PRESENTAZIONE DI NO LOGO DI NAOMI KLEIN AL CORTO CIRCUITO

Si è svolta al Csoa Corto Circuito la presentazione del libro NO LOGO di Naomi Klein, a cui hanno partecipato Alfonso Gianni (parlamentare di Rifondazione Comunista), Giorgio Cremaschi (segretario della Fiom Piemonte), Tom Benettollo (presidente nazionale dell'ARCI), Beppe Caccia (consigliere comunale verde a Venezia ed esponente dei Centri Sociali del Nord Est) e Andrea Alzetta (Tute Bianche di Roma), coordinati da Gerardina Colotti (giornalista del Manifesto). La presenza della trentenne giornalista canadese ha sollevato un interessante dibattito, evidenziando la portata di questo libro-inchiesta, diventato ormai un vero e proprio di manifesto politico, teorico e pratico, del movimento di protesta che si è sviluppato tra le pieghe della globalizzazione economica. L'autrice stessa ha sottolineato la continuità esistente tra l'ondata mondiale di resistenza all'economia multinazionale e la genesi di questo libro che, grazie al suo stile da reportage e alla sua semplicità, ha la forza di parlare alla gente comune, promuovendo la cultura come mezzo di contestazione materiale. Secondo la Klein ciò che alimenta la protesta è la "claustrofobia globale"e le nuove forme di schiavitù prodotte dall'attuale evoluzione del mercato capitalistico, che ha spostato il centro degli interessi delle aziende, dalla semplice produzione delle merci al marchio in sé, trasferendo contemporaneamente, l'attività produttiva nel Terzo Mondo per compensare la vertiginosa crescita della nuova voce di spesa. Inoltre, la logica del marchio, portata avanti dalle multinazionali, trascende il prodotto stesso appropriandosi di idee, scambi, affetti, attitudini e stravolgendo la tradizionale divisione fordista tra produttori e consumatori, per cui questi ultimi diventano essi stessi produttori, alimentando le fortune di un marchio che si impone come stile di vita. La Klein, descrivendo la società americana, parla di attività culturali orientate dal marketing, di un ragazzo sospeso da scuola perché indossava una maglietta Pepsi nel giorno dedicato allo sponsor Coca Cola (e come non pensare alla vicenda avvenuta qualche mese fa Roma, al Liceo Mamiani, quando solo la pronta contestazione degli studenti edelle studentesse ha impedito che la Nike sponsorizzasse un pezzo di attività didattica?), insomma, di un mercato che ha reso schiave le nostre identità e che ha sospeso la possibilità di ogni scelta democratica. Tra gli interventi più significativi, e che meglio rappresentano le due anime presenti all'interno del movimento antiglobalizzazione, spiccano quelli di Giorgio Cremaschi e di Beppe Caccia. Cremaschi ha sottolineato innanzi tutto come il concetto chiave del libro della Klein, la privatizzazione, possa essere utilizzato per ragionare sulla forma istituzionale del G8. E suggerisce: "Cosa c'è di più privato del G8?"Il G8 è un logo, proprio come la Nike, poiché non si è costituito come un organismo democraticamente eletto, ma come una sorta di "associazione privata", costruita sulla base di quegli interessi politici ed economici sostenuti dalla ristretta minoranza dei paesi ricchi. La strategia del sindacato - prosegue Cremaschi - di fronte alla nuova forma di degrado prodotta dalla globalizzazione economica (decentramento della produzione, crollo dei salari, perdita dei diritti), deve essere quella di riappropriarsi del "lavoro che c'è dietro il marchio" e di ricostituire un'originaria solidarietà tra i lavoratori. Per questo il sindacato deve guardare positivamente all'ondata di protesta che è nata a Seattle ed affermare la propria presenza in occasioni come quella del contro vertice di Genova. Il ragionamento di Beppe Caccia ha posto invece l'accento su come un'impostazione lavorista quale quella di Cremaschi, non riesca a cogliere le conseguenze che scaturiscono dalle modalità di accumulazione neo liberista e dal mutamento di paradigma che essa segna: l'economia multinazionale ha determinato non solo un cambiamento quantitativo (la dimensione globale delle aziende) nelle forme di sfruttamento capitalistico, ma qualitativo; "il lavoro invisibile" non riguarda solo i paesi sottosviluppati, le cosiddette "free-trade zones", ma è un fenomeno che colpisce gli Stati Uniti e l'Europa, poichè "se tutto è marchio, se tutto è branding", il capitalismo può trascendere i confini della produzione di merci, per appropriarsi della sfera privata degli individui. Si determina così un deserto civile, culturale e sociale che la giornalista canadese sintetizza in tre slogan "No space, no choice, no jobs".