Editoriale

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L'arrivo della carovana zapatista dalla periferia del sud-est alla capitale del Messico rappresenta l'ennesimo tassello del puzzle della lotta al capitalismo dopo il suo trionfo del secolo scorso. L'intelligenza politica della lotta zapatista sta nell'avere rifiutato ogni classificazione tra una "maggioranza" e una "minoranza" che aspira a diventare maggioranza, tra il "Potere" ed il "contropotere", che aspira a farsi Potere. Queste dinamiche oggi non hanno alcun significato, si portano dietro il virus della sconfitta. Perché è assolutamente ridicolo pensare di poter contrastare il neoliberismo "conquistando il Potere" in una provincia dell'Impero, ma soprattutto perché nella richiesta di "inclusione", di "cittadinanza" degli indios messicani c'è l'esatto contrario (potenza della complessità!): c'è lo svuotamento del potere e della possibilità che esso recuperi le istanze radicali di autogoverno delle comunità in lotta. C'è un'acume politico che, pur poggiando sulle spalle delle esperienze rivoluzionarie novecentesche, riesce ad imbrigliare il potere costituito ritorcendogli contro e ricontestualizzando parole come "democrazia", "giustizia" e libertà", che da strumenti di controllo diventano rivendicazioni semplicemente irresistibili, potenza di una moltitudine che non sarà mai Potere. Marcos lo ha detto chiaramente in un'intervista dei giorni scorsi ad Ignacio Ramonet: << Un governo può essere di sinistra, di destra, centrista e, al dunque, non potrà prendere le decisioni fondamentali. Ciò di cui si tratta, è costruire un'altra relazione politica, di andare verso una "cittadinizzazione" della politica. Alla fine, quelli che danno un senso a questa nazione siamo noi, i cittadini, non lo Stato>>.

Gli stessi mass-media, che descrivono lo zapatismo a volte come una pericolosa guerriglia, a volte come un gruppo di simpatici idealisti che non vede l'ora di "fare la pace" danno il senso dello spiazzamento che produce la dinamica politica innescata dai nostri fratelli e dalle nostre sorelle nella Selva Lacandona. Le comunità zapatiste in lotta dell'Europa, rappresentate nella carovana da centinaia di Tute Bianche, stanno facendo percorsi simili pur nella diversità dei contesti. Non è un caso che la sintonia tra passamontagna e tuta bianca sia totale. Anche la Tuta Bianca è indescrivibile dalle categorie politiche classiche: ora "i bravi ragazzi dei centri sociali" ed il giorno dopo "i pericolosi autonomi". L'irriducibilità ad un modello precostituito delle identità che la moltitudine esprime, il suo essere continuamente "in divenire" attraversando la complessità che ci circonda è un dato imprescindibile per chiunque si ponga la questione del Potere e della critica alla sua forma odierna. Un altro tassello, un'altra indicazione, un'altra piccola, parziale, vittoria. Chiunque non se ne accorga è talmente assuefatto alle sconfitte da non riconoscere le vittorie.

 

La redazione di Altremappe