Un forum creativamente caotico ha preparato il terreno per un'ondata umana che
ha superato ogni previsione, legittimando definitivamente un nuovo soggetto
politico, con cui i due poli dovranno sicuramente fare i conti anche in futuro.
Dopo la dura esperienza di Genova, e la "rielaborazione del lutto"
nel luglio successivo, l'"attivismo globale" e' entrato nella fase
della maturita'. A tutto questo si aggiunge un epilogo oscuro, con una serie
di arresti dal sapore "politico".
La festa di Firenze comincia il sei novembre, con un concerto in piazza santa
Croce. Dieci, quindici, forse ventimila persone. Sembrano tante, e ancora non
si immagina che sabato saranno almeno venti volte di piu'. Lo striscione sul
palco riassume i temi portanti del Forum, e conferma che questo movimento e'
schierato "contro il neoliberismo, la guerra e il razzismo". Tra una
banda musicale e l'altra, sale sul palco anche Franca Rame, a inaugurare quello
che nei giorni successivi diventera' lo sport preferito dei manifestanti: la
critica, l'ironia e lo sberleffo alle "idee Fallaci". "La signora
Fallaci ha seminato il terrore in questa citta' -ha detto Franca Rame- e come
si chiamano quelli che seminano il terrore? Terroristi". Accompagnato da
una lunga ovazione, anche Dario Fo si rivolge ai ragazzi presenti in piazza
S.Croce, raccontando che "quando a Firenze c'e' stata l'alluvione sono
stati i ragazzi come voi a salvare la citta'. Con il vostro canto, la vostra
gioia, il vostro umorismo riuscite a dire che si puo' essere vivi in questo
mondo. Quando viene negata la satira e la gioia del riso -ha proseguito Dario
Fo- cominciano ad apparire momenti duri che sanno di morte". Il riferimento,
nemmeno troppo velato, e' alla ventata di censura che attraversa la televisione
pubblica. Al termine del concerto si sentono delle grida provenire dal fondo
della piazza. Non sono dei "black bloc", ma i ragazzi appena arrivati
da Camp Darby che continuano a gridare i loro slogan con il filo di voce che
gli rimane.
Il forum ai blocchi di partenza
7 novembre: si parte. Alla Fortezza da Basso sei conferenze parallele aprono
i lavori del Forum Sociale Europeo, che proseguono ininterrottamente fino a
sabato pomeriggio con una lunga teoria di seminari, workshop, incontri informali
e dibattiti improvvisati sui prati della Fortezza. Il primo dato tangibile per
chi si aggira nei saloni gremiti di attivisti e' l'eta' molto giovane del pubblico
che si accalca attorno a relatori decisamente piu' anziani: la grande maggioranza
dei partecipanti al Forum dimostra attorno ai vent'anni, e molti di loro prendono
appunti durante i lavori come se fossero sui banchi di scuola. Questo "gap
generazionale" non pregiudica la comunicazione tra i relatori delle conferenze
e la gioventu' che partecipa ai lavori: anche una composta signora dai capelli
bianchi riesce a catalizzare l'attenzione su di se', soprattutto quando questa
signora si chiama Luciana Castellina e parla senza mezzi termini di "colonizzazione
culturale" degli Stati Uniti d'America. "Il mercato audiovisivo europeo
e' controllato per il 70% dalla produzione di Hollywood, e solo l'1% dei film
e della fiction che arriva in Italia proviene da paesi asiatici o africani",
ha detto la Castellina durante una delle sei conferenze di apertura del forum,
dichiarando di provare "pena per i bambini americani, ai quali viene negato
il contatto con altre culture in televisione e al cinema". Giovedi' e'
anche la giornata di allestimento degli stand e dei banchetti delle associazioni,
che riempiono i saloni della fortezza con bandiere, volantini, striscioni, libri,
video, opuscoli, foglietti, sussidi, spillette, adesivi, giornali, riviste e
ogni genere di materiale promozionale. Rispetto a Genova salta all'occhio una
evidente differenza di partecipazione, una maggiore quantita' e varieta' delle
presenze: nel capoluogo ligure i lavori dei "Public Forum" si sono
svolti su tre tendoni che hanno ospitato gruppi di poche centinaia di persone,
mentre a Firenze sono state decine le sale dedicate ai dibattiti e ai lavori
di approfondimento, e gli incontri piu' "gettonati" hanno richiamato
diverse migliaia di partecipanti.
Bandiere rosse, bandiere arcobaleno e preti di frontiera
Un altro salto di qualita' rispetto alla contestazione di Genova e' stata la
composizione molto piu' eterogenea dei partecipanti al forum fiorentino. Sicuramente
il colore dominante nel padiglione centrale era il rosso di molte bandiere,
e sarebbe stupido negare un profondo radicamento del movimento nella cultura
marxista e comunista, ma a Firenze qualcosa di nuovo ha prodotto una positiva
contaminazione di culture, l'antimilitarismo si e' confrontato con la nonviolenza,
le lunghe treccine rasta hanno incontrato i pantaloni corti degli scout, accanto
alle bandiere rosse sono apparse anche molte bandiere arcobaleno, frotte di
ragazzi col piercing e i cani "bandanati" hanno ascoltato Don Ciotti
in un silenzio che si puo' definire solamente "religioso". A Firenze
un movimento che invoca la tolleranza, il rispetto della diversita' e l'attenzione
alle idee degli altri ha vissuto sulla propria pelle la fatica del confronto
e dell'incontro tra diverse sensibilita' che portano alle stesse scelte di campo.
Piu' di tremila persone hanno risposto con un applauso a scena aperta all'intervento
di don Luigi Ciotti, che l'8 novembre ha dimostrato di essere una delle guide
piu' apprezzate e meno mediatiche del movimento, sostenendo che "il nuovo
killer mondiale e' la sicurezza, perche' in nome della sicurezza si stanno calpestando
i diritti umani, la storia, la speranza e la dignita' di altre persone. Anche
gli infortuni sul lavoro e la corruzione politica sono un problema di sicurezza
ma nessuno ne parla mai". La voce di Ciotti e' scuote i muri, e da' la
sensazione di assistere ad una versione moderna del discorso della montagna:
"i 700 morti affogati all'anno nei nostri canali, ed altre migliaia nei
mari dell'Europa, sono un omicidio premeditato -ha tuonato Ciotti-. Vogliamo
citta' vivibili e accoglienti, non citta' sicure, e le vogliamo anche per difendere
il diritto alla sicurezza dei Rom che muoiono nei campi nomadi. Uno di loro,
che aveva appena quindici anni, prima di morire aveva scritto in un tema 'il
mio sogno e' diventare un cittadino italiano'". Ciotti ha descritto la
legge Bossi-Fini come "un provvedimento tratta le persone come merci, garantendo
diritti solo a chi lavora, revocandoli quando il lavoro non c'e' piu'. Quelli
che vengono chiamati centri di permanenza temporanea vanno chiamati con il loro
nome: centri di detenzione. Provo vergogna a dire che nel mio paese, con tanta
fretta, si sono fatte leggi forti contro i deboli e deboli contro i forti. Queste
leggi hanno permesso il rientro dei capitali illeciti accumulati all'estero,
e a guadagnarci e' stata la Mafia". Luigi Ciotti non e' il solo ad esprimersi
senza mezzi termini: l'aria di Firenze ha un effetto particolare, e invita i
presenti ad abbandonare ogni forma di diplomazia, buonismo e tatticismo nel
fare affermazioni. E' cosi' che Paolo Serventi Longhi, il segretario della Federazione
Nazionale della Stampa, abbandona la sua abituale compostezza e durante un seminario
sull'informazione si infervora al punto di affermare che "se dovesse scoppiare
una guerra in Iraq, temo la censura e la propaganda che verra' fatta da chi
aggredira' quello stato. Ci sara' bisogno di qualcuno che racconti la sofferenza
di questo popolo. Il nemico della verita' sara' il potere, e chi all'interno
degli Stati Uniti cerchera' di nascondere quello che accadra'".
La Polizia chiede aiuto
La cosa e' passata piuttosto inosservata, ma l'8 novembre anche i poliziotti
hanno partecipato attivamente al forum europeo, con un workshop intitolato "democrazia
e diritto al dissenso", organizzato dalla Rete di Lilliput e dalla sezione
Toscana del sindacato di polizia Silp-Cgil. Durante questo incontro anche i
rappresentanti delle forze dell'ordine hanno arricchito il dibattito sulle istanze
di cambiamento sociale aperto a Firenze. Dopo una onesta autocritica sugli eventi
del luglio genovese, gli esponenti delle forze dell'ordine presenti all'incontro
hanno invitato la societa' civile a sostenere le lotte sindacali dei lavoratori
in divisa, per non abbandonare i poliziotti alle strumentalizzazioni politiche
e a chi ha tutto l'interesse ad allargare la spaccatura tra i poliziotti democratici
e i cittadini. Rita Parisi, rappresentante del sindacato di polizia Siulp, ha
parlato di "scollamento delle forze dell'ordine dalla societa' civile",
e ha descritto i problemi culturali delle forze dell'ordine, affermando che
"l'organizzazione della Polizia e' estranea al concetto di diversita',
ed e' improntata all'omogeneita'. Se qualcuno non ci aiuta, per noi e' impossibile
aprirci alle differenze". A questa iniziativa ha partecipato anche Lorenzo
Guadagnucci, uno dei 93 arrestati (e pestati) all'interno dell'istituto Pertini
(ex Diaz) durante il vertice G8 di Genova. "A distanza di un anno, siamo
ancora accusati di associazione a delinquere -ha detto Guadagnucci- e iniziamo
a sentirci soli, mentre i problemi nati a Genova sono problemi collettivi, che
riguardano la qualita' della nostra democrazia".
Una festa col fiato sospeso
Alle 13 di sabato la testa del corteo non puo' piu' aspettare l'orario ufficiale
di partenza e si avvia con due ore di anticipo in direzione dello stadio, sospinta
dalla pressione di un numero di persone inimmaginabile fino a quel momento.
Alla testa del lungo serpentone che si snoda dalla fortezza si respira un clima
di fortissima tensione, che avvolge gli organizzatori, i manifestanti e soprattutto
i poliziotti, che si guardano attorno impauriti e pronti al peggio. Il nervosismo
si scioglie attorno alle due e mezza, quando il gruppo di poliziotti che precede
la testa del corteo imbocca via de Santis. Dalle finestre e dai balconi parte
un applauso di solidarieta', e altri ne seguiranno piu' avanti. "Via i
caschi!" ordina qualcuno, e dagli elmetti compaiono dei visi di ragazzini
che abbozzano un sorriso per quella inaspettata accoglienza da parte dei cittadini
di Firenze. Il clima si distende. Una donna si avvicina e consegna a un poliziotto
un biglietto con un "pensiero positivo", e mi sorprende il fatto che
un agente accetti il biglietto e lo legga assieme ai colleghi, mentre a Genova
i fiori offerti dai manifestanti in via Assarotti sono stati fatti cadere al
suolo. Cos'e' cambiato da allora? Quella volta alle spalle degli agenti c'era
la zona rossa, adesso c'e' un milione di persone. Ad ogni passo i respiri diventano
piu' lenti e profondi. Quello che era iniziato come un cammino lento e circospetto
si trasforma in una marcia serena, che porta i poliziotti a scherzare tra di
loro e con chi gli sta attorno. Qualcuno si allontana correndo, ma si tratta
di un tipo di allarme diverso da quelli di Genova: c'e' bisogno di raggiungere
in fretta il bagno di uno dei pochi bar rimasti aperti. Nel frattempo le persone
affacciate alle finestre sono sempre piu' numerose. Quest'anno dai balconi non
arrivano getti d'acqua come nel 2001: fa freddo e non ci sono i lacrimogeni.
Il cielo di Firenze si colora con minuscoli pezzettini di carta, coriandoli
festosi e casarecci piovono sulle teste dei manifestanti che applaudono ad ogni
lancio. Ma alle cinque meno dieci qualcosa si rompe nell'oliata macchina del
corteo, lasciandomi perplesso e pensieroso.
I ragazzi in nero
Allo stesso incrocio dove qualche ora prima i poliziotti si erano tolti il casco,
un ragazzo vestito di nero e con molti pearcing sul viso cerca di scrivere qualcosa
sul muro con una bomboletta spray. Il servizio d'ordine della Cgil strappa di
mano la bomboletta al ragazzo senza troppi complimenti, e dopo qualche minuto
l'aspirante graffitaro ritorna con un gruppo di amici giovanissimi e incappucciati,
del quale fa parte anche qualche ragazza. "Ridammi la bomboletta",
grida il ragazzo in nero, e gli energumeni del servizio d'ordine non vanno certo
per il sottile. Volano spintoni, la tensione si alza, qualcuno si copre il viso
e stringe nervosamente in mano l'asta di legno di un cartello, in mezzo alle
urla e agli spintoni il proprietario della bomboletta afferra una bottiglia
di vetro da un sacchetto dei rifiuti, e il ragazzo giovanissimo con lo stecco
di legno in mano lo imita. "Ecco, ci siamo", mi viene da pensare,
e un brivido mi percorre la spina dorsale. Dal corteo partono i primi cori di
protesta: "scemi, scemi... bu-ffo-ni bu-ffo-ni". Le bottiglie vengono
di nuovo gettate al suolo. Ma una ragazza vestita di nero non ci sta, e urla
con tutto il fiato che ha in gola: "siete degli sbirri, siete delle pecore,
manifestare non serve a niente. Una manifestazione felice nasconde che il mondo
fa schifo". Alla fine si raggiunge un accordo: la bomboletta trattenuta
verra' pagata al suo ex-proprietario. Quello scontro e la rabbia sofferta che
intuisco dietro le urla di quei ragazzi mi lasciano l'amaro in bocca. E' con
loro che si dovrebbe parlare, e' a loro che ci si dovrebbe rivolgere per capire
fino a che punto arriva la malattia di una societa' che riesce a convincere
dei ragazzi giovanissimi che l'unico modo per cambiare qualcosa e' rompere con
tutti gli schemi e lanciarsi a testa bassa in uno scontro grafico, fisico e
spirituale contro tutto e tutti: poliziotti, pacifisti pecoroni, manifestanti
inquadrati, istituzioni irriformabili, "vigilantes" delle associazioni.
Uno dei ragazzi in nero trascina via la sua amica che urla ancora contro i manifestanti,
rassegnato al fatto che nessuno potra' capire il loro punto di vista. E' giusto
che siano loro il capro espiatorio della violenza sociale? E' giusto che questi
ragazzi vengano giudicati proprio dal nostro mondo benpensante, che condanna
chi scrive con lo spray sui muri e applaude chi va in guerra contro altri paesi?
Con questi pensieri mi immergo nella folla del corteo osservando altri visi,
altri striscioni, altri gruppi. Non incontrero' piu' altri ragazzi in nero,
ma per tutta la serata sentiro' il bisogno di parlare con qualcuno di loro.
Al termine del corteo la zona attorno allo stadio si trasforma in un "centro
sociale a cielo aperto", e migliaia di ragazzi ballano, cantano, bevono,
suonano e si amano fino a notte fonda, per le strade di una citta' liberata
almeno per un giorno dal traffico e dalle macchine.
La vittoria di Vittorio
"Abbiamo vinto" ha detto Vittorio Agnoletto durante il dibattito di
domenica 10 novembre che ha chiuso i lavori del forum europeo, e chi ha vissuto
nel 2001 il dramma delle giornate genovesi non ha potuto fare a meno di ricordare
quando dal palco di piazza Ferraris Agnoletto ha pronunciato quelle stesse parole
a poche ore di distanza da una mortale tragedia collettiva. Questa volta pero'
e' stato diverso, l'amarezza e il lutto di quei giorni hanno lasciato il passo
alla gioia di chi non sa se riuscira' a cambiare il mondo, ma e' contento per
essere riuscito a cambiare la vita di una citta', trasformando Firenze in un
immenso laboratorio sociale. Gli interventi finali che sono stati pronunciati
nella sala Leopolda hanno aperto lo scenario alle manifestazioni dei prossimi
mesi, con un calendario della contestazione sempre piu' fitto e frenetico. L'attivita'
del movimento di Seattle, Genova, Porto Alegre e Firenze sara' segnata da una
mobilitazione permanente contro la guerra e il neoliberismo. Si manifestera'
a Praga contro la Nato il 21 novembre, poi dal 23 al 28 gennaio 2003 l'appuntamento
e' a Porto Alegre per la terza edizione del Forum Sociale Mondiale. Per il 15
febbraio sono state annunciate altre manifestazioni antiguerra nelle capitali
d'Europa, con un occhio rivolto al secondo Forum Sociale Europeo, che sara'
ospitato dal 12 al 16 novembre 2003 nella citta' francese di Saint-Denis, alla
periferia nord di Parigi.
Vince la politica, perdono i partiti
Dopo essere stata descritta come la capitale del caos, Firenze si è trasformata
per un giorno nella capitale d'Europa, e dalla babele del forum fiorentino nasce
un nuovo soggetto politico, che i partiti non guardano più con l'astio
o la sufficienza di qualche mese fa. A Firenze l'unica devastazione è
stata quella che ha travolto la politica in doppiopetto. Un centrosinistra ottuso
che scopre di aver perso per strada la sua base e un centrodestra kamikaze che
innalza barriere tra i commercianti e i loro guadagni sono le vere vittime della
"furia" degli attivisti.
Sul forum di Firenze si possono dire molte cose: c'è stata una grande
voglia di parlare e una scarsa capacità di ascolto reciproco, i gruppi
di attivisti hanno puntato molto sull'autopromozione e poco sulla creazione
di reti, durante i seminari l'età media dei relatori superava di parecchi
lustri quella del pubblico, la fortezza è diventata una nuova "zona
rossa" preclusa ai normali cittadini sprovvisti del "pass" che
costava dieci euro.
Quello che non si può dire, invece, è che dopo Firenze le cose
siano ancora quelle di prima: una nuova generazione di attivisti ha saputo incontrarsi
per far festa, nonostante i limiti dei suoi leader, l'assenza di una cultura
sociale all'interno delle forze dell'ordine, i tentativi di strumentalizzazione
politica della vigilia. A Firenze tutte queste miserie umane hanno lasciato
il posto a qualcosa di più bello: poliziotti che dopo i primi metri di
paura si tolgono il casco in mezzo agli applausi dei passanti, ex-partigiani
che applaudono il corteo lanciando coriandoli improvvisati con carta di giornale,
bambini di otto anni che "difendono" un bancomat sventolando bandiere
della pace, famiglie di immigrati che si affacciano dai balconi mettendosi a
ballare, migliaia di persone che li salutano dal basso e ballano con loro. Per
incontrarli di nuovo basta andare a Porto Alegre.
Epilogo
A cinque giorni dalla festa di Firenze 42 arresti colpiscono duramente l'ala
antagonista del movimento, quella piu' "mediatica", quella che ha
sempre pubblicizzato le sue azioni, quella che ha agito sempre alla luce del
sole e paga con il carcere il prezzo della sua trasparenza. E' difficile raccontare
una vicenda giudiziaria quando a subire le conseguenze dell'ignoranza e del
pregiudizio sono anche persone a te vicine: amici, parenti e gente che si impegna
nel sociale assieme a te, magari usando strumenti, linguaggi e analisi politiche
diverse dalle tue, ma con lo stesso amore per la giustizia e la democrazia e
con una carica "sovversiva" che non e' certamente superiore a quella
di alcuni ministri della Repubblica pronti a giurare fedelta' alla Padania mentre
partecipano alle "celebrazioni del Dio Po". "Un principio fondamentale
che sta alla base di tutte le Costituzioni, è quello della resistenza
che i cittadini e i popoli hanno il diritto di fare nei confronti di uno Stato
quando commette ingiustizie". La citazione non e' di Francesco Caruso,
ma di Umberto Bossi (se non ci credete, provate a fare un salto sul sito della
Lega Nord). Questo e' un altro dei tanti misteri italiani: alcune forme di resistenza
contro le ingiustizie delle istituzioni vengono criminalizzate, mentre altre
possono diventare addirittura un programma di governo. Per inciso, il reato
di cui sono accusati i "noglobal" arrestati il 15 novembre e' il 270/bis
del codice penale, che riguarda le "associazioni con finalità di
terrorismo e di eversione dell'ordine democratico". Viene da chiedersi
che cosa accadrebbe se qualcuno pensasse di leggere il codice penale qualche
riga piu' sotto, scoprendo a poche righe di distanza l'articolo 271, che punisce
le "associazioni antinazionali" e prevede la reclusione da sei mesi
a due anni per chiunque "promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni
che si propongono di svolgere o che svolgono un'attività diretta a distruggere
o deprimere il sentimento nazionale". Se tanto mi da' tanto, la prossima
retata sara' a Pontida. A Taranto, quando c'e' stata una durissima contestazione
davanti alla Questura immediatamente dopo i fatti di Genova, gli attivisti nonviolenti
si sono interposti tra le forze dell'ordine e la pioggia di uova "antagoniste",
che rischiavano di aumentare la tensione con conseguenze non prevedibili. Oggi
gli stessi pacifisti tarantini che in quell'occasione hanno "difeso"
le forze dell'ordine sono pronti a difendere altre persone da accuse infamanti,
uomini e donne che rischiano di essere colpiti da qualcosa che fa molto piu'
male di un uovo marcio, e che domani potrebbe colpire chiunque si rendera' colpevole
di quello che appare come il piu' grande crimine dei nostri tempi: il dissenso.