Giuseppe Agostino, arcivescovo
di Cosenza, ha stentato a crederci. Davvero
avevano arrestato quei giovani che lui stesso aveva conosciuto? Dopo la
sorpresa, l'anziano presule ci ha riflettuto sopra. Giunto all'assemblea
della Cei, dopo aver ascoltato Ruini che parlava del Social Forum, ha preso
la parola. Così ci racconta il suo intervento. «Quanto aveva detto
il
cardinale mi era sembrato opportuno ma ho voluto portare un contributo. Io
conosco questi giovani. Non ho
naturalmente elementi per giudicare gli atti della magistratura, ma sono
rimasto sorpreso. A Cosenza si svolge la fiera di S. Giuseppe
alla quale partecipano centinaia di immigrati con le loro mercanzie.
Quest'anno abbiamo organizzato un pasto caldo per loro. Ebbene, ad
allestirlo, insieme ai giovani dell'Azione cattolica, c'erano proprio quei
ragazzi che oggi sono in discussione. Li ho visti attenti
all'uomo, alla miseria, al disagio umano. Ho così colto l'occasione per
portare all'assemblea dei vescovi una valutazione su questo
fenomeno giovanile. Si tratta di giovani al polo opposto di quelli del
nichilismo, del vuoto esistenziale, del relativismo etico, quelli che
danzano sul nulla; mostrano una passione verso il sociale, vogliono qualche
cosa di nuovo, magari esasperandolo».
Che cosa ha proposto?
Un'onda ecclesiale deve incontrare questo fenomeno, non condannarlo, se
vogliamo, invece, "purificarlo". Non possiamo dirci no global ma
new global. La globalizzazione, così come si sta svolgendo oggi, produce
poveri e molti squilibri. Questi giovani chiedono pace e
redistribuzione dei beni. A volte ci sono valori "arrabbiati". La
Chiesa
deve saperli interpretare e incanalare. Dovremmo ripensare anche la nostra catechesi:
non possiamo annunziare Dio
dimenticando l'uomo. Con il dovuto rispetto per la fenomenologia
religiosa, ho rilevato invece come oggi ci sia un tipo di comportamento che
si riduce ad intimismo, a devozionalismo; ho citato
ad esempio il fenomeno di Padre Pio (si badi, il fenomeno, non Padre Pio) in
cui la gente talvolta si rifugia come in una "religione di se
stessi".
In Brasile la Conferenza
episcopale ha partecipato al Social Forum. In
Italia no. Non è in ritardo?
In Italia siamo un po' più lenti, siamo sempre tentati da una stabilità
del
cattolicesimo, che invece deve incontrare tutti i
fenomeni del mondo cogliendovi il germe del bene.
A Cosenza è partito
un processo alle opinioni?
Ho letto sul giornale uno scambio di lettere tra gli inquisiti. Certo,
conterranno anche qualche battuta da sfasciatutto, ma questo è tipico
dei giovani. Che si tratti di una sommossa per capovolgere lo Stato mi
sembra proprio un'esagerazione. Perché a Cosenza? E' stata una
sorpresa per tutti, conoscendoli mi è sembrata una cosa un po' folle.
Però aspettiamo di conoscere i fatti rispettando la magistratura. Lo
facciamo anche per Andreotti. Aggiungo tuttavia che c'è stato un
periodo recente della storia italiana in cui il vuoto della politica e dei
valori è stato in un certo senso assunto da una forma di
giustizialismo. E non so se quel tempo sia finito.
Nel discorso di Ruini
si è intravisto un ripensamento sulle giornate
fiorentine. E' così?
Vede, quando avvengono i terremoti è segno che sta avvenendo qualcosa
in
profondità. Il terremoto crea danni ma produce anche nuovi
assestamenti. Questo fenomeno giovanile comprende anche aree che guastano -
mai si può accettare la violenza -, però a Firenze è andato
tutto bene perché questo fenomeno non è di violenza ma di esigenza
e,
ripeto, talvolta le esigenze sono "arrabbiate". Bisogna decantare
le
tensioni e far prevalere le intenzioni. Bisogna capire che il mondo non si
cambia con la protesta ma con la proposta e "convertendoci"
cioè aprendoci agli altri.
Non pensa che anche stavolta
la Cei avrebbe dovuto ribadire un no radicale
alla guerra preventiva?
Ritengo di sì, ma dovete tener conto che nelle nostre riunioni periodiche
trattiamo argomenti specifici e non possiamo soddisfare
tutte le attese. Dobbiamo rovesciare il pensiero classico secondo cui la
forza si vince con la forza. Al terrorismo non si può contrapporre
altro terrorismo, altrimenti si alimenta una spirale che non si sa dove
finisca.
[di Fulvio Fania, da Liberazione del 20.11.02]