L'IMPERO SIAMO NOI
NOTE SUI DUBBI
DEL PRIMA, DEL DURANTE E DEL DOPO,
MA COMUNQUE "DEL DENTRO"
di Roberto Bui (Wu Ming 1), 11 novembre 2001
L'indomani. Le notizie del successo della manifestazione (con una moltitudine che risponde festosa e adirata a una convocazione pure equivoca e rischiosa) si accompagnano alla minaccia, da parte di Bin Laden, di rispondere a un eventuale attacco nucleare dell'Impero usando lo stesso tipo di armi. Questo accostamento sulle prime pagine dei giornali mi ha riportato alla mente un articolo di Toni Negri scritto nel dicembre 1990, poco prima che scoppiasse la Guerra del Golfo.
"La critica dovrebbe permettere di prendere posizione. Resistere alla guerra e' infatti, sempre, il risultato della critica filosofica. Resistere alla guerra e' dunque il primo e fondamentale dovere etico. Cio' detto, non si puo' sottacere che la genealogia critica della resistenza e' oggi, in Occidente, equivoca: lo e' e non puo' non esserlo. [...] Se non ci si affida al revanchismo di vecchie mitologie politiche, si riescono a identificare solo degli imperativi morali da rivendicare, come dati elementari e fondamentali dell'esistenza, mai delle direzioni di movimento da organizzare, degli ancoraggi ontologici duri. Eppure e' proprio su questo vuoto della purezza della rivendicazione etica e dello scontro[...], su questo limite di incomprensibilita' e di violenta denuncia dell'intollerabile, che ogni speranza di ricostruzione va poggiata. E' dentro questo spazio vuoto che una genealogia univoca della resistenza puo' essere ricostruita. Come? [...] Gli elementi sottesi alla crisi del Golfo (il conflitto tra Nord e Sud, fra sfruttatori e sfruttati, fra ricchi e poveri e la ricerca di un ordine internazionale di vera cooperazione) possano essere letti anche nella realta' quotidiana della nostra esistenza - e nella "felicita'" del nostro sistema politico. Se non riusciremo a rendere univoche queste dimensioni, la rivendicazione della resistenza, per quanto incontenibile, restera' equivoca - e il pensiero molle riuscira' di contro, insaziabilmente molle, a produrre l'apologia della guerra. Se non riusciamo a ripensare la lotta di classe e delle prospettive radicali di rinnovamento nel Nord, ontologicamente, qui da noi, come materialita' e necessita' dei nostri corpi singolari e collettivi, la pace continuera' a essere definita dalla Borsa, dalla perversione dei media e dall'iniziativa dell'imprenditore politico, per noi sara' solo in effetti misera compassione. E quando le bombe nucleari cominciano a cadere sull'orlo della morte, ci guarderemo in viso con aria stupefatta."
Rispetto a undici anni fa, io credo che abbiamo fatto qualche passo avanti, ma piu' breve e incerto di quel che ci sembra quando, inebriati dai corpi che riempiono le strade e i telegiornali, vediamo solo la potenza del movimento.
Ho molto apprezzato un intervento di Paolo Virno, pre-11 settembre, fatto a Bologna durante uno dei convegni "Rekombinant" organizzati da Bifo. Virno diceva che il movimento e' come il sorriso del gatto del Cheshire di "Alice nel paese delle meraviglie" (in Italia noto anche come "lo Stregatto"). Il sorriso lo vediamo, e' bello, ma dobbiamo anche materializzare il gatto.
Prima ancora che lo spiegasse, ho capito perfettamente dove andava a parare. Perche' ero e sono oggi piu' che mai d'accordo. Non abbiamo ancora reso chiare ed evidenti le basi *materiali* del nostro agire politico. Abbiamo costruito molti miti di lotta intorno al "dovere etico", agli "imperativi morali", ma se non creiamo un linguaggio che comunichi dritto al cuore - *ad hominem* - cio' che sappiamo e ci diciamo da dieci anni nel suggestivo ma a fini pratici inutile "lessico post-fordista" (nuove figure del lavoro vivo, intellettualita' di massa, "general intellect", reddito di cittadinanza etc.), se non ancoriamo duramente al d ato materiale e *di classe* una "genealogia univoca" della resistenza, finiamo per ricadere nel "pensiero molle" delle continue mediazioni al ribasso pur di mantenere mobilitata la moltitudine, anche senza obiettivi definiti.
Cosi' non solo la moltitudine torna a essere considerata "massa" (e dopo un po' ti lascia col culo per terra), ma i vari Galli della Loggia continueranno ad avere buon gioco nell'accusare il movimento di "ingenuita'" e non sapremo cosa rispondere quando ci chiederanno: "OK, il terrorismo si sconfigge con la pace. Ma come?". A parte qualche opinione raccogliticcia sul "ruolo dell'ONU" o minchiatelle sulla Spectre e 007.
Intorno al 1998 sembrava che le "tute bianche" potessero diventare la *incarnazione*, la messa in pratica del lessico post-fordista. Si era creato un simbolo per il lavoro "precario", "flessibile", ormai "atipico" anche quando si svolge nei luoghi tradizionali dello sfruttamento. E' un prodotto di quell'epoca il libro *Tute Bianche* che Fumagalli e Lazzarato curarono per le edizioni Derive Approdi. Le tute bianche erano collegate alla rivendicazione del "reddito di cittadinianza", facevano blitz nelle agenzie di lavoro interinale, erano per cosi' dire lo spettro dell'operaio sociale.
Poi le tute bianche si sono dedicate prevalentemente alla pratica di piazza della "disobbedienza civile protetta", e l'altro ramo si e' atrofizzato.
Ora le tute bianche non esistono piu' ma quel discorso bisogna riprenderlo, per trovare "ancoraggi duri", "qui da noi", nel cosiddetto Nord, riscoprire - al di la' della testimonianza "compassionevole" sulla guerra e sulle storture della globalizzazione - la *nostra* "necessita' e materialita'".
Correro' il rischio di sembrare old-fashioned, ma qui bisogna rispolverare Marx, che abbiamo messo in soffitta benche' il sub-comandante Marcos non avesse detto nulla in proposito :-) In *Per la critica della filosofia del diritto di Hegel* (1844), il piu' luminoso e citato - soprattutto a sproposito - dei suoi scritti giovanili, tagliente riflessione sulla comunicazione rivoluzionaria, Marx scrive: "L'arma della critica non puo' certamente sostituire la critica delle armi, la forza materiale dev'essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse. La teoria e' capace di impadronirsi delle masse non appena dimostra *ad hominem*, ed essa dimostra *ad hominem* non appena diviene radicale. Essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l'uomo, e' l'uomo stesso."
E in un altro passaggio: "Si tratta di descrivere una reciproca, sorda pressione di tutte le sfere sociali l'una sull'altra, un generale inerte malcontento, una limitatezza che altrettanto si riconosce quanto si misconosce, il tutto racchiuso nella cornice di un sistema di governo che, vivendo della conservazione di ogni meschinita', non e' altro che la *meschinita' al governo*."
In questa fase, il linguaggio che abbiamo adottato prima di Genova non serve piu' a nulla. La deposizione di Luca Casarini di fronte alla commissione parlamentare su Genova (6 settembre 2001) ne e' stata la pietra tombale.
Il linguaggio da trovare oggi dev'essere *materico*, tangibile, produrre il rumore di una marea che avanza a travolgere la meschinita' al governo (intendo il governo mondiale, mica solo quello di Berlusconi).
Il dato di fatto e' che ripartiamo da un'impressionante sequela di manifestazioni di potenza. Ma, se mi e' permesso un gioco di parole, la *potenza* non e' l'atto. Nello specifico, e per il momento, l'atto e' fuori dalla nostra portata: fermare questa guerra. In *potenza* possiamo arrivare farlo: stiamo spostando gli equilibri, in America e in Europa. Persino i sondaggisti sono costretti a registrarlo. La nostra stessa esistenza rende difficile la propaganda e l'amministrazione del fronte interno. La conduzione militare e mediatica di questa guerra appare vieppiu' ingiustificabile. Ma il problema si pone piu' in generale: anche a guerra interrotta, l'atto e' disarmare - moralmente e materialmente - il terrorismo. Il terrorismo e' "the exploitation of exploitation", sfruttamento dello sfruttamento, travestito da resistenza allo stesso.
Il terrorismo e' una mignatta che succhia il sangue al vampiro che a sua volta succhia il sangue dei popoli. "Alla Fie-era dell'Est, per due soldi..." Gira e rigira, a esser travasato da un'arteria all'altra e' *solo* il sangue dei popoli, o meglio, delle classi oppresse, salassate per tenere in stato di non-morte i vampiri e in vita (parassitaria, ma la si puo' chiamare vita) le mignatte.
Per farla breve, il terrorismo e' parte integrante del capitalismo perche' viene prodotto da esso, si giustifica grazie ad esso fino a diventarne l'immagine speculare.
Sul ring allestito dai media, e' lo sparring partner che tiene allenati i picchiatori. Farla finita col terrorismo, smontare quel ring, richiede, come dice Negri, l'instaurazione di "un ordine internazionale di vera cooperazione". Richiede la giustizia sociale e un rinnovamento "ontologicamente, qui da noi". E' soprattutto "qui da noi" che dobbiamo combattere il capitalismo nella sua forma attuale, l'Impero. Parafraso un altro scritto di Negri, risalente a trent'anni fa: i compagni cinesi dicono che e' in Cina la leva per rovesciare il capitalismo. Certo che lo dicono: stanno in Cina! Noi stiamo qui, e diciamo che la leva e' qui.
Una boutade meravigliosamente zapatista ante litteram. La leva puoi tirarla da qualunque punto. Mi spingo fin quasi allo zen: la leva e' il braccio. Rispetto alla filastrocca popolare ripresa da Branduardi (ne esiste un corrispettivo anglosassone, "The House That Jack Built", che alcuni ricorderanno per averla letta da piccoli, ne "I Quindici"), occorre fare il percorso inverso. Per togliere il cibo alla mignatta, occorre un Van Helsing che pianti il paletto nel cuore del vampiro. Questo equivale a far finire qualche scheggia di frassino nei cuori di tutti noi, perche' il capitalismo *siamo noi*, l'Impero siamo noi, siamo i giustizieri *e* le vittime. Il mito propulsivo della "societa' civile" (o della moltitudine) *contrapposta* all'Impero era appunto solo un mito propulsivo. Gli sfruttati del "Nord" possono contare davvero solo se pensano a se' stessi come la "societa' civile dell'Impero".
L'Impero eredita (pur *addomesticandole*) anche due secoli di istanze di liberazione, di potere costituente, di costruzione di societa' dal basso. La retorica risorgimentale sullo stato-nazione, di cui sono intrisi i nostri libri di scuola, e l'antiamericanismo spicciolo delle ultrasinistre europee ci porta ad associare la forma-impero con qualcosa di univocamente negativo. Non e' cosi'. Lo stereotipo si dissolve non appena si considerano gli imperi dell'antichita' (l'ateniese, il romano...), il Sacro Romano Impero, l'impero britannico etc. La forma-impero non puo' che porre a se' stessa, in maniera radicale, il problema della cittadinanza e della sua estensione. La forma-impero, ben piu' della forma-stato, pone il problema del rapporto tra cultura del diritto e integrazione delle culture. Spesso i reggenti dell'impero sono costretti dai loro popoli a trovare soluzioni creative, per quanto temporanee. Sono convinto che possiamo trovare un nuovo mito di lotta solo se ci lasciamo suggestionare da queste immagini.
Anche se nell'Impero comandano i vampiri, moderni epigoni di Vlad l'Impalatore, l'Impero siamo *anche* noi. Ho parlato di "schegge di frassino" nei nostri cuori. E' inevitabile. Se vogliamo salvare il mondo, dobbiamo si' spodestare i reggenti ma dobbiamo anche imparare a consumare meno e in modo piu' critico. Dobbiamo adottare uno stile di vita ecologicamente sostenibile. Dobbiamo ri-indirizzare lo sviluppo tecnologico.Anche questa e' una leva.
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