"Abbiamo ripulito le stazioni della metropolitana, scavato il tunnel del GRA sotto l'Appia Antica, lavato con gli acidi le facciate di interi palazzi , ristrutturato alberghi ed altre strutture per la ricezione turistica, risanato ed illuminato monumenti, parchi e piazze della citta'. Siamo i nuovi schiavi usa e getta , dormiamo per strada o in luoghi abbandonati o, quando siamo piu' fortunati, ammassati a decine in un appartamento. Ci usano come vogliono perche' siamo clandestini e non possiamo ribellarci e far valere i nostri diritti di lavoratori e di esseri umani". Mihail, della comunita' moldava della ex Locatelli.
Il 2000 si e' presentato un anno fondamentale per le questioni inerenti l'immigrazione, perche' "l'emergenza sicurezza", motivata dall'anno giubilare, gli sbarchi dei clandestini sulle coste , e , negli ultimi mesi l'avvento della campagna elettorale, hanno fatto dell'immigrato, e in particolare di quello clandestino, la variabile incognita dell'ordine pubblico nel nostro paese.
Dunque, il mancato possesso di un permesso di soggiorno e' risultato sinonimo non solo di 'illegalità, ma anche di rifiuto, di identificazione coi fenomeni criminali a tutti i livelli, nonchè di bersaglio di ondate xenofobe. Tuttavia, poichè gli immigrati "irregolari" sono costretti ad accettare qualunque condizione di lavoro, costituendo quindi manodopera a costo bassissimo, spesso il problema dell'immigrazione clandestina si e' intrecciato con quello del lavoro nero; in particolare, a Roma la maggior parte dei clandestini è stata impiegata nei cantieri del Giubileo, privata di ogni tutela.
Migliaia di rumeni, polacchi, moldavi, ucraini,ecc...sono stati assoldati e reclutati dai nuovi "caporali" di turno per lavorare 9-10 ore al giorno, pagate dalle 50 alle 70 mila lire, delle quali la maggior parte solitamente va alle famiglie lontane. La condizione di clandestini, la mancanza di quel pezzo di carta che rende la loro presenza 'legale' in Italia, li costringe ad una fuga quotidiana, a nascondersi dalla condizione di illegalità ; molti di loro sono passati per i lager di Ponte Galeria e non vogliono tornarci.
Lo scandalo scoppiò già dall'autunno '99 quando le parole di Cesare Salvi, contribuirono , insieme alle testimonianze di migliaia di lavoratori stranieri a rendere nota questa situazione.
I primi furono i moldavi della ex scuola Locatelli, i quali, appellandosi alla legge 184 ( la quale prevede protezione e il permesso di soggiorno per le prostitute che denuncino i propri sfruttatori ), firmarono, a centinaia, la denuncia presentata a sindacati, ministero del lavoro e questura, nei confronti dei cantieri nei quali lavoravano. Nonostante la giustizia purtroppo non abbia ancora fatto il suo corso, loro, i nuovi schiavi della nostra città, non hanno smesso di sperare. Nel Giugno del 2000 gli stessi occupanti della ex Locatelli costituiscono una piccola impresa cooperativa di manutenzione, servizi, assistenza e pulizie e lavorano per realizzare un centro di accoglienza completamente autogestito. Insieme al centro sociale La strada ed all' associazione Orma, in rete con altre associazioni del quartiere ed in collaborazione con la camera del lavoro della CGIL, la comunità della ex scuola di Tormarancia ha preparato il progetto di un centro di accoglienza per la XI circoscrizione , dove i tantissimi stranieri presenti sul territorio possano trovare un punto di riferimento e di orientamento, un tetto per i primi tempi a Roma ma anche e soprattutto una comunità accogliente ed ospitale. La cooperativa è il frutto di una scelta cosciente di unione, di solidarietà , di costruzione del proprio futuro insieme agli altri. Essa servirà a difendersi dal mercato selvaggio delle braccia ma anche a rivendicare lavoro regolare dalle aziende così come dagli enti locali. La cooperativa ha preso il nome di "Pianeta Terra" per simboleggiare come uomini e donne provenienti da ogni parte del mondo possano superare le barriere di linguaggi, culture e colori diversi per mettere insieme le proprie speranze.novembre 2000
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guida alla Roma multietnica
La
Carovana dei Migranti
Dati sull'immigrazione a Roma
LE BATTAGLIE
ORMA (Osservatorio sui rifugiati e sui migranti) è un oraganizzazione che si propone di combattere qualsiasi forma di razzismo discriminazione ed esclusione sociale, promuovendo l'incontro e la conoscenza tra culture diverse e favorendo l'inserimento dei cittadini stranieri nel tessuto sociale. A questo fine organizza iniziative culturali e socioeducative di cooperazione, informazione e sostegno. La sua attività cerca, tuttavia, di andare oltre l'assistenzialismo paternalistico di una parte delle organizzazioni, per lo più religiose, che hanno operato soprattutto nella prima fase del fenomeno migratorio nel nostro paese; in questo senso rilancia la lotta per i diritti degli immigrati, dando impulso alle organizzazioni degli stranieri che rivendicano una loro autonomia alloggiativa e di reddito. Dalla sua fondazione ORMA ha affrontato molteplici battaglie tra cui:
· Le occupazioni con i profughi kurdi durante la guerra del Kossovo
· La nascita del centro socio culturale ARARAT
· La vertenza con il Comune per la Casa del Rifugiato
· L'occupazione della Locatelli con 150 moldavi
· L'avvio dell'intervento su Ponte Galeria e il salvataggio di più di trenta "ospiti" e le manifestazionie l'arrampicata sul Colosseo dopo la morte Ben Said
· Le denunce per il lavoro nero dei clandestini
· Il sostegno agli immigrati per la battagli per il permesso di soggiorno
· L'occupazione della Croce Rossa i cortei nazionali di Milano e Firenze
· L'avvio del progetto Ararat finanziato dalla Comunità Europea
· Le manifestazioni con i Rom in Piazza del Campidoglio per Via dei Gordiani e Tor dei Cenci, nonchè la "breccia" nel muro di Vicolo Sarini
· Convegni e tavole rotonde sui rifugiati, il lavoro nero, sui campi lager e l'accoglienza in Europa
Le occupazioni con i profughi kurdi
Da novembre '98 ed aprile '99, sul colle Oppio, nei pressi della Villa di Nerone, si formò una "cartonopoli" abitata prevelentemente da profughi kurdi che, pur nella precarietà delle condizioni di vita materiali, riuscì a dar vita a un'esperienza di autogestione, un punto d'incontro dotato anche di servizi "informali", nel senso che i rifugiati stessi erano i promotori di tale rete di orientamento ai servizi. La cartonopoli si è rivelata anche un'opportunità eccezionale di scambio culturale, poiché in essa convivevano kurdi dell'Irak della Turchia, russi e magrebini.
ARARAT
Era il 21 maggio '99 quando ungruppo di militanti di Orma, dell'associazione Stalker, di giovani kuri e del centro sociale Villaggio Globale occupavano lo stabile abbandonato di via di monte testaccio 20. Lo chiamarono ARARAT. Ora ARARAT è un progetto rivolto ai rifugiati e a tutti gli extracomunitari che richiedono asilo e risiedono nel territorio romano sarà realizzatoda associazioni e cooperative che si occupano di rifugiati, con il finanziamento dell'unione europea e la collaborazione del Comune di Roma. Fra i servizi che offre esistono un'orientamento e segratariato sociale, la consualnza legale, un corso di lingua italiana e varie attività nelle scuole e nel territorio.
La battaglia contro i centri di detenzione temporanea sotto lo slogan " siamo tutti clandestini", si diffonde in tutta Italia, in ogni luogo dove se ne trova uno: il Serraino Vulpitta di Trapani, via Corelli di Milano, Ponte Galeria alle porte di Roma. Nel mirino non solo le condizioni sanitarie precarie, ma anche e soprattutto, il mancato rispetto dei diritti umani; in questi luoghi di reclusione gli immigrati non sempre hanno la possibilità di parlare con dei legali, di comunicare con l'esterno, di essere informati su come agire. La detenzione al loro interno è superiore a quella "preventiva" prevista per i cittadini italiani e, soprattutto, chi viene trattenuto all'interno di questi centri non ha commesso alcun reato, ma è semplicemente colpevole di avere attraversato le nostre frontiere senza un documento in regola. Così, dal 19 dicembre '99, giorno in cui ORMA, il c.s.o.a Corto Circuito e l'ass. Ya Basta, organizzano un torneo di calcetto davanti a Ponte Galeria, ribattezzato "a Semira", rinasce e si diffonde la lotta ai lager per immigrati. Coloro che si oppongono a questi centri di prigionia, purtroppo, sono stati lungimiranti e un altro immigrato perde la vita proprio a Ponte Galeria: si tratta di Mohammed Ben Said, 39 anni, deceduto la notte di Natale del '99, notte in cui, non troppo lontano, il Papa ha aperto la Porta Santa dando inizio al giubileo in mondovisione.La sua morte è stata molto probabilmente causata da una dose eccessiva di calmanti somministratagli; quando i suoi compagni di cella hanno provato a chiamare aiuto accorgendosi che stava male nessuno ha risposto Mohamed, entrato a Ponte Galeria l'undici dicembre aveva anche tentato di mostrare sia alla polizia che al personale della Croce Rossa il certificato di matrimonio con una donna italiana il che era sufficiente a dimostrare l'illeggittimità della sua detenzione. La direzione sanitaria di Ponte Galeria, poco dopo, conferma il decesso, negando tutto il resto Appresa la notizia alcuni militanti dei centri sociali e delle associazioni occupano il Colosseo, dal quale sono calati degli striscioni su cui compaiono le scritte: "esecuzione eseguita, Mohamed è morto, reato: straniero".
Si chiede che le luci del Colosseo si spengano anche per lui come si fa in genere quando viene eseguita una condanna capitale, da qualche parte nel mondo. Viene organizzata quindi, una manifestazione per il 15 gennaio alla stazione FS di Ponte Galeria: il corteo, tuttavia, non riesce a muovere neppure un passo poiché viene bloccato dalla polizia. Prima ancora, blocchi stradali erano stati istituiti agli incroci che portano alla stazione, effettuando perquisizioni e identificazioni a tappeto. In particolare ai manifestanti, la Digos contesta la presenza, su un camion dell'amplificazione di una presunta arma contundente (in realtà un gommone costituito di camere d'aria unite tra loro come strumento di protezione). Dopo due ore di trattativa, dal corteo si decide comunque di avanzare, a mani alzate verso il centro, ma la celere riceverà l'ordine di caricare comunque. A causa della dura repressione da parte della polizia, non si riesce a raggiungere il centro di detenzione. Nei giorni successivi si susseguono interrogazioni in Parlamento ed in consiglio comunale rispetto all'atteggiamento delle forze dell'ordine in piazza. Il 26 febbraio, si torna a Ponte Galeria, dopo che i morti nei centri di detenzione sono diventati ormai sei, e dopo le manifestazioni di Trapani e Milano. La manifestazione è indetta da ORMA, dai centri sociali Spartaco, Corto Circuito, La Strada, Villaggio Globale, la Torre, Forte Prenestino, casale podere Rosa e dall'Ass. Ya Basta. Si contesta soprattutto la presunzione del ministro Bianco di umanizzare questi centri nonostante, fra le altre cose, la quasi contemporanea riduzione del personale al suo interno a dispetto delle proteste del responsabile del centro che denunciava carenze di operatori ed era stato pertanto prontamente rimosso. Si chiede anche una sanatoria generalizzata e una legge che garantisca realmente il diritto d'asilo. La manifestazione , di migliaia di manifestanti, si conclude con l'ingresso di una delegazione nel centro di detenzione. La delegazione si incatenerà alle sbarre delle gabbie dove sono rinchiusi gli immigrati e verrà caricata violentemente dalla celere.
Il centro di prima accoglienza di Ponte Galeria, purtroppo, continua ad esistere, e il 28 luglio 2000 scoppia la rivolta delle detenute e dei detenuti fra i quali si trovano anche un kurdo di 58 anni e alcuni malati di aids che richiedono cure mediche e rispetto della loro dignità. Un militante di ORMA rimane incatenato per più ore ai cancelli del centro, mentre il deputato Paolo Cento e il consigliere comunale Nunzio D'Erme entrano nel tentativo di parlare con gli immigrati.Un gruppo di militanti di ORMA occupano la sede di via Toscana per protestare contro la cogestione dei lager per immigrati; infatti è affidata alla Croce Rossa una parte della gestione del centro. Una di loro si cala dalla finestra del terzo piano, chiedendo e ottenendo di parlare con il direttore del Cri. Gli si farà notare che i principi di umanità ,neutralità e indipendenza a cui si appella la sua organizzazione, stridono notevolmente con il mancato rispetto dei diritti umani perpetrato nei "centri di accoglienza", tanto che, nella maggioranza delle altre strutture accreditate nel campo dell'accoglienza, si sono rifiutate di operare al loro interno. Inoltre, rendendosi complice di fatto con il governo dell'espulsione di cittadini stranieri sprovvisti di documento dal nostro paese,la Croce Rossa ha rinunciato alla sua autonomia.
..uno sguardo sui lager per immigrati in Italia
Trapani e Milano, i due fulcri della rivolta contro i centri di detenzione, oltre a Roma. A Trapani, alcuni immigrati sono morti nell'incendio all'interno del lager "Serraino Vulpitta" il 30\12\99 ,durante un tentativo di fuga. Proprio l'anno precedente,a seguito di un una tentata evasione, al "Serraino Vulpitta furono murate le uscite di sicurezza, motivo per cui i detenuti non hanno avuto scampo. A Milano,il 29\1\2000, è stata organizzata una manifestazione nazionale per "esigere e ottenere la chiusura dei centri già esistenti",
compreso quello cittadino a via Corelli. Lo stesso giorno ,a Firenze ,si è tenuto infatti un corteo contro la minacciata apertura di un lager in Toscana, nonché un sit-in davanti ai centri di Ragusa e, ovviamente, Trapani. Dunque, nell'autonomia dei singoli percorsi, il 29 Gennaio è stata una vera e propria giornata di mobilitazione nazionale sulla base di un obiettivo comune. A Milano, in particolare, i manifestanti aderenti alle "tute bianche", decidendo di mettere in gioco i propri corpi, hanno attuato la disobbedienza civile e,in quella stessa giornata, il ministro dell'interno comunicava la chiusura del centro di via Corelli.
"Qualche sospetto di incostituzionalità sui centri di permanenza temporanea per stranieri"
La diffusione dei "centri di prima accoglienza " per extracomunitari, è un fenomeno presente in tutta Europa, in particolare a partire dagli accordi di Schengen(26\3\95). Molte altre "tappe giuridiche" hanno contribuito a creare una sorta di "legislazione a parte"per gli extracomunitari, caratterizzata dalla
mancanza del diritto di difesa, dalla discrezionalità degli organi di polizia e dalla superficialità del controllo giurisdizionale. Si parla, in particolare, degli accordi di Dublino del 1997, che riguardavano la facoltà dello stato competente di vagliare le domande d'asilo,la creazione di organismi speciali, quali Europol ed Eurodac, del trattato di Amsterdam, sempre del 1997e di alcuni altri fondamentali vertici intergovernativi.
Questi centri di permanenza temporanea sono regolamentati dall'art. 14 del T.U.286\98 sull'immigrazione e dagli artt.20,21 e22 del regolamento di attuazione(emanato con DPR 31agosto 99 n. 394 ed entrato in vigore solo dopo la pubblicazione nella gazzetta ufficiale del 3 novembre 99). In primo luogo questi posti possono essere definiti incostituzionali a causa della violazione dei principi a tutela della persona sanciti, soprattutto a proposito di diritto alla difesa e libertà personale, dalla costituzione (artt.24 e 13), oltre che dalla convenzione europea dei diritti dell'uomo. Inoltre, alcune norme che riguardano il loro funzionamento, risultano in contrasto fra loro, per esempio, affermando in un primo tempo che "le modalità del trattenimento devono garantire, nel rispetto del regolare svolgimento della vita comune, la libertà di colloquio all'interno del centro e con i visitatori provenienti dall'esterno, in particolare con il difensore, con i ministri di culto, la libertà di corrispondenza, anche telefonica, e i diritti fondamentali della persona, fermo restando l'assoluto divieto, per lo straniero, di allontanarsi dal centro ", aggiungendo, inoltre, che all'interno del centro possono accedere anche associazioni e cooperative di volontariato, ammesse a norma dell'art.22. Tuttavia, proprio l'art22 sancisce, a livello locale, l'assoluto potere regolamentare del Prefetto che "disciplina " l'attività del centro in conformità alle istruzioni di carattere organizzativo e amministrativo contabile impartite dal Ministero dell'Interno anche mediante la stipula di apposite convenzioni con l'ente locale o con soggetti pubblici o privati che possono avvalersi dell'attività di altri enti, di associazioni del volontariato e di cooperative di solidarietà sociale". Esiste, poi, una concreta impossibilità di presentare ricorso contro l'internamento, dal momento che è ammesso solo il ricorso in Cassazione, il che impedisce allo straniero di esercitare il diritto alla difesa, a causa della difficoltà di reperire un difensore patrocinante presso la Suprema Corte nei brevissimi tempi prima dell'esecuzione de''espulsione. Nell'art.13 del T.U.286\1998 , infatti, si stabilisce un termine di 5 gg. Dalla notifica del decreto di espulsione per la presentazione del ricorso davanti al Tribunale del luogo dove è stata emessa l'espulsione. Nella stessa norma si parla poi di un max. di 10 gg. Dalla presentazione del ricorso, entro il quale il giudice si deve pronunciare su questo. In pratica anche la scelta di un avvocato di ufficio( ingenere i più giovani e
inesperti) non è consona alla necessità di rendere effettivo il diritto alla difesa , poiché lo stesso difensore non può essere in grado di presentare il ricorso entro i brevi tempi che lo separano dal rimpatrio del
suo assistito. La norma costituzionale, quindi, risulta violata soprattutto perché non vengono garantite le condizioni concrete dell'accesso alla tutela giurisdizionale. Non si può avere un giusto processo, senza poter accedere a una giusta difesa.
Appare poi ovvio, che i principi di incostituzionalità della disciplina dei CPT , vadano connessi con quelli di incostituzionalità della disciplina delle espulsioni. L'ordinanza del 21\9 99 del Tribunale di Bari, dichiara rilevante la questione di legittimità costituzionale dell'art. 11.9 della legge 40\98e dell'art. 13.9del T.U. n.286\98, così come (sostituito dall'art. 3 del decreto legislativo n. 113 del 1999, in riferimento agli articoli 3,24 e 10 della costituzione "nella parte in cui prevedono che il Pretore decida sul ricorso dello straniero contro il decreto di espulsione del Prefetto con unico provvedimento , di accoglimento o rigetto, adottato, entro 10 gg. Dalla data di deposito del ricorso, nonché nella parte in cui non prevedono il potere cautelare del giudice adito di sospendere per gravi motivi l'esecuzione del provvedimento impugnato". E' inoltre da tenere presente, che secondo gli artt. 3,5 e 6della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo, deve essere sospesa l'esecuzione della misura espulsiva qualora questa possa comportare un sospetto di trattamenti
inumani e degradanti per lo straniero accompagnato in frontiera con la forza. A causa dei già dimostrati tempi ristretti prima dell'espulsione dello straniero, quindi, non è possibile vagliare, per le autorità
competenti, se colui che si sta espellendo possa essere nelle condizioni di richiedere asilo, o sia un profugo di fatto e possa correre rischi seri, per la propria incolumità, tornando in patria.
Permessi di soggiorno
19\12\99: Migliaia di persone si riuniscono a P.zza Vittorio, per chiedere rispetto e dignità, prima di tutto, ma anche la "sanatoria" per 250000 immigrati, il rinnovo del permesso di soggiorno, il diritto d'asilo per tutti coloro che scappanodalle guerre, dalla repressione e la povertà, una vera politica dell'accoglienza a Roma, una casa, un lavoro e l'assistenza sanitaria, la fine del sistema delle espulsioni, una sistemazione dignitosa per i ROM e la chiusura immediata di Ponte Galeria. Aderiscono:"centri sociali", ORMA, YA BASTA, RC (fed. Romana) ,Radio Città Futura e molti altri, fra associazioni di immigrati o italiani. Gli stessi stranieri prendono coscienza di quanto la loro presenza sia significativa ai fini economici della città che si candida, con il Giubileoa stare sotto i riflettori del mondo intero e si oppongono allo sfruttamento di chi, prima li fa lavorare al nero, senza garanzie, per poi espellerli, negandone qualsiasi diritto. Sono Cinesi, Pakistani, Filippini, Bengalesi, Slavi e Peruviani, sono i ROM di Vicolo Savini che chiedono acqua corrente a Casilino 700'...
27\ 01\2000, dalle ore11:oo alle 14:00, si svolge un presidio davanti alla Prefettura di Roma, in piazza SS. Apostoli, per protestare contro l'atteggiamento della polizia e della Questura di Roma nei confronti dei
cittadini stranieri. I principali interessi dei manifestanti, tuttavia, restano ancora la regolarizzazione, tramite il rilascio dei permessi di soggiorno e la chiusura immediata di Ponte Galeria. Il 7Febbraio 2000, appare un comunicato stampa del"Comitato straniero per stranieri", che, ponendosi l'obiettivo di favorire l'inserimento
sociale dei cittadini stranieri in Italia, cerca di potenziare le loro capacità di auto-rappresentanza.
Vogliono eliminare ogni forma di ignoranza, intolleranza ed emarginazione; affermano di non essere legati a movimenti politici, ma si dicono vicini a tutte le correnti di massa progressiste che abbiano il fine
di"promuovere la vita delle varie componenti della società italiana senza discriminazione". Fra i loro obiettivi, anche:
-L'uguaglianza di tutti i cittadini senza discriminazione di colore, cultura, sesso religione, o credo politico.
-La promozione di azioni in grado di garantire il trattamento equo e dignitoso degli immigrati.
-La cooperazione con chi vuole mettere fine alla povertà di massa, alle guerre e allo sfruttamento.
15 Febbraio 2000: presidio davanti al palazzoViminale; si chiede ancora una maggiore semplicità d'accesso ai permessi di soggiorno e la distribuzione di libretti dilavoro e sanitari nonché la costruzione di strutture
dignitose e adatte alle esigenze dei ROM.
2 Aprile 2000:viene organizzata una manifestazione di massa, che chiede al Comune di farsi carico degli abusi subiti quotidianamente dagli stranieri, dai ROM in particolare, espulsi da poco da molti dei campi in cui soggiornavano ma, sempre più a gran voce, ancora una volta, il rilascio dei permessi di soggiorno. A Maggio, tuttavia, il governo non ha ancora dato una risposta, in merito all'annunciata apertura della sanatoria, rivolta a tutti gli immigrati presenti in Italia dal 27 Marzo 1998. Gli immigrati lamentano che, nei 18 mesi trascorsi da quella data ,è sorto un vero e proprio mercato dei p.d.s., ed è stato appurato qualche caso di corruzione del personale delle Questure e delle Prefetture di diverse città. Molti di loro si sono visti
rinviare gli appuntamenti con gli uffici di P.S. più volte e, alcuni , rigettare la domanda inoltrata senza spiegazione. Proprio per fermare il mercato degli "sciacalli" dei permessi di soggiorno, ma anche per garantire l'uniformità delle procedure da parte dei vari uffici competenti, chiedono che tutte le richieste di regolarizzazione siano valutate seriamente; viene così convocato un presidio il 16 Maggio, a piazza SS.Apostoli, per ribadire la mecessità di riesaminare le pratiche rigettate.
Sulla necessità del rilascio del permesso di soggiorno si è sviluppato in pochi mesi a Brescia un movimento di immigrati/e che richiedeva il rilascio del permesso di soggiorno a tutti coloro che nel 1998 avevano fatto domanda di regolarizzazione. La mobilitazione è riuscita a sbloccare, a Brescia ma non solo, il rilascio dei permessi di soggiorno.
La mancanza di una dimensione nazionale della mobilitazione produce, però, solo piccole vittorie locali e non mette in luce la mancanza di un provvedimento chiaro da parte del governo e di un intervento su tutto il paese. Per questo motivo le comunità immigrate di Brescia hanno promosso un primo incontro nazionale, a Brescia il 2 settembre scorso, prefiggendosi come obiettivi da un lato la costruzione di un coordinamento permanente tra le comunità degli immigrati del nostro paese e dall'altro l'abbattimento di quelle posizioni xenofobe e razziste degli esponenti della destra e della chiesa che alimentano la paura dei cittadini italiani nei confronti dell'immigrato.
Un secondo incontro, l'assemblea del 17 settembre a Napoli ha organizzato la Carovana dei diritti dei Migranti e individuato tre ambiti di intervento: ingresso e soggiorno in Italia, centri di permanenza temporanea, diritti di cittadinanza, sociali e politici per i migranti.
La Carovana, che si è mossa da Brescia il 21 ottobre e ha attraversato molte città italiane fino a giungere a Roma il 28 ottobre dove si è conclusa con una manifestazione di massa, ha sottoposto alla discussione e all'elaborazione di tutte le realtà gli ambiti di intervento suddetti e ha cercato di creare momenti di lotta e mobilitazione come primo momento di un percorso che dovrebbe dar vita ad un movimento di lotta autorganizzato dagli immigrati.
Il 2000 può essere definito, senza alcuna riserva e citando il titolo di un libro "Il Giubileo nero degli zingari". La politica di pubblica sicurazza adottata per blindare la "città santa", ne ha fatto il maggior bersaglio delle forze di polizia e ha volutamente identificato, in loro, il problema della criminalità. L'esito di questa persecuzione è facilmente intuibile: dai maltrattamenti, nelle metropolitane, a opera tanto dei passeggeri quanto delle guardie private "in divisa blu", all'incendio del campo nomadi di vicolo Savini, che avrebbe potuto terminare senza un'inutile strage, se la III Università non avesse eretto un muro molto alto, a un lato del campo, per separare i Rom dalla mensa degli studenti, fattore che ha precluso una possibile via di scampo dalle fiamme. ..
Questo ovviamente non è tutto e, il 2000 è stato anche l'anno delle spulsioni di massa, delle operazioni di polizia, o "pulizia", della chiusura di Casilino 700, e dello sgombero ancora più drammatico di Tor dei Cenci, avvenuto nella notte fra il 2 e il 3 marzo e che ha visto uno spiegamento di forze dell'ordine a dir poco imponente (circa 400 uomini, secondo quanto affermato dalla stampa il giorno successivo. Molte sono state le accuse di atteggiamenti violenti, anche nei confronti dei bambini, nel corso dell'operazione che ha anche registrato, al suo termine, 32 espulsioni dal territorio italiano, che arrivavano a 56 dal momento che nella stessa notte, era stata condotta un'operazione analoga a l campo Casilino '700. Ciò che ha destato maggiore scalpore, in quell'occasione, è stata l'espulsione di alcuni minorenni, precisamente 20, alcuni dei quali erano nati in Italia e già iscritti in scuole romane. È stato poi reso noto dall'Arci e dall'ICS che una volta giunte in territorio bosniaco, queste persone hanno dovuto subire ogni sorta di avversità, non non avendo né una casa né vestiti e quel che peggio, essendosi trovati a transitare a Vlasenica, città sotto il controllo dei Serbo-Bosniaci, sono stati percossi dalle milizie del luogo che, oggi, occupano le case che erano delle famiglie di questi Rom prima che fuggissero per la guerra e le persecuzioni. La vicenda dei bambini espulsi (orrenda contravvenzione dell'articolo !9 comma 2, in cui si afferma che non è consentita l'espulsione di stranieri minorenni, se non al fine del ricongiungimento con i genitori in patria), ha fatto scalpore, soprattutto portando alla ribalta uno di loro,Serleo Hrustic, un ragazzo di 14 anni che, oltre a frequentare regoralmente la scuola media "Respighi" era iscritto al circolo sportivo "Fiamme Gialle" di Spinaceto, per le sue doti di atleta. È stata del resto la stessa Polisportiva m. Spinaceto a chiedere, con una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica, il rientro in Italia di Serleo e della sua nonna, sottolineando l'ammirazione profonda per le doti morali del ragazzo, nonché l'affetto che gli altri compagni di squadra nutrivano nei suoi confronti. In seguito, sono stati inoltrati molti altri appelli, fra cui quelli dell'ARG (associazione per l'amicizia tra Rom e gogè) dell'ASGI di Palermo, dell'ICS di trieste e sono state inoltrate delle interrogazioni tanto dai consiglieri comunali, S. Di Francia, N. D'Erma ed E. D'Arcangelo, quanto del senatore C. Manconi.
Caso diverso, solo in parte, quello della comuità Rom Rudari di via dei Gordiani. Si tratta di circa 250 persone, fra cui almeno la metà sono bambini, che vivono in una condizione igienico sanitaria a dir poco raccapricciante, nonostante si cerchi, ormai da più di dieci anni, di trovare per loro un'accoglienza più dignitosa. Più volte si è parlato di un intervento del Comune, dello IACP, della Circoscrizione nonché, prima delle ultime elezioni, della regione, volto alla costruzione di case popolari riservate ai rom, ma il progetto è rimasto impantanato .
Come si deve fare richiesta per il permesso di soggiorno
La richiesta deve essere inoltrata alla Questura della provincia nella quale lo straniero intende soggiornare, entro 8 gg. Lavorativi dall'ingresso, compilando una scheda e allegando 4 foto formato tessera.
NELLA SCHEDA SI DEVE INDICARE:
- Le generalità del richiedente e dei figli minori conviventi da iscrivere nel suo permesso di soggiorno.
- Luogo di soggiorno del richiedente.
- Motivo del soggiorno.
Ad eccezione delle richieste d' asilo, o di soggiorno per motivi umanitari, occorre consegnare una copia della seguente documentazione:
- Passaporto o documento d'identità attestante nazionalità luogo edata di nascita dell'interessato, con apposito visto d'ingresso, se necessario.
- Documentazione attestante la disponibilità di mezzi di sussistenza per la durata del soggiorno ed, eccetto i soggiorni per motivi di lavoro, per rientrare nel paese di provenienza.
- Documentazione inerente il motivo della richiesta di un permesso di soggiorno.
Al richiedente viene consegnato, come ricevuta, un esmplare della scheda che dovrà esibire per il permesso, con insieme: la sua foto, il timbro con la data e la sigla dell'addetto alla ricezione; l'indicazione della data in cui potrà ritirare il p.d.s., l'avvertenza, infine, che per ritirare il permesso di soggiorno dovrà presentare copia della documentazione comprovante l'assolvimento degli obblighi in materia sanitaria.
N.B. Sul permesso di soggiorno è indicato il codice fiscale che sarà utilizzato come codice identificativo del suo titolare.
Non possono soggiornare in italia:
- Coloro ai qualisia scaduto il permesso di soggiorno da più di 60 gg., o sia stato rifiutato o revocato.
- Coloro nei confronti dei quali esista una segnalazione nel Sistema Informativo Schengel (S.I.S.) ai fini della non ammissione.IL PERMESSO DI SOGGIORNO RILASCIATO IN UN PAESE DELL'UNIONE EUROPEA
Può essere usato nel nostro paese per un soggiorno non superiore ai 90 gg. di permanenza in Italia .
Viene applicata una sanzione pecuniaria ai possessori di tale documento che non dichiarano la loro presenza in Italia entro 8 gg. E' prevista, invece, l'espulsione amministrativa superati i 60gg.TIPI DI PERMESSO DI SOGGIORNO:
- Turismo - Lavoro subordinato e autonomo - Inserimento lavorativo
- Studio - Cure mediche - Motivi familiari- Esercizi delle funzioni di ministro di culto -Formazione -Giustizia
- Attesa emigrazione in altro stato - Convivenza in istituti religiosi - Protezione sociale
- Ragioni umanitarie - Asilo umanitario - Attesa adozione o affidamento
Asilo politico - Acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide
DURATA DEL PERMESSO DI SOGGIORNO
Non può essere superiore a :
- 3mesi, per visite, affari e turismo
- 6 mesi,per lavoro stagionale, o 9 mesi, per lavoro stagionale nei settori che richiedono tale estensione
- 1 anno, in relazione alla frequenza di un corso di studio o di formazione
debitamente certificato; il permesso si può rinnovare nel caso di corsi pluriennali
- 2 anni, per lavoro autonomo, per lavoro subordinato a tempo indeterminato e per ricongiungimenti familiari
- Un tempo stabilito in base a necessità documentate, negli altri casi consentiti.
Hanno una durata diversa, della lunghezza delle procedure che occorrono al
loro rilascio,quelli per:
- Asilo o richiesta d'asilo
- Protezione sociale
- Emigrazione in un altro paese
- Acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide di uno straniero munito di un permesso di soggiorno per altri motivi
- Cure mediche
Storia della Carovana
I limiti alla lotta per il permesso di soggiorno
Gli obiettivi della Carovana
Ingresso di soggiorno in Italia
Centri di permanenza
Diritti di cittadinanza
STORIA DELLA CAROVANA
Sabato 21 ottobre 2000 si è mossa da Brescia la "Carovana dei diritti dei migranti", iniziativa attraverso la quale ci si è posto l'obiettivo di favorire uno scambio di esperienze e incontri tra le comunità degli immigrati ormai da mesi in lotta a Brescia e quelle delle altre città, e tra gli immigrati tutti e le forze sociali, politiche e sindacali che intendono sostenere la giusta battaglia per il riconoscimento dei diritti negati ai migranti, e contro il diffondersi di idee e posizioni razziste.
La carovana ha attraversato Milano, Torino, Genova, Treviso, Venezia, Bologna, Lucca e Firenze, per concludersi sabato 28 ottobre a Roma. Nelle diverse città ha cercato di creare momenti di mobilitazione, di confronto, di visibilità, di conflittualità e di aggregazione, quale primo momento di un percorso i cui passaggi, per sommi capi, sono stati delineati nelle due assemblee nazionali del 2 settembre a Brescia e del 17 settembre a Napoli, e che si sono poste come obiettivo portare alla costruzione su scala nazionale di un movimento di lotta autorganizzato dagli immigrati, che si identifichi in una piattaforma di rivendicazioni ampia e condivisa.I LIMITI ALLA LOTTA PER IL PERMESSO DI SOGGIORNO
La mobilitazione ha consentito di sbloccare, a Brescia come altrove, il rilascio migliaia di permessi di soggiorno che erano in procinto di essere rifiutati, e ha quindi ottenuto un primo risultato positivo, che incontra peraltro due limiti.
· Il primo è dato dalla mancanza di un provvedimento chiaro e generalizzato da parte del governo, che avrebbe evitato di dover seguire vie tortuose, in via di interpretazione della discrezionalità delle Questure, per arrivare al rilascio dei permessi di soggiorno.
· Il secondo limite deriva dal primo: poche Questure, in mancanza di indicazioni precise e date per iscritto, hanno uniformato la loro discrezionalità a criteri di giustizia ed elasticità, così perpetuando disparità di trattamento tra situazioni uguali, e ciò è avvenuto soprattutto laddove le comunità di migranti e le forze sociali, politiche e sindacali non hanno potuto o saputo "costringere" le Questure a modificare orientamenti restrittivi, che peraltro trovavano legittimazione in una legge di regolarizzazione mal congegnata, che rappresentava un percorso ad ostacoli per il migrante che intendesse emergere dalla clandestinità.
I due limiti al risultato della lotta sono stati avvertiti come dipendenti dalla mancanza di una dimensione nazionale della mobilitazione, mancanza che ha consentito al governo l'individuazione di soluzioni a valenza locale e l'elusione, invece, di una reale soluzione di chiara e pronta applicazione, valida ovunque.Si è reputato che solo attraverso il coordinamento delle iniziative, che pure vengono svolte a livello locale, si possa costituire un argine all'arretramento culturale di cui sono espressione le posizioni xenofobe e razziste dei partiti della destra e di settori anche importanti della Chiesa, e le titubanze e i cedimenti delle forze della sinistra di governo. Si è convenuto sul fatto che solo cercando di promuovere un movimento reale, che veda protagoniste in primis le comunità di migranti, si potrà segnare un'inversione di tendenza nel modo di affrontare le tematiche dell'immigrazione, verso un effettivo riconoscimento dei diritti di tutti e tutte, superando gli attuali concetti di cittadinanza e di residenza.
Dopo il primo incontro del 2 settembre, l'assemblea del 17 settembre a Napoli è servita a dare concretezza all'idea della carovana per i diritti, lanciata dagli immigrati in lotta di Brescia, e a sviluppare alcuni punti, che dovrebbero costituire la base per una piattaforma nazionale di lotta. Sono stati individuati tre ambiti d'intervento, sui quali tutti gli intervenuti all'assemblea hanno operato valutazioni condivise, che la Carovana intende sottoporre alla discussione e all'elaborazione di tutte le realtà che vi si riconoscano e che sono riconducibili a tre filoni: 1) ingresso e soggiorno in Italia; 2) centri di permanenza temporanea; 3) diritti di cittadinanza, sociali e politici per i migranti. Questi tre filoni costituiscono le tracce di una piattaforma di lotta ancora in via di definizione, ampia ed aperta, che vuol essere il più possibile inclusiva. Di questa piattaforma la Carovana ha inteso fare argomento di discussione tra le comunità di migranti, tra le forze sociali, politiche e sindacali, perché ognuno possa apportarvi un contributo di idee, legato alle diverse esperienze e sensibilità, e perché possa costituire l'inizio di un percorso che segni un avanzamento del movimento di lotta per i diritti degli immigrati e contro la deriva culturale razzista e xenofoba.
INGRESSO DI SOGGIORNO IN ITALIA
Sul primo punto non si può che muovere dalla ragione da cui è scaturita la mobilitazione degli immigrati di Brescia, e che ha visto importanti iniziative di lotta anche a Napoli, Roma, Torino e Milano. La pagina della "sanatoria" del 1998 deve essere chiusa col rilascio del permesso di soggiorno a tutte le persone che ne hanno fatto richiesta: sono passati due anni e ancora circa 40.000 uomini e donne stanno aspettando di poter uscire dalla clandestinità, a ciò impediti dai requisiti richiesti dalla legge di regolarizzazione, impossibili da soddisfare per moltissimi. A distanza di tanto tempo, non è possibile vanificare le speranze di chi ha fatto domanda di permesso di soggiorno, col risultato di restituire decine di migliaia di persone alla clandestinità, che comporta privazione di ogni diritto, condizioni di vita non dignitose, sfruttamento sul mercato del lavoro (necessariamente in nero e precario) e della casa.
Ma se questa della regolarizzazione è una pagina da chiudere, in modo positivo e al più presto, è invece da aprire la pagina di una critica serrata all'impianto della legge "Turco - Napolitano", che muova dalla presa d'atto del fallimento della pretesa di governare i fenomeni migratori coi meccanismi dei "flussi programmati". Il principio della libera circolazione dei migranti resta il punto di arrivo di un percorso del quale occorre promuovere le condizioni culturali e politiche, ma oggi limitarsi a invocare l'apertura delle frontiere, nell'attuale contesto europeo, significa precludersi obiettivi concreti, col risultato di non incidere sostanzialmente sulle condizioni di vita di chi migra "irregolarmente" e di chi è comunque un "regolare" precario. Nell'immediato sono quindi necessarie proposte di breve e medio periodo, che da un lato possano comunque costituire significativi progressi rispetto alla legislazione vigente, e che d'altra parte determinino un avanzamento culturale sui temi dei diritti dei migranti e dell'antirazzismo.
Si deve prendere atto del fatto che nessun meccanismo di predeterminazione delle quote d'ingresso può regolare o contenere un fenomeno epocale come quello migratorio. Anche in questo ambito l'approccio proibizionista si rivela inefficace: non vale a fermare le migrazioni dei popoli, alimenta i turpi guadagni delle mafie che organizzano le rotte dell'immigrazione irregolare e finisce soltanto col tradursi in un fattore di esclusione sociale e di privazione dei diritti delle persone che migrano. E' pertanto necessario prevedere meccanismi automatici e permanenti di regolarizzazione dell'immigrato presente in Italia, basati sul requisito del lavoro (secondo le molteplici tipologie contrattuali oggi esistenti); non, quindi, provvedimenti eccezionali e limitati come le leggi di "sanatoria", ma disposizioni che consentano in ogni momento al migrante di ottenere il permesso di soggiorno, in presenza di un regolare contratto di lavoro, o della denuncia di un rapporto di lavoro irregolare.
E' poi necessario rendere meno precaria la condizione dell'immigrato regolare, svincolando il rinnovo del permesso di soggiorno dai richiesti requisiti di reddito. E' infatti aberrante che persone, magari presenti da anni in Italia, possano vedersi private del permesso di soggiorno in conseguenza di un periodo di disoccupazione, o per l'impossibilità di dimostrare redditi percepiti col lavoro nero o con l'ambulantato; è però quello che sta succedendo a molti immigrati, specialmente a opera di alcune Questure, particolarmente "scrupolose" nell'applicazione della legge.
Ancora, si devono sottrarre alle Questure, per trasferirle ai Comuni, le competenze relative al rilascio e al rinnovo dei permessi di soggiorno. Tale passaggio eviterebbe ai migranti il contatto necessitato con l'istituzione poliziesca, e sancirebbe il superamento della concezione dell'immigrazione come problematica riguardante l'ordine pubblico. Si deve rendere poi effettivo il diritto al riconoscimento dello status di rifugiato, che in Italia viene pressoché sistematicamente negato: l'approvazione di una nuova disciplina è quanto mai urgente, per dare effettiva tutela a chi fugge dal proprio Paese perché soggetto o assoggettabile a persecuzione. E' pure necessario prevedere meccanismi che consentano, ai migranti che ottengano il permesso di soggiorno per motivi di protezione umanitaria, di convertirlo in un titolo stabile di soggiorno, a prescindere dal venir meno, nel Paese di provenienza, delle condizioni che avevano determinato l'esigenza di protezione. Si deve, inoltre, rendere più agevole l'esercizio del diritto, costituzionalmente garantito, all'unità familiare, anche ponendo fine alle prassi vergognose che vigono in molte ambasciate italiane all'estero, che di fatto frappongono ogni sorta di ostacolo all'ingresso legale dei migranti.
CENTRI CI PERMANENZA
Quanto al secondo punto, va ribadita la richiesta di chiusura di quelle strutture, istituite con la legge "Turco - Napolitano", che costituiscono delle aberrazioni giuridiche e rispondono al nome di "centri di permanenza temporanea". Si tratta di luoghi di sospensione del diritto, di privazione della libertà, che non possono essere "umanizzati", o resi meno inaccettabili magari col coinvolgimento delle associazioni del volontariato nella loro gestione: vanno semplicemente aboliti. Non è accettabile, in un Paese civile, che persone che non si sono macchiate di alcun reato possano essere rinchiuse e private della libertà fino anche a un mese.
La riapertura del "lager" di Vulpitta, luogo di morte ed esclusione, e quella imminente di via Corelli, la cui chiusura era divenuta simbolo della lotta contro i centri di detenzione amministrativa, sono segnali gravi che impongono al movimento antirazzista di rimettersi in gioco, questa volta con la massiccia e consapevole presenza delle comunità di immigrati .
Parlando di libertà e di diritti fondamentali delle persone, non si può poi pensare di non intervenire sulla condizione processuale e carceraria degli immigrati, che vengono sistematicamente discriminati tanto nel corso del processo, che nella fase di esecuzione della pena. Il diritto alla difesa, tecnica e non, per gli immigrati spesso è solo apparente; il ricorso alla custodia cautelare in carcere nei loro confronti è pressoché la regola; le condizioni di disagio sociale (mancanza di casa e di lavoro) impediscono loro di poter beneficiare di misure alternative al carcere. Anche le modalità di detenzione sono per gli immigrati più gravose che non per gli autoctoni, per la mancanza di contatti con la famiglia, che quasi sempre è lontana, e di prospettive di reinserimento sociale, e per le stesse condizioni di vita all'interno del carcere, che quasi mai tengono conto della specificità culturale dei detenuti stranieri, delle loro diverse abitudini alimentari, religiose, ecc.
Il terzo ambito di intervento è stato individuato nelle tematiche riguardanti i diritti di cittadinanza, sociali e politici. Una volta conquistato il diritto ad esistere, va conquistato quello a un'esistenza degna e libera, lottando per il diritto alla casa, al lavoro, all'istruzione, alla salute, ecc. Si tratta, peraltro, di diritti messi in discussione pesantemente per tutti, e per la difesa dei quali la lotta degli immigrati ben può saldarsi con quella di tutte le persone che si oppongono alla progressiva precarizzazione delle condizioni di vita di ampi strati della popolazione.
In particolare, è necessario aprire vertenze con le istituzioni locali, perché attuino concrete politiche sul diritto all'abitazione, per sottrarre gli immigrati a un mercato degli affitti che offre alloggi (spesso fatiscenti) a condizioni usurarie, o che li costringe a soluzioni di fortuna.
Si deve intervenire sul mercato del lavoro, per combattere il lavoro irregolare, ma anche quello precario, quello offerto da cooperative e agenzie che forniscono manodopera ultraflessibile e non garantita, i patti per il lavoro che introducono inaccettabili differenziazioni tra i lavoratori. Ma si deve intervenire anche sulle condizioni di lavoro, per negoziare ferie, mense, festività per lavoratori che hanno cultura, abitudini ed esigenze non sempre sovrapponibili a quelle dei lavoratori autoctoni.
Deve inoltre essere riconosciuto, in applicazione della Convenzione di Strasburgo del 5 febbraio 1992, il diritto di voto nelle elezioni amministrative agli immigrati residenti. Si tratta di un passaggio necessario per riconoscere l'effettiva partecipazione dei migranti alla vita pubblica delle comunità locali di cui fanno parte, per dar loro la possibilità di scegliere se e come esprimersi su decisioni che li riguardano. E' peraltro un passaggio culturale importante per sancire il superamento della concezione che lega alla cittadinanza la piena titolarità dei diritti civili e politici, che devono essere riconosciuti a tutte le persone, in quanto tali, che vivono in un determinato territorio.
Dati sull'immigrazione a Roma
(dossier Caritas 1999/2000)
Domande
Regolari - regolarizzazione del '98: Roma: 27.994 domande; 60.561 prenotazioni.
Lavoro (42,8% dei soggiornanti)
Autonomo: Cina, Somalia, RussiaDipendente: Filippine, Somalia, Capo Verde, Perù, Egitto, Sri Lanka, Cina, Tunisia, Polonia, Bangladesh, Marocco, Albania, Etiopia, Nigeria, Pakistan.
Stagionale: il lavoro stagionale non è presente in maniera rilevante; durante l'inverno, si trasferiscono a Roma molti degli immigrati stagionali del sud.
Disoccupati (30.129): Pakistan, Marocco, Bangladesh, Nigeria, Tunisia, Romania, Etiopia, Somalia, Albania, Cina, Egitto, Perù, Polonia (dati 1999)
Ricongiungimento: Russia, Sri Lanka, Albania, Cina, Tunisia, Romania, Colombia, Marocco, Brasile, Egitto, Polonia (dati 1999)
Provenienza: A Roma gli asiatici sono il 28,2%, gli europei il 37,6%, gli africani il 16,6%, gli americani il 17,0%. Filippine, Perù, India, Bangladesh, Egitto, Sri Lanka, Brasile, Albania, Marocco, Cina, Messico, Tunisia, Colombia, Etiopia, Nigeria, Macedonia, Capo Verde, Somalia, Pakistan, Russia (dati 1999)Presenza: Il contesto romano è il più consistente a livello nazionale: 219.368 (17,5%)
Filippine, Polonia, Romania, Perù, India, Bangladesh, Egitto, Sri Lanka, Brasile, Albania, Marocco, Cina, Messico, Tunisia, Colombia, Etiopia, Nigeria, Macedonia, Capo Verde, Somalia, Pakistan, Russia, Lituania.
Si trova uno straniero ogni 7 residenti nella I circoscrizione, uno ogni 20 nella XX, uno ogni 15 nella XVIII e nella III, uno ogni 17 nella XVII e nella VI, uno ogni 40 nella V e nella X. La media cittadina è di un cittadino straniero ogni 19 residenti. La prima circoscrizione è quella che accoglie il maggior numero di residenti stranieri.
La popolazione straniera è insediata per il 43% nelle circoscrizioni esterne, per il 32% in quelle intermedie e per il 25% in quelle centrali. Le circoscrizioni intermedie e specialmente quelle esterne sono caratterizzate da un aumento più sostenuto ed è destinata ad incrementarsi la loro incidenza percentuale sull'insieme della popolazione straniera.Ripartizione delle circoscrizioni
La città di Roma rappresenta un centro particolarmente importante per i flussi migratori in Italia, perché rappresenta il centro politico dove hanno sede tutte le rappresentanze straniere, dove sono presenti tantissime nazionalità, e quindi dove ognuno può presumibilmente incontrare un cittadino del proprio paese, dove hanno sede gli organismi internazionali, tra cui la Commissione per il riconoscimento dello status di rifugiato, dove l'alto numero di stranieri presenti rende più facile sfuggire ai controlli.
I dati ufficiali per il 2000 mostrano come la presenza degli stranieri a Roma sia estremamente diversificata sia per paese di provenienza che per progetto migratorio.
I residenti stranieri iscritti all'anagrafe del Comune di Roma sono aumentati del 4,1% (155.221). Tra i soggiornanti, i residenti sono la quota più stabile. Questo significa che l'acquisizione della residenza è frenata dalle lungaggini burocratiche, e che Roma continua ad essere un luogo prevalentemente di passaggio.I gruppi nazionali più numerosi sono:
Filippine 20.736
Egitto 6.980
Polonia 6.826
Perù 6.348
Bangladesh 5.532
Cina 4.947
Sri Lanka 4.781
Romania 4.480Seguono la Jugoslavia (circa 4000), India e Marocco (circa 3000), Brasile, Etiopia, Somalia, Nigeria e Capo Verde 8circa 2000), Tunisia, Iran, Albania, Colombia, Pakistan, Argentina (circa 1000).
L'incidenza media dei minori sul totale degli immigrati è del 12,5%, minore di quella nazionale. Questo indica una minore propensione all'insediamento stabile. I gruppi nazionali con maggiore incidenza di minori sono quelli provenienti dall'ex-Jugoslavia, Filippine, Cina, Sri Lanka, Capo Verde, Tunisia e Marocco. I dati sui filippini e i capoverdiani indicano che i lavoratori tipicamente domestici hanno iniziato il processo di ricongiungimento familiare, rendendo più difficile il rientro nel paese di origine.
In definitiva, gli asiatici sono i più interessati a stabilirsi, soprattutto nel caso degli immigrati provenienti dal sub-continente indiano; i latinoamericani usano la città come centro di passaggio; gli europei dell'est presentano entrambe le tendenze.
La maggior parte dei figli degli immigrati ha un'età compresa tra i 3 e gli 11 anni, quindi in età di obbligo scolastico.
Tutte le circoscrizioni, salvo la III e la IV, hanno conosciuto un aumento: la prima è la I circoscrizione, che accoglie il gruppo più numeroso e registra l'incidenza più alta, essendo gli immigrati quasi un senso dei residenti. Oltre alla I, altre sei circoscrizioni (II, III, VI, XVII, XVIII e XX) registrano una incidenza superiore alla media.
I problemi che emergono dalle inchieste effettuate a Roma risultano essere soprattutto la casa e il lavoro.
Al 30 giugno 1999 su 361.036 lavoratori iscritti al collocamento di Roma (per il 54,4% donne), i lavoratori stranieri iscritti erano quasi 20.000 (il 5,5%, di cui il 34.7 sono donne), percentuale molto più alta degli stranieri iscritti all'anagrafe.
La disoccupazione degli immigrati a Roma è dovuta per il 64,6% alla difficoltà di ricollocamento (sono quindi disoccupati di lunga durata), la maggior parte dei quali chiede di essere collocata come lavoratore generico, per lo più nel settore dei servizi.I gruppi nazionali di disoccupati più numerosi sono:
Bangladesh 2.843
Romania 1.223
Egitto 1.475
Polonia 1.168
Perù 1.404
Ex-Jugoslavia 1.142
Filippine 1.333
Cina 757
Marocco 1.252
India 570
1° Rapporto sulla condizione abitativa degli immigrati in Italia
La svolta di Marsiglia
La fascia degli esclusi
Un regime speciale
Dieci metri quadrati per ogni immigrato
La "prova di alloggio"
Come cambia la città
Cosa fare ?
Esquilino
Inchiesta sulla moschea di Centocelle
IL COLORE DELLE CASE
1° Rapporto sulla condizione abitativa degli immigrati in Italia
a cura di Ares 2000L'emergenza abitativa Per le fasce deboli della popolazione, tra cui gli immigrati, il problema della casa in Italia è divenuto ancora più drammatico dopo la liberalizzazione degli affitti favorita dalla legge 431/98. Lievitano senza freni i canoni, invece di affiorare in superficie il "sommerso" sprofonda negli "abissi"(quasi il 70% dei contratti in vigore è completamente o parzialmente in "nero"), l'offerta di case in affitto regolare si contrae e di edilizia residenziale pubblica non si parla quasi più, che anzi grande impegno viene profuso nella svendita del patrimonio immobiliare degli enti. Mentre la politica del sussidio non riesce a limitare l'esclusione costringendo gli ultimi inquilini rimasti ad esibire la "tessera di povero". I dati del centro studi NOMISMA confermano per il 2000 una forte lievitazione degli affitti rispetto al 1999, nella misura tra il 10 e il 20%. Tanto che un appartamento di 100 mq nel centro storico di Roma è arrivato a 3.300.000 mensili(+ 13,7%) mentre la stessa metratura in estrema periferia costa 1.300.000 mensili(+ 11%). Con tale emergenza caratterizzata da scarsità di abitazioni in affitto economico, da poca edilizia sociale(appena il 5% del totale patrimonio abitativo) e poco razionalmente organizzata e da insufficienti interventi alternativi mirati alle fasce deboli, deve misurarsi il flusso degli immigrati che investe l'Italia in maniera sempre più massiccia (secondo le ultime stime ne sarebbero presenti circa 1.490.000 pari al 2,5% della popolazione) e che è caratterizzato da una varietà di etnie non riscontrabile in altri paesi europei, dal momento che è l'unico caso al mondo in cui le prime cinque comunità straniere immigrate (Marocco, Albania, Filippine, ex Jugoslavia, Romania) totalizzano appena il 30% della presenza totale. In fatto di immigrazione soprattutto a livello europeo ci si sta rendendo conto della potenziale insensatezza della politica di chiusura finora seguita (ideologia dell'invasione) che ha privilegiato l'adozione di provvedimenti di contenimento anziché la programmazione ed il coordinamento di interventi destinati all'assistenza ed alla integrazione.
Nell'attuale contesto mondiale, è del resto giocoforza abituarsi all'idea dell'ineluttabilità delle migrazioni delle popolazioni dei paesi poveri (quasi 5 miliardi di persone) verso i paesi ricchi (con soli 850 milioni di abitanti): il fenomeno è determinato in larga misura dall'erosione delle popolazioni delle campagne e dal formarsi di quelle enormi trappole mortali costituite dagli agglomerati urbani dai quali, per sopravvivere, si può soltanto scappare. Pur non essendo un'alternativa allo sviluppo, le migrazioni costituiscono una valvola di sfogo che non si può sopprimere ma solo cercare di regolamentare. Ed ecco che a Marsiglia nel luglio 2000 si è avuta una svolta: su iniziativa francese, i ministri degli Interni e della Giustizia Europei hanno infatti varato una serie di provvedimenti per favorire, anziché arginare, l'immigrazione regolare e rimuovere gli ostacoli ad una piena integrazione degli immigrati. Alla svolta ha contribuito certamente la ripresa economica (gli imprenditori dei vari paesi tra cui l'Italia chiedono mano d'opera flessibile e a poco prezzo per far fronte alle nuove commesse.Dal "Primo Rapporto della Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati" risulta che circa il 60% degli stranieri in Italia sarebbe già riuscito a trovare un alloggio(1) inserendosi nei normali canali dell'affitto e anche, per una piccola quota, dell'acquisto. Il che, oltre ad avere del "miracoloso", indica, secondo la Commissione, la capacità da parte di molti immigrati di risolvere il problema con le proprie risorse, ma può anche significare la carenza delle politiche abitative in quanto gli immigrati sarebbero lasciati a se stessi di fronte alle difficoltà che incontrano sul mercato. Occorre peraltro aggiungere come coloro che hanno trovato una soluzione abitativa relativamente stabile possano presumibilmente identificarsi con la fascia di immigrati stabilmente residente in Italia da almeno cinque anni (circa 500.000 nel 1998). E' del resto evidente che non tutti gli immigrati sono "poveri". Alcuni sono commercianti, altri calciatori di grido, per i quali il problema abitativo è del tutto marginale. (1) secondo la maggior parte delle associazioni di immigrati interpellate sul punto, circa il 30% sarebbe riuscito a trovare un normale alloggio, un altro 30% abiterebbe in condizioni di precarietà e sovraffollamento, il restante 40% sarebbe praticamente "disperso" in mille rivoli senza fissa dimora.
Pur prendendo atto del dato "tranquillizzante" fornito dalla Commissione per le politiche di integrazione, andrebbe pur sempre verificato in quale misura le soluzioni abitative già adottate presentino fenomeni di degrado e di sovraffollamento come denunciato dalle associazioni. E' comunque certo che gli esclusi dal mercato sono tanti: per più di 600.000 immigrati (tenendo conto anche degli irregolari e dei nuovi flussi annuali) e soprattutto per quelli che vivono nei grossi agglomerati urbani di Milano, Roma, Torino, Napoli, la situazione abitativa risulta disperata, e tale da poter avere a breve termine gravi ripercussioni sull'ordine pubblico. Sistemazioni abitative precarie con gradi di disagio improbabili per abitanti italiani, riguardano facilmente anche immigrati che hanno lavoro e reddito. Secondo la Cooperativa DAR di Genova, che opera proprio per assicurare il diritto alla casa, "anche gli immigrati in grado di pagare un ragionevole corrispettivo, non trovano sul mercato offerte se non a prezzi assolutamente proibitivi e troppo spesso in condizioni indegne." Si arriva al punto che gli immigrati neo-assunti nelle fabbriche del Nord, sempre più avide di mano d'opera a buon mercato, pur di conservare il posto di lavoro senza allontanarsi troppo dall'area industriale, con il primo salario pagano la prima rata di un'auto usata per dormirci la notte. Mentre nella capitale del Giubileo tutti sanno che i lavoratori extracomunitari, almeno come provvisoria sistemazione, non disdegnano di dormire sotto i ponti del Tevere (Garibaldi, Cavour, Sisto, Industria, Testaccio, Duca d'Aosta) che funzionano anche come punti di aggregazione specifici per le varie etnie. Sempre a Roma è cronaca di ieri l'accampamento di un centinaio di fuorusciti curdi (uomini, donne e bambini) sul Colle Oppio, in un enorme tappeto di moquette a due passi dalla Domus Aurea. Ancora nella capitale il 13 settembre di quest'anno, un blitz della Polizia nel quadro della serie di perquisizioni di tipo etnico disposte non si sa in base a quale "mandato" nel quartiere Esquilino, viene scoperto un appartamento affittato da proprietario italiano per svariati milioni a trenta cinesi accatastati in due stanze. Oltre che con le difficoltà comuni agli altri cittadini italiani che cercano una casa in affitto, gli immigrati si trovano a dover fare i conti con alcune particolari "discriminazioni": 1) i proprietari di case non affittano a stranieri (specie se di colore o albanesi) senza adeguate garanzie, 2) se affittano a stranieri pretendono un costo aggiuntivo e in molti casi, per i regolari, anche la stipula di una fideiussione bancaria; 3) se affittano a stranieri, specie nelle grandi città, l'affitto è in genere transitorio e si paga a persona anziché a mq.; 4) anche le agenzie immobiliari approfittano della situazione chiedendo spesso somme rilevanti (fino a 250.000 lire) a titolo di mediazione per la ricerca di un appartamento che mai si materializzerà e negando il risarcimento, anche parziale, della somma ricevuta. La discriminazione, la differenza passa dunque anche per le case, che possono assumere un colore diverso a seconda dei loro inquilini. Ed agli extracomunitari di colore la maggior parte dei proprietari preferisce non dare la propria casa e tenerla sfitta.
L'emergenza-casa per gli immigrati diventa più acuta nelle grandi città. E nelle grandi città l'Osservatorio dell'Ares 2000 ha potuto stimare con una certa approssimazione i prezzi medi delle case offerte agli stranieri. L'analisi ha tenuto conto dei livelli medi dei canoni "concordati" stabiliti per ogni città dalle parti sociali in applicazione della legge 431, dei livelli dei canoni liberi (con le differenziazioni già accertate in precedenti ricerche), dell'indagine Istat sui consumi delle famiglie, delle indicazioni delle associazioni degli immigrati, nonché di alcune agenzie immobiliari. E' certamente grave, ma non può essere smentito: il passaparola fra proprietari ha creato ormai delle regole non scritte, degli accordi taciti (potremo anche chiamarlo un cartello) che ha delineato un canone "speciale" per immigrati., canone che si colloca oltre il livello del canone libero, provocando automaticamente l'espulsione dei più deboli dal mercato. Risulta che gli affitti più cari per gli immigrati riguardano Roma. In pratica, per fare un esempio, un immigrato residente a Roma che volesse affittare per sé e per la sua famiglia un piccolo appartamento di 60 mq in una zona intermedia, situata tra centro e periferia, dovrà pagare una somma mensile non inferiore a lire 1.020.000; se fosse cittadino italiano ne basterebbero 600.000 (canone concordato). Secondo la proiezione in tabella il canone "speciale" medio per gli immigrati si assesta a seconda delle città sul 60-70% in più rispetto al canone medio concordato e sul 25% in più rispetto al canone medio libero, tenendo altresì conto che si tratta nell'80% dei casi di contratti in nero (favoriti dal bisogno urgente di casa da parte degli immigrati e dalla loro ignoranza sulla normativa degli affitti). A detta di alcuni rappresentanti degli immigrati, in particolare dell'Associazione Dhuumcatu (nata per tutelare i diritti di migliaia di immigrati del Bangladesh e di altri paesi orientali) le cifre Ares (che, si ricorda, si riferiscono a canoni "medi") sarebbero sottostimate in quanto in città come Roma, Firenze o Milano, sarebbe ben difficile trovare, anche in periferia, un appartamento per stranieri a meno di 1 milione al mese. Naturalmente alla spesa del solo canone vanno aggiunte le altre spese necessarie per l'abitazione e cioè per le utenze (energia elettrica, gas, acqua, condominio, ecc.) nonché per la manutenzione ordinaria e straordinaria., complessivamente una spesa aggiuntiva al canone di circa 300.000 mensili. A questo punto l'onere appare difficilmente sopportabile da un immigrato con un reddito non superiore alle lire 1.300.000. La spesa media per l'abitazione secondo l'indagine Istat sui consumi per le famiglie è del 23%. Nel caso delle famiglie degli immigrati raggiungerebbe il 90% in quanto la famiglia non avrebbe più margini di reddito per gli altri consumi vitali. La conseguenza più logica è l'espulsione dell'immigrato dal mercato, con ricerca di soluzioni estremamente precarie ed al limite della povertà. Vi è da aggiungere che secondo l'interpretazione di alcune Regioni, anche ammettendo che l'immigrato riesca a stipulare un contratto concordato, non avrebbe comunque possibilità di accedere ai contributi del Fondo di sostegno all'affitto destinato alle famiglie più bisognose, contributi che sarebbero riservati, in mancanza di una previsione specifica contraria, soltanto ai cittadini italiani. Ma il "regime speciale" non riguarda soltanto il livello del canone, riguarda anche l'oggetto del contratto e cioè il tipo di abitazione. Approfittando della disponibilità degli immigrati e della loro necessità di gestire spesso situazioni di irregolarità, è stato attivato un mercato specifico con diffuso ricorso ad abitazioni sotto standard, ad un patrimonio fuori mercato di edifici sotto i limiti di abitabilità già considerati irrecuperabili alle esigenze della popolazione locale.
Dieci metri quadrati per ogni immigrato
Circa 600.000 immigrati in Italia, quasi la popolazione di una città come Genova, sono in costante ricerca di un alloggio. Nel frattempo sono costretti a dormire sotto i ponti, in macchina, in carrozze ferroviarie abbandonate, in baracche, in centri di prima accoglienza, in dormitori pubblici, in centri di detenzione "amministrativa", in carcere (spesso considerato un estremo rifugio), in magazzini fatiscenti a trecentomila lire mensili insieme ad altre decine di sfortunati, in centri sociali, in case occupate, in edifici pericolanti oppure, i più fortunati, trovano ospitalità presso altre famiglie di immigrati. Per cercare di soddisfare od alleviare questa fame di case gli interventi pubblici sono scarsi e disorganici, e ci si affida quasi esclusivamente alle associazioni di volontariato. Regione per regione abbiamo cercato di valutare in linea di larga approssimazione, e tenendo conto che la domanda è molto differenziata (vi è richiesta di case in affitto per lunghi periodi, ma anche di alloggi collettivi, di centri di accoglienza, di alloggi provvisori) il numero delle abitazioni -di edilizia sociale a prezzo politico- sufficiente a risolvere almeno temporaneamente il problema di alloggio dei lavoratori immigrati. Reperire tali abitazioni è estremamente urgente e le autorità preposte dovranno decidere se intervenire sul mercato attuale con una politica limitata al sostegno dei gruppi più deboli ed al loro inserimento nei centri storici e nei nuclei periferici di residenza pubblica, oppure tornare ad una politica più decisa, quella del mattone, e cioè con un piano straordinario per una nuova edilizia sociale per gli immigrati che tenga conto delle singole etnie e delle loro esigenze specifiche nel quadro di una valorizzazione ambientale, piano di cui ha recentemente parlato il presidente dell'ANCE Claudio De Albertis. In ordine a quest'ultima proposta che comporterebbe nuovi insediamenti in città già sovraffollate hanno espresso riserve le forze politiche ecologiste. Positiva è stata invece la reazione del Ministro dei Lavori Pubblici Nerio Nesi secondo cui " ci siamo abituati a ragionare sul fatto che il 75% della popolazione italiana è rappresentata da proprietari di casa, e abbiamo costruito un muro di indifferenza nei confronti del restante 25% che non la possiede. E' doveroso pensare a una casa per le classi più povere". Va anche rilevato come in Italia non si possa continuare a parlare dei problemi degli immigrati solo in termini di "ordine pubblico", ma se è necessario continuare a parlare di "ordine", allora va precisato con forza che il lasciare 600.000 persone con scarsi mezzi di sussistenza e senza casa non sembra il modo migliore per prevenire la "micro-criminalità".
Secondo la normativa sulla sanatoria per gli immigrati presenti in Italia prima del 27 marzo 1998, una delle condizioni essenziali per poter ottenere la regolarizzazione è la prova di poter disporre di un alloggio. Ora, poiché la situazione di irregolare non permette al proprietario che affitta un appartamento all'immigrato di dichiararlo ufficialmente, non resta che dichiarare di essere ospiti di altri stranieri(regolari) con i quali si coabita. Ma un alloggio occupato da più di due persone a stanza è irregolare e non è considerato idoneo al fine di ottenere la sanatoria. Ed ecco che si crea un mercato irregolare in cui gli immigrati che intendono ottenere la regolarizzazione sono costretti a versare dalle 200.000 lire ad un milione per ottenere una "prova di alloggio". Su tali abusi verificatisi ad opera di proprietari e di funzionari l'associazione Duumcatu ha già inoltrato diversi esposti alla Procura della Repubblica del Tribunale di Roma, con conseguente apertura di procedimenti anche a carico di alcuni ispettori di polizia. "Avevo un sogno quando sono arrivato in Italia - ci dice Siddique Nure Alam fondatore dell'associazione - credevo che qui venissero realmente rispettati i diritti al lavoro, alla casa, alla salute, purtroppo è rimasto un sogno".
Centri di accoglienza: 17.200 posti letto per più di 100.000 richieste
I permessi di soggiorno concessi in Italia a cittadini stranieri nel corso del 1998 sono stati circa 150.000. La maggior incidenza nei nuovi flussi spetta all'Europa con ben la metà dei permessi (55.465 di cui 38.362 ai paesi dell'Est). L'area dell'Est detiene ben il 34,6% dei nuovi arrivi. Asia e America detengono quote di nuovi permessi rispettivamente del 21 e 14%. L'Africa è il paese più penalizzato nel confronto tra residenti(29%) e nuovi arrivati(14%). Per realizzare una accoglienza adeguata nei confronti dei nuovi flussi migratori sono necessarie strutture alloggiative temporanee, che rispondano a bisogni urgenti per un tempo limitato, e siano integrate da misure di accompagnamento. Vi è cioè richiesta di strutture flessibili per una accoglienza rapida e rapida dismissione, accompagnate da servizi di orientamento. I Centri di accoglienza attualmente disponibili in Italia appaiono del tutto insufficienti. Si tratta di 820 strutture di cui 620 ubicate nel Nord, che sono in grado di offrire 17.200 posti letto di fronte ad una domanda urgente di almeno 100.000 posti letto. Il Lazio, dove affluiscono annualmente circa 16.000 nuovi immigrati, dispone soltanto di 36 centri, con circa 900 posti letto complessivi. Naturalmente il ruolo dei centri e il loro funzionamento è strettamente legato all'esistenza attorno ai centri stessi di una gamma di offerte di alloggi che consenta di uscirne. Finora è avvenuto infatti in moltissimi casi che la turnazione degli ospiti dei Centri sia stata impedita dalla carenza di altre offerte, e sia stata così snaturata la funzione di semplice accoglienza di queste strutture.
Quali caratteristiche ha presentato finora l'inserimento abitativo delle comunità di immigrati nelle nostre città? Sicuramente emergono due "situazioni insediative": i centri storici e i vecchi quartieri di edilizia popolare. Nei centri storici gli immigrati "occupano" lentamente interi quartieri (San Salvario a Torino, Carmine a Brescia, Vasto a Napoli, Canonica-Sarpi a Milano), oppure si insediano in spazi connotati dalla prossimità alle principali stazioni ferroviarie (Porta Palazzo a Torino, l'area attorno a S.Maria Novella a Firenze, l'Esquilino a Roma). In alcuni casi, come giustamente affermano i ricercatori dell'ISMU, redattori del "Quinto rapporto sulle migrazioni 1999" già citato, la localizzazione ripercorre gli spazi che in passato avevano già ospitato le immigrazioni del meridione (come nel caso emblematico di Porta Palazzo a Torino), in altri arrivano a compimento di un lungo processo di spopolamento e di disinvestimento immobiliare (come ad esempio a Palermo), o di più recenti cambiamenti nelle scelte abitative dei ceti medio-alti che ai centri storici preferiscono sempre di più aree di tipo suburbano (Parma, Reggio Emilia, in parte Brescia) Ma ciò che appare più importane è il processo di territorializzazione . Ad una sistemazione alloggiativa in un patrimonio già degradato e concesso ad affitti molto elevati (sopportabili solo a prezzo di un alto grado di affollamento) si accompagna un forte sviluppo di esercizi commerciali e pubblici gestiti dagli stessi immigrati. Sviluppo che in alcuni casi coesiste con la nascita di attività artigianali e con l'avvio di nuclei di economia etnica. Si crea quindi un circolo virtuoso: l'inserimento abitativo e la connessa area commerciale richiama altri immigrati e altri nuclei della stessa comunità residenti in altre parti della città che consentono la sopravvivenza e lo sviluppo dei "negozi etnici", mentre lavoratori soli, famiglie ricongiunte trovano ospitalità presso parenti e connazionali, rendendo sempre più il quartiere come etnicamente connotato. L'insediamento degli immigrati nei centri storici attiva dei processi minimali di manutenzione di un patrimonio edilizio in abbandono e degradato, e attraverso le forme di commistione tra lavoro artigianale e residenza nonché la ricostituzione di una vita di strada e di vicinato, non fa che arricchire il paesaggio urbano superando i fenomeni di sterilizzazione e banalizzazione che lo affliggevano ( A.Lanzani: I centri storici). Il medesimo "ingranaggio" stenta a mettersi in moto nelle periferie delle città. Numerosi nuclei si sono inseriti soprattutto in vecchi quartieri di edilizia economica popolare, dove cominciano ad assumere un certo peso e rilevanza le assegnazioni ad immigrati. Contrariamente ai centri storici, i quartieri residenziali periferici sono caratterizzati da una rigidità tra tipi di alloggi offerti ed esigenze degli immigrati, che sono sia quelle di offrire ospitalità temporanea a connazionali, sia quelle di una più intensa vita in pubblico e negli spazi aperti. In particolare l'esigenza di aprire spazi commerciali od artigianali specifici (macellerie islamiche, negozi import-export orientali, lavanderie a gettone, negozi di telefonie internazionali, ecc.), può trovare realizzazione soltanto nelle vie adiacenti al quartiere. Pertanto, se nei centri storici la presenza di popolazioni immigrate contribuisce al recupero di alcuni spazi altrimenti abbandonati, nei vecchi quartieri di edilizia popolare esiste un profondo scarto tra la rigidità delle strutture edilizie, sia tipologica che normativa, e le pratiche di vita degli immigrati residenti nelle periferie, rigidità che impedisce ogni processo spontaneo di trasformazione e adeguamento degli spazi alle mutevoli necessità degli abitanti (C.Novak: Vecchi quartieri di edilizia popolare).
Enti locali unitamente ad organizzazioni del terzo settore hanno finora portato avanti alcuni progetti per favorire l'inserimento abitativo degli immigrati e bloccare il loro processo di "esclusione" prima che potesse diventare irreversibile. Si tratta di interventi variegati di vario livello, che fanno leva sugli scarsi finanziamenti esistenti, e sfruttano gli spazi offerti dal sistema dell'ERP (edilizia residenziale pubblica) e dalla legislazione sull'immigrazione, ma nello stesso tempo introducendo formule tipologiche ed organizzative inedite, non previste nel nostro sistema istituzionale e prendendo a modello esperienze di altri paesi. Tra i vari interventi occorre citarne alcuni.
1) Azioni immobiliari sociali. Consistono principalmente nello svolgere un'azione di intermediazione tra proprietari e immigrati offrendo garanzie per l'affitto e un'integrazione economica, nonché costituire e gestire un patrimonio di alloggi da affittare a prezzi contenuti.
2) Agenzie. Forme organizzative di natura pubblica o privata che hanno il compito di svolgere efficacemente l'azione immobiliare sociale sul modello francese o belga, e di coordinare diverse azioni nel territorio per facilitare l'inserimento abitativo (Agenzie sociali meritorie in questo campo sono la Cooperativa DAR di Genova, il Comitato Arcata di Roma, l'agenzia Casa Amica a Bergamo).
3) Sistemazioni collettive. Consistono nella gestione, a livello di associazioni, di strutture alloggiative di emergenza o secondarie nel quadro del superamento dei centri di prima accoglienza. Come si vede, la risposta istituzionale e sociale offre spunti positivi e d'avanguardia, ma di fronte ad un problema così urgente e drammatico e di dimensioni quantitative assolutamente inusuali, appare riduttiva ed insufficiente. La vera dimensione dell'emergenza-immigrati è stata intuita dal Presidente dell'ANCE nel lanciare l'idea di un "piano sociale straordinario di edilizia popolare", proposta che sarebbe stata già presa in considerazione dal Ministro Nesi. Naturalmente il dibattito è aperto e dovrebbe portare nel più breve tempo possibile - anche in vista della "finanziaria"- al varo di un pacchetto-casa che comprenda progetti polivalenti e intercambiabili proporzionati, a livello organizzativo e di costi, all'entità numerica degli immigrati che vengono "accolti" nel nostro territorio in misura sempre più crescente. Si può già prevedere che tali provvedimenti non saranno incentrati unicamente su nuove costruzioni, ma incentiveranno l'utilizzo e la ristrutturazione dell'esistente sempre con riferimento alle esigenze specifiche delle singole comunità, e amplieranno in proporzione dei reali bisogni il campo di interventi economici integrativi dell'affitto. A quest'ultimo riguardo è auspicabile che sia disposta a carico degli enti locali l'integrazione della differenza tra canone reale e canone convenzionato. Il varo di un pacchetto casa ad hoc dovrebbe comunque essere l'occasione per riconsiderare la politica abitativa nei confronti di tutte le fasce deboli attuando i dovuti correttivi e sanando almeno parzialmente le ferite di un liberismo troppo spinto. Va infine sottolineato come provvedimenti intesi a reperire nuove case per fasce deboli e immigrati andrebbero incontro anche alle esigenze delle imprese (maggiore produttività) ed a quelle dei comuni cittadini (cosiddetto ordine pubblico).
Principali pubblicazioni consultate - "Primo rapporto sull'integrazione degli immigrati in Italia" a cura di Giovanna Zincone(Ed. Il Mulino/ 2000) - "Quinto rapporto sulle migrazioni 1999" a cura della Fondazione Cariplo per le iniziative e lo studio sulla multietnicità (Ed. Franco Angeli /2000) - "Annuario Sociale 2000" a cura del Gruppo Abele (ed.Feltrinelli/2000) - "Dossier Immigrazione 1999" a cura della Caritas di Roma - "Pluralismo, multiculturalismo e estranei" di Giovanni Sartori (ed.Rizzoli) - "L'immigrazione alle soglie del 2000" a cura di Franco Pittau (ed.Sinnos) - "Guida al pianeta immigrazione" a cura di Vaifra Palanca (Ed.Riuniti) - "Immigrazione e criminalità" di Marzio Barbagli (ed. Il Mulino) Il dossier "IL COLORE DELLE CASE" è stato redatto a cura di R. Nobile, V. Lannutti, A. Cassanelli e P. Venturini ha collaborato Siddique Nure Alam. Roma, settembre 2000. L'Ares 2000 ha sede in Roma via Cristoforo Colombo 322, telefax 06/5131400 Ares2000@libero.it
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A Roma è poco presente il fenomeno della "ghettizzazione" dei gruppi nazionali in determinati quartieri; solo di recente si sono verificate alcune concentrazioni di gruppi di alcune nazionalità in punti determinati della città, come la elevata presenza dei cinesi nella zona dell'Esquilino, in particolare nelle adiacenze di Piazza Vittorio. Questo ha comportato vive proteste da parte dei commercianti italiani della zona, che denunciano attività illecite presso gli esercizi degli stranieri. Già in numerose occasioni gli abitanti dell'Esquilino, anche attraverso alcune associazioni di quartiere, hanno protestato per la "eccessiva" concentrazione di immigrati, con l'accusa di provocare un "degrado" del territorio e di favorire le attività criminali, come il riciclaggio dei soldi della mafia cinese o lo sfruttamento dei minori.
Il Comune di Roma ha concordato insieme con i sindacati confederati una piattaforma di azione per il "risanamento" dell'Esquilino, basata sulle attività di "prevenzione e controllo" della criminalità e per la "sicurezza" degli abitanti e dei commercianti del quartiere. In realtà, gli interventi delle istituzioni sono stati limitati a rassicurazioni sullo spostamento del mercato, che dovrebbe avvenire entro il gennaio 2001, in una struttura dismessa al coperto, sempre di proprietà comunale. Lo spazio di Piazza Vittorio cesserebbe di essere punto di riferimento per gli immigrati, che utilizzavano il mercato come luogo di incontro, oltre che come punto di vendita per i prodotti importati dai paesi di origine. Sull'utilizzo di tale spazio, il Comune non ha prodotto nessun documento ufficiale.
L'Esquilino rappresenta un modello economico tipico dei lavoratori immigrati, un'enclave economica in cui si sono concentrate delle attività tipicamente etniche. Il valore culturale ed economico di questa area viene completamente ignorato dall'amministrazione comunale, ma anche da partiti e sindacati (fisicamente molto presenti nell'area con numerose sedi ed uffici). Tutti questi soggetti si trovano concordi nell'individuare nella "sicurezza" il problema di base che ostacola il rilancio dell'Esquilino, che si vorrebbe infiocchettato per i turisti giubilanti. Anche il nuovo candidato sindaco di Roma per i D.S. Veltroni, ha tenuto a precisare che la sicurezza, soprattutto nelle periferie, è alla base della nuova vivibilità della città, condita con uno spiegamento di forze (polizia, carabinieri e vigili urbani) da dislocare in ogni dove, per tessere una rete informativa stile Ken Follet. La morale è, dunque, più divise uguale meno problemi. Alcune associazioni di abitanti del quartiere, foraggiate dalla destra istituzionale, chiedono a gran voce una "ripulita" della piazza e delle strade adiacenti, gli immigrati si difendono continuando le loro attività, chiudendosi all'interno delle comunità, organizzandosi con iniziative nazionalistiche che offrono una protezione culturale agli attacchi degli autoctoni. Nonostante il clima di diffidenza, iniziano a nascere delle iniziative culturali "miste", come un nuovo giornale cinese/italiano, di cui è stato appena pubblicato il n° 0, La Cina in Italia, che rappresenta un tentativo di sfondare il muro delle paure e lanciare un ponte tra due culture molto diverse che tentano di entrare in contatto.
Le potenzialità dell'area dell'Esquilino sono facilmente immaginabili con un confronto con aree simili di altre città europee, dove la multiculturalità è semplicemente vissuta nel quotidiano, e dove gli abitanti comunicano ognuno nella propria specificità la ricchezza delle esperienze dei propri paesi. In realtà, le esperienze di questo tipo sono già presenti a Roma nei quartieri di lunga tradizione di immigrazione, soprattutto africana, ma ormai anche bengalese e araba. Il Quadraro, ad esempio, rappresenta un esempio di melting pot ormai sperimentato da anni.
Risulta, quindi, evidente che la "questione Esquilino" si riduce a mera problematica elettorale, dove ciò che fa la differenza è chi ha diritto di voto, e chi no.Inchiesta sulla moschea di Centocelle
La necessità di non perdere la propria identità culturale e religiosa e di non cancellare il cammino di un individuo e di un popolo hanno fatto sì che la comunità musulmana di Centocelle desse vita sette anni fa (nel 1994) all'Associazione culturale islamica di via dei Frassini 1.
L'associazione adibita a moschea è per quanti abbracciano la religione islamica,immigrati e anche molti italiani,un luogo dove poter pregare regolarmente cinque volte al giorno oltre il venerdì.
L'associazione svolge molte attività :una scuola di lingua araba per bambini strumento imprescindibile per la lettura, la comprensione e l'interpretazione del corano.
Attività di assistenza alle famiglie musulmane il cui obiettivo non è solo quello di stipulare matrimoni e di unire i vari nuclei familiari presenti ma soprattutto quello di affermare i ruoli e i valori coniugali e responsabilizzare la famiglia,base di una società forte.
Assistenza agli immigrati che hanno problemi di integrazione e di occupazione.
Un alimentari, dentro i locali dell'associazione ,espone specialità tipiche dei paesi islamici conformi ai precetti che regolano le abitudini alimentari dei musulmani.
L'associazione dispone di un'ottima organizzazione e si mantiene attraverso l'autofinanziamento.
I frequentatori sono di diverse nazionalità: nord africani in maggioranza, bengalesi, asiatici, italiani, .. L'associazione non si presenta come una realtà chiusa nei propri confini religiosi e socio-culturali con il timore di contaminazioni esterne, al contrario si presenta come una realtà caratterizzata da forze, un microcosmo di genti diverse ricco di iniziative che desidera uscire dai propri confini per affermarsi ,comunicare con la società che li ospita e affrontare i problemi , i rischi e le contraddizioni di quel macrocosmo che ingloba e colpisce indistintamente tutti gli abitanti.
E' con questo spirito che l'associazione dialoga con il quartiere di Centocelle ,collabora e si unisce al comitato di quartiere nella lotta contro l'elettrosmog e si relaziona con la chiesa cattolica e le sue istituzioni ,come ad esempio con la comunità di Sant'Egidio.
ASSOCIAZIONI DI STRANIERI OPERANTI NEL CAMPO DELL'IMMIGRAZIONE
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Associazione Donne Straniere Insieme tel. 06/9107470
Associazione Panafrica Via delle Avocette 15/A tel 06/2675968
Commission for Filipino Migrant Workers tel 06/6243969
Forum dei quadri Angolani in Italia Via del Campo n. 30 tel 06/2315007
Associazione Maboko na Maboko Via Giuseppe Marcora n. 18 tel 5840459 E-mail ma.na.ma@flashnet.it
AMICO - Associazione di Amicizia e di Cooperazione Marocco Italiana Via Asmara n. 33 tel 86210616
Associazione Culturale Italo-Maghrebina tel 06/2017959
ADIA Associazione Donne Immigrate Africane Via in Arcione n. 114 tel 06/6794125
Associazione Italo-guatemalteca "El Quetzal" Via Galilei n. 55 00185 tel 06/77207564
AINAI Associazione Immigrati Nordafricani in Italia Via E. Filiberto n. 135 00185 tel. 06/770073
CSVC Associazione Cultura della Solidarietà e Volontariato tra Capoverdiani Via Basciano n. 49 00010 tel 06/2260305
Associazione di Sri Lanka in Italia Via Cairoli n. 32 00185 tel 06/4465027
AZI Associazione culturale degli Zairesi in Italia Via Laurentina n. 595 00143 tel 06/5926950
ASCAI Associazione degli studenti camerunensi Via Torvergata n. 127 00133 T 06/2040398
Associazione Donne Iraniane Via delle Egadi n. 15 00141
Associazione Donne Arabe Via Prenestina n. 649 00155 T 06/2251305
Associazione Donne Brasiliane in Italia Via Sebino n. 43 00199 T. 06/6380263
Coordinamento degli Artisti Stranieri in Italia Via S. Gallicano nel Lazio n. 67 00135 T 06/30811622
Comunità della Bosnia ed Erzegovina in Italia Via Cairoli n. 32 00185 T 06/4465027
Comitato dei Cittadini per la Solidarietà con la Bosnia ed Erzegovina Via Rapolano n. 30 00138 T. 06/8804804
Comitato Profughi Polacchi Via Cairoli n. 32 00185 tel. 06/4465027
Comunità Brasiliana in Italia Via Cairoli n. 32 00185 06/4465027
Comunità Eritrea a Roma e Lazio Via Ferruccio n. 46 tel 06/70496108
Comunità Somala Roma e Lazio Via Cairoli n. 32 00185 Tel 06/4465027
Philipino Women's Council Via Ceprano n. 9 00172
Forum delle Comunità Straniere in Italia Via Cairoli n. 32 00185 tel 06/4465027
GSCI Gruppo Sociale Capoverdiano in Italia Via Giuseppe Mangili n. 1/B 00175 Tel. 06/3214163
MAC Multietnica Associazione Culturale - Sezione Polacca Via dell'Acquario n. 18 00040 Lavinio (RM) tel. 06/6833688
NODI - Donne straniere insieme. Via delle Zoccolette n. 17 - 00186 Roma
Organizzazione di Donne Capoverdiane in Italia Via Leonina n. 80 00184 tel 06/6550697
ADNA Associazione per la devozione alla nostra Africa Via della Scrofa n. 70 00186 Roma tel. 06/682859
Ecno Cultural Association - Associazione di nigeriani, africani e italiani Via Primo Maggio n. 7/9 04012 Cisterna (LT) tel. 0__/9682959
Associazione dei lavoratori senegalesi a Roma Piazza delle Primule n. 8 00172 tel. 0347/8337363 E-mail aua g dueffe.it
BOK KHALAT - Associazione socio-culturale multietnica Via Bruno Malayoli n. 25 00125
AIPI Associazione Immigrati pakistani in Italia Via Riccio da Parma n. 2 00176
C.C.C. Centro Culturale Capoverdiano Via di Porta Pinciana n. 6 00187 tel. 06/4819992
AFI Associazione Fulbè in Italia Via dei Castani n. 204 00172 tel. 06/21807625
Centro Culturale Somalo Via Principe Umberto n. 45 00185 tel. 06/4457753
Associazione BAOBAB Via Emilio Teza n. 87 - 00139 Tel 06/87122000
Associazione culturale Italo-Cinese "La nuova via della seta" Viale dei Colli Portuensi n 141 - 00151 Roma tel 06/5344740
Associazione culturale italo-magrebina Via Terlizi n. 42 - 00133 Tel. 2017959
A.C.G.I. Associazione comunità gabonese in Italia Viale Piave n. 15 - 00040 Ariccia (Roma) Tel 06/9333317
Unione Comunità Somala in Italia 8UCSI) Via Magenta n. 51 - 00185 Roma Tel. 06/5741675
Associazione Culturale Somala WADAJIR Via Giulio Sacchetti n. 10 - 00167 Tel. 06/6373303
"INCA PERU" Associazione Culturale Via Bezzecca n. 8 - 00185 Tel. 06/71543536
Associazione della comunità pakistana in Italia (A.P.I.) Via Principe Amedeo n. 297 00185 Tel. 06/4465592
Associazione Shonar Bangla Friends Via Principe Amedeo n. 265/267 00185 Tel. 06/4141515
Comunità Azerbaydjana Via Conte Verde n. 58 - 00185 Tel. 06/4467676
Unione Nazionale degli studenti Giordani Viale Medaglie D'Oro n. 116 Tel. 06/3252670
Associazione solidarietà del Kashmir Via Conte Verde n. 58 - 00185 Tel. 4467676
Federazione lavoratori Egiziani in Italia (F.L.E.S.) Via dei Sabelli n. 27 - 00185 Tel. 06/730043
Comunità Cilena di Roma e nel Lazio Circonvallazione Casilina n. 64
Comunità Pakistan in Italia Via della Guglia n. 99/a
Associazione Culturale Generale Tunisina in Italia "Club Cartagine" Via Emilio Praga n. 34 - Tel. 06/86897013
Associazione della Comunità Pakistana in Italia (A.A.P.I.) Via La Marmora n. 22 - Tel. 06/4465592
La Comunità Sierra Leonese nel Lazio (S.A.L.C.O.M.) Piazza Monte Gaudio n. 8 - Tel. 06/3055417
Associazione per l'amicizia Italo-Etiopica (I.E.F.A.) Via dei Mille n. 41/A
Associazione dei Commercianti Immigrati Via Principe Amedeo n. 265 - 00185 Tel. 06/4467564
Organizzazione interdisciplinare africana Via Portuense n. 797 - Tel. 06/6551433
Migrant Women Network Via della Magliana n. 279 - Tel. 06/5506299
Associazione della Comunità Etiopica Via Grosseto n. 5 - Tel 06/70301898
Associazione E.I.R. Association des Etudiants Ivoiriens à Rome et Lazio Via Conte Verde n. 58 - 00185 Tel. 06/4465027
Lega internazionale per la difesa dei diritti civili e democratici in Iran Via Dogana Vecchia n. 5 - Segreteria Via Calalzo n. 51 - Tel 06/3313141
Associazione Culturale Palestinese in Italia c/o Arci Nova Via dei Monti Tiburtini n. 16
Associazione dei cittadini Latino-Americani (ACLA) Via Vittorio Veneto n. 12 Riano Romano - Tel. 9031106
Associazione Senegal Via Principe Eugenio n. 51 - Tel 06/5812981
Cooperativa Maboko Na Maboko Via Giuseppe Marcora n. 18/20 - Tel. 06/5840459
Comunità peruviana in Italia Via Conte Verde n. 58 -
Associazione culturale internazionale "RIOSMAN" Fédération Internationale des femmes des carrière juridiqués - Tel. 06/6244851
Comunità Somala Via Conte Verde n. 58
Extra-Center c/o Provincia di Roma Via Belforte del Chianti n. 25
Associazione Culturale Kilimandjaro Via Capo Miseno n. 6/a - Tel. 16/4818408
Somali National Union / Rapid multi-service Via degli Acilii n. 2
KAMAPI Associazione dei lavoratori Filippini in Italia Via Cavour n. 108 - Tel. /4817939
Associazione culturale Continente Africano Via Montecima n. 4 - Santa Marinella (Roma) Tel. 533362
Associazione Italo-Argentina Via Greve n. 105 - Tel. 06/5502347
Associazione Coordinamento Italbanga e sviluppo Via Casilina n. 815/a - Tel. 06/243878
Giarra Associazione Culturale Libanese in Italia Piazza Elio Callistio n. 14 - Tel. 06/86209006
GACMI Associazione generale Marocchini in Italia Via Matteo Boiardo n. 10 - Tel. 06/9042674
A.C.T.I. Associazione Comunità Togolesi in Italia Via Batteria Nomentana n. 72
Associazione di amicizia Italo-Ucraina Via Conte Verde n. 58 - Tel. 06/4467676
A.I.R.L. Associazione Iraniani a Roma e nel Lazio Via della Camilluccia n. 112
Associazione donne Peruviane Via Nizza n. 92 - Tel. 06/8412636
Associazione della comunità Etiopica in Italia Via Lizzani n. 29
Comitato dei Russi in Italia Via Gregoriana n. 12 - Tel. 06/6781182
A.S.C.A.I. Associazione degli studenti Camerunensi in Italia Via Siracusa n. 4/6 c/o Ambasciata del Camerun - Tel. 06/4112833
Associazione culturale dei Tunisini in Italia Via Coronara n. 3 - Campagnano (Roma)
Gruppo Sociale Capoverdiano in Italia Circonvallazione Appia n. 100
Southern Sudanese Refugees Association in Italy (S.S.R.A.I.) Via Napoli n. 58 - Tel. 46339
LIAWA (United Asian Workers Association) Via Filippo Turati n. 163 - Tel. 06/4464291
Associazione dei profughi somali nel Lazio "Aspro Somala" Via Cilento n. 3
L.E.D.U. Lega Etiopica per i diritti umani Via Pietro Maffi n. 74/b 00168
Casa delle donne Filippine Via Tertulliano n. 7 - Tel. 06/347098
Associazione del Bangladesh in Italia Via Cavour n. 100
Associazione Somala delle lavoratrici e dei lavoratori Via Galilei n. 55 - Tel. 06/734915
Associazione Donne senza Frontiere Via di Trasone n. 40 - Tel. 06/86215917
Associazione culturale "Solentiname" Via dei Sabelli n. 185
Associazione artisti peruviani - Tel. 06/36300741
C.S.V.C. Associazione cultura della solidarietà e volontariato tra Capoverdiani - Tel. 06/2260305
Associazione medica italo-palestinese A.M.I.P. Via Forlì n. 18 - Tel. 06/4404063
Associazione culturale Tangram Via dei Glicini n. 1/a 00061 Anguillara (Roma) - Tel. 99804975
Associazione "I Trentenari del 2000" - c/o ANSPI Via Ribera n. 9 - Tel. 06/20760115 E-mail: Ferdidmanga@hotmail.com
U.I.G. Unione Immigrati della Guinea Via Boccea n. 86 - 00167 Tel. 06/6629263
NEW RAIBOW CLUB 2000 Associazione Culturale Italo-Filippina