cooperazione (i dati del 2001 confermano che il livello attuale non supera lo 0,39% e nel caso dell'Italia lo 0,14%) e rilanciano la proposta 20-20, avanzata al Social Summit di Copenhaguen, che prevede che almeno il 20% degli aiuti internazionali venga investito in programmi di sviluppo sociale, ottenendo dal paese ricevente la garanzia che il 20% della spesa pubblica venga riservato allo stesso scopo.
Nell'ambito del binomio cooperazione e sovranità alimentare, rimane controversa la questione degli aiuti alimentari, sui quali le ONG nutrono pesanti e motivate riserve: perché non arrivano in tempo e non raggiungono i gruppi più colpiti, perché sconvolgono le abitudini alimentari delle popolazioni, perché scoraggiano la produzione locale, perché rispondono più agli interessi economici e politico-strategici del donatore che ai bisogni dei riceventi, ecc.
La questione è tutt'altro che risolta e le ONG, se da una parte si associano alla preoccupazione manifestata dalla FAO in merito al calo delle scorte alimentari, dall'altra esprimono la propria critica al graduale spostamento dei fondi dall'aiuto strutturale all'aiuto d'emergenza. Non si tratta di una contraddizione: siamo certamente consapevoli di come il moltiplicarsi delle calamità richieda interventi pronti ed efficaci, ma siamo altrettanto convinti che sia l'aiuto allo sviluppo, correttamente inteso e praticato, a rinsaldare il tessuto sociale e a rappresentare un valido strumento per prevenire le emergenze. Inoltre, mentre l'aiuto umanitario è per lo più posto in atto da task forces dei paesi donatori o multinazionali, l'aiuto allo sviluppo offre più garanzie di coinvolgimento delle ONG dei paesi beneficiari.
Il ruolo delle ONG dei Sud è infatti, nell'approccio allo sviluppo delle ONG, un aspetto cruciale: nel corso degli anni abbiamo stabilito vincoli di collaborazione, ma anche di amicizia e di solidarietà, con movimenti di base ed associazioni popolari che nei propri paesi hanno intrapreso un'azione tanto coraggiosa quanto ardua per la difesa dei diritti umani, la protezione dell'ambiente, la promozione della donna, l'abolizione di fame, analfabetismo, malattie. Sono loro i primi protagonisti di una strategia di sicurezza alimentare che passa attraverso la lotta contro la povertà e l'instaurazione della giustizia sociale.
Proposte per il conseguimento della sovranità alimentare.
1. In accordo con il forum della Habana si propone, per il conseguimento della sicurezza alimentare, un nuovo modello che mette in discussione molti dei presupposti, delle politiche e delle prassi esistenti. Si tratta di un modello basato sul decentramento, che si contrappone a quello attuale, fondato invece su una concentrazione di ricchezza e di potere, che oggi minaccia la sicurezza alimentare globale, la diversificazione culturale e gli stessi ecosistemi che sono alla base della vita sul pianeta. Noi mettiamo in evidenza qui sei elementi chiave di questo modello alternativo, indicando le tappe da percorrere verso il loro sviluppo e la loro attuazione. E' necessario un approccio integrato, e di conseguenza un'azione simultanea in ciascuno dei settori interessati.
2. In primo luogo è necessario uno spostamento di risorse in favore dei produttori e dei sistemi di produzione alimentare locali e regionali. Devono essere rese disponibili le risorse necessarie per gli investimenti, attraverso la cancellazione o l'alleggerimento del debito, la riallocazione della cooperazione internazionale esistente e lo stanziamento di risorse aggiuntive da parte dei paesi ricchi, che devono tener fede al loro impegno di dedicare lo 0,7% del loro prodotto nazionale lordo all'Aiuto Pubblico allo sviluppo.
3. Alle aziende agricole familiari dev'essere assicurato l'accesso all'informazione e ai sistemi di comunicazione.
4. La riforma agraria in favore delle popolazioni rurali povere che intendono lavorare le loro terre dev'essere posta in atto immediatamente, e la priorità dev'essere data allo sviluppo rurale integrato.
5. Le risorse genetiche sono essenziali per la sicurezza alimentare, e non devono in nessun caso essere soggette a diritti di proprietà intellettuale. I diritti degli agricoltori e delle comunità e i diritti delle popolazioni indigene devono essere definiti dai soggetti stessi, e implementati a livello sia nazionale che globale.
6. La ricerca nazionale e internazionale, l'istruzione e i servizi devono essere riorientati al fine di integrare il paradigma agro-ecologico che incorpora la conoscenza e l'esperienza dei coltivatori e delle coltivatrici. Devono essere create mappe agro-ecologiche, al fine di individuare in dettaglio le aree di degrado ambientale parziale o totale.
7. La partecipazione delle organizzazioni di base e delle ONG a tutti i livelli deve essere rafforzata e approfondita. Le organizzazioni della società civile dovranno partecipare all'efficace attuazione di progetti per lo sviluppo alimentare e agricolo.
8. Riconosciamo e diamo valore al ruolo fondamentale delle donne nella produzione, raccolta, commercio e trasformazione dei prodotti dell'agricoltura e della pesca e nella salvaguardia e riproduzione delle culture alimentari dei popoli. Appoggiamo la lotta delle donne per l'accesso alle risorse produttive, per il loro diritto a produrre e consumare la produzione locale.
9. Le donne svolgono un ruolo centrale ai fini della sicurezza alimentare. Deve quindi essere garantito loro il diritto alle risorse produttive e a pari opportunità di usare e sviluppare le loro capacità.
10. Gli aiuti alimentari strutturali devono essere progressivamente sostituiti dal sostegno all'agricoltura locale. Laddove gli aiuti costituiscono l'unica alternativa, la priorità deve essere data agli acquisti locali e gli aiuti triangolari, nel cui ambito i prodotti alimentari vengono acquistati in un paese della stessa regione del paese in difficoltà per esservi distribuiti.
11. La sovranità alimentare deve appoggiarsi su sistemi diversificati di produzione, basati su tecnologie eco-sostenibili. E' necessario articolare le iniziative di produzione e consumo sostenibile di alimenti generate a livello locale dai piccoli produttori decretando politiche pubbliche che contribuiscano alla costruzione di sistemi alimentari sostenibili nel mondo.
12. Devono essere rivisitate le politiche e i programmi di aiuto alimentare. Non devono essere un fattore di inibizione allo sviluppo delle capacità locali e nazionali di produzione degli alimenti, né favorire la dipendenza, la distorsione dei mercati nazionali e locali, la corruzione e la collocazione di eccessi di alimenti nocivi per la salute, in particolare di OGMs.
13. Gli stati devono compiere maggiori sforzi per prevenire e risolvere pacificamente i conflitti; insieme con le organizzazioni donatrici, essi devono garantire il cibo alle popolazioni vulnerabili, ivi compresi i profughi e i rifugiati.