LETTERA AI DISOBBEDIENTI DELLA CAROVANA ACTION FOR PEACE IN PALESTINA

Compagne e compagni miei, Vi scrivo da qui, da poche migliaia di chilometri di distanza, da un altro pianeta, lo stesso pianeta. Vi scrivo per dirvi che davvero non esiste più un posto nel mondo in cui non ci si senta coinvolti nella guerra globale permanente, così come nella vostra impresa contro di essa. Ve lo dice uno che da giorni e notti dà il cambio ai compagni davanti alle televisioni, a Internet, in costante comunicazione con voi via telefono: Al Jazeera, captata via satellite e tradotta all'istante da un compagno marocchino, la CNN e la BBC, i siti delle agenzie di stampa del mondo occidentale e del mondo arabo, i cellulari. L'infosfera globale che brucia le distanze parla di voi. Gli occhi del mondo sono puntati su quelle due stanze a Ramallah. E su quei pazzi che si sono messi in mezzo. "I pacifisti". I pacifisti senza pace e senza più spazio. Lo avete scritto nel vostro documento: non c'è più nessuna pace a cui alludere. Forse soltanto spiragli, poche decine di metri, che si devono allargare, non in nome di una pace ormai fuori dall'orizzonte, ma contro la guerra civile globale. Avete ragione. Da qui si respira lo stesso senso di fine e di impotenza che mi comunicate al telefono.

E' vero, il margine politico della vostra missione è stato schiacciato dai carri armati, fatto esplodere dai kamikaze, affogato nel sangue. E rispondere a tutto ciò con i propri martiri della pace non servirebbe a niente. Ma l'infosfera e quel barlume di buon senso che mi rimane, dicono anche un'altra cosa. Una cosa importante. La sensazione che pervade tutti è che quello che state facendo in questo momento ha un'efficacia simbolica enorme. Vorrei dire epocale. Sharon va avanti, Bush va avanti, il sangue tracima sotto gli occhi dell'Europa. Lì ci siete soltanto voi. Soltanto voi state dimostrando al mondo che è possibile esserci. La vostra lezione di diplomazia internazionale dal basso ha preceduto quella dell'impero, l'ha sputtanata, resa ridicola, gonfia com'è di parole inutili, di sangue barattato con altro sangue. Voi siete lì, compagni. Siete in quelle due stanze. Circondati dai carri armati. A tenere aperto il barlume di quello spiraglio. Non potete impedire il massacro. Nemmeno l'assedio ad Arafat e a un intero popolo. Ma dare una lezione di dignità al mondo, restituire alla società civile l'idea, la sensazione, anche disperata, di ciò che è possibile, questo sì. Questo state facendo, compagni. State dicendo che non si può sempre stare a guardare. State dicendo a un popolo sopraffatto che non è rimasto solo, che quella non è la sua guerra, ma la guerra di tutti, la guerra contro l'umanità. State dicendo a noi, dovunque siamo, in questo altrove così vicino, che non c'è alcuna ineluttabilità a cui arrendersi.

Che finché saremo vivi non smetteremo di immaginare qualcosa di diverso dal massacro generalizzato che ci circonda. A Ramallah, come in Colombia, o in Afghanistan. Ci state dicendo che essere vivi, per noi che ancora possiamo esserlo, per noi che non siamo costretti né vogliamo immolarci distruggendo altre vite, che non vogliamo contrapporre piombo a piombo, essere vivi è questo. E' solo questo. Continuare testardamente a pensare che un altro mondo è possibile. E innanzi tutto dimostrarlo al mondo. Voi lo state facendo, insieme ai palestinesi che resistono, insieme ai disertori israeliani, insieme ai pacifisti internazionali, lo state annunciando dal cuore della guerra globale. E anche se la disperazione mi schiaccia le parole in gola, mentre guardo le immagini della fine in televisione e ho paura per ognuno di voi, io vorrei dirvi che la vostra debole forza e la sua grande consapevolezza tengono viva la mia speranza. Il mio amore per qualcosa di diverso da tutto questo. Vorrei dirvi, compagni miei, che sono al vostro fianco. In quell'albergo, in quell'ospedale, in quelle due stanze. Sono con voi.

Federico Guglielmi (alias Wu Ming 4), Bologna, Pianeta Terra, 1 aprile 2002