WU MING 4 PRESENTA "L'IMPERO INVISIBILE"

(Intervento alla presentazione del libro il 20/12/2003 presso la Sala degli Archi di Piazza Cavour, Rimini, nell'ambito della Rassegna "La piazza del libro, la cultura in Piazza")

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Questo libro, che ho letteralmente trangugiato, mi ha decisamente inquietato - forse perché l'ho letto come si legge un thriller - e, devo dire, mi ha entusiasmato. In questa sede, cercherò di affrontare soltanto quegli aspetti che mi hanno suggestionato maggiormente ma, prima di iniziare a parlare de "L'Impero invisibile", mi sento di fare un paragone, forse inevitabile, con un altro libro - che si intitola "Impero" - scritto da due studiosi di filosofia politica, Antonio Negri e Michael Hardt, libro che ha avuto un successo internazionale, divenendo un bestseller tradotto non so in quante lingue, e di cui si è discusso moltissimo, proprio perché esso introduceva il concetto di "impero". La sua tesi di fondo, ovviamente qui molto semplificata, riposa sulla convinzione che lo sviluppo della storia presente ci stia portando a un dislocamento della sovranità - dalle nazioni verso una dimensione globale -, all'interno della quale sono altri i meccanismi che divengono sovrani: non più i parlamenti o i governi, bensì le grandi multinazionali, le grandi organizzazioni politiche ed economiche transnazionali. Questo processo di omologazione porterebbe a una macro istituzione, a un sistema imperiale, tesi che secondo me - e non solo secondo me - mostra oggi un po' la corda, soprattutto dopo l'11 settembre e tutto ciò che ne è conseguito. Il problema è che "Impero" è stato scritto nel mezzo degli anni novanta e, dal mio punto di vista, ha una pecca, nel senso che fotografa una fase e individua una tendenza, quella della globalizzazione, che invece, leggendo l'"L'impero invisibile", ci si rende conto essere stata soprattutto una parentesi, che ha avuto ovviamente un peso considerevole ma che va reinserita oggi in un contesto molto più complesso. Questo è uno dei motivi per cui ho preferito l'"Impero invisibile", ma devo precisare che sono un romanziere e in quanto tale mi interessano le storie molto più della teoria politica e, oltre a ciò, la teoria politica contenuta in "Impero" di Negri e Hardt non mi ha convinto del tutto - anche se non ho problemi a confessare di aver provato un certo fascino per quel libro -, né mi hanno convinto le correzioni di tiro che i due autori hanno fatto dopo l'11 settembre. Sostanzialmente essi hanno sostenuto che l'impero che si stava delineando soprattutto come "impero americano" non era che la conseguenza dell'affermazione dell'elemento monarchico dentro l'impero globale, un elemento oligarchico che si autolegittima attraverso il potere militare concentratosi nelle mani dell'unica superpotenza rimasta sul pianeta. Neanche questa rilettura, dicevo, mi convince: innanzitutto perché mi sembra che recuperi Aristotele, la teoria politica classica e, in secondo luogo, perché mi sembra che cerchi di far rientrare a forza la realtà nelle loro teorie, anche quando proprio queste teorie non ne avevano sufficientemente tenuto conto. Questo per dirvi perché ho preferito "l'Impero invisibile": perché racconta dei fatti e il racconto che ne scaturisce è agghiacciante. Di alcuni eventi che vengono citati nel libro conoscevo, come tutti voi, il contesto ma quello che ci raccontano gli autori ne è in qualche modo il retroscena, è la sottolineatura che gli eventi hanno dietro di essi una trama che però, come essi sostengono - e io, personalmente, sono d'accordissimo -, non è segreta, è in realtà tutta in superficie. La vicenda che viene qui raccontata è una cavalcata attraverso il novecento ed è la vicenda di un "superclan" di intellettuali, di politici, di militari, di accademici, i quali si sono legittimati l'uno con l'altro, si sono riprodotti di generazione in generazione, hanno originato un percorso complesso, si sono dati i mezzi per riprodursi e hanno passato il testimone alle generazioni successive per mantenere vivo il senso della loro "mission". Non certo una Spectre, con a capo un tizio con i guanti neri che accarezza un gatto bianco, bensì un pugno di personaggi pubblici e influenti. Certo, quando questi signori hanno deciso di impadronirsi della presidenza degli Stati uniti si sono avvalsi anche di un altro clan, un clan di tagliagole - credo li si possa tranquillamente definire così -, una confraternita che ha stretto un patto di sangue nelle giungle indocinesi negli anni sessanta nell'ambito della Cia e dei servizi, secondo la classica unione d'intenti tra braccio e mente. Tuttavia, lo ribadisco, i veri teorici di ciò che l'amministrazione Bush sta mettendo in atto - dalla guerra preventiva alla creazione di nuovi protettorati e colonie -, hanno messo nero su bianco le loro idee da molti anni, secondo una logica niente affatto segreta. Certo, di molti avvenimenti si è potuti sapere soltanto in seguito all'apertura di alcuni archivi voluta da Clinton nel 1996, però, ripeto, le strategie che li avevano generati erano pubbliche, venivano insegnate nelle università, dibattute nei circoli accademici e sulle colonne dei giornali americani. Se poi dovessi definire questa storia in termini più strettamente narrativi, la definirei, per molti versi, una saga familiare, degna di un romanzo ottocentesco, la storia di una famiglia di "cattivi" - almeno dal mio punto di vista - che indossano giacca e cravatta e che ricevono tutti gli onori possibili e immaginabili. Chi sono costoro? Gli aspetti che mi hanno più inquietato nel leggere questo libro, sono proprio le biografie di questi signori, soprattutto le loro biografie intellettuali, che riservano non poche sorprese. Il background culturale che molti di essi hanno alle spalle - parlo di persone che sono oggi interne all'amministrazione Bush o ad essa collaterali, in qualità di membri di think tank, in quanto intellettuali del Principe - mi ha veramente impressionato poiché sovente fa riferimento ad alcuni filoni insospettabili del pensiero occidentale moderno. Sarebbe comodo poter dire che i neocon sono qualcosa di completamente altro da noi, che sono semplicemente un partito della guerra da avversare; leggendo questo libro ci si rende conto, viceversa, che così non è. Lo si evince già a partire da certi riferimenti all'antica tradizione liberalista, quella che parte da Von Hayek e dai suoi discepoli, tutti studiosi che ancora oggi fanno scuola in molte università. C'è infatti un'insospettabile coincidenza tra alcune posizioni vonhayekiane, portate alle estreme conseguenze, e certe teorie pseudoanarchiche; certo, parliamo di un anarchismo di destra e che però teorizza uno Stato sostanzialmente quasi assente, che si limita a compiti di polizia e di gestione della giustizia. Un anarchismo dunque molto sui generis, che pure mostra dei punti di contatto con la tradizione anarchica classica. Se consideriamo questo punto di partenza, diviene forse meno sorprendente che molti neocon provengano dal filone trotskista americano, un grande calderone in cui ci trova di tutto, da settori del movimento studentesco all'ala sinistra dello schieramento liberal. Che ci fanno insieme ai falchi repubblicani? Bè, innanzitutto il superclan di cui parla "L'impero invisibile" è assolutamente trasversale, riesce a modellarsi e a modellare a seconda delle fasi storiche rimanendo comunque sempre in prossimità del potere. C'è dunque anche un elemento di trasformismo nella coerenza di fondo, se mi passate il termine. Un trasformismo spregiudicato che non ha timore, ad esempio, di portare alle estreme conseguenze - o, se volete, di distorcere - un pensiero storicamente di sinistra, come quello trotskista, partito molti anni fa come critica allo stalinismo sovietico e che poi via via, proprio attraverso la critica all'Unione Sovietica, ha trovato sempre più punti di coincidenza con l'ala destra dello spettro politico. Ne sono testimonianza certe inquietanti torsioni del concetto di rivoluzione permanente in quello di guerra permanente, di guerra infinita, di cui proprio i neocon si sono resi protagonisti. C'è poi un'altra contaminazione, quella maoista, che personalmente ho rintracciato nelle teorie dei neoconservatori - può essere una suggestione solo mia - e che scaturisce dalla perversione dell'idea che il potere stia sulla canna del fucile. Indubitabile, infine, è l'influenza della concezione gramsciana di egemonia "pedagogica" nella nascita dei primi think tank e, accanto ad essa, la celebrazione di Machiavelli, uno dei divi dei neocon, i quali sono stati sedotti in particolare dalla sua idea della politica e dalla figura del Principe, capace di muoversi in maniera assolutamente spregiudicata e di trattare con le oligarchie piuttosto che con il demos, con la plebe, al fine di volgere le circostanze degli uomini a vantaggio dello Stato. Ebbene, anche in questo caso, sappiamo che Machiavelli, in virtù di un fascino esercitato in una prospettiva molto trasversale, è un autore cardine per il fior fiore dell' intellettualità di sinistra.
Il merito de "L'impero invisibile" sta proprio nel rifuggire una lettura semplicistica, non limitandosi a definire semplicemente degli avversari - per quanto si tratti di persone sicuramente pericolose, alcune delle quali bisognose, a mio avviso, di cure psichiatriche - ma mettendo in evidenza come essi non siano del tutto estranei alla "nostra" cultura, pur essendo propugnatori di un occidente coincidente con la supremazia anglosassone, atlantica, sul mondo. Quest'ultima considerazione ci riporta, tuttavia, a considerare con preoccupazione la loro pericolosità.Uno degli intellettuali di punta di questo superclan è quel Samuel P. Huntington autore di un libro molto famoso uscito qualche anno fa, "Lo scontro delle civiltà", la cui teoria di fondo si basa sull'esistenza di macro-aree culturali destinate a scontrarsi anche militarmente per la supremazia del pianeta. Una teoria, a mio avviso, non meno pericolosa di quella di Adolf Hitler - lui ci parla di razze, Huntington di culture - ed egualmente agghiacciante. Infine un'ultima suggestione che mi proviene dalla lettura del libro: questi signori non esitano a parlare pubblicamente di progetto neoimperiale. Mentre nel passato gli Usa si attribuivano la missione di pacificare il mondo - non disdegnando il ricorso alle armi quando fosse stato necessario - oggi i neocon hanno abbandonato questa prospettiva, costruendo la teoria di un "impero del caos" che pretende di affermarsi e prosperare grazie a una sorta di effetto domino attraverso il quale esso si autoalimenta. E' una strategia pericolosa, e giustamente gli autori de "L'impero invisibile" mettono in guardia su un fatto: fino a quando gli Usa saranno in grado di governare questo meccanismo? Ci troviamo, forse, di fronte a un gigante dai piedi di argilla? E' una domanda legittima, che tuttavia non deve far dimenticare che questa determinata idea dell'impero nasce tra le due sponde dell'Atlantico, nel cuore della cultura protestante, in cui, molto più che nei paesi cattolici o non cristiani, la funzione dell'apocalisse e la divisione tra eletti e dannati rimanda continuamente alla necessità di uno scontro finale, di un Armageddon, la cui ineluttabilità muove un immaginario collettivo molto forte. Per questa via l'idea dell'impero del caos si raccorda a quella un'apocalisse permanente dentro la quale possiamo sprofondare tutti quanti, e ci ricorda che il fatto che l'impero sia un colosso con i piedi di argilla non è di per sé confortante, poiché se il colosso cade rischia di travolgere ogni cosa sotto le sue macerie. I neocon, su questo punto, sono assolutamente onesti intellettualmente: non pretendono di salvare il mondo ma di difendere un certo stile di vita, l'american way of life, che offrono di estendere non soltanto agli Usa ma a gran parte dell'occidente capitalistico, una piccola parte del mondo che però ha la possibilità di utilizzare le risorse di tutto il pianeta. Quando ci dicono che la guerra viene fatta per difendere questo livello di vita non basta, allora, dire che non siamo d'accordo. Nessuno, a parole, è d'accordo con la guerra ma ciò non basta a disinnescare il meccanismo per cui i neocon si arrogano il diritto di difendere un modello di sviluppo senza che nessuno gli abbia dato il mandato per farlo (sappiamo bene che nella stessa America il presidente viene eletto da un'esigua minoranza della popolazione avente diritto). Non basta, insomma, semplicemente dire no, quanto mettere in discussione radicale il modo in cui ci spostiamo attraverso il globo, quanta acqua sprechiamo, quanta energia elettrica consumiamo, perché è per l'appropriazione e l'utilizzo di queste fonti di energia che materialmente si fa poi la guerra.