DEI DIRITTI, DELLE PENE
Vedi quest'arnese di ferro, qui nella mia mano?
Come questo è nella mia mano e colpisce, così io
stesso sono in mano al fato. Ciò che adesso hai
di fronte, tu non l'hai ancora conosciuto.Ciò che
hai conosciuto finora erano pratiche gesuitiche e
abracadabra. Ma ciò che è qui ora, è la realtà.
Hugo von Hofmannsthal
Gli italiani, il razzismo e i C.P.T
30 ottobre 2003
Gli italiani, il razzismo e i C.P.T
Nel lontano 1997 la struttura dove lavoravo - ci occupavamo di comunicazione di massa - ricevette da un ente pubblico l'incarico di effettuare una ricerca sul territorio sul tema "cittadini e razzismo"; l'ottimo assessore ai servizi sociali, nostro committente, era rimasto estremamente colpito dalla lettura del bel libro di Paola Tabet, La pelle giusta, edito per i tipi dell'Einaudi proprio in quell'anno. Il risultato della nostra ricerca, confermando le tesi del libro della Tabet, mise profondamente in crisi la convinzione del nostro assessore, secondo la quale "gli italiani non sono razzisti". Convinzione, del resto, ben annidata in seno alla cultura italiana in virtù della consolidata rimozione del fenomeno del colonialismo e dei soprusi, crimini e genocidi a esso connessi.
Non è raro che il cosiddetto cittadino della strada affermi di essere stato costretto a fare i conti con l'immigrazione soltanto nell'ultimo ventennio, da quando loro - gli extracomunitari - hanno iniziato a prendere d'assalto le nostre spiagge e "invadere" le nostre strade. Questa supposta estraneità "storica" al fenomeno dei flussi migratori fa ritenere all'"italiano medio" di essere immune dal razzismo, in quanto ideologia, e lo porta a giustificare la sua ostilità nei confronti dei migranti con una legittima - e a suo avviso necessaria - "difesa del territorio", dei propri beni e della propria identità. Non so dire se questa convinzione sia maggioritaria o meno, tra gli italiani, ma è certo che su di essa fanno leva le politiche governative per varare leggi repressive e xenofobe in tema di immigrazione.
Questi leggi, in Italia e in Europa, non sono dettate tanto dalla preoccupazione di arginare un fenomeno, quello dell'arrivo di clandestini, che, come è noto, segue i tempi storici e le modalità "tecniche" dei flussi migratori - ed è per molti versi perfettamente compatibile con le esigenze del mercato del lavoro occidentale - quanto dalla necessità, da parte dei Governi, di rafforzare le politiche di controllo sociale e di nascondere l'inadeguatezza a valorizzare, in termini non soltanto economici, la nuova società multietnica. Quando l'Europa vara, con imbarazzante trionfalismo, la "polizia europea anticlandestini" essa celebra, in quello stesso istante, il proprio fallimento in fatto di governo dei flussi e di integrazione razziale. Quando i suoi istituti di ricerca stimano in 50 milioni il numero di extracomunitari necessario a far funzionare la locomotiva dello sviluppo - come si diceva una volta - e nello stesso tempo i suoi governi rafforzano la repressione e il controllo delle frontiere, essa, l'Europa, dimostra tutta la miseria del suo impianto culturale, capace di tollerare lo straniero soltanto in qualità di manodopera e incapace di accettarlo come portatore di civiltà, costumi, religioni diverse. Quando, infine, essa, preserva lo jus solis come una prerogativa feudale, rifiutandosi di estenderlo a chi nasce sul suolo europeo provenendo da altre terre o quando essa sancisce, come fa il new labour inglese, l'equazione odiosa asylum seekers = bogus (richiedente asilo = falso, inaffidabile), approntando su di essa una normativa di sostanziale chiusura nei confronti dei rifugiati, l'Europa mette in piazza la sua disarmante impotenza a preservare se stessa da una decadenza morale e culturale inarrestabile. E nel far questo, testimonia di vivere la presenza dello straniero, dell'altro da sé, come una ferita insanabile, come un motivo di umiliazione nazionale, invece di salvaguardarlo come elemento costitutivo della propria identità.
Nel tentativo di risolvere questa aporia - soddisfare il fabbisogno di manodopera a basso costo e cancellare l'identità culturale che essa si porta dietro - i governi europei, e tra essi, in prima fila, il nostro - sono ricorsi all'espediente inossidabile del "nemico". Nonostante i numeri non segnalino alcuna drammatica emergenza, alcuna invasione alle porte, il governo ha messo in campo nell'ultimo anno misure liberticide quanto inefficaci. Tali norme sono il risultato di un decennio di dibattiti addomesticati e polemiche astratte, che hanno dato luogo, prima della "Bossi-Fini", a una normativa sull'immigrazione che, partendo dal Decreto Dini e passando per la cosiddetta Turco-Napolitano, testimonia di una sconcertante continuità e convergenza d'intenti tra centro-sinistra e centro-destra, ambedue impegnati nell'estremizzazione della cultura della legalità e della sicurezza e nella promozione di una vera e propria campagna mediatica sulla percezione dell'insicurezza, da cui è scaturita, quasi "naturalmente", l'equazione: immigrati = clandestini = criminalità.
I Centri di permanenza temporanea per immigrati (C.P.T.), sono stati eletti a principali strumenti punitivi e di controllo sul territorio. La loro denominazione è frutto di un escamotage linguistico partorito a suo tempo dal centro-sinistra che giocando su un concetto "buonista" di residenzialità temporalmente limitata ha alluso, con la definizione di "permanenza temporanea", a un'inesistente cultura dell'ospitalità. I Cpt, in realtà, sono veri e propri luoghi di detenzione, strutture di quantomeno dubbia legittimità costituzionale, in quanto nel nostro paese non è prevista detenzione, seppure temporanea, per reati amministrativi quali l'assenza di documenti d'identità o, a maggiore ragione, del discutibile visto d'ingresso. Lo stesso "reato di ingresso o di presenza clandestina", che giustificherebbe secondo la nuova legge l'esistenza di tali strutture, viola norme del diritto comunitario, in particolare la Convenzione di Palermo contro il Crimine Organizzato (del 2000), firmata da 118 paesi, tra i quali l'Italia, che esclude esplicitamente la legittimità di normative nazionali che prevedano il reato di immigrazione clandestina recitando testualmente: "L'immigrazione, come fatto in sé, non è un reato e quindi non può essere perseguita per via giudiziaria. Gli emigranti sono vittime bisognose di protezione."
Lo spirito della "Bossi-Fini" disvela impietosamente l'impreparazione culturale della classe politica italiana, centro sinistra compreso, incapace di gestire, con metodologie democratiche, un fenomeno, quello dei flussi migratori, espressione diretta della globalizzazione neoliberista e dei suoi guasti planetari. La preferenza accordata alla strada della pena, lungi dal risolvere il problema, serve solo a creare ulteriori divisioni sociali, a differenziare e discriminare, accentuando il solco tra un'umanità di serie A e un'umanità di serie B, priva di tutele e di diritti e destinata a rimanere esclusa dalla riscrittura delle regole e dei rapporti su cui poggia la società globale del nuovo millennio. Su questo piano, la stessa proposta di legge sul voto agli immigrati proposta da A.N., spacciata dalla destra per un'inedita "battaglia di civiltà", va letta sotto la giusta luce: se, da una parte, essa mortifica ulteriormente l'inettitudine dimostrata dal centro-sinistra nei suoi anni di governo, dall'altra non propone alcuna svolta reale sul piano dei diritti, legando la possibilità di votare al possesso del permesso di soggiorno invece di considerarla un diritto fondamentale acquisito. Proprio per questo, invece di mortificare diritti già sanciti dalla nostra carta costituzionale, sarebbe opportuno cooperare con le altre nazioni europee per varare quel "diritto universale di cittadinanza" che funga da sostrato, culturale e legislativo, per la messa in campo di politiche efficaci di integrazione sociale, senza le quali sarà impossibile sconfiggere razzismo, xenofobia e garantire la convivenza civile nelle nostre metropoli. Già molti anni fa, autori come Etienne Balibar e Immanuel Wallerstein mettevano in luce la contraddizione, nel mondo occidentale, tra tensione 'strutturale' alla globalizzazione e fenomeni pianificati di esclusione come il razzismo e il sessismo. Oggi questa contraddizione si è trasformata in una ferita aperta. L'Europa, ci dicono, aspira ad una nuova identità. Ma un'Europa ricca non solo economicamente ma anche socialmente, non può e non deve costituirsi assumendo come unico parametro per la sua collocazione sulla scena mondiale una linea di demarcazione che separi i destini dei suoi abitanti da quello degli altri, tutti ugualmente forestieri e dunque intrusi.
In Italia, su questi temi, sarebbe forse opportuno un processo collettivo di rielaborazione della "memoria nazionale" per ricostruire che ruolo abbiano svolto in passato cultura e ideologia razzista nella definizione in senso classista dei rapporti sociali tra le varie componenti della popolazione; penso ai meridionali emigrati al nord o alle minoranze etniche o nomadi. E sarebbe anche utile ricordare che il nostro passato di popolo migrante - decine di milioni di persone partite nel secolo scorso per "fare fortuna" in remoti angoli del mondo - conserva tutto il suo peso, in quanto a pregiudizi e discriminazioni, ancora oggi.
Nell'ottobre dell'anno scorso Richard Boucher, portavoce del dipartimento di stato U.S.A., ha annunciato infatti che il nostro paese (che, ricordiamolo, vanta, tra il 1876 e il 1976, ben 26 milioni di espatri) sarebbe stato "sottoposto a riesame", insieme all'Uruguay, la Slovenia, l'Argentina e ad altri, in merito alla possibilità, per i suoi cittadini, di entrare negli Stati Uniti senza visto. Il motivo di tale decisione scaturisce dalla convinzione dell'INS (Immigration and Naturalization Service) che una parte significativa (almeno 16.000 unità) dell'imponente mole di ingressi di italiani (723.149 nel 1999) vada configurata come "immigrazione clandestina". Molti nostri connazionali, cioè, utilizzerebbero il visto turistico per risiedere clandestinamente in America ben oltre i 90 giorni previsti dalla legge. Secondo la CNN, una buona parte dei clandestini italiani sarebbe costituita da musicisti girovaghi, pizzaioli abusivi (soprattutto nel Massachussetts) nonché manovalanza mafiosa (in particolare nel New Jersey). Tutto il mondo è paese, verrebbe voglia di dire, con il particolare che i migranti italiani provengono dalla quinta potenza economica dell'occidente
Nonostante, dunque, dagli anni ottanta l'Italia sia divenuta parte integrante del processo di globalizzazione neoliberista, governato dalle politiche di organismi sovranazionali come il G8 o il Wto, e si sia trasformata da esportatrice a importatrice di forza-lavoro straniera, allineandosi agli altri paesi dell'occidente ricco, su di essa pesa ancora la "diffidenza" verso il suo passato migratorio. Sarebbe un buono spunto, per gli italiani, per guardare con occhi diversi al proprio presente.
Il mondo è tuttattaccato
Diversi anni fa, con alcuni amici e colleghi preparammo un progetto di lavoro per il biennio delle scuole elementari teso a stimolare un confronto con bambini e bambine sui temi riguardanti la cultura e le arti, il sociale e l'ambiente. Dopo alcuni incontri tenuti, credo, con alunni di una seconda elementare, una bambina mi presentò una sintesi di quello che aveva personalmente percepito. Come spesso accade, la spontaneità, l'intelligenza, la creatività di un bambino è superiore agli stimoli che noi siamo in grado di trasmettergli. Questo scricciolo di sette anni, difatti, aveva disegnato il pianeta terra come fosse una mela, contornata da una scritta che francamente ci emozionò: il mondo e' tuttattaccato. Come un consumato pubblicitario, quasi a rafforzare lo slogan, aveva scritto di seguito, senza interruzioni, le parole "tutto attaccato": tuttattaccato. Ora, se è vero che il mondo è tuttattaccato, e io credo che lo sia, il fenomeno migrante non può non essere letto e analizzato in un contesto generale, planetario, dominato dalla ristrutturazione neoliberista e dal fallimento delle sue politiche economiche; dopo aver tentato di trasformare l'intero pianeta in un immenso mercato, infatti, ora il capitalismo è costretto a eleggere la guerra permanente a unico elemento di governance mondiale. Questo passaggio ha ulteriormente indurito gli scenari esistenti. Il mondo - soprattutto i suoi pezzi più poveri- è divenuto un sconfinato campo profughi, sorto attorno ai flussi di mano d'opera mobilitati verso quelle aree dove i signori della terra decidono di impiantare insediamenti produttivi, a basso costo e alto profitto. Un esempio illuminante è quanto sta accadendo in tutto il Sud America con le cosiddette maquillas, fabbriche "usa e getta" a capitale straniero che godono di extraterritorialità, in totale assenza di diritti per chi ci lavora. L'enorme bacino da cui attingere mano d'opera è stato creato ad arte da decenni di spietate politiche economiche (targate G8, Wto, Fmi, B.M), attraverso progetti di sviluppo (Alca, Nafta, Plan Colombia e Plan Puebla-Panama) aventi come unico obiettivo la distruzione delle economie locali, in particolare il settore agroalimentare, e che hanno costretto i campesinos all'abbandono delle terre al fine di indirizzarli forzatamente verso le maquillas. Anche nella ricca Europa, con le dovute differenze, sta accadendo qualcosa di analogo: le varie leggi punitive e di sorveglianza destinate ai migranti, applicate dai singoli stati dell'Unione, assomigliano ad un sistema di chiuse, alla stregua di quelle utilizzate nei corsi fluviali; attraverso queste leggi, ratificate dagli accordi tra gli stati, si può aprire la chiusa per indirizzare il flusso verso aree con richiesta, anche se momentanea, di forza lavoro o, viceversa, chiuderla per bloccare, parcheggiare, o espellere i migranti, secondo un modello a fisarmonica che prevede pene, controllo, precarietà, espulsioni. L'ingresso selettivo di migranti nei paesi dell'occidente capitalistico è stato opportunamente definito da alcuni autori, come De Giorgi, a "inclusione subordinata", essendo esso funzionale alle esigenze del mercato del lavoro dei paesi di destinazione e traducendosi sul piano pratico in un controllo dei flussi. "Una limitazione degli ingressi sulla base delle effettive esigenze del sistema produttivo, affiancato da una politica legislativa di "dosaggio" dei diritti di cittadinanza, costringe di fatto le cittadine e i cittadini immigrati ad accettare qualsiasi forma di integrazione economica, purché offra qualche prospettiva di inclusione e soprattutto eviti l'espulsione".
Questo ciclo infernale ci ricorda che uomini e donne sono divenuti l'unica risorsa rinnovabile disponibile sul pianeta e, in effetti, l'odissea dei migranti non è che uno degli aspetti più eclatanti della mercificazione dell'essere umano, ci svela brutalmente il senso della nuova sovranità biopolitica esercitata dal capitale sulla società. Messo a valore è l'individuo nella sua totalità, mente e corpo, e sul suo sfruttamento intensivo si gioca l'annullamento della sua soggettività, la sua riduzione a merce.
I migranti sono fonte di profitto immediato sia per l'economia sommersa che per lo Stato. La loro fuga da guerre, regimi, devastazioni ambientali avviene attraverso organizzazioni criminali in cambio di danaro e pena l'annullamento, mediante il ritiro dei passaporti e di qualsiasi documento di riconoscimento, della loro identità fisica. Ciò li rende uomini e donne invisibili, pura merce da trasporto, da piazzare sul mercato o di cui liberarsi in caso di problemi. I mari sono ormai dei cimiteri che custodiscono migliaia di questi morti senza volto, molti di più di quanti ne possano produrre tante guerre a cosiddetta "bassa intensità". Per coloro che riescono a giungere a destinazione continua il ciclo della merce.
Giunti in terra straniera, cambia il proprietario dei loro corpi; quelli incarcerati vengono nuovamente monetizzati dalle strutture predisposte dal sistema della pena. Quelli che, eludendo i controlli, riescono a penetrare clandestinamente nelle nostre metropoli, hanno dinnanzi un futuro di sfruttamento molto prossimo a quello della schiavitù e vengono immediatamente percepiti come potenziali devianti dagli apparati disciplinari di una società, quella postfordista, dove modi di produzione e modi di punizione divengono le architravi della costruzione del consenso sociale.
In questo senso, il varo di politiche emergenziali attorno al fenomeno migratorio può assumere - come insegna Foucault - una valenza paradigmatica estensibile all'intera società. Il pervasivo mimetismo delle istituzioni totali nel milieau sociale, infatti, ci ripropone quotidianamente la costruzione simbolica del diverso e, su questo piano, la condizione migrante rappresenta per il potere un laboratorio formidabile per testare nuove strategie di controllo e di esclusione, i cui strumenti - penso, ad esempio, all'uso mediatico del pericolo del contagio - saranno sempre più sofisticati e "invisibili".
S.Q.U.I.D.
Chi scrive è tra coloro che ritengono il cinema fantastico una forma di investigazione del possibile, un paradossale "resoconto dell'accaduto", per citare Carlo Bernari, spesso prodigo di suggestioni e di chiavi di lettura illuminanti per il presente. E' impossibile non ricordare, ad esempio, la Los Angeles di Blade Runner, la metropoli babilonica par excellence, divenuta nel 2019 una gigantesca reliquia fradicia di pioggie acide e radioattive, sorvolata giorno e notte dagli spinners della polizia, perennemente avvolta in nebbie e vapori che lasciano intravedere affastellamenti disordinati di art decò, vecchia Vienna, eidophor building, interiors anni '40, Saigon, Tangeri, scenografie hollywoodiane innervate da laser e neon. E sarebbe bene mandare a mente la lezione di questo film di culto, tratto da un romanzo di Philip K. Dick, sul futuro prossimo venturo delle megalopoli, sul loro divenire enormi contenitori di frammenti di migrazioni, civiltà, razze che, senza mai integrarsi, sopravvivono in una dimensione schizoide e rassegnata a un controllo asfissiante.
Su questi stessi temi, un altro grande film di fantascienza, Strange days di Kathryn Bigelow, mi suggerisce un espediente tecnologico che sarebbe opportuno far sperimentare ai nostri solerti legislatori.
Siamo nella Los Angeles di fine millennio. Lenny Nero, ex poliziotto ricettatore e spacciatore di "frammenti di vita" contenenti sensazioni estreme, campa con il suo squid (Superconducting Quantum Interference Device), un dispositivo composto da una sorta di registratore e da una calotta a forma di medusa che, tramite appositi sensori, si collega alla corteccia cerebrale di chi lo usa, registrandone le sensazioni visive, auditive, olfattive, tattili e gustative, insieme alle emozioni da esse provocate. Quest'ultime, trasportate su cdrom, divengono fruibili per chi, comprando il cd, desideri rivivere in prima persona le esperienze altrui. Con un po' di dollari, insomma, si ha l'opportunità di sperimentare come ci si trova nei panni di qualcun altro, si può provare paura, piacere, eccitazione, disperazione. Ecco, se questi dispositivi esistessero già sarebbe mia premura consigliare a coloro che ritengono che i migranti siano soltanto merci da collocare sul mercato o pericolosi attentatori della nostra serenità, di rivivere un frammento della loro esistenza, di provare l'angoscia di chi parte senza la minima garanzia di sopravvivere al viaggio, l'orrore di chi vede annegare i propri cari senza poter intervenire, la sofferenza e l'umiliazione di chi si ritrova rinchiuso dentro un Cpt senza diritti, vittima - come molto spesso accade - di soprusi, violenze e angherie. Forse, tra i legislatori e gli uomini di stato, prevarrebbe comunque la ragione politica ed essi continuerebbero le loro campagne in difesa dell'ordine e della legalità. Ma i loro sonni, ne sono certo, non sarebbero più gli stessi.
Per finire vorrei chiudere mettendo in risalto la centralità che riveste la Puglia sul fronte dei migranti. Insieme alla Sicilia, essa costituisce una vera e propria zona di frontiera, come testimonia l'alto numero di strutture di contenimento e punitive presenti sul territorio, e ciò ne fa un laboratorio, sia per l'attuale governo - che attraverso strutture come il Regina Pacis ha l'opportunità di mettere in pratica i criteri coercitivi che ispirano la legge Bossi-Fini - sia per il movimento che si batte contro di essa. La cooperazione tra associazioni (Social Forum di Lecce, Arci, Osservatorio provinciale per gli immigrati, Senza Frontiere etc.), partiti politici della sinistra sensibile, organizzazioni sindacali di base e intelligenze soggettive (avvocati, magistrati, giornalisti e singoli cittadini), ha dato vita a quella che può essere considerata la punta avanzata, nel nostro paese, della battaglia per i diritti sociali e civili. Questo complesso gruppo cooperante, attraverso uno straordinario lavoro sul campo, ha realizzato il nostro "squid", fatto di dossier, testimonianze, cd e filmati. Una montagna di materiale informativo auto-prodotto che mettendo in luce contraddizioni e ingiustizie sociali ha compiuto un passo importante sul cammino del riconoscimento del diritto universale di cittadinanza. E' quello, credo, che dobbiamo continuare a fare, per aprire spazi di libertà e di giustizia e per divenire tutti un pò più uguali.
30 ottobre 2003Mauro Bulgarelli