KABUL MEDIA CENTER
Comunicazione ed emergenza globale

La guerra serve a recuperare, ristabilire, ristrutturare i meccanismi di dominio in maniera più adeguata rispetto alla situazione sociale in atto. In questo contesto i mass-media si erano sempre caratterizzati come braccio comunicativo dell'apparato militare, la "propaganda di guerra" aiutava a mantenere il consenso: per parafrasare von Clausewitz la comunicazione di massa era uno strumento della guerra che a sua volta era uno strumento della politica.
La "guerra infinita" contro l'Afghanistan pone invece delle questioni inedite sotto il profilo dei rapporti tra comunicazione e società.

1. La guerra a Genova
Come giustamente è stato scritto e detto da tanti, questa guerra pare più una risposta ai movimenti antiliberisti globali che a improbabili cattivoni in turbante. A Seattle con l'azione inaspettata e creativa di migliaia di persone il mondo aveva scoperto che organismi sovranazionali decidono le sue sorti senza neanche degnarsi di rendere pubbliche le proprie decisioni, a Quebec City si era messa in evidenza l'assurdità delle reti metalliche a proteggere i vertici dei potenti della terra.
Ma a Genova si è scatenato un meccanismo che ha spogliato il Re per l'ennesima volta. In maniera, seppure tragica, forse ancora più emblematica. Genova è stata la rappresentazione in grande della realtà sociale che viviamo ogni giorno attraverso le armi di cui si servono gli attori di questo conflitto: da un lato una moltitudine che fa della comunicazione il suo pane quotidiano (in quanto non conosce la distinzione tra l'agire in comune, rivolto alla comunicazione e alla comprensione reciproca, e l'agire strumentale, caratterizzato dall'azione rivolta ad un fine tipica della politica novecentesca) e che trova del tutto spontaneo informare in maniera orizzontale e partecipativa: praticamente il "grande fratello rovesciato", migliaia di "piccoli fratelli e sorelle" con telecamera, macchine fotografica, penna e taccuino, telefono cellulare. Dall'altro l'esercito della violenza e della mistificazione, che ha tentato di disarmare la forte carica immaginaria sovversiva del "popolo di Genova" attraverso l'enfatizzazione dei "neri" black bloc, che si illude di scovare nel Media Center la cupola della controinformazione (l'"organo di partito") e di sbarazzarsene in un colpo solo.
Solo adesso, dopo il dolore, la rabbia ed il senso di impotenza di fronte alla forza distruttiva iniziavamo a renderci conto di quanto questo processo fosse stato importante, di quanto fosse destinato a dare i suoi frutti nel medio-lungo periodo.
La definizione stessa di "comunicazione di massa" descrive una dinamica che esclude a priori una retroazione da parte dei fruitori. Un presupposto completamente ribaltato dalla "comunicazione a rete".

2. Emergenza globale
Il sistema dei mass-media costruisce dei "problemi". "I problemi sono necessari a determinare chi esercita la sovranità e chi dovrà subirla", questa la tesi di Murray Edelmann, che nel suo "Costruire lo spettacolo politico" (curiosamente stampato per i tipi della Nuova Eri, la casa editrice della RAI) usa le intuizioni di Foucault circa le istituzioni disciplinari per analizzare l'informazione politica come spettacolo. E infatti dalle pagine di "Sorvegliare e punire", in cui il pensatore francese analizza la pena come strumento "per segnare i limiti della tolleranza" e come "congegno per esercitare pressione su certe persone e dare autorità ad altre", ai meccanismi di creazione delle emergenze sociali tramite mass-media il passo è breve.
Le news ,scrive Edelmann, "costruiscono la realtà sociale alla quale le persone reagiscono, contemporaneamente concorrendo a costruire anche la soggettività di attori e spettatori, cosicché tutto il processo rafforza le strutture del potere stabilito e le gerarchie di valore".
Il modello di costruzione della "problema Talebani" ad opera dei mass-media occidentali assomiglia molto alle dinamiche di creazione dell'"emergenza molecolare" descritte dal Luther Blisset Project in "Nemici dello stato" (DeriveApprodi, 1999). E' un tipo di emergenza che dovremmo conoscere molto bene se, come scrive il Molteplice, "l'Italia è servita da laboratorio, come già negli anni venti (col fascismo) e nel dopoguerra (come turbolento teatrino e campo da gioco della guerra fredda). Gli esperimenti giuridici, mediatici e in generale biopolitici condotti negli ultimi venticinque anni si sono rivelati utilissimi durante il processo di integrazione pan-europea delle dinamiche di repressione e controllo sociale." E ancora: "spostare le emergenze dal molare (l'impatto di masse, la battaglia campale, lo scontro sul proscenio della vita pubblica) al molecolare (la micro-conflittualità del quotidiano, le differenze, la controllabilità del singolo attraverso flussi di dati) serve a disciplinare la comunicazione, cioè il lavoro immateriale."
Le suggestioni che ci arrivano da "Nemici dello Stato" sono utili a comprendere il passaggio ulteriore, che amplifica le due forme precedenti dell'emergenza e ci catapulta nell'emergenza globale. Se gia l'emergenza molecolare usava come armi la comunicazione di massa e la "creazione di problemi ad hoc" (ed ecco l'allarme pedofilia in internet per limitare le libertà in rete quando il 91% delle violenze ai bambini avvengono in famiglie che la moralità comune vorrebbe "normali", la parruccata delle sette sataniche che pare una prova generale dell'operazione di demonizzazione delle moschee di questi giorni, l'invenzione dell'esplosione della microcriminalità ad opera "degli extracomunitari" mentre si inaugurava la vergogna dei centri di detenzione), l'attuale emergenza globale recupera, certamente rielaborandoli ad arte, anche alcuni aspetti dell'emergenza molare, insiti nella retorica dello "scontro tra civiltà".
In questo senso l'uso dell'informazione di guerra serve a nascondere contraddizioni politiche "classiche": Bush Junior può riaffermare un ruolo posticcio e puramente di facciata che lui stesso aveva implicitamente riconosciuto come tale prendendosi (primo nella storia degli Stati Uniti d'America) durante l'estate due mesi di vacanza nella sua tenuta texana; Silvio Berlusconi si sfrega le mani presentando al Parlamento il conto delle sue malefatte mentre l'opinione pubblica è occupata a cercare l'antrace nelle buste delle lettere; Rudolph Giuliani schizza all'80 % della popolarità in barba alle denunce di Amnesty International sulla brutalità della sua "tolleranza zero"; i frequenti disastri e il lievitamento dei prezzi al pubblico avevano indotto gli esperti a sconsigliare a Tony Blair di calcare la mano sulla privatizzazione delle ferrovie, ora se la spassa tra le truppe inglesi in Qatar mentre, insperatamente, gli inglesi mandano giù l'ennesimo passaggio ai privati di quote. E potremmo continuare all'infinito.
Dunque l'emergenza globale intensifica ed estende le altre due forme di emergenza. Ma, e qui la novità, serve a ristabilire la gerarchia mediatica, saltata negli ultimi periodi. Il "problema bin Laden" riesce, per il momento, a ristabilire l'autorità dei mass-media ufficiali sbugiardati e resi superflui a Genova. Nonostante una dichiarata imbecillità nel ripetere informazioni di quinta mano (Vespa dice che l'Ansa ha detto che la CNN ha detto che Al Jazeera ha detto Al Qaeda ha detto che bin Laden ha dichiarato) si sente di nuovo puzza di intontimento nell'aria.

3. Esautorare la comunicazione di massa
Semplificando con una metafora, è impossibile cliccare su Indymedia Kabul o chiedere informazioni al Jahlalabad Media Center. Sembra un'affermazione banale, ma non bisogna dimenticare che il dispiegarsi di una "moltitudine comunicante" che esautora il potere mediatico e i suoi meccanismi di costruzione della realtà incontra il limite della separatezza dell'evento della guerra.
Una separatezza geografica e logistica (l'Afghanistan) ma anche imposta (il "militare" come sfera chiusa per eccellenza).
"E' una situazione senza precedenti. Non ci saranno giornalisti per riferire sugli attacchi aerei o sulle azioni delle forze speciali", ha dichiarato Peter Arnett, giornalista-simbolo della prima guerra globale, quella del '91 contro l'Iraq ("La Repubblica", 21.10.01). Ancora più esplicito è stato l'inviato in Afghanistan del TG1 Amedeo Ricucci, intervistato da Altremappe: "Io sto partendo per Kandahar: se volessi essere sicuro di arrivarci dovrei fare un accordo con gli americani: se ti accordi e dici quello che vogliono loro, sicuramente ci arrivi a Kandahar[...]gli americani hanno deciso ormai da tempo che un'esperienza come quella del Vietnam non potrà mai più ripetersi. Gli americani non si porteranno mai più giornalisti dietro se non alle condizioni dettate da loro e solo in alcune situazioni.Non ci sarà più una foto come quella famosissima della bambina ferita e terrorizzata dal napalm in Vietnam, è impossibile."
La separatezza ci ricorda che la strada intrapresa naviga una tendenza in atto non generalizzabile a tutto l'impero e alle sue pieghe. Ma è anche una separatezza che sul lungo periodo può avere una durata solo artificialmente costruita, perchè "lo sviluppo delle reti di comunicazioni ha una relazione organica con il nuovo ordine mondiale- è, in altre parole, causa ed effetto, prodotto e produttore. La comunicazione non solo esprime ma anche organizza il movimento della globalizzazione" (T.Negri e M. Hardt, "Empire", Harvard Press 2000).
L'impotenza propugnata da certo situazionismo ("tutto viene riassorbito dallo Spettacolo") è definitivamente superata nel momento in cui la società dello spettacolo è messa in crisi dalle dinamiche che scaturiscono dalle forze produttive, dalla potenza del lavoro immateriale, dall'intelletto generale.

4. Immaterial workers of the media
Un percorso che evidenzi l'obsolescenza ed il distaccamento dalla società dei media "ufficiali", dunque. Che può tuttavia prescindere da un'ipotesi di lavoro che ne affronti anche le contraddizioni .
Le indicazioni di cui disponiamo, infatti, sembrano disegnare in maniera frammentaria ma molto significativa uno scenario in cui una moltitudine di operatori dell'informazione "ufficiale" inizia a svegliarsi e a manifestare disagio, costretta dentro un meccanismo perverso che ne mortifica le capacità e condiziona fortemente, nel metodo e nel merito, la possibilità che la "libertà di stampa" sia esercitata realmente.
Gli strumenti principali di questo controllo sono molto più sottili ed inafferrabili della "censura" vera e propria, che, comunque, continua a funzionare. Il controllo si presenta come aspetto puramente "tecnico": gli spazi e la collocazione di un articolo\servzio televisivo, il ruolo preponderante delle agenzie di stampa (totalmente asservite), la precarizzazione delle condizioni di lavoro (che rendono improvvisamente ricattabile persino quella che un tempo era considerata una casta di intoccabile).
Tutto ciò significa che non possiamo considerare "l'informazione ufficiale" come un moloch inespugnabile, ma che è nostro dovere, ancora una volta, insinuare dubbi, fare esplodere contraddizioni, fornire approdi e progettualità a tutte le coscienze libere che stanno dall'altra parte della barricata e si sentono sole e disarmate di fronte al potere mediatico e ai suoi automatismi.
Tutto ciò deve avvenire scompaginando le regole date, spiazzando i nostri nemici.
Si tratta sempre di riuscire a praticare la "fuga intraprendente" dallo squallore dell'Impero.
Dobbiamo rivolgerci agli uomini e alle donne che stanno dentro le redazioni non come se fossero "illuminati giornalisti democratici" che devono avere più spazio, ma come lavoratori immateriali dell'informazione, che vedono la loro opera mortificata da un comando aziendale arbitrario ed inutile (serve "solo" a creare appiattimento e consenso, non ha motivo di essere dal punto di vista dell'organizzazione della redazione), che vivono la frustrazione di chi viene pagato a cottimo sui pezzi che scrive e di chi deve assolutamente scrivere qualcosa di "vendibile".
Il disagio è più diffuso di quanto pensiamo. Bisogna trovare il modo di stabilire una connessione con questi lavoratori, mettere insieme la loro professionalità e la ricchezza dei nostri percorsi, rendere ibride le identità e portare il virus della disobbedienza dentro le redazioni, sabotare dall'interno i meccanismi dell'"ingegneria del consenso".

Il collettivo redazionale di Altremappe.org

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