L' IMPERO INVISIBILE, di Mauro Bulgarelli e Umberto Zona. Prefazione di Marco D'Eramo - Nda Press
Dalla teoria della guerra fredda a quella della guerra preventiva, cosa rimane della democrazia in America? E in occidente? Un libro inchiesta che racconta i retroscena della fine della libertà.
Pubblichiamo in anteprima l'introduzione di L'Impero invisibile, in questi giorni in libreria.Con questo libro gli autori tentano di ricostruire la storia e l'influenza di una serie di strutture, dal Council on the Foreign Relations, al Committee on the Present Danger fino al Project of the New American Century, che hanno forgiato il pensiero dell'"Impero americano" e dalle cui fila provengono molti esponenti della destra radicale oggi al potere negli Stati Uniti. Una ricostruzione che si sforza di cogliere non solo il peso esercitato da queste strutture sotto il profilo teorico ma anche il fitto intreccio che le lega alle stanze del potere, agli apparati dei servizi segreti e alle fasi più oscure della storia americana (l'operazione Northwoods, l'affaire Iran-contras, la guerra segreta in Afghanistan, l'11 settembre). Con l'elezione di George W. Bush, questa super-lobby ha occupato il governo degli Stati Uniti e scatenato uno stato di guerra permanente di cui non si intravede la fine e che minaccia i destini del mondo. Cosa rimane della democrazia in America? Uomini come Wolfowitz, Perle o Libby possono essere ancora ascritti al solco del neoconservatorismo o piuttosto incarnano un'inedita destra eversiva? E' legittimo parlare di un progetto golpista di lunga data sfociato nel colpo di stato "silenzioso" del 2000? Sono alcuni dei quesiti ai quali
il libro cerca di dare una risposta, sforzandosi nel contempo di tracciare degli scenari possibili per il prossimo futuro.
"Il titolo di questo libro non deve ingannare. Con “impero invisibile”, infatti, non si allude a un progetto cospirativo che tesse nell’ombra le sue trame egemoniche, né ci si avventura in quell’universo – letterario più che storico o politico – che ama investigare e decifrare in chiave esoterica i codici di una strategia occulta e malvagia che orienterebbe le vicende umane verso l’autodistruzione. Non si tratta, in altri termini, di smascherare la Spectre o di calcolare il numero della Bestia. L’obiettivo di questo lavoro, che fa leva essenzialmente sulla documentazione e non nutre velleità teoriche, è invece quello di fare luce su quei laboratori di riproduzione del potere che alimentano l’ideologia e la prassi dell’impero. Mettere a fuoco il ruolo di queste strutture – think tank, lobby, centri studi, fondazioni ma anche veri e propri organismi paraistituzionali e sovranazionali come il Council on Foreign Relations o la Trilateral Foundation – può contribuire, crediamo, a rendere “meno invisibile” l’ordito e la fisionomia dell’impero. A dargli, in qualche modo, materialità. Mai come in questo inizio secolo, in effetti, l’immanenza dell’impero è stata percepita con altrettanta intensità e, per molti versi, con altrettanta inquietudine.L’impero è la nostra schismatrix, direbbe Bruce Sterling, governa il nostro universo simbolico, presiede e filtra le nostre facoltà di interlocuzione con la realtà. Immersi in questa “matrice”, abbiamo metabolizzato la nozione primordiale, immediata, di impero fino a farne “senso comune”, cioè percezione condivisa della nostra condizione umana, sempre più apparentata a quella di sudditi. Questa opprimente presenza che grava sulle nostre vite rischia di ingenerare un primo paradosso: più lo avvertiamo come moloch, più esso, l’impero, in quanto apparato, macchina, si fa evanescente e si cela ai nostri occhi: più percepiamo la sua esistenza meno riusciamo a pensarlo. È una reazione, come è evidente, che non giova alla comprensione del fenomeno. Il concetto di impero, per questa via, diviene un buco nero che fagocita tutte le categorie del politico e impropriamente le riassume secondo una logica binaria che non va molto oltre la dialettica servo-signore. È un po’ quello che accade nel mondo della comunicazione, dove alla parola impero è divenuto legittimo associare le tematiche – financo gli oggetti, i prodotti – più disparati. Basta dare una fugace scorsa a un quotidiano e ci si imbatterà, come è accaduto a noi in questi giorni, in una “Guida all’impero giallorosso”, nell’“Ultimo atto dell’impero Kirch”, nell’“Impero di Oliviero Toscani”, nella “Fine dell’impero dei Casamonica”, nonché in inserzioni pubblicitarie all’interno delle quali il termine “impero” viene speso per magnificare le virtù di merci insospettabili, da un noto collante americano a una lampadina di nuova generazione o a un set di attrezzi in vanadio. Il caso più eclatante è quello della multinazionale Nike, la quale, per pubblicizzare l’anno scorso il suo torneo di calcetto a Roma, ha tappezzato la città con giganteschi cartelloni su cui campeggiava, sullo sfondo delle splendide tavole del sulfureo Danjiel Zezeli, un cubitale “Impero”. Gli esperti di marketing ci informano che tale espediente risponde a una precisa strategia subliminale che, senza stabilire un nesso diretto con il prodotto, rimanda in maniera occulta al produttore come dominatore assoluto del mercato, generando nel potenziale acquirente un inconscio sentimento di soggezione che agevolerebbe la sua fidelizzazione. Un impero invisibile ma onnipresente, insomma. Nel dibattito politico, dicevamo, il ricorso alla nozione di impero è altrettanto frequente; in questo caso, però, in termini tutt’altro che metaforici. Dell’impero, anzi, ci si sforza di stilare un identikit dettagliato i cui tratti di base, tuttavia, muovono spesso da un assunto semplificatorio che induce a leggere l’impero come mera esasperazione, radicalizzazione del rapporto di potere, all’interno del quale la spoliazione delle risorse assume la dimensione del saccheggio e le opportunità per l’autodeterminazione individuale, per gli spazi di libertà, si restringono a tal punto da assimilare la relazione tra governati e governanti a quella tra sudditi e tiranni. Di per sé non si tratta di una percezione errata, solo che, per questa via, si giunge talvolta a vere e proprie bizzarrie, come nel caso della tesi, in cui non di rado ci si imbatte, che interpreta l’impero come “elevazione a potenza” della categoria di imperialismo, o in metonimie con le quali si confonde il ruolo giocato dall’“impero americano” con il processo di globalizzazione economica e viceversa. Ovviamente quelli appena citati costituiscono gli estremi di un dibattito politico e intellettuale ben più vivace e articolato che però, probabilmente a causa delle criminose avventure belliche dell’amministrazione Bush, tende a radicalizzarsi al suo interno in due schieramenti contrapposti, opponendo da una parte coloro che identificano il potere imperiale con l’unica superpotenza rimasta in campo, quella statunitense, e, dall’altra, chi sostiene – Negri e Hardt in primo luogo – che il processo costituente, avviato dalla globalizzazione economica, minando alle basi il sistema westfaliano imperniato sulla sovranità nazionale, ha delineato un nuovo ordine mondiale governato da strutture e istituzioni sovranazionali. Mentre i primi individuano nelle politiche neoimperialiste degli Stati uniti, sostanziate dalla dottrina della “guerra preventiva permanente”, un progetto di dominio unipolare del pianeta, un global power a stelle e strisce, i secondi sostengono che, all’interno della fase fondativa dell’impero mondiale, gli Usa tendano sì ad attribuirsi un ruolo monarchico, dispotico, ma che tale determinazione li porrà inevitabilmente in rotta di collisione con le strategie globali delle forze capitalistiche multinazionali. Ultimamente, questo dibattito sembra vivere una certa 23 impasse, ed è singolare, a nostro avviso, che per interpretare il debordante ruolo egemonico degli Stati uniti all’interno delle proprie elaborazioni teoriche, si ricorra da più parti al concetto di “colpo di stato”. Se ciò, da un lato, dimostra che la nozione di impero è, al momento, una nozione aperta, dall’altro testimonia che è impossibile che essa maturi una sua organicità senza fare i conti con ciò che sta accadendo negli Stati uniti. È forse in atto un coup d’état all’interno dell’impero globale, un nuovo 18 Brumaio che ha incoronato, con un brutale colpo di maglio, la legnosa figura di George W. Bush a novello Luigi Bonaparte? O piuttosto la nostra epoca ci consegna semplicemente il compimento della missione secolare dei padri fondatori, teorizzatori, fin dalle origini, della necessità di assicurare alle moltitudini americane uno spazio vitale – un Lebensraum ante litteram, suggerisce von Kreitor – adeguato alla loro crescita tumultuosa, come recita la dottrina del manifest destiny di John O’Sullivan? È del tutto evidente che le due ipotesi si intrecciano in maniera quasi inestricabile. Non c’è dubbio che il neoimperialismo americano, con la sua micidiale macchina bellica, ha sconvolto gli assetti globali che l’integrazione dei mercati si stavano dando, rimettendo in moto una dinamica conflittuale con alcune potenze nazionali (soprattutto quelle, come Russia, Francia e Germania, ancora pervase da una “memoria dell’impero”) e con gli agglomerati capitalistici che esse rappresentano. La sfida americana è chiara: insediarsi con la forza al vertice dell’impero e governarlo con l’uso delle armi. Ma è altrettanto vero che questo coup d’état si è nutrito, per alcuni versi abusivamente, di quell’humus nazionalista che, attraversando le teorie di Frederick Jackson Turner (in particolare la teorizzazione del popolo americano come comunità “naturalmente predisposta all’espansione”) e la dottrina della frontiera che da Brooks Adams (The Law of Civilization and Decay) giunge fino a Truman, sfociando poi, quasi “naturalmente”, nel pensiero dell’impero di Carroll Quigley e Samuel Huntington. L’ordigno, insomma, era innescato. Resta da capire se sia deflagrato in seguito alla lenta consunzione della miccia o se qualcuno lo abbia fatto brillare artificialmente. La questione, a nostro avviso, non è secondaria. Se si accetta l’ipotesi della “combustione naturale”, si dovrebbe pensare a una maturazione spontanea, anche se in parte politicamente “assistita”, di un filone costitutivo dell’identità nazionale statunitense, che riposa, da sempre, su pulsioni egemoniche, espansionistiche, e che, dopo la caduta del sistema sovietico, si è ritrovato padrone assoluto della scena, tanto da ritenere improcrastinabile il suo appuntamento con la storia e con l’assunzione del comando planetario. L’horror vacuii proprio del potere avrebbe fatto il resto e l’11 settembre, unitamente all’incapacità di governare, con le sole armi della politica e dell’economia, la globalizzazione capitalistica e le moltitudini che da Seattle in poi vi si opponevano, avrebbe sospinto gli Usa a eleggere l’opzione militare quale unico dispositivo di governance planetaria. Se così fosse, tuttavia, si dovrebbe parlare non tanto di un vero e proprio “colpo di stato”, quanto di una dirompente contraddizione in fieri emersa in seno alla migrazione del principio di sovranità dalla dimensione nazionale a quella sovranazionale. Se invece risultasse veritiera l’altra ipotesi – quella, cioè, di una forzatura, di un’accelerazione soggettiva impressa con brutalità al corso degli eventi – parrebbe lecito guardare alla politica neoimperialista americana come al frutto di un putsch, innescato dalla lobby eversiva oggi al potere negli Usa e foriero di uno scontro senza quartiere nel salotto buono dell’impero. Siamo partiti da questa riflessione quando abbiamo deciso di avventurarci in una ricostruzione di quello che più di un autore ha definito l’incubo americano del nuovo millennio, ponendoci, nello svilupparla, una serie di interrogativi: è possibile considerare la classe politica oggi al potere in America come filiazione diretta di una lobby affaristica, la Junta di cui parla Gore Vidal, impadronitasi con un colpo di mano della Casa bianca? O esiste, invece, un lungo percorso, interno alle istituzioni americane, da cui questa lobby proviene e di cui è possibile ricostruire tappe, strutture, uomini e obiettivi? E ancora: esiste una “storia segreta degli Stati uniti”, come suggerisce, tra gli altri, Arundhati Roy, emersa in superfice dopo – o attraverso – l’11 settembre, da sempre estranea ai principi e agli istituti della democrazia e che oggi mira ad affermarsi come “storia ufficiale”? Che ruolo hanno avuto, infine, i vari centri di ricerca politico-strategica – e, più in generale, i circoli dell’“intellettualità militante” – in questa storia segreta? La nostra indagine ha preso l’avvio da una serie di serie di elementi fattuali: l’attuale dirigenza americana, come è noto, proviene quasi integralmente dalle fila di una struttura, un think tank, denominato Project for the New American Century (Progetto per un nuovo secolo americano); – tale struttura, nel gennaio del 1998, pochi mesi dopo la sua costituzione e sette giorni dopo l’esplosione dello scandalo Lewinsky, aveva indirizzato, con tempistica fin troppo sospetta, una lettera aperta al presidente Clinton, nella quale reclamava un forte aumento delle spese militari e una radicale inversione di rotta in materia di politica estera, a partire dall’abbattimento del regime di Saddam Hussein, accusato di detenere armi di distruzione di massa e di volerle usare contro gli Stati uniti;
– nel giro di due anni, tra il 1998 e il 2000, Clinton, stretto d’assedio dagli sviluppi del sexgate, aumenterà di 110 milioni di dollari il budget annuo della Difesa, lancerà l’operazione Desert Fox contro l’Iraq e scatenerà la guerra nei Balcani;
– nel 2000 il Project for the New American Century organizza la campagna elettorale di George W. Bush e nel settembre, due mesi prima della data fissata per le elezioni, pubblica un documento intitolato Rebuilding America’s Defenses (Strategy, Forces and Resources for a New Century) che traccia un articolato programma, tutto incentrato sul potenziamento e l’uso della forza militare, per “affermare la supremazia americana nel XXI secolo”;
– nel novembre del 2000 si tengono le elezioni che Bush riuscirà a vincere, dopo 36 giorni di contestazioni sull’effettivo numero dei voti conseguiti, attraverso la più grande truffa elettorale che la storia moderna ricordi, iniziata con la corruzione (4 milioni di dollari) della Database Technologies, la ditta incaricata di preparare gli elenchi degli elettori, e conclusasi con un complesso sistema di brogli che assegnerà la vittoria a Bush, nonostante lo sfidante Al Gore avesse riportato oltre mezzo milione di voti in più;
– una volta eletto, Bush chiamerà a far parte del suo governo moltissimi esponenti del Project for the New American Century. Tra i più noti: Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Richard Perle, Lewis Libby, Elliott Abrams, Frank Gaffney, Aaron Friedberg, Zalmay Khalizad;
– Bush, nei mesi successivi, inizierà a mettere in pratica il programma del Project for the New American Century contenuto nel documento intitolato Rebuilding America’s Defenses (a partire dai punti concernenti l’aumento delle spese militari). Dopo l’11 settembre, poi, Bush applicherà alla lettera la strategia di lotta al terrorismo propugnata da Wolfowitz e soci, attaccando in successione l’Afghanistan e l’Iraq. Il resto è storia recente, di cui parleremo più avanti.
Questa ricostruzione cronologica, di cui qui abbiamo sommariamente ripercorso le fasi, ci è parsa tuttavia del tutto inadeguata a fornire risposte esaustive ai quesiti posti in precedenza. Essa, di per sé, non spiega affatto perché avrebbe dovuto dare necessariamente luogo a un “colpo di stato” silenzioso o, comunque, a un insediamento illegittimo e fraudolento al vertice del potere americano. Giova ricordare che il travaso di uomini e politiche dai think tank e lobby alla “squadra di governo” del presidente che essi contribuiscono a eleggere è, nella storia americana, quasi una regola: basti pensare che Jimmy Carter, la cui elezione a presidente era stata sponsorizzata dalla Trilateral, portò con sé alla Casa bianca 16 uomini di questa organizzazione e il Committee on the Present Danger, con l’elezione di Ronald Reagan, giunse ad avere ben 33 suoi esponenti nell’esecutivo (per non parlare del Council on Foreign Relations, che ha sfornato intere generazioni di governanti Usa, presidenti inclusi). Il discorso assume però più concretezza se si considerano tali strutture come parte integrante dei meccanismi di riproduzione del potere americano e se, scorrendo il loro albero genealogico, si scopre che esse sono legate da un rapporto di filiazione diretta con un progetto politico ben definito, riassumibile grossolanamente nell’ideologia dell’impero americano, che oggi pare essere divenuto il pensiero dominante negli Stati uniti. Un progetto delineato in prima istanza attraverso la progressiva egemonia raggiunta nel campo della cultura (secondo l’insegnamento di Richard Weaver, che già nel 1948, con il suo Ideas Have Consequences, attribuiva una funzione strategica alla produzione ideativa) e poi reso operativo con un complesso sistema di ramificazioni nel mondo dell’economia e negli apparati dello stato. Se un golpe c’è stato esso ha radici lontane e i suoi ideatori dimorano da tempo nel cuore dell’establishment americano. Edward Luttwak, in un suo libro dal titolo francamente inquietante – Coup d’État. A practical handbook – ricorda che un colpo di stato non deve essere necessariamente supportato dall’intervento delle masse o da quello armato e suggerisce: “Se un colpo di stato non ricorre all’ausilio delle masse o a quello dell’esercito, quali strumenti di potere avrà a sua disposizione per prendere il controllo dello stato? La risposta, in breve, è la seguente: il potere verrà dallo stato stesso”. È quanto, con ben altra dovizia di argomenti, sosteneva qualche secolo prima Gabriel Naudé, che nel 1639 – nel suo Considérations politiques sur les coups d’États – suggeriva che l’opportunità per sovvertire lo statu quo risiede principalmente nell’esercizio quotidiano del potere e che anzi la capacità di cogliere l’occasione per volgere il corso degli eventi a proprio favore non ha bisogno della prudenza straordinaria che presiede agli arcana imperiorum quanto, piuttosto, dell’audacia di inserire tale opzione nell’amministrazione ordinaria dell’impero. Il team del Project for the New American Century, in un certo senso, ha portato a compimento un colpo di stato “per procura”, avendo ereditato gli strumenti per realizzarlo da un filone della politica americana che per oltre mezzo secolo ha coltivato, in seno all’esercizio di quel potere, con alterne fortune, l’opportunità di sovvertirlo. È questa la convinzione a cui siamo giunti rovistando nel backstage dell’impero americano. Partiti con l’intenzione di disegnare un profilo della classe politica che governa oggi l’hyperpuissance américaine abbiamo riscontrato la persistenza di una corrente di pensiero, e di azione, che ha instillato la pratica del colpo di stato (intesa à la Naudé, come forzatura, pervertimento, dell’azione di governo) nella gestione “ordinaria” delle politiche pubbliche. E che pur ricorrendo, come metodo, all’arma della segretezza e alla strategia dell’occultamento, non ha mancato di esercitare una sua paradossale funzione “formativa” sulla classe dirigente degli Stati uniti, al punto da affermarsi, azzardiamo il termine, come tratto costituente della nozione di sovranità americana. Strutture come il Council on Foreign Relations o il Committee on the Present Danger – dalle quali provengono gli uomini del Project for the New American Century – sono state, oltre che straordinari laboratori della filosofia dell’impero americano, vere e proprie “scuole quadri” che hanno trasformato giovani leve di intellettuali in personale politico spregiudicato e avvezzo a ogni sorta di compromissione con il potere. Nelle stanze di questi organismi (che sarebbe limitativo, se non addirittura fuorviante, definire think tank) è stata messa a punto la dottrina della guerra fredda e quella del containment, la teoria della preemptive war e quella della zero tolerance, e il travaso di uomini e idee tra essi e l’amministrazione è divenuto negli anni così costante e massiccio da ingenerare un processo di “privatizzazione” delle istituzioni statuali, le quali oggi rispondono, più che ai cittadini, ai consigli di amministrazione delle aziende che finanziano questi “pensatoi”.