"LIMES" SEMPRE PIU' MILES
Un Mini-generale senza limiti
Tommaso Di Francesco - Manlio Dinucci


"Perché combattiamo ancora": con questo articolo, firmato da Fabio Mini, si apre l'ultimo numero di LiMes (quaderno speciale n. 4, 2001). Ciò che vi è scritto è di particolare importanza: l'autore non è solo un opinionista, ma un generale dell'Esercito italiano, che ricopre l'alta carica di capo di stato maggiore del Quartier generale regionale delle Forze alleate del sud Europa (da ricordare che sotto il governo D'Alema ricopriva al ministero della difesa l'incarico prestigioso di capo dell'ufficio generale dell'informazione pubblica).

Secondo il generale Mini, la guerra in Afghanistan è solo l'antipasto. Gli attacchi terroristici dell'11 settembre rientrano infatti in un piano, di cui è "improbabile" che Osama bin laden sia l'artefice. Ma allora, chi altro sarebbe? Sgombrato il campo dal "sospetto che l'attacco alle Torri Gemelle sia stata una delle solite destabilizzazioni della Cia" ("disinformazione pura"), si tratta di scovare "non quelli che hanno condotto l'attacco, né quelli che hanno pianificato e diretto le operazioni, ma coloro che hanno ideato il piano". Essi hanno capacità, che bin Laden non possiede, "da geni della politica, della strategia e della guerra".

Chi ha ideato il piano ne ha previsto le conseguenze a vasto raggio. Gli attacchi terroristici hanno infatti "innescato processi che portano a un fondamentale risultato: la globalizzazione è stata arrestata, o meglio la globalizzazione economica e ideologica a guida americana e secondo gli schemi americani è ferma". Ora si manifesta una "globalizzazione multi-imperiale", che ha riportato alla ribalta "potenze diventate impotenti di fronte alla supremazia Usa". Non si specifica, nell'articolo, quali sarebbero tali potenze, ma l'allusione alla Russia o alla Cina sembra evidente.

"In sostanza allora perché si combatte?", si chiede il generale Mini. E dà subito la risposta: "Perché occorre stanare e neutralizzare chi sapeva della Pearl Harbor dell'11 settembre e di tutte le sue conseguenze. Occorre accertarsi che il piano non abbia una fase successiva ancora più devastante negli effetti globali se non proprio nella tipologia degli attacchi". Per questo c'è una "guerra che deve ancora cominciare". Essa deve essere condotta non solo "contro un'organizzazione che c'è ed è operante", ma "contro una rete che non c'è, ma che non si può rischiare che venga costituita".

"C'è il rischio - sottolinea il generale Mini - che vecchi movimenti ideologici e rivoluzionari condannati dalla storia, ma mai debellati, traggano profitto da questa instabilità generalizzata e fomentino disordini, ribellioni e ulteriori destabilizzazioni. La questione dell'antrace negli Usa appartiene chiaramente a questa tipologia, ma anche la spazzatura propagandistica e di disinformazione che ci viene propinata sotto le nobili vesti del diritto al dissenso fa parte di questo rischio. E non importa se la matrice sia bianca, nera o rossa". Che fare allora? Il generale Mini non ha dubbi: "La lotta istituzionale si deve rivolgere anche in questo campo e non sarà né semplice né indolore"

Si è "infranta", con l'11 settembre, "la visione di un mondo globalizzato, piacevolmente impegnato nella beneficenza e legato da stessi bisogni e da stessi consumi, omogeneizzato nelle aspettative e nelle istanze come nelle risposte". "Il mondo è cambiato, - conclude il generale Mini - la guerra globale si è spostata su di un piano completamente nuovo. Il modo di combattere deve cambiare e le priorità per cui lottare devono cambiare".

Questo è il pensiero del generale Mini. Ciò che vogliamo mettere qui in discussione non è la sua analisi, che è libero di fare come vuole, ma il fatto che un generale della Repubblica italiana, il quale ha giurato fedeltà alla Costituzione, affermi che occorre una "lotta istituzionale" contro "la spazzatura propagandistica e di disinformazione che ci viene propinata sotto le nobili vesti del diritto al dissenso", aggiungendo con tono minaccioso che essa "non sarà né semplice né indolore". Può il Presidente della Repubblica ignorare tale dichiarazione, fatta da un esponente dei vertici militari? Può il Parlamento far finta di nulla? Attendiamo su questo delle risposte.

Ci limitiamo intanto a dare un suggerimento al direttore di LiMes, Lucio Caracciolo. Dato che il generale Fabio Mini fa parte del Consiglio scientifico di LiMes - insieme a personaggi famosi come Enrico Letta, Giulio Tremonti e Gianfranco Miglio (defunto, come indica la croce accanto al nome, ma presente in spirito) - perché non includervi un altro generale, esperto nella "lotta istituzionale" contro la "spazzatura" del "dissenso"? Il generale Pinochet, per esempio, prima che muoia.