L'OLEODOTTO IN ECUADOR E LA MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE

Intervista a G.De Marzo arrestato in Ecuador il 12 novembre e rispedito in Italia

Il contratto dell'Agip con alcune comunità indigene in Ecuador, luglio 2001

Banca Mondiale boccia l'oleodotto

Campagna contro il coinvolgimento della BNL

Lettera aperta ai correntisti della BNL

La campagna contro il finanziamento dell'OCP

Al via una campagna contro l'Agip in Ecuador

Oleodotto e politiche ambientali della Banca Mondiale

Aggiornamenti campagna contro l'OCP


 

 

 

 

 

 

Sono più di dieci anni che si parla della costruzione di un oleodotto in Ecuador, destinato al trasporto del greggio pesante per tutta la larghezza del paese, ma fino ad ora la mobilitazione di gruppi ecologisti locali e le proteste delle comunità indigene avevano scongiurato questa precaria e pericolosissima speculazione…..
La grave crisi economica ecuadoriana e le mire sempre più pressanti delle compagnie petrolifere multinazionali, però, hanno reso possibile l'avviamento della costruzione dell'oleodotto, nonostante questo non rispetti neppure i regolamenti previsti dalla Banca Mondiale (regolamenti già di per se piuttosto permissivi nei riguardi dei grandi capitali multinazionali, come è noto), in termini di tutela ambientale. Infatti, l'oleodotto, lungo il suo percorso di più di 500 chilometri trasporterà al giorno circa 450.000 barili di petrolio grezzo tra il terminale situato nell'Amazzonia Ecuadoriana orientale e il Terminale di Esmeraldas sulla costa dell'Ecuador occidentale. In questi 500 km l'oleodotto andrebbe a devastare numerosissime aree protette (infrangendo, in questo modo, anche le leggi ecuadoriane in materia di tutela del patrimonio ambientale e di inalienabilità dei territori indigeni), aree strategiche per la ricchezza di biodiversità al loro interno ed
identificate da organizzazioni ambientaliste internazionali come prioritarie a livello mondiale per la conservazione. Questo è il caso, per esempio, dei fiumi e torrenti dell'Alta Amazzonia,del Paramo nord Andino,delle foreste umide di Napo, delle foreste montane nord Andine e di quelle umide di Choco-Darien ,zone indicate dal WWF come da preservare in via prioritaria. Entrerà anche in zone ancestrali abitate da popolazioni indigene (le popolazioni Quichua, Huaorani, Shuar e Achuar che hanno fatto voto alle loro divinità di non permettere lo sfruttamento petrolifero dei loro territori) e sfiorerà vari insediamenti urbani. A questo proposito è da sottolineare che , la società civile ecuadoriana non è stata coinvolta né informata in alcuna fase del monitoraggio preliminare del territorio (peraltro superficiale e non in grado di identificare lo stato reale dell'ambiente).
Il consorzio coinvolto nel mega-progetto vede al suo interno molte delle più grandi compagnie petrolifere mondiali, fra cui, in primo luogo, l'italiana Agip, ma anche l'Alberta Energy Company Ltd, la Repsol-YPF , la Perez Companc , l' Occidental Petroleum e altre.
Tutte queste imprese già estraggono greggio in Ecuador ed hanno la capacità di commercializzarlo: in poche parole sono in grado di controllare tutto il processo di sfruttamento petrolifero. Dati i costi elevatissimi dell'impresa e i rischi ingenti cui è esposta, tutta l'operazione non sarebbe stata possibile senza un sostanzioso apporto di capitali…..
Le compagnie petrolifere, infatti, non operano quasi mai rischiando fondi propri ma si rivolgono alle banche, spesso private, ma a volte anche multilaterali o statali.
In questo caso, e non c'è da vantarsene, l'intermediario del prestito è l'italiana BNL ( Banca Nazionale del Lavoro)che si occupa di piazzar sul mercato sul mercato il credito maturato dalle banche che finanziano il progetto tramite operazioni dette di "smobilizzo".Controversa, poi, appare la posizione della Banca Mondiale, che, pur non essendo tra i finanziatori diretti del progetto lo ha di fatto caldeggiato, indicando all'interno del piano di ristrutturazione dell'economia ecuadoriana,la riforma dell'attività estrattiva come elemento propulsivo. La posizione economica della Banca Mondiale in Ecuador appare inoltre in contraddizione con il fatto che la stessa banca finanzia un progetto di conservazione naturale, il Corridoio Chocò-Andino, che contiene 5 delle 18 zone a più alta biodiversità al mondo, proprio nelle aree che verranno attraversate dall'OCP.
Finora, comunque, le maggiori proteste a livello internazionale si sono rivolte contro la WestLandes Bank, sin dal momento dell'elargizione del prestito al consorzio petrolifero. A livello locale la resistenza cresce esponenzialmente, soprattutto nell'ambito delle comunità indigene che rischiano di vedersi espropriate della terra, ma anche fra gli studenti e la popolazione civile in genere. Molti di loro, per esempio, nella zona di Mindo, si sono legati agli alberi lungo la strada in costruzione che minaccia di arrivare fino alla riserva indigena.
In Italia, la campagna agisce su vari fronti, uno dei quali mira ad accertare le reali responsabilità della BNL, tentando di diffondere informazioni su una realtà latinoamericana per lo più ignorata dai media.


CAMPAGNA CONTRO IL COINVOLGIMENTO DELLA BNL NEL PROGETTO DI OLEODUCTO DE CRUDOS PESADOS IN ECUADOR

Che cosa è l'OCP
Da più di dieci anni in Ecuador si parla della costruzione dell'OCP (Oleoducto Crudos Pesados), un oleodotto per il trasporto di greggio pesante con volumi che vanno dai 390.000 ai 450.000 barili al giorno.
Per il governo dell'Ecuador l'importanza della costruzione dell'oleodotto è direttamente collegata alla scelta del dollaro come valuta nazionale (la cosiddetta dollarizzazione), una radicale trasformazione dell'economia che richiede l'investimento di capitale straniero, implicando la necessità di garantire un flusso maggiore di valuta pregiata nelle casse dello stato.
Gli accordi sono stati firmati al principio dello scorso giugno, nonostante la totale avversione al progetto da parte delle organizzazioni indigene (CONAIE), sociali e di gruppi ecologisti come Accion Ecologica (Amici della Terra-Ecuador) e da parte di varie organizzazioni della società civile ecuadoriana. I lavori hanno avuto inizio all'inizio di agosto. Il consorzio OCP ha dichiarato che in 25 mesi l'oleodotto sarà completamente funzionante.

Le compagnie coinvolte
La costruzione è stata affidata al Consorzio OCP ltd, formato da alcune delle più grandi multinazionali del petrolio: Alberta Energy Company Ltd (31.4%), Repsol-YPF (25.69%), Perez Companc (15%), Occidental Petroleum (12.26%), Agip (7.51%), Techint (4.12%) and Kerr-McGee Corp (4.02%).
Queste imprese trasporteranno il petrolio per 20 anni, ammortizzando l'investimento realizzato ed ottenendo notevoli benefici grazie alla concessione statale del diritto di trasporto. Al termine di tale periodo la proprietà dell'OCP, tornerà allo Stato.
L'Agip e le altre socie OCP, che si incaricheranno della costruzione ed il conseguente controllo dell'oleodotto, già estraggono greggio in Ecuador ed hanno la capacità di commercializzarlo: in poche parole sono in grado di controllare tutto il processo di sfruttamento petrolifero.

Gli impatti ambientali
L'oleodotto partirà da Lago Agrio nella provincia amazzonica di Sucumbios, attraverserà l'area andina (passando nelle vicinanze di Quito) raggiungendo Esmeraldas, sulla Costa del Pacifico, per un percorso complessivo di 500 km. Le tubature si snoderanno lungo aree naturali estremamente fragili ed in ecosistemi ricchissimi di biodiversità, entrerà in zone ancestrali abitate da popolazioni indigene (le popolazioni Quichua, Huaorani, Shuar e Achuar che hanno fatto voto alle loro divinità di non permettere lo sfruttamento petrolifero dei loro territori) e sfiorerà, esponendoli ad alti rischi, vari insediamenti urbani.
L'oleodotto danneggerà ben 11 aree protette, attraversando la riserva forestale di Mindo Nambillo, in cui sono presenti più di 450 specie di uccelli - 46 in pericolo d'estinzione - una zona che è stata definita dagli esperti come la più importante di tutto il Sud America dal punto di vista ornitologico.
Ma di fatto l'oleodotto attraverserà tutti gli ecosistemi del paese, comprese aree sorgive di torrenti e fiumi, foreste tropicali primarie, siti ad alta instabilità geologica a continuo rischio di frane ed erosione, zone sismiche e vulcaniche, terreni agricoli di ottima qualità, centri turistici, e sottoporrà a rischio di incendi e di sversamenti di greggio più di quaranta centri abitati.
L'elemento più grave e preoccupante dell'intera vicenda è che la costruzione di un nuovo oleodotto comporterà automaticamente l'ampliamento della frontiera petrolifera in zone protette. Nel momento in cui l'OCP sarà funzionante si punterà a riempire i due condotti disponibili in base alla loro capacità massima e quindi si duplicherà lo sfruttamento petrolifero in Ecuador incorporando nuovi blocchi di estrazione, raggiungendo un totale di 2,4 milioni di ettari di territorio sfruttati per fini estrattivi, aumentando di un ulteriore 20% le aree naturali investite dalle attività petrolifere in Ecuador (alcune di queste aree sono indicate come ad alto valore biologico dal WWF e dall'IUCN). Verranno incorporati nuovi blocchi di estrazione - attualmente non utilizzati per insufficiente capacità di trasporto- in tutto l'Oriente Amazzonico, soprattutto nei blocchi dove ha la licenza al consorzio OCP (Blocchi 10, 15, 7, 21, 31, 16 e CITY). Ad esempio la sola Occidental prevede perforare 32 nuovi pozzi nel blocco 15.


….e sociali
Questo aumento della produzione avrà sicuramente dei forti impatti negativi sulle popolazioni locali già danneggiate dalla presenza di precedenti raffinerie. L'OCP attraverserà infatti ameno 40 villaggi. Gli abitanti della provincia di Esmeraldas, parte terminale dell'oleodotto OCP, hanno già tra le più alte percentuali di cancro alla pelle, alle via respiratorie ed allo stomaco di tutto l'Ecuador, ciò a causa del forte inquinamento dell'aria, dell'acqua e del suolo. A fronte di questo problema non sono state previste procedure che usino una tecnologia diversa dal passato: a Lago Agrio per riscaldare il greggio e farlo viaggiare attraverso i tubi, si userà lo stesso greggio come combustibile il chè provocherà notevoli emissioni a causa dello zolfo e degli altri minerali in esso contenuti.
In sostanza i tubi dell'OCP si riempiranno attraverso lo sfruttamento di aree attualmente protette ed intatte, come il Parco Nazionale Yasunì -l'ultimo angolo vergine del Parco Nazionale più importante dell'Ecuador continentale che al tempo stesso è territorio del popolo indigeno Huaorani- ed i boschi amazzonici del Sud ecuadoriano -finora lasciato quasi intatto- nei territori indigeni Quichua, Shuar e Achuar.
Lo sfruttamento di queste zone è anche incostituzionale perché viola gli articoli della costituzione dell'Ecuador che prevedono l'inalienabilità di alcuni territori su cui l'oleodotto passerà, si tratta di aree protette da parchi nazionali e di zone intoccabili essendo territori ancestrali di popolazioni indigene. A fronte di questi diritti lo sfruttamento petrolifero è stato invece dichiarato come priorità nazionale e quindi come tale è sotto la Legge di Sicurezza Nazionale, ovvero al di sopra di tutte.

La posizione del governo ecuadoriano
Il governo ecuadoriano ha tassativamente escluso la possibilità di prevedere un percorso meno rischioso, come richiesto da numerose comunità locali, riunite nel Comitato per un percorso di minore impatto, e da entità scientifiche e ambientaliste nazionali. Per lo stesso motivo non è stato realizzato alcun processo di consultazione preventiva per conoscere la volontà delle comunità coinvolte né un serio studio sugli impatti sociali ed ambientali di questo mega-progetto. Le procedure della VIA che è stata compiuta dopo l'approvazione e in modo sommario e affettato si discostano molto dalle linee guida che la Banca Mondiale ha adottato per i propri finanziamenti e che dovrebbero costituire lo standard di riferimento per questo tipo di impresa.
Eppure l'Ecuador conosce bene i danni causati dal trasporto del petrolio via condotto, essendo già operante il SOTE, il Sistema di Oleodotto Transecuadoriano, costruito dalla Texaco più di trent'anni fa, che ha sofferto numerosi incidenti con sversamenti di petrolio ed è stato il bersaglio di numerosi incidenti (che hanno causato una dispersione di almeno 16,8 milioni di galloni di petrolio grezzo) ed attentati terroristici (cinque nel solo ultimo anno). L'incidente più recente è avvenuto a metà di giugno di quest'anno nel tratto di Papallacta (dove passerebbe anche il nuovo oleodotto OCP): intense piogge hanno causato frane ed allegamenti con un bollettino di 35 morti e numerosi feriti più un grave danno all'oleodotto SOTE che ha causato incendi e forti contaminazioni nell'area circostante. Come il SOTE il nuovo tragitto dell'oleodotto OCP passerà su terreni instabili e dove è presente un'elevata attività sismica.
La vicinanza con la Colombia - paese in cui negli ultimi dieci anni sono stati realizzati più di 760 attentati diretti ad oleodotti - aggiunge un ulteriore rischio al percorso del nuovo oleodotto. Con la partecipazione dell'Ecuador al Plan Colombia e l'aumento della violenza nel territorio ecuadoriano causato dalla regionalizzazione del conflitto, il nuovo oleodotto può rappresentare un obiettivo militare strategico.

Chi finanzia l'OCP e cosa c'entra la BNL? (link a "coinvolgimento della bnl nel progetto ocp in Ecuador")
Come in tutti i progetti petroliferi - ad alta intensità di capitali e con rischi enormi di perdite - anche questo progetto non avrebbe superato la fase di valutazione se il consorzio non avesse ricevuto i finanziamenti per operare. Le compagnie petrolifere, infatti, non operano quasi mai rischiando fondi propri ma si rivolgono alle banche, spesso private, ma a volte anche multilaterali o statali.
Dopo nove anni di discussioni sul progetto, nel giugno del 2001 la compagnia argentina Perez Compac, che possiede il 15% nel consorzio OCP, ha ottenuto una linea di credito di 200 milioni di dollari dalla Deutsche Bank e dalla Citibank come capofila di un pool di banche che includono la Bankboston, BEAL, BNP Parisbas e Baldex. Questo prestito è stato immediatamente seguito da uno più sostanzioso che ha permesso di garantire il possibile inizio dei lavori. Nel luglio 2001 la WestLandes bank. ha erogato un prestito di 900 milioni di dollari al consorzio per un periodo della durata di 17 anni. Al momento risulta che siano stati effettivamente erogati al consorzio dalla Banca solo 70 milioni di dollari.
"Managing Agent" del prestito, e cioè intermediario, è l'italiana Banca Nazionale del Lavoro (BNL) che si occupa di gestire una parte o tutta del credito contratta dalla banca tedesca e di piazzarlo sul mercato tramite operazioni dette di "smobilizzo".
Purtroppo, a causa della mancanza di una politica di trasparenza sul bilancio che arrivi ad indicare l'ammontare del credito OCP gestito direttamente, non sappiamo in che percentuale la BNL sia coinvolta realmente anche perché vi sono altri due intermediari: la ABB Credit e la Caja de Madrid.

Niente sviluppo, solo debiti
L'oleodotto rischia anche di non essere economicamente vantaggioso per l'Ecuador, un paese già notevolmente esposto in termini di debito estero, in particolare con il governo italiano e banche private italiane, a fronte di uno sviluppo locale praticamente inesistente. A testimonianza dell'elevata problematicità del progetto è che il suo costo attuale oggi supera il miliardo di dollari, mentre il costo dello stesso oleodotto nel 1999 era di 400 milioni di dollari. Per i complessi sistemi di garanzia e contro-garanzia che questi progetti prevedono e i meccanicismi della formazione del debito estero è probabile che l'aumento dei costi ricadrà quasi interamente sul governo dell'Ecuador.
Il debito estero dell'Ecuador ammontava, al dicembre 2000, a 13,458 milioni di dollari (pari al 96,7% del PIL - fonte Banco Central del Ecuador 2001) trasformando l'Ecuador nel paese più indebitato per abitante (1,064 $ per capita). Il 16,6% di questo debito era costituito dal debito estero privato, quello cioè contratto con banche private. In questa situazione la restituzione del debito pubblico (il servizio del debito) costituirà il 44% degli introiti futuri fiscali e in capitale straniero. Una situazione che si può considerare drammatica se si calcola che circa l'80% dei futuri introiti delle attività di estrazione nei prossimi 12 anni serviranno a ripagare il debito pubblico.

Il debito estero contratto dall'Ecuador con l'Italia è il più alto in assoluto tra i membri del club di Parigi e ammontava a 275,1 milioni di dollari nel 2000 (elaborazioni Microfinanza).
Il debito verso il settore privato italiano (banche) diminuisce drasticamente, come peraltro il debito complessivo dell'Ecuador verso le banche, passato in tre anni da oltre 3 miliardi di dollari a 1 miliardo 300 milioni di dollari. Nel solo 1999, l'anno della crisi finanziaria e sociale e del default sui Brady bonds, le banche internazionali hanno ottenuto rimborsi o tagliato i loro crediti di 1 miliardo di dollari, e di altri 315 milioni di dollari nel 2000.
La banca italiana più esposta verso l'Ecuador è la Banca Nazionale del Lavoro: 5,7 milioni di euro nel '98, crollati a 1,6 milioni di euro nel '99 ma risaliti nel 2000 a 14,6 milioni di euro.
Anche il debito obbligazionario - i Brady bonds appunto - è stato rinegoziato nel 2000. Gli oltre 6 miliardi di dollari di debiti sono stati trasformati in poco meno di 4 miliardi di "global bonds", meno pesanti in termini di servizio del debito nei primi cinque anni, ma di nuovo onerosi dal sesto anno in poi (Jubileo 2000 Ecuador).
Viceversa aumenta il debito verso il settore pubblico italiano, dove la Sace, l'Istituto per i Servizi Assicurativi del Commercio con l'Estero, prende in carico i crediti commerciali andati insoluti. Si tratta di una quota consistente, quasi il 50%, di tutti i debiti commerciali non bancari dell'Ecuador, che ammontano a 500 milioni di dollari alla fine del 2000.
Non è disponibile un dato aggiornato sui crediti d'aiuto, cioè l'esposizione della cooperazione italiana. Alla fine del '97 il dato era pari a circa 50 milioni di dollari. Il debito ufficiale bilaterale complessivo dell'Ecuador è sceso alla fine del 2000 sotto il miliardo di dollari.

A fronte di uno sviluppo locale che sarà quasi nullo. L'Ecuador è il quarto esportatore di petrolio di tutta l'America Latina e il sesto al mondo eppure la sua situazione non è delle migliori: la sottoccupazione raggiunge il 61% degli ecuadoriani e anche il nuovo oleodotto non sembra poter contribuire positivamente. In termini di capacità di creare nuova occupazione il consorzio e il governo parlano di 52.000 persone. Cifre che risultano assolutamente esagerate se si pensa che per la costruzione del SOTE ci vollero solo 400 persone di manodopera locale (i professionisti vengono dall'estero) e che in ogni caso per questo tipo di lavori il periodo di impiego varia da un minimo di 15 giorni ad un massimo di tre mesi.
Il governo ecuadoriano ha ricevuto 223 milioni di dollari dal consorzio OCP per coprire la costruzione (100 milioni), gli studi ambientali ($50 milioni) e le garanzie sulla costruzione ($73 milioni). A fronte di questi introiti il governo ha concesso esoneri fiscali elevati e ingiustificati alle compagnie petrolifere. Soltanto dopo 20 anni l'Ecuador si troverà a possedere un oleodotto oramai logorato dall'uso.

Ma l'oledotto è necessario?
Enormi sono state le polemiche che riguardano la necessità di costruire un nuovo oleodotto. Nel 2000 anche uno degli aspiranti costruttori, il consorzio Williams degli USA, si ritirò dalla gara quando Petroecuador annunciò di voler costruire ben due oleodotti nuovi. In generale non sembra esserci un volume sufficiente di greggio tale da riempire la capacità di due oleodotti affinché un flusso economico consistente e immediato potesse giustificarne la costruzione dell'OCP in questo momento. Secondo alcuni studi le compagnie possiedono ora solo una capacità di estrazione di 80,000 barili al giorno. Da dove prenderanno il rimanente per arrivare a la capacità extra dei 450,000 barili al giorno dell'OCP? Sembra quindi chiaro che l'OCP, per essere considerato economicamente fattibile, dovrà trasportare il petrolio estratto in nuove aree. Non è tuttavia stata eseguita finora nessuna valutazione d'impatto ambientale di carattere cumulativo né regionale. Inoltre, anche se si utilizzassero le riserve di petrolio (calcolate a 1,5 miloni di greggio leggero e 900 milioni di greggio pesante al giorno), in soli otto anni queste si esaurirebbero e l'oleodotto entrerebbe inevitabilmente in competizione con il SOTE, quasi interamente statale. Se questo venisse abbandonato l'Ecuador inizierebbe a pagare così alle compagnie straniere i diritti di trasporto anche per il petrolio leggero. Le alternative alla costruzione dell'OCP prevedono invece un sistema alternato che utilizzi solo il SOTE sia per il greggio leggero e di buona qualità estratto dal governo sia per quello pesante delle compagnie straniere.

Violazione degli standards della Banca Mondiale (link a "analisi della conformità del progetto ocp alle politiche e linee guida ambientali adottate dalla banca mondiale")
Nel giugno del 2001, dopo dieci anni di attesa, il ministero dell'energia e delle Miniere ha concesso il nullaosta ambientale al progetto. Il consorzio ha presentato al governo uno studio d'impatto ambientale che è stato svolto in soli due mesi.
Considerando la tipologia del progetto è indubbio che la Banca Mondiale, se avesse finanziato direttamente il progetto, lo avrebbe classificato come categoria A dal punto di vista ambientale, richiedendo cioé ai promotori di condurre un'analisi più rigorosa delle alternative o una valutazione di portata regionale che includesse misure di mitigazione e conservazione e che affrontasse gli impatti cumulativi sugli ecosistemi. Questo non è avvenuto e la VIA del progetto è stata criticata ampiamente da organizzazioni ambientaliste ed ecologiste locali ed internazionali. Inoltre, anche se Techint ha già iniziato i lavori di costruzione e a Esmeraldas sono arrivati 12.000 quintali di tubature, mancano ancora alcuni permessi di passaggio o costruzione, per esempio nelle città di Esmeraldas, Quito e Lago Agrio.
Il riferimento alle politiche di salvaguardia ambientale e sociale della Banca Mondiale è diventato un punto cruciale della campagna quando la WestLandes Bank ha dichiarato, per reagire alle pressioni da parte di organizzazioni ambientaliste tedesche e del parlamento stesso dello stato di Nord-Renania e Westfalia che possiede il 42% della banca tedesca, di "rendere gli standard ambientali della Banca Mondiale un prerequisito per qualunque coinvolgimento finanziario della WestLandes Bank".

COINVOLGIMENTO DELLA BNL NEL PROGETTO OCP IN ECUADOR

Che la Banca Nazionale del Lavoro partecipi direttamente al finanziamento del progetto OCP in Ecuador, non è una novità, dal momento che il suo coinvolgimento è stato esplicitamente ammesso durante la conferenza sulla sicurezza degli approvvigionamenti energetici. Il suo ruolo specifico è quello di "managing agent"del prestito da 900 milioni di dollari che la Westdeutsche Landesbank ha concesso al consorzio petrolifero incaricato di portare avanti il progetto dell'oleodotto.
Tutto il progetto si presenta estremamente costoso (oltre il miliardo di dollari), a causa della sua elevata problematicità e anche della vicinanza con la Colombia, paese in cui negli ultimi anni si sono susseguiti oltre 760 attentati alle condutture, dato che aumenta il margine di rischio dell'operazione.
Dato proprio questo importante ruolo della BNL, deputata a facilitare il collocamento dei titoli obbligazionari sul mercato, in grado di finanziare tutto il progetto, e considerato che, a quanto pare, l'erogazione del prestito non è ancora avvenuta, le organizzazioni ambientaliste a livello internazionale hanno presentato ripetute richieste affinché:
-sospenda l'attività di intermediatore finanziario, almeno fino a quando non si sia fatta chiarezza sul rispetto o meno, da parte del consorzio petrolifero,dei dettami costituzionali ecuadoriani in materia di tutela ambientale;
-faccia pressione sulla WestLB, perché sospenda qualsiasi erogazione al consorzio.
Fra i firmatari degli appelli, numerose associazioni italiane, fra cui Terra Nuova, il CRIC, legambiente ed altri, oltre, ovviamente, a Greenpeace, il Comitato Internazionalista Uwa e la Federazione Verdi Italiani.


LETTERA APERTA AI CORRENTISTI DELLA BANCA NAZIONALE DEL LAVORO

Caro Correntista BNL,

sai che la tua Banca finanzia la ricerca medica, i profughi afgani e un
oleodotto che sta distruggendo l'ambiente e le comunità indigene dell'Ecuador?

Avrai probabilmente ricevuto le informazioni sugli investimenti sociali
della BNL: Telethon, Alto commissariato Onu per i rifugiati. Quello che
la tua banca non ti ha detto è di esser coinvolta anche in progetti molto
meno nobili: ad esempio la costruzione di un oleodotto in Ecuador, da parte
di un consorzio di sette tra le maggiori multinazionali del petrolio (tra
cui l'italiana Agip), che sta minacciando gli equilibri ambientali e sociali
del paese. Le rivolte delle comunità locali e indigene sono state duramente
represse (due bambine sono state uccise), 17 ambientalisti arrestati e il
presidente Noboa ha dichiarato lo stato di emergenza in due regioni ,
autorizzando l'intervento dell'esercito.

Ma perché la popolazione locale si ribella, perché in tutto il mondo c'e'
una campagna comune contro l'oleodotto OCP ?

- Impatto ambientale. L'oleodotto attraverserà tutto il paese, da est a
ovest: 40 villaggi, 11 aree protette, zone di foresta amazzonica ricchissima
di biodiversità, zone sismiche e vulcaniche, aree soggette a frane, con
rischi altissimi di incendi e sversamenti di petrolio. Inoltre gran parte
del greggio trasportato verrà estratto dal parco nazionale Yasuni, territorio
degli indigeni Huaorani. La valutazione di impatto ambientale, fatta in
soli due mesi, è stata assolutamente inadeguata.
- Impatto sociale ed economico. Il progetto viola sia le linee guida della
Banca Mondiale in materia di Valutazione di impatto ambientale e diritti
delle comunità indigene, sia la stessa costituzione ecuadoriana, che prevede
la consultazione obbligatoria delle popolazioni coinvolte. L'esperienza
ha già dimostrato che l'oleodotto sta danneggiando gravemente l'economia
locale: inquina acqua e terreni, distrugge le risorse alimentari (piante,
selvaggina, pesce). Ai locali offre solo posti di lavoro temporanei e sottopagati.
E tutto questo per funzionare solo per vent'anni, con dubbi vantaggi per
lo sviluppo ecuadoriano: si calcola che il governo del paese
(a cui, tra l'altro, le compagnie petrolifere straniere non hanno quasi
mai pagato imposte) userà l'80% dei profitti per pagare il debito estero.
Tra i principali
creditori ci sono anche banche italiane, tra cui la BNL.
Le associazioni che conducono in Italia la campagna contro l'oleodotto OCP
si sono rivolte da mesi agli azionisti e ai massimi dirigenti della BNL
e in particolare al Presidente Dott. Abete per chiedere che la BNL rinunci
al suo ruolo di intermediazione finanziaria ed esca dal progetto. Sono state
ricevute solo risposte blandamente rassicuranti, che negavano l'evidenza.
In un comunicato il Dott. Abete - quando non ha più potuto fare a meno di
riconoscere l'esistenza
della nostra campagna, ha dichiarato: " Bnl dedica la massima attenzione
. anche alla valorizzazione e salvaguardia dell'ambiente. Quello in Ecuador
è un
investimento a cui Bnl ha partecipato . verificando nel momento in cui ha
investito che le documentazioni, anche di compatibilità ambientale, fossero
regolari "

Caro Correntista BNL,
Evidentemente non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Ma noi insistiamo,
perché quello che il Dott. Abete sostiene semplicemente non è vero e abbiamo
il conforto, in questa battaglia, dei lavoratori della BNL, i cui sindacati
si sono schierati al nostro fianco. Ora ti chiediamo di unire la tua voce
alla nostra, con una decisione che colpisca la banca nel luogo più sensibile:
la cassa!

ADERISCI ALLACAMPAGNA CONTRO L'OCP E CHIUDI IL TUO CONTO PRESSO LA BNL,
COMUNICANDOLE LE RAGIONI DELLA TUA SCELTA.

Il piccolo disagio che questo ti comporterà - ma ci sono tante altre banche
in Italia - sarà compensato dalla consapevolezza di aver fatto un gesto
concreto di solidarietà con le vittime di questo progetto. Se, come speriamo,
molti correntisti vorranno fare altrettanto siamo sicuri che la BNL, davanti
al danno di immagine e alla perdita di clienti, sarà costretta a riconsiderare
la propria posizione.


 

La campagna contro il finanziamento dell'OCP
Anche se la Banca Mondiale non è tra i finanziatori dell'OCP alcune organizzazioni internazionali hanno criticato il fatto che il prestito per l'Aggiustamento Strutturale approvato dalla Banca sia l'elemento propulsivo della riforma del settore estrattivo. E un risultato diretto della "dollarizzazione" dell'economia dell'Ecuador nella quale la Banca Mondiale ha svolto un ruolo primario approvando una Strategia di Assistenza Paese (CAS) che contiene riforme legislative per "permettere alle compagnie private di costruire una secondo oleodotto trans-andino". La posizione economica della Banca Mondiale in Ecuador appare inoltre in contraddizione con il fatto che la stessa banca finanzia un progetto di conservazione naturale, il Corridoio Chocò-Andino, che contiene 5 delle 18 zone a più alta biodiversità al mondo, proprio nelle aree che verranno attraversate dall'OCP.
Ma l'biettivo principale delle campagne di protesta è stata finora la WestLandes Bank. Dal momento dell'elargizione del prestito al consorzio manifestazioni di protesta si sono svolte di fronte alle ambasciate tedesche a Quito e alle sedi della WestLendes Bank in tutto il mondo. In Italia gli Amici della Terra hanno protestato a Milano nel settembre del 2001. Le reazioni della West LD sono finora state scarse anche se il ministro dell'Ambiente dello stato federale di Nord-Renania e Westfalia, Baerbel Hoen ha pubblicamente criticato il progetto chiedendo al CEO della banca tedesca, Juergen Sengera di effettuare un'analisi indipendente degli impatti ambientali, inclusa una valutazione delle opzioni alternative per il tragitto dell'oleodotto.

La resistenza locale
A livello locale la resistenza sta crescendo a causa dello scontento tra i gruppi indigeni che verrebbero spostati dal progetto o ne subirebbero gli impatti in termini di perdita della terra.
A livello locale la resistenza sta crescendo a causa dello scontento tra i gruppi indigeni che verrebbero spostati dal progetto o ne subirebbero gli impatti in termini di perdita della terra. Una notizia del 9 gennaio riporta che a Mindo, riserva protetta di foresta tropicale, i residenti, gli studenti e gli ambientalisti hanno allestito un campo provvisorio per evitare che l'oleodotto passi di lì. Hanno costruito piattaforme e si sono legati agli alberi per impedire che la strada che finora è arrivata ai limiti della riserva li raggiunga. Di fronte alle dimostrazioni, le prime di questo tipo in Sud America, il consorzio ha dichiarato che sospenderà i lavori in Mindo fino alla fine della stagione delle piogge in aprile. Gli attivisti sostengono che la reazione del consorzio sia mirata solo a placare le acque proprio nei giorni in cui il prestito della Wetslandes Bank è in discussione in Germania nel parlamento federale dello stato di Nord-Renania e Westfalia.
Yvonne Ramos di Accion Ecologica (Amici della Terra Ecuador), organizzazione ecologista di base a Quito che ha lanciato la campagna contro l'OCP, si è incontrata con la Westlandes Bank il 14 gennaio.


Come fermare un nuovo disastro ambientale? Le richieste alla BNL
Il 23 novembre 2001 trenta organizzazioni internazionali hanno scritto alla Westlandes Bank per chiederle di non finanziare il progetto fino a che il consorzio non intenda rispettare e implementare le politiche e direttive della Banca Mondiale, così come dichiarato dal Dr. Wilde della Westlandes Bank il 2 agosto 2001.
L'11 gennaio 2001, insieme ad altre organizzazioni non governative, ambientaliste e di sviluppo italiane e alla federazione dei verdi abbiamo scritto alla BNL italiana chiedendole di "sospendere immediatamente le attività di intermediazione sul finanziamento finché non abbia indipendentemente verificato che: 1. il consorzio rispetti le direttive della Banca Mondiale e i dettami della costituzione ecuadoriana sull'inalienabilità dei territori indigeni, la legislazione ambientale ecuadoriana ed tutti gli standard riconosciuti internazionalmente; 2. il consorzio ponga in essere procedure e misure di mitigazione sufficienti per correggere gli impatti presenti e quelli futuri dell'oleodotto". E' stato anche chiesto alla BNL di "fare pressione sulla Westlandes Bank affinché sospenda qualsiasi erogazione al consorzio fino a quando non abbia fatto le stesse verifiche indipendentemente da quelle del consorzio OCP, dimostratesi altamente inadeguate".
Siamo in attesa di un riscontro da parte della banca.

Federazione dei verdi - Comitato Internazionalista U'wa- Ass. Ya Basta - Carta - Legambiente -
Campagna per la riforma della Banca Mondiale- Amici della Terra - CRIC - Terra Nuova



STRALCI DALLA "ANALISI DELLA CONFORMITA' DEL PROGETTO OLEODUCTO CRUDOS PESADOS(OCP) ALLE POLITICHE E LINEE GUIDA AMBIENTALI ADOTTATE DALLA BANCA MONDIALE

(Scritta per Amazon Watch da Patricia Caffrey,il 20 novembre 2001)

1 PREMESSA

Lo scopo di questa analisi è verificare se la valutazione di impatto ambientale e le attività condotte fin'oggi per la realizzazione del progetto "Oleoducto de crudos pesados - OCP" siano compatibili con le linee guida e le politiche adottate dalla Banca Mondiale in materia di procedure di VIA e protezione degli habitat naturali. Infatti la principale istituzione che finanzia il progetto, la banca tedesca West Deutsche Landesbank (WestLB), ha richiesto che esso sia conforme alle linee guida della Banca Mondiale. I consulenti che hanno condotto la VIA per il progetto OCP hanno scritto nel loro rapporto di aver utilizzato gli standard della Banca Mondiale, e in particolare la guida del 1994 per Environmental Assessment consultation and Operational Policy on Environmental Assessment 4.01. (1)
Il progetto viene molto criticato a livello locale e internazionale perchè si ritiene che i pianificatori non abbiano prestato adeguata attenzione alla mitigazione del danno ambientale che il progetto stesso comporta e sono stati sollevati interrogativi sulla sua compatibilità con i principi ambientali fatti propri dalla Banca Mondiale. Le infrastrutture previste, infatti, avranno impatti molto rilevanti su importanti ecosistemi e falde acquifere e attraverseranno aree geologicamente instabili. La presente analisi è stata condotta per guidare i decisori del progetto ad adeguarsi agli standard della banca e a prevenire o a mitigare efficacemente gli impatti ambientali negativi. Si spera che questa analisi serva anche a convincere la WestLB e gli altri eventuali finanziatori a controllare attentamente che gli standard siano rispettati. (2).

(………………………..)
II OSSERVAZIONI

1. Carente valutazione dei valori conservazione nelle aeree naturali coinvolte.

La VIA ha condotto l'analisi della biodiversità degli habitat naturali coinvolti in modo carente, senza dotarsi di strumenti adeguati per valutare e mitigare gli impatti ambientali determinati dal progetto sulle aree coinvolte e i loro ecosistemi. L'analisi si è limitata per lo più alla compilazione di liste delle specie presenti nell'area del progetto in un periodo di tempo molto limitato. Essa non presenta adeguate informazioni sulla popolazione e le abitudini delle specie considerate. La fauna è stata studiata solo all'interno degli habitat abbastanza intatti nel raggio di 2 chilometri dall'oleodotto e per un periodo di tempo limitato a tre giorni per ogni sito d'osservazione, il che certamente non consente di acquisire le informazioni necessarie a condurre una diagnosi accurata sulla struttura della popolazione osservata e sulle sue abitudini. Gli studi sulla fauna e la flora sono insufficienti a far comprendere lo stato di conservazione della biodiversità e delle risorse naturali, il loro utilizzo, i pericoli che corrono e le funzioni dell'ecosistema (distribuzione, ricchezza, diversità degli habitat, frammentazione o connessione degli stessi, corridoi, capacità di carico e dinamiche della comunità lungo il percorso dell'oleodotto). Senza valutazioni molto più approfondite di quelle che sono state fatte e tali da corrispondere ai criteri della Banca Mondiale (10), non è possibile valutare le azioni da intraprendere per mitigare con efficacia, o compensare, la perdita di biodiversità. Secondo la definizione data dalla Banca Mondiale, il degrado di un habitat naturale è una modifica tale da ridurre in modo sostanziale la capacità dell'habitat stesso di conservare adeguatamente la propria popolazione di specie autoctone (11). La brevità dei tempi di osservazione e la ridotta estensione delle aree osservate nel corso della VIA non hanno fornito le informazioni necessarie a valutare le popolazioni di specie e la loro possibilità di conservazione, per cui non è possibile valutare secondo i criteri della Banca Mondiale il degrado degli habitat naturali. È molto probabile che alcuni habitat naturali nella sfera d'influenza del progetto non siano stati identificati, per cui non sono rientrati nel piano di gestione ambientale che dovrà essere adottato per mitigare o compensare gli impatti negativi. Di fatto solo tre aree naturali sono state identificate come sensibili e bisognose di misure di mitigazione. In realtà le stesse tre aree, se i criteri della Banca Mondiale fossero stati applicati con precisione, sarebbero state definite come "critiche", dal momento che si tratta di aree protette che ospitano specie minacciate, a rischio ed endemiche. La stessa VIA riconosce, nell'annesso IV, che per la sua complessità e portata il progetto sarebbe considerato dalla Banca Mondiale di categoria A.

Il progetto attraversa sette aree protette e le zone cuscinetto di altre quattro e, secondo i criteri dello IUCN, sarebbe classificato come appartenente alla categorie da I a VI. C'è da notare che, secondo la Banca Mondiale, tutte le aree protette con la classificazione IUCN da I a VI devono essere sottoposte ad una VIA di categoria A (12).

Un altro indicatore dell'importanza e della criticità degli habitat naturali interessati dal progetto è il fatto che molti di essi sono stati identificati da organizzazioni ambientaliste internazionali come prioritari a livello mondiale per la conservazione, a causa della loro ricca biodiversità, della loro vulnerabilità o di rischi al loro stato di conservazione. Il progetto attraversa cinque eco-regioni (fiumi e torrenti dell'Alta Amazzonia, il Paramo nord Andino, le foreste umide di Napo, le foreste montane nord Andine e le foreste umide di Choco-Darien ) tutte indicate dal WWF come da preservare in via prioritaria (13) (14). Secondo Bird Life International vi sono anche importanti habitat avifaunistici da preservare, come quello di Mindo e quello, caratterizzato da avifauna endemica, che traversa Choco, le Ande del centro-nord, il Paramo Centrale Andino, Tumbesian e le colline interandine verso la Colombia (15). Di fatto la Banca Mondiale sostiene con un proprio finanziamento GEF l'istituzione di un corridoio ecologico (il corridoio Choco-Andino). Nella documentazione relativa a questo corridoio ecologico la biodiversità e lo stato di conservazione degli habitat della zona - che sarà interessata dal progetto OCP - vengono descritti nel modo seguente: "per la sua biodiversità e per il rischio di deforestazione la regione si situa tra le prime cinque delle diciotto zone di biodiversità a rischio esistenti al mondo. L'area va considerata come l'area di endemismo avicolo a maggiore altitudine. Tuttavia, questa ricca biodiversità è in pericolo, dato che il tasso di deforestazione annuale è più alto del tasso medio nazionale del 2,3%, sì da far temere una distruzione terribile di biodiversità entro 40 anni" (16).

I conservazionisti sono concordi nel ritenere che ci siano pochi luoghi nel pianeta con un biodiversità comparabile a quella che sarà coinvolta dal progetto OCP, particolarmente a Choco e nelle Ande del nord. È indubbio che la Banca Mondiale avrebbe classificato il progetto come categoria A (17), richiedendo ai promotori di condurre un'analisi più rigorosa delle alternative o una valutazione di portata regionale e che includesse misure di mitigazione e conservazione che affrontassero gli impatti cumulativi agli ecosistemi.

2. Scarsa valutazione degli impatti a monte, a valle e cumulativi.

La VIA non valuta né propone misure efficaci per mitigare impatti cumulativi quali quelli di eventi non pianificati causati dal progetto (ad esempio colonizzazione e trasformazione o degrado degli habitat naturali - soprattutto in aree protette della regione amazzonica), oppure sversamenti di petrolio che possono essere causati da tubazioni, strade di accesso, ecc. Secondo la Politica Operativa 4.01 della Banca Mondiale, l'area di influenza di un progetto viene definita come un'area destinata a subire impatti anche nei suoi aspetti ancillari, nelle sue infrastrutture oppure a subire modifiche non pianificate (arrivo di coloni, abbattimento di alberi, aumento dell'esplorazione petrolifera, avvio di coltivazioni ai lati delle nuove strade aperte. Ecc.).

La VIA osserva che laddove il nuovo oleodotto seguirà il percorso dell'oleodotto SOTE ci sono già segni negativi di impatto ambientale cumulativo. I piani per mitigare i danni nel percorso separato, dove il nuovo oleodotto traverserà aree in buono stato di conservazione, possono rivelarsi inadeguati a limitare i danni causati dal nuovo percorso e dalle nuove vie d'accesso. Attualmente i piani previsti per le tre aree identificate come "sensibili" - che sono anche quelle per cui sono state previste le misure di maggior portata - prevedono vie d'accesso temporanee che dovrebbero essere parzialmente eliminate dopo la costruzione dell'oleodotto. Tuttavia, una volta terminati i lavori, un sentiero erboso di 4 metri di larghezza rimarrà lungo tutto il percorso e quindi non c'è garanzia che nel lungo termine l'accesso venga effettivamente impedito.

Il progetto OCP sarà in grado di trasportare tra i 390.000 e i 450.000 barili di petrolio al giorno, provenienti dalle foreste orientali dell'Ecuador. Attualmente la produzione di greggio è di 150.000 barili al giorno e le attività petrolifere interessano circa il 20% dell'Amazzonia ecuadoriana. Col progetto OCP la produzione aumenterà, facendo crescere del 20% la superficie coinvolta (18), con conseguente proporzionale aumento di tutte le infrastrutture, dei servizi ed anche della presenza umana. Il Consorzio OCP prevede che circa 600 chilometri di tubazioni, nuove stazioni di pompaggio e nuovi pozzi verranno realizzati per alimentare l'oleodotto. Destano particolare preoccupazione i progetti di nuove esplorazioni petrolifere, perchè andrebbero ad interessare quattro importanti aree protette dell'Ecuador, tra cui il Parco Nazionale di Yasuni e le riserve Cuyabeno, Limoncocha e Pañacocha. La VIA non ha considerato questi impatti aggiuntivi e neppure quelli a valle del progetto, dovuti all'aumento di riscaldamento, stoccaggio e trasporto del petrolio. Un'ulteriore prova del fatto che la Banca Mondiale avrebbe classificato questo progetto come categoria A la si può trovare in un suo rapporto relativo al Progetto di Assistenza Tecnica per la Gestione Ambientale in Ecuador. In esso si specifica che l'esplorazione, il trasporto e la raffinazione degli idrocarburi rappresenta una delle attività produttive a maggiore impatto ambientale. Si citano inoltre, tra le attività petrolifere che causeranno il maggior numero di problemi nel campo della pianificazione e gestione ambientale, proprio quelle che verranno attuate nell'Amazzonia ecuadoriana. Tra gli aspetti negativi si fa riferimento, oltre all'impatto specifico della ricerca ed estrazione del greggio, anche all'uso insostenibile delle risorse rinnovabili e alla mancanza di una pianificazione regionale attenta ai fattori ambientali e culturali. Si sottolinea inoltre la necessità di migliorare gli aspetti organizzativi della vita delle comunità locali (19). Come già detto, la Banca Mondiale richiede un'analisi regionale (20) o settoriale (21) come parte integrante della procedura di VIA, perchè tale analisi migliora la capacità dei decisori politici ed amministrativi di ridurre, mitigare o compensare gli impatti globali di progetti di così vasta portata.

(……………)

4. La carenza di analisi e l'aver tralasciato questioni chiave nella VIA, può aver determinato una sottostima della portata, della complessità e dell'impatto potenziale del progetto.
Le linee guida della Banca Mondiale raccomandano che prima di finalizzare i parametri della VIA venga eseguita una disamina accurata e approfondita (22). Questo al fine di identificare la portata e il tipo delle questioni che avranno rilevanza per la valutazione ambientale. Non è chiaro, dalla VIA che è stata eseguita, se questo lavoro preventivo sia stato fatto. La Banca Mondiale analizza i progetti in modo da classificarli all'appropriato livello (dalla categoria A alla D), sulla base del tipo di progetto, della sua localizzazione, della portata e della sensitività, il che a sua volta permette di definire il tipo di valutazione che sarà necessario. L'aver svolto quest'attività preventiva, coinvolgendo esperti, funzionari governativi, comunità locali interessate ed associazioni, avrebbe consentito alla VIA di affrontare in modo adeguato i problemi ambientali più significativi. Invece, poiché il progetto è stato completamente sottostimato per mancanza di analisi preventive, le comunità locali e le ONG non sono state consultate e non state eseguite valutazioni dei rischi potenziali alla biodiversità e degli impatti cumulativi o associati.

5. Le misure di mitigazione e conservazione non sono adeguate a controbilanciare potenziali impatti negativi sulla biodiversità. Non si è pensato a prevenire le conseguenze negative del progetto sugli habitat naturali a rischio.

La Politica Operativa della Banca Mondiale n. 4.01 preferisce la prevenzione degli impatti ambientali negativi alla loro mitigazione e compensazione, in particolare laddove importanti habitat naturali possano essere danneggiati. L'analisi dei percorsi alternativi si prefiggeva di minimizzare le conseguenza sulle "aree sensibili", eliminando vari segmenti di percorso che avrebbero attraversato aree protette. Tuttavia il tracciato prescelto avrà un impatto diretto su importanti aree protette e il piano di gestione ambientale non presenta misure per prevenire o compensare danni alla biodiversità. La mancanza di prevenzione per la perdita di biodiversità è particolarmente grave per la variante nord, dove i pianificatori hanno deciso di far attraversare dall'oleodotto importanti habitat naturali.
Le misure di mitigazione ambientale del progetto OCP, come definite dal Piano di Gestione Ambientale (PGA) della VIA, appaiono insufficienti a mitigare l'alterazione o il degrado di habitat naturali lungo il percorso previsto. Sono anche stati trascurati gli impatti di lungo termine relativi ad un aumento di produzione petrolifera in aree protette dell'Amazzonia. Il PGA non offre un quadro completo dello stato di conservazione e del patrimonio naturale all'interno dell'aree interessate ed è quindi difficile prevedere gli impatti del progetto e definire misure efficaci di mitigazione. I piani di mitigazione proposti dal PGA - in particolare per le tre "aree naturali sensibili" - potranno risultare efficaci soltanto nel breve termine. Tra le azioni previste c'è un impegno a ridurre la piattaforma, a controllare l'erosione e a limitare l'accesso durante i lavori di costruzione, minimizzando anche l'uso di macchinari pesanti. Le azioni di mitigazione a lungo termine includono rimboschimento, monitoraggio della flora e della fauna lungo l'oleodotto ed un impegno a raccogliere esemplari di specie rare ad uso scientifico. Per quanto riguarda l'accesso di persone, l'unica misura prevista è quella di segnalare le intrusioni.

Benché la VIA non abbia fornito un quadro completo della biodiversità degli ecosistemi interessati dal progetto, è noto che essa è molto rilevante e già a rischio. Le linee guida della Banca Mondiale indicano l'intenzione di mitigare o compensare la perdita o il degrado della biodiversità tramite il sostegno ad iniziative di conservazione sia nelle aree in oggetto sia in altre zone intatte, quale misura di compensazione. Il dottor George Ledec (23), esperto di biodiversità della Banca Mondiale, ha spiegato, nel corso dell'incontro annuale dell'Associazione Internazionale della VIA (2000) che "il punto fondamentale sulla politica degli habitat naturali è che i progetti non devono danneggiare gli habitat naturali più importanti e devono evitare o minimizzare il danno agli altri. Se una certa misura di danno è giustificata e inevitabile essa dovrà essere adeguatamente mitigata nello stesso progetto altre aree protette a compensazione". Attualmente il PGA non presenta azioni di mitigazione tali da compensare una perdita di biodiversità.


6. Carente consultazione della società civile e mancanza di meccanismi nel PGA per la partecipazione dei cittadini alla realizzazione, al monitoraggio e alla valutazione del progetto.

Le procedure di VIA della Banca Mondiale prevedono adeguate consultazioni con le comunità locali e con le ONG coinvolte nel progetto (24) ed anche la legislazione ecuadoriana le prevede. I progetti di categoria A richiedono consultazioni precedenti alla finalizzazione dei termini di riferimento della VIA, prima della sua esecuzione. Sintesi del progetto dovrebbero essere disponibili in luoghi pubblici per l'informazione dei cittadini in tempo utile. Inoltre, secondo gli standard della Banca, il processo di consultazione deve includere analisi approfondite e dibattiti sia sugli impatti potenziali sia sul modo di mitigarli (25). L'autrice del presente rapporto ha contattato diversi gruppi sociali interessati dal progetto ed ha chiesto loro se ritenevano adeguato il processo di consultazione. Tutti hanno risposto in modo negativo (26), aggiungendo che non vi era stata consultazione alcuna nella fase di preparazione della VIA. Una bozza della VIA, che è un documento lungo e farraginoso, era stata messa a disposizione, ma solo 15 giorni prima della scadenza dei termini concessi per commentare, sì che per molte persone non era stato possibile studiarlo e comprenderlo. Infine, il PGA non prevede meccanismi per incoraggiare la partecipazione dei cittadini alla pianificazione, attuazione, monitoraggio e valutazione del progetto.

7. Mancanza di analisi delle capacità istituzionali per la gestione ambientale e sociale e carente pianificazione per lo sviluppo ed il miglioramento di tali capacità.

La Banca Mondiale raccomanda che ogni VIA, particolarmente per i progetti di categoria A, includa un'analisi della capacità delle istituzioni locali nel campo della pianificazione e gestione ambientale. Se tali capacità sono carenti, il PGA deve identificare iniziative e prevedere finanziamenti per assicurare che il piano di azione ambientale venga realizzato come previsto e con efficacia. Quest'analisi delle capacità istituzionali non è stata eseguita nella valutazione di impatto ambientale e non vi si fa riferimento nel PGA.


"No all'oleodotto": Al via una campagna contro l'Agip in Ecuador
ENZO MANGINI - PORTO ALEGRE
Il manifesto 3.02.02

Nasce ufficialmente in una stanzetta al settimo piano dell'edificio principale dell'Università cattolica del Rio Grande do Sul, a Porto Alegre, la campagna italiana per chiedere che l'Eni-Agip esca dal progetto del nuovo oleodotto ecuadoriano (Ocp). Nasce nel seminario che il comitato internazionale di appoggio agli U'wa e il Cric hanno organizzato invitando Blanca Chancoso, responsabile delle relazioni esterne della Confederazione delle nazioni indigene dell'Ecuador (Conaie), José Pereira, sciamano degli Huinckas colombiani, e Lucia Gallardo, di Acción ecológica, un'associazione ambientalista ecuadoriana che da anni lotta contro le compagnie petrolifere multinazionali.
Blanca e José arrivano dalla conferenza della mattina sui diritti dei popoli indigeni. Un elenco lunghissimo di violazioni e di battaglie, dalla Colombia fino ai mapuche del Cile, ma anche esempi di organizzazione politica capaci di contaminare anche la società bianca: tanto per fare un esempio, la Conaie in Ecuador è la più importante organizzazione di base nel paese. Le proteste e le denunce della mattina, contro i governi messicano, colombiano, cileno, sono le stesse del pomeriggio, nella saletta 711, solo che l'obiettivo è inconsueto, almeno per la maggior parte dei partecipanti.
"Siamo abituati a pensare sempre alle multinazionali degli altri - dice Giuseppe di Marzo, del comitato di appoggio agli U'wa - ma gli italiani non sono brava gente e le multinazionali italiane si comportano anche peggio di molte altre".
Non è un discorso teorico. Lucia Gallardo srotola una mappa dettagliata del percorso del nuovo oleodotto per il greggio pesante. "Si chiama Ocp, Oleducto de crudos pesados, lo costruisce un consorzio di sette imprese petrolifere, tra cui l'Eni-Agip, che opera in Ecuador da molti anni. Inoltre una banca italiana, la Banca nazionale del lavoro, fa da mediatrice nel finanziamento del progetto".
Una dopo l'altra, mostrandole sulla carta, dalla prima stazione di pompaggio a Lago Agrio, nella foresta amazzonica, Lucia illustra tutte le faglie tettoniche (cinquantaquattro in tutto) che l'oleodotto dovrà attraversare; nomina tutti i vulcani attivi (sei) che dovrà costeggiare e i parchi naturali (cinque) che dovrà violare per portare alcune centinaia di migliaia di barili di greggio al giorno al porto di Esmeraldas, sulla costa del Pacifico. Ed elenca le proteste che, da Lago Agrio a Esmeraldas, cercano di bloccare la costruzione del mostro.
"Ci hanno già privato delle risorse della nostra terra per cinquecento anni - conclude Blanca Chancoso - e adesso con il nuovo oleodotto lo sfruttamento petrolifero dell'Amazzonia crescerà, con un impatto devastante per la terra, l'acqua, la vita". "L'Ocp è il caso più evidente di come l'Eni-Agip violi i diritti delle comunità locali che vivono nei territori ricchi di petrolio - spiega Isa Giunta del Cric - Per questo chiediamo che l'Eni esca dal consorzio Ocp, come ha fatto un'altra impresa statunitense, e annunciamo la nascita di un osservatorio sull'attività di questa multinazionale, non solo in Ecuador, ma anche in Nigeria e in Basilicata".
Dell'osservatorio fanno parte, oltre alle organizzazioni che hanno organizzato il seminario di ieri, anche il settimanale Carta, gli Amici della Terra, la Campagna per la riforma della Banca mondiale, Legambiente, il Centro nuovo modello di sviluppo e Sos Lucania, che sta preparando una manifestazione per fine febbraio in Val d'Agri, Basilicata, dove sono attivi ormai da anni i più grandi pozzi petroliferi d'Italia, di proprietà proprio dell'Eni. Niente male per una stanzetta al settimo piano.


Aggiornamenti

19.06.02 alle ore 9.30, una delegazione della carovana contro l'OCP
è riuscita ad entrare nel palazzo che ospita la sede dell'ENI a Quito. Fra
le quindici persone si trovavano anche Grazia Francescato e Luana Zanella,
deputate dei Verdi.Nessuno di loro, tuttavia, è riuscito a salire fino al
decimo piano dello stabilimento, dove si trovano gli uffici della multinazionale,
a causa dell'intervento del servizio d'ordine che opera all'interno dell'edificio.
Numerosi gli striscioni esibiti durante l'iniziativa, che ha visto la partecipazione
delle molte organizzazioni che da anni si battono contro la costruzione
dell?OCP, fra cui la CONAIE, ACCION ECOLOGICA e ACCION POR LA VIDA:

DOCUMENTO DELLA CAROVANA

Negli ultimi mesi la situazione nella Regione Andina appare ulteriormente peggiorata in termini sociali, economici e culturali. La stessa situazione pare interessare quattro quinti del pianeta. Aumentano i drammi di quotidiani superstiti da massacri di massa, da "desplazamientos" forzati, da guerre imposte per accaparrarsi della terra fertile. Il dramma di quelle tragedie dimenticate che fanno ancora più male per il fatto di essere state scordate, cancellate. Il dramma della brutalità dei numeri che riducono gli uomini e le donne a statistiche di Paesi le cui frontiere sono stati trasformate in confini in cui non trova spazio nemmeno il ricordo.
Questo lo scenario che si consuma lentamente da decenni in quei luoghi "condannati" dalla loro stessa ricchezza, le cui comunità sono costrette a vivere nel terrore e nella costante minaccia di repressione violenta.
Ma è proprio in questi luoghi che l'umanità resiste, combatte e trasforma il suo grido di dolore in un inno alla vita e alla speranza.
E' proprio dalle comunità locali e dalle organizzazioni indigene, sociali, sindacali, popolari, contadine e studentesche, che parte la risposta della società latinoamericana ed è questa risposta che noi, donne e uomini della Carovana, vogliamo fare nostra.
Per questo abbiamo deciso di visitare la Colombia e l'Ecuador, praticando l'unica forma di globalizzazione per noi comprensibile: quella della speranza e della solidarietà.
Alla competitività esasperata della società neoliberista noi rispondiamo con la cooperazione e la solidarietà.
Alla esclusione sociale praticata dal modello economico e sociale noi rispondiamo con la costruzione di modelli sociali includenti che rendano possibile e dignitosa anche la più difficile delle esistenza.
Alla politica delle elite che riproduce il suo stesso ceto noi rispondiamo con la democrazia partecipata che restituisce ai cittadini la possibilità di decidere del proprio futuro.
Alla guerra globale permanete scatenata in maniera funzionale al sistema noi rispondiamo con il dialogo, la pace ed il rifiuto della guerra.
Alle fumigazioni, alle devastazioni del campo ed all'appropriazione della biodiversità noi rispondiamo proteggendo i campi ed il lavoro contadino e indigeno, rifiutando qualsiasi svendita dei frutti della Terra.
Ai megaprogetti che invadono e distruggono in nome del progresso noi rispondiamo combattendo per la difesa della Madre Terra e di tutti i suoi figli.
Ai governi corrotti e violenti succubi delle politiche del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e dell'Organizzazione Mondiale del Commercio noi rispondiamo schierandoci al fianco di tutti quei movimenti ed organizzazioni che difendono la loro cultura, il loro territorio, la loro vita, il futuro del pianeta.
Alle grandi multinazionali che speculano, sfruttano e rendono deserto ogni panorama noi rispondiamo chiedendogli di rispettare i diritti, le leggi, le regole ed il buon senso e di cambiare il loro atteggiamento prima che sia troppo tardi per i loro stessi figli.
Alla globalizzazione economica che sta portando l'umanità in un luogo senza luce noi rispondiamo con la globalizzazione dal basso, con la diplomazia popolare, con la richiesta di planetarizzazione dei diritti.

Nell'epoca della comunicazione di massa, i media sono concentrati nelle mani di poche imprese che rispondono alle logiche degli interessi dominanti e che non hanno nessuna convenienza nel divulgare la verità e le gravi ingiustizie prodotte, anzi. Proiettano immagini completamente fuorvianti e non rispondenti allo stato delle cose, al fine di vendere un "prodotto" che possa essere acquistato dal cittadino, relegato al ruolo di consumatore finale. Oggi in occidente attraverso la comunicazione di massa le multinazionali danno di loro una immagine opposta a quelli che sono le loro reali pratiche e comportamenti nei troppi luoghi del sud del mondo dove "operano".
Queste pratiche quasi sempre corrispondono a: violazioni delle garanzie dei lavoratori, delle garanzie sociali ed ambientali, svuotamento della sovranità nazionale, militarizzazione dei territori, innalzamento della violenza, distruzione delle culture e delle economie indigene e contadine, impoverimento del paese, diminuzione dei salari ed aumento della corruzione.
Questi sono solo alcuni degli effetti prodotti da quello che possiamo definire il "Modello Multinazionale" e che per sua stessa forma e pratica è inconciliabile con la giustizia sociale, la libertà e la difesa della natura. Senza questi fondamentali prerequisiti non può esserci pace e questo sistema economico ed industriale è, oggi, il più acerrimo nemico della pace, proprio perché se tutelasse quei prerequisiti perderebbe il suo predominio, la sua posizione egemone e la sua capacità di continuare a speculare.
Svelare il vero volto delle multinazionali nascosto dietro l'immagine costruita negli uffici marketing e proiettata dalla comunicazione di massa è uno degli obiettivi della carovana internazionale per i diritti delle comunità e contro i megaprogetti petroliferi.
Portare a conoscenza dell'opinione pubblica internazionale e denunciare le distruzioni, le violazioni dei diritti umani e l'ingerenza nella sovranità di interi paesi compiute dai megaprogetti realizzati dalle multinazionali petrolifere, sono alla base delle motivazioni che ci spingono nelle Ande sudamericane per visitare i luoghi dei conflitti.
Portare la nostra solidarietà alle comunità minacciate nella loro stessa sopravvivenza dai megaprogetti e dalla violenza che questi progetti comportano, è invece il motore centrale del nostro agire politico. È la vera scintilla che accende quella sopita, ma non spenta umanità che è in grado di costruire reti e sviluppare quella diplomazia popolare capace di rispondere all'egoismo ed all'individualismo dei nostri tempi.


Compito della Carovana sarà riuscire, attraverso le organizzazioni e le realtà che la compongono, a riportare in Italia ed in Europa una riflessione sul ruolo del petrolio nelle guerre, nella gestione dei nuovi conflitti, sulla nuova frontiera dello sfruttamento ambientale, sulle migrazione ambientali e sui cambiamenti climatici provocati dal suo utilizzo. Contribuire al dibattito ed alla riflessione sulla possibilità di uno sviluppo sostenibile ed alternativo alla "Società del petrolio", totalmente irrazionale.
La carovana pone al centro del suo agire politico la lotta e le denunce nei confronti delle imprese italiane coinvolte in progetti di devastazione e sfruttamento, impegnandosi a continuare le campagne in corso per chiedere a queste imprese di uscire da megaprogetti distruttivi e di rispettare gli standard internazionali in materia di diritti umani, diritti dell'ambiente e dei lavoratori.
La carovana nasce proprio come esigenza e strumento ulteriore di pressione della Campagna contro l'OCP (oleoducto de crudo pesado), lanciata durante il 2° Forum Sociale Mondiale a Porto Alegre, e come frutto delle esperienze maturate dal movimento italiano.




Alla luce di quanto appreso e conosciuto negli ultimi anni di attività e di relazioni con le organizzazioni latinoamericane, esprimiamo grande preoccupazione per il tentativo di "Balcanizzazione" della regione Andina. La violenza, la distruzione dell'ambiente, la crisi economica, sociale e umanitaria, la guerra imposta attraverso il Piano Andino Regionale, la paura seminata fra i cittadini e le repressioni attuate con la motivazione del terrorismo, sono le prerogative di quella che è stata definita come "la fase due di libertà duratura" nella campagna lanciata dal governo di Washington per combattere a livello mondiale qualsiasi persona o organizzazione non condivida l'attuale stato delle cose, descrivendo e accusando di terrorismo persino pacifisti o alcune organizzazioni ecologiste.
La sofferenza, la repressione e la paura imposta dal sistema neoliberista pare essere quello che in questo momento più accomuna le realtà europee e latinoamericane.
Cercare di legare in maniera interdipendente le molte lotte, proposte e alternative sperimentate in molti luoghi del pianeta, è fondamentale per comprendere come alle origini dei molti conflitti vi sia la stessa logica perversa dello sfruttamento illimitato.
Questa Carovana si offre come un piccolo strumento nelle mani delle comunità locali e indigene e delle organizzazioni sociali, contadine, sindacali, popolari e studentesche, per denunciare le violazioni compiute nei loro confronti e per cercare di rompere l'assordante silenzio dei media e della comunità internazionale sulle vicende latinoamericane.
Ritornare ad essere "abitanti" e non consumatori, significa interessarsi di questioni solo in apparenza lontane, che in realtà riguardano il nostro futuro, quello del Pianeta e dei nostri stessi figli.


Carovana Internazionale Colombia Ecuador
Per i Diritti delle comunità locali e contro i megaprogetti petroliferi
5 giugno 2002

LANCIO DELLA CAROVANA INTERNAZIONALE IN COLOMBIA ED ECUADOR

5-20 Giugno, per i diritti delle comunità locali, contro i mega progetti petroliferi

CAROVANA: Dal 5 al 20 Giugno organizzeremo una commissione internazionale contro i megaprogetti petroliferi e per i diritti delle comunità locali. Passeremo per due paesi dell'America Latina :Colombia ed Ecuador.

COMPOSIZIONE DELLA CAROVANA:
25 PERSONE: La commissione di 25 persone è composta da parlamentari, giornalisti della carta stampata,rappresentanti delle associazioni e del movimento che fanno parte della campagna contro l'OCP.

OBIETTIVI
DENUNCIARE le violazioni che vengono compiute attraverso i megaprogetti
DENUNCIARE l'impatto che questi hanno sulle popolazioni locali,su tutto l'ecosistema e sull'economia dei paesi che sono costretti a subirlo
DOCUMENTARE direttamente queste violazioni e la distruzione.
FARE uscire l'ENI dal progetto dell'OCP
BLOCCARE l'intermediazione finanziaria della BNL
TESTIMONIARE il nostro appoggio e la nostra solidarietà a tutte quelle realtà che lottano per impedire 'ennesima violazione e l'ennesimo attentato contro l'ecosistema

LA ROTTA DELLA CAROVANA
COLOMBIAUWA: In Colombia visiteremo direttamente la foresta pluviale del popolo U'Wa. Svolgeremo assemblee con tutte le comunità all'interno della selva,approfondiremo l'aspetto culturale della grande resistenza non violenta che il popolo U'Wa sta compiendo nei confronti dell'Oxy,una delle più grandi multinazionali petrolifere del mondo. Visiteremo l'oleodotto del dipartimento per verificare i numerosi danni che sta compiendo. Incontreremo i movimenti sociali, sindacali, e le ONG colombiane impegnate contro i megaprogetti. Verificheremo l'impatto del Plan Colombia sulle comunità locali. A Bogotà visiteremo le comunità di desplazados che vengono cacciati con la forza dai loro territori, per lo sfruttamento delle risorse.
ECUADOR OCP. Visiteremo i luoghi dove passerà l'oleodotto OCP
(….)
Incontreremo le comunità di base che subiranno gli effetti disastrosi della sua eventuale costruzione.
Incontreremo la CONAIE, la più grande e potente organizzazione indigena al mondo.
Ci incontreremo a Quito con i soggetti impegnati nella contestazione all'ALCA, il trattato di libero commercio delle americhe.

Informazioni. carovana@osservatorioeni.net


21.05.02 MOBILITAZIONI IN TUTTA ITALIA DAVANTI ALLE SEDI DELLA BNL
Domani, in decine di città italiane verrà chiesto di fronte alle sedi della Banca Nazionale del Lavoro il ritiro del finanziamento al progetto dell'oleodotto OCP. In Ecuador,intanto,la situazione ha conosciuto nuovi sviluppi, dal momento che il ministro per l'ambiente ha permesso la distruzione del bosco di Mindo, che si trova proprio lungo il percorso dell'oleodotto.Si moltiplicano le mobilitazioni a livello internazionale, che vedono anche la partecipazione dell'Italia, dove,il 30 maggio, a Roma, si svolgerà una manifestazione nazionale in occasione dell'assemblea dei soci Eni. Inoltre, dal 5 al 20 giugno, si prevede l'organizzazione di una commissione internazionale in Ecuador e in Colombia,per sostenere i diritti delle popolazioni locali e contrastare le grandi speculazioni petrolifere nella zona.

Roma, 29 aprile 2002 - Comunicato stampa

MOZIONE ECOLOGISTA ALL'ASSEMBLEA BNL

ALL'ASSEMBLEA DEGLI AZIONISTI DELLA BNL
UN CARTELLO DI ASSOCIAZIONI PORTERÀ UNA MOZIONE
PER L'USCITA DELLA BANCA DALLA REALIZZAZIONE
DI UN OLEODOTTO IN AMAZZONIA

DOMANI SIT-IN DAVANTI LA SEDE DELLA BNL
A ROMA IN P.ZZA ALBANIA, 35

"La Bnl deve chiamarsi fuori dall'irresponsabile impresa del nuovo oleodotto amazzonico. Un'impresa che danneggia un ambiente ancora incontaminato, che scavalca le popolazioni locali e contraddice la costituzione ecuadoriana, le indicazioni della Banca mondiale e quelle dell'Onu."
In occasione dell'assemblea degli azionisti Bnl di domani, un cartello di associazioni raccolte nella Campagna contro l'OCP (Oleoducto de Crudos Pesados) - Legambiente, Campagna per la riforma della Banca Mondiale, CRIC-Centro Regionale d'Intervento per la Cooperazione, Terra Nuova, Amici della Terra, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Federazione Verdi Italiani, Comitato Internazionalista U'wa, Carta, DeA - Associazione Donne e Ambiente, Greenpeace e ATTAC - chiederà che la Banca Nazionale del Lavoro esca dalla partecipazione alla realizzazione di un nuovo megaoleodotto che taglierà in due l'Ecuador.
"Nel Settembre 2001 - così l'appello delle associazioni - hanno avuto inizio in Ecuador i lavori per la costruzione dell'OCP (Oleoducto de Crudos Pesados) ad opera di un consorzio costituito dalle maggiori multinazionali del petrolio: Agip, Alberta, Occidental, YPF, Perez Companc y Techint. Il progetto è finanziato da alcune banche private tra cui la BNL. L'oleodotto, lungo più di 500 chilometri, amplierà sensibilmente le zone investite dall'estrazione petrolifera, coinvolgendo aree di foresta primaria amazzonica finora intatte e mettendo a rischio la vita delle popolazioni locali. Il progetto - al finanziamento del quale la Banca Nazionale del Lavoro partecipa come intermediaria di un prestito di 900 milioni di dollari concesso al Consorzio Ocp nel luglio 2001 da una banca tedesca - viola in maniera grave le direttive della Banca Mondiale sulle valutazioni degli impatti ambientali, gli habitat naturali e la consultazione delle popolazioni locali. Viola inoltre i principi sanciti dall'Onu nel Global Compact (accordo di programma fra le Nazioni unite e le principali multinazionali), i diritti dei lavoratori riconosciuti dall'Organizzazione internazionale del lavoro e la costituzione ecuadoriana."
"Nonostante l'opposizione della società civile ecuadoriana e di numerosi gruppi ecologisti, i lavori procedono velocemente. Lo stato d'emergenza dichiarato dal governo e la militarizzazione delle province amazzoniche di Sucumbios y Orellana - da dove partirà l'oleodotto - hanno generato scontri e tensioni provocando la morte di 4 persone, di cui due bambini (Febbraio 2002)."
"L'OCP è dunque l'ennesimo esempio dell'applicazione di un modello di sviluppo non sostenibile, fondato sugli interessi economici di pochi, cieco di fronte ai diritti delle comunità locali oltreché agli equilibri dell' ecosistema. Chiediamo quindi alla Banca nazionale del Lavoro di sospendere immediatamente le attività di intermediazione sul finanziamento e all'Eni/Agip di uscire dal consorzio."
Durante lo svolgimento dell'Assemblea degli azionisti, a partire dalle ore 9,30, i rappresentanti delle associazioni coinvolte nella Campagna contro l'Ocp presidieranno con un sit-in la sede della Bnl in P.zza Albania, 35.


Ecuador: gravi violazioni dei diritti dei lavoratori nelle piantagioni di
banane.
Negazione del diritto di riunione e sfruttamento di lavoro minorile sono gli
abusi piu' frequenti, dei quali Chiquita e Del Monte sono co-responsabili.

Fonte: Human Rights Watch
Traduzione a cura di Fabio Quattrocchi mailto:FABIOCCHI@inwind.it
http://www.ecquologia.it

25 Aprile 2002 - Secondo un rapporto di Human Rights Watch (HRW), i
lavoratori ecuadoregni delle piantagioni di banane sono vittime di gravi
violazioni di diritti umani.

Nella sua indagine, HWR ha scoperto che bambini ecuadoregni di 8 anni, o
poco piu', lavorano nelle piantagioni di banane in condizioni pericolose,
mentre i lavoratori adulti temono il licenziamento se cercano di esercitare
il loro diritto di organizzarsi in sindacati. L'Ecuador e' il maggiore
esportatore di banane del mondo e fornisce ai mercati nord americani ed
europei circa un quarto di tutte le banane da essi importate.

Le multinazionali che esportano le banane come le ecuadoregne Noboa e
Favorica, cosi' come le statunitensi Chiquita, Del Monte e Dole non usano
la loro influenza finanziaria per costringere i loro fornitori a rispettare
i diritti
dei lavoratori. La Dole acquista circa un terzo di tutte le banane
ecuadoregne.

L'uso di lavoro minorile e' diffuso nel settore della produzione di banane
in Ecuador. Dei 45 lavoratori di minore eta' intervistati da HRW, 41 hanno
affermato di aver cominciato a lavorare all'eta' di 8-13 anni. I loro giorno
lavorativo medio dura 12 ore, e meno del 40% dei bambini continua a
frequentare la scuola non appena compiuti i 14 anni.

Nel corso del loro lavoro, essi vengono esposti a pesticidi tossici, usano
coltelli affilati, trasportano pesanti carichi di banane, bevono acqua non
potabile, e alcuni vengono violentati sessualmente. Il 90% dei bambini ha
detto che essi continuano a lavorare mentre gli aeroplani spruzzano
funghicidi tossici dall'alto. Per il loro lavoro, i bambini guadagnano in
media 3.50 dollari al giorno, circa il 60% del minimo salariale legale per i
lavoratori delle piantagioni di banane.

Chiquita, Del Monte, Dole, Favorita, e Noboa sono state tutte rifornite da
piantagioni nelle quali lavoravano minori, e il 70% di essi ha detto di aver
lavorato in piantagioni che riforniscono quasi esclusivamente la Dole.
Quando HRW ha chiesto alla Dole la conferma o la smentita dei suoi rapporti
commerciali con quei fornitori, la multinazionale si e' rifiutata di
rispondere sostenendo che era "un'informazione commerciale riservata". Il
sito web della Dole dice: "Dole non aquista prodotti da fornitori che
sfruttano i minori".

Le compagnie che esportano le banane potrebbero sostenere di non essere
responsabili degli abusi. Ma esse hanno il potere finanziario sufficiente a
chiedere il rispetto dei diritti dei lavoratori.
Semplicemente non lo fanno.

I lavoratori adulti hanno paura di esercitare il loro diritto di riunirsi in
sindacati per ottenere migliori condizioni di lavoro. Solo l'1% dei
lavoratori delle piantagioni di banane sono iscritti a sindacato, una
percentuale molto inferiore a qualsiasi altro paese esportatore di banane
dell'America centrale.
La legge ecuadoregna non protegge efficacemente il diritto di associazione,
e i datori di lavoro approfittano della legislazione debole per impedire ai
lavoratori di organizzarsi.

I lavoratori illegalmente licenziati per la loro attivita' sindacale non
hanno diritto al reintegro. Invece i datori di lavoro, se scoperti
responsabili, pagano solo una multa di 400 dollari. Inoltre i datori di
lavoro aggirano le leggi assumento lavoratori a tempo determinato che hanno
meno diritti dei lavoratori a tempo indeterminato. Questi lavoratori a tempo
determinato non possono organizzarsi per protestare. Essi o soffrono in
silenzio o rischiano di essere licenziati.

Human Rights Watch chiede alle multinazionali il rispetto dei diritti dei
lavoratori, e al governo il rafforzamento delle leggi sul lavoro.
L'organizzazione chiede anche di garantire ai minori il diritto
all'istruzione assicurando, come richiede la legge, che tutti i bambini con
meno di 15 anni abbiano accesso all'istruzione gratuita. HRW chiede infine
di inserire un emendamento nella legislazione ecuadoregna per garantire ai
lavoratori il diritto di associazione vietando qualsiasi discriminazione
basata sulle scelte sindacali, garantendo il diritto al reintegro dei
lavoratori licenziati per le attivita' sindacali e rafforzando le leggi
riguardanti l'uso di lavoratori a tempo determinato.

Secondo HRW, le denuncie del rapporto sottolineano la necessita' di
includere in qualsiasi accordo commerciale futuro con l'Ecuador (come la
FTAA) le protezioni per i diritti dei lavoratori.


 

Fondazione internazionale Lelio Basso

Campagna contro l'OCP

Promuovono l'incontro-dibattito su:

"Gli interessi e le attività dell'ENI nel progetto dell'oleodotto in Ecuador (OCP)"L'impatto sulle popolazioni locali, sull'ecosistema e sull'economia ecuadoriana.

Martedì 23 aprile 2002
Ore 17
Sala delle conferenze Fondazione Basso
Via Dogana Vecchia 5 Roma

Relatori:
Gianni Tognoni, Fondazione internazionale Lelio Basso
Giuseppe De Marzo, Campagna contro l'OCP
Gianni Minà, direttore della rivista "Latinoamerica"
Guglielmo Ragozzino, "Il Manifesto"
Interverranno:
Stefano Boco, Presidente dei Verdi al Senato
Betty Leone, segreteria nazionale CGIL
Enzo Mangini e Luigi Sullo, "Carta"
Federico Mariani, Ya Basta
Sen. Francesco Martone, Commissione diritti umani
Giovanna Ricoveri, direttrice di "Capitalismo, Socialismo e Natura"

Per informazioni:
Fondazione internazionale Lelio Basso, via Dogana Vecchia 5 Roma tel.0668801468-066833389-fax 066877774
E-mail: filb@iol.it - biblio.filb@libero.it www.grisnet.it/filb
Campagna contro l'OCP - Giuseppe De Marzo cell.3389564034 E-mail: giuseppedemarzo@libero.it
(foto tratta dal sito: www.amazonwatch.org)


Banca mondiale boccia l'oleodotto

il manifesto 15.9.2002
MARINA FORTI
Secondo uno dei massimi esperti della Banca Mondiale, l'oleodotto Ocp in costruzione in Ecuador viola gli standard ambientali e sociali della stessa Banca Mondiale. La notizia è significativa sia perché la voce è autorevole, sia perché rispettare le regole della Banca mondiale era una delle condizioni vincolanti per il prestito (900 milioni di dollari) concesso dalla banca tedesca WestLandesbank e altre (tra cui la Bnl italiana) al consorzio multinazionale che sta costruendo l'oleodotto (di cui fa parte l'italiana Eni). Il rapporto diffuso venerdì è stato redatto da Robert Goodland, ecologo tropicale e autore delle valutazioni di impatto ambientale di molti grandi progetti della Banca Mondiale negli ultimi 25 anni. E' lui che ha enunciato quelle che poi sono diventate la «politiche di salvaguardia ambientale e sociale» della Banca mondiale - norme su impatto ambientale, difesa degli habitat naturali, popolazioni locali, proprietà culturale. E poi sul reinsediamento forzato di popolazioni sloggiate da dighe, oleodotti o altre infrastrutture. Insomma: è lui che organizzazioni non governative internazionali hanno invitato a recarsi in Ecuador, tra le roventi polemiche e proteste che circondano la costruzione dell'Oleodotto de Crudos Pesados (Ocp, oleodotto per il greggio pesante). Goodland ci è andato, e ha rilevato la «sostanziale non conformità con tutte le quattro politiche della Banca mondiale applicabili» al caso specifico - su valutazione d'impatto ambientale, habitat naturali, reisediamento volontario e i popoli indigeni.

L'oleodotto Ocp avrà un percorso di 500 chilometri, per collegare le zone petrolifere dell'Amazzonia alla costa del Pacifico. Attraverserà ben 11 aree protette (tra cui, per ironia, quella del Choco Andino protetta con i finanziamenti Gef-Banca mondiale). Trasporterà tra 390mila e 450mila barili di greggio pesante al giorno - i suoi sostenitori sostengono che era indispensabile al pieno sviluppo dell'export petrolifero della regione amazzonica.

Goodland fa notare in particolare che le linee-guida della Banca mondiale sono state concepite come criterio che deve informare la pianificazione dei progetti, e non le misure correttive a posteriori. E invece sembra che il Consorzio Ocp ne tenga conto solo per «mitigare» gli effetti negativi. Secondo Goodland, la valutazione d'impatto ambientale (Via) svolta da Entrix per conto del Consorzio è per l'appunto piena di giustificazioni a posteriori per decisioni già prese - come quella di far passare il tracciato nella riserva protetta di Mindo Nabillo (che secondo le definizioni della Banca monbdiale rientra nella categoria di «ambiente naturale critico») e altre 7 zone protette di «alta biodiversità». Tra gli «impatti ambientali» del progetto, la Via commissionata dai costruttori aveva ignorato quello che a Goodland sembra un impatto significativo: l'oleodotto porterà a raddoppiare le aree dell'Amazzonia ecuadoriana aperte allo sfruttamento petrolifero. «Faciliterà l'apertura di altri 2,4 milioni di ettari di foresta amazzonica alla produzione di petrolio, terreni che saranno concessi alle aziende private nei blocchi 22, 25, 26, 29, 30, 32, 36», scrive l'esperto della Banca Mondiale - e aggiunge che la consultazione delle comunità locali andava avviata prima, non dopo l'approvazione della Via.

Ancora: Goodland ha raccolto notizie e testimonianze dirette di intimidazioni e uso della forza verso gruppi di abitanti lungo il tracciato dell'oleodotto, pressioni da parte dell'esercito semiprivato assoldato dal Consorzio per «convincerli» ad abbandonare le richieste di risarcimenti e favorire gli espropri. Già nel maggio 2002 un rapporto del Parlamento dell'Ecuador riferiva di maltrattamenti e abusi della polizia nei confronti delle comunità locali. La Campagna per la Riforma della Banca mondiale, da cui apprendiamo del rapporto Goodland, ne conclude che «è giunto per l'Eni e la Bnl il momento di fare una scelta: continuare a sostenere le violazioni degli accordi o rotorarsi, ammettendo il disastro Ocp».