NEGRI: VI SPIEGO L'IMPERO
Parla il teorico dell'Autonomia operaia celebrato negli Usa da «Time»
(da l'Unità)
Il
suo nuovo «Empire» ha avuto molto successo negli Usa: è un
libro marxista sulla fine dello stato-nazione e sul mercato imperiale
Scomparse le divisioni di classe, il nuovo polo antagonista e diffuso è
rappresentato dalle moltitudini
Che ci va a fare un riformista a casa di Toni Negri? Uno che negli anni settanta ha combattuto quelli che come lui volevano l'insurrezione? Rimuginiamo la domanda mentre accostiamo il portoncino di Via della Gensola a Roma, la viuzza seminascosta dove il professore del Dominio e il sabotaggio vive. In una bella casa trasteverina tra i tetti. Ci vive agli arresti. Per scontare un residuo di pena fino al 2003, alternando studi e lavoro in una agenzia trova-lavoro per carcerati. Beh, intanto c'è la «notizia». Negri con il suo Empire - che uscirà il 23 gennaio per Rizzoli - è stato inserito da Time americana in una lista dei sette libri più importanti del momento. E poi il «cattivo maestro» torna in scena, e infatti lo abbiamo visto sere fa al Forte Prenestino in un centro sociale, circondato con rispettosa attenzione da un pezzo emblematico del popolo giovanile, antagonista e no-global. Parlava di Impero e di Esodo, del capitalismo imperiale e diffuso, in occasione della presentazione di una rivista - Posse - dove ha scritto un saggio sulle «vie di mezzo»: figure operaie di confine tra lavoro autonomo e dipendente.
Basta, saltiamo imbarazzo e convenevoli, e veniamo al punto, visto che siamo a casa sua. Professor Negri, Lei descrive gli Usa come la Babele dell'Impero. Non sarà, quello suo e di Michael Hardt, un libro filoamericano, e ben per questo da quelle parti è piaciuto? Scoppia a ridere e risponde: «Mi diverte il successo di Empire proprio lì. Ma ha contato il passaparola nei campus universitari. E il giro di studiosi new-left. Poi è venuta Time. E' un libro marxista, che parla della fine dello stato-nazione, di mercato imperiale e moltitudini che attraversano la sovranità statuale e la sconvolgono. Gli Usa sono l'epicentro dell'Impero, una post-nazione contraddittoria, più complessa e avanzata della vecchia Europa fatta di stati territoriali. Quegli stessi stati che hanno prodotto massacri di ogni tipo, da Verdun ad Auschwitz». Ma l'Europa è oggi il modello più avanzato, dal lavoro alla sicurezza sociale... «Sì, anch'io sono europeista in tal senso, e nemmeno gli Usa hanno scherzato, con negri e pellerossa. Ma la Costituzione Usa è un paradigma simbolico forte, segnato dalle lotte di classe, aperto. Si intravedono in quello spazio le grandi trasformazioni del presente. E io chiamo impero la figura possibile del mercato mondiale attuale». Vediamolo questo strano Impero non territoriale, ma con base americana: «E' il luogo/non luogo del capitalismo mondiale a epicentro Usa, che dopo l'11 settembre tenta di riorganizzarsi, sopra ogni altra agenzia internazionale. Dentro ci sono le élite assimilate locali, meticce e transnazionali. Poi, quel che resta degli stati nazionali, con le moltitudini subalterne. E dentro c'è una lotta per il predominio. C'è il tentativo americano di imprimere un sigillo, dopo il crollo dell'Urss e l'avvio del ciclo post-fordista. I centri sono tre. Washington, il comando politico-militare. New -York, la finanza. Los Angeles, l'immaginario estetico ... ». Egemonia diffusiva, senza interno ed esterno, impero ubiquo, che preme con le sue lobbies post-nazionali sugli organismi multilaterali della politica mondiale. Un affresco, quello di Negri, che è una metafora ipermoderna dell'Impero romano. Come l'Impero di Polibio pervaso da Principato, aristocrazie e plebi, ovvero moltitudini che premono dentro e fuori dai confini. E «moltitudini», precisa Negri, è «un concetto di classe, una nuova versione delle classi ... ». Sarebbe a dire che le «classi operaie» sono minoritarie, almeno nelle sue espressioni classiche e fordiste. Ma si dilatano a maggioranza, nelle forme del lavoro immateriale, autonomo e inevitabilmente subalterno. Lavoro che per Negri non è meno sfruttato di una volta. E che oggi mette «intelligenza» nella valorizzazione del Capitale, sorta di proteo dove ciò che conta è la riproduzione della vita, più che la produzione classica di beni: genetica, immagine, tecnologie informatiche, formazione. «Il sistema - spiega Negri - è cambiato, perché lo sfruttamento è cambiato. Sono state le lotte operaie del ciclo fordista, ad averlo costretto a mutare e a reinventarsi. Il lavoro semplice ormai non è diverso da quello complesso, è diventato intelligenza, come Marx aveva previsto esattamente». Insomma, il precariato e la disseminazione sono, nel Negri «foucaultiano» di questi anni, occasioni dì antagonismo e di rivolta che allignano nella microfisica del dominio. Tra fabbrica e non fabbrica. Tra tempo dì lavoro e no. Solo che la classe stavolta è sciolta in moltitudine. E la moltitudine è punteggiata di singolarità individuali ribelli. Di nuovo perciò, dentro e contro li Capitale e le sue forme, come ai giorni operaisti. Ma in versione rizomatica, perché rizomatico e sfuggente è diventato il Capitale stesso, messo alle corde dai vecchi operai massa.
In più oggi c'è l'Impero, che è la proiezione geopolitica e senza territorio del Moloch post-fordista. E la diagnosi di Negri è in fondo questa. Così come la vecchia classe operaia plasmò con le sue lotte l'avversario, facendogli cambiar pelle, allo stesso modo le moltitudini che premono - nel globo e ai margini - possono incalzare il Capitale imperiale post-moderno. Estorcendoglì la ricchezza generata dalle stesse forme di vita intelligenti, e associate, che lo nutrono. D'accordo. Ma per andare dove? Con quale progettualità, se ha ancora un senso questa idea?
Per capirlo, torniamo un po' indietro. Agli anni in cui Negri e l'Autonomia
Operaia ipotizzavano l'insurrezione. Contro il modello programmatorio del
Pci, volto al controllo politico dell'accurnulazione capitalista, da piegare
socialmente a sinistra spostando voti e consensi. Bene, Professore, Lei invece
dove voleva condurci? «Il Pci - ribatte - avrebbe dovuto impedire il passaggio
all'automazione capitalista. Non pretendere di guidarlo: lasciarla fare a loro.
Doveva organizzare la riappropriazione della ricchezza. E anche adesso: occorre
riprendere la questione, e costruire l'esodo, la fuoriuscita dai rapporti di
dominio». Ci scusi, ma proprio non riusciamo a capire, ieri come oggi.
Quale via d'uscita, quale passaggio e verso dove? «L'errore è stato
voler conservare il vecchio stato nazionale, cogestire il vecchio capitale,
Negli anni settanta il movimento operaio ha svolto una funzione reazionaria,
a difesa della fabbrica fordista. La sinistra può rinascere in Europa
e altrove, solo se assume fino in fondo la pervasività del nuovo capitalismo.
E dunque: salario di cittadinanza, beni comuni né pubblici né
privati, liberazione del tempo della vita ... ». Tutto chiaro: il comunismo
come «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». E
mette alla frusta macchine e scienza, divenute biopolitica. Va ancora a
braccetto con lo «spettro» professore? «Non io, lo spettro
si aggira per l'Impero».