Al varo la Bossi-Fini: l'Italia è meno libera

Urgenza?

Il nemico esterno

Messico-Usa

Italiani immigrati

Che la nuova legge in tema di immigrazione, la cosiddetta "Bossi-Fini", sia una legge che ammaini le vele del diritto, in tema d'asilo, sotto il vento xenofobo che soffia in Europa, è un dato solo parzialmente disvelato dalle misure più odiose in essa contenute - come quella dell'obbligo delle impronte digitali per i soli cittadini extracomunitari - e dall' irragionevolezza che ne segna l' impianto nel suo complesso, pervaso a tal punto dal propagandismo protezionista da suscitare l'irritazione della stessa Confindustria. Così, se contro gli aspetti più odiosi della legge si è mobilitata una parte significativa di società civile -e, per ultimi, intellettuali del calibro di Gore Vidal, Susan Sontag, Zubin Mehta e Tahar Ben Jelloun, anche loro obbligati a fornire, d'ora in avanti, insieme a sciami di turisti giapponesi e facoltosi operatori economici svizzeri, le proprie impronte - con minor enfasi si è forse posto l'accento sulla vera e propria bancarotta in cui versa il diritto internazionale da Schengen in poi e, in particolare, dopo l'11 settembre. In molti hanno contributo a tale scempio se è vero che a proporre per primo il riconoscimento dattiloscopico per gli extracomunitari fu, nel 2000, il governo dell'Ulivo (per bocca dell' allora sottosegretario agli interni Brutti) e che i laburisti di Blair si accingono a mettere in atto le stesse, illegali, misure di contrasto contro i clandestini - autorizzando operazioni di polizia in acque internazionali contro natanti stranieri - contenute nel progetto di legge Bossi- Fini. Ed è desolante, quanto indicativo, che a destra come a sinistra, si pretenda di giustificare queste misure odiose appellandosi proprio al diritto: lo ha fatto Piero Fassino quando era guardasigilli ricordando che sulle carte d'identità è ancora presente l'apposito "rettangolino" per l'apposizione dell'impronta (per cui perché non utilizzarlo ?), lo fanno oggi gli esponenti della maggioranza tirando in ballo la Convenzione di Ginevra o, addirittura, quella di Montego Bay. Rispondere sullo stesso piano, quello del diritto, ricordando la Convenzione relativa allo status di rifugiato convocata dall' ONU a Ginevra nel 1951 o la Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1948, parrebbe più che legittimo ma non sarebbe sufficiente, forse, a spiegare l'involuzione culturale sottesa alla deriva legislativa avviata dalle politiche liberiste in Europa e nel mondo.

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Si ha forte l'impressione, cioè, che a dettare l'urgenza nell'emanazione di nuove leggi in fatto di immigrazione, in Italia e in Europa, non sia tanto la preoccupazione di arginare un fenomeno, quello dell'arrivo di clandestini, che, come è noto, segue i tempi storici e le modalità "tecniche" dei flussi migratori - ed è per molti versi perfettamente compatibile con le esigenze del mercato del lavoro occidentale - quanto la necessità, da parte dei Governi, di rafforzare le politiche di controllo sociale e di nascondere l'inadeguatezza a valorizzare, in termini non soltanto economici, la nuova società multietnica. Quando l'Europa vara, con imbarazzante trionfalismo, la polizia europea anticlandestini essa celebra, in quello stesso istante, il proprio fallimento in fatto di governo dei flussi e di integrazione razziale. Quando i suoi istituti di ricerca stimano in 50 milioni il numero di extracomunitari necessario a far funzionare la locomotiva dello sviluppo - come si diceva una volta - e nello stesso tempo i suoi governi rafforzano la repressione e il controllo delle frontiere, essa, l'Europa, dimostra tutta la miseria del suo impianto culturale, capace di tollerare lo straniero soltanto in qualità di manodopera e incapace di accettarlo come portatore di civiltà, costumi religioni diverse. Quando, infine, essa, preserva lo jus solis come una prerogativa feudale , rifiutandosi di estenderlo a chi nasce sul suolo europeo provenendo da altre terre o quando essa sancisce, come fa il new labour inglese, l'equazione odiosa asylum seekers = bogus (richiedente asilo = falso, inaffidabile) approntando su di essa una normativa di sostanziale chiusura nei confronti dei rifugiati, l'Europa mette in piazza la sua disarmante impotenza a preservare se stessa da una decadenza morale e culturale inarrestabile. E nel far questo, testimonia di vivere la presenza dello straniero, dell'altro da sé, come una ferita insanabile, come un motivo di umiliazione nazionale, invece di salvaguardarlo come elemento costitutivo della propria identità.

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Nel tentativo di risolvere questa aporia - soddisfare il fabbisogno di manodopera a basso costo e cancellare l'identità culturale che essa si porta dietro - i governi europei, e tra essi, in prima fila, il nostro - sono ricorsi all'espediente inossidabile del "nemico". L'Italia è al penultimo posto, in Europa, in fatto di immigrati "clandestini" (200.000 unità contro il 1.300.000, ad esempio, della Germania) e quest'ultimo dato diventa ancora più eclatante se si considera che le imprese italiane, in special modo quelle del nord-est, hanno recentemente dichiarato che il fabbisogno immediato di manodopera, oltre la quota garantita dagli immigrati "regolari", è di "almeno 100.000 unità". Di questi 200.000 clandestini, almeno il 30% sono da considerarsi a tutti gli effetti rifugiati politici, poiché provenienti da paesi in cui le più elementari libertà civili sono negate. La restante parte, proviene comunque da territori dove le condizioni economiche non permettono neppure di raggiungere la soglia minima di sussistenza. Nonostante ciò il numero delle espulsioni eseguite in Italia negli ultimi 2 anni è raddoppiato, riducendo, di fatto, ad una quota men che fisiologica il numero degli immigrati irregolari nel nostro paese. Ebbene, nonostante i numeri non segnalino nessuna drammatica emergenza, nessuna invasione alle porte - oltre al dato, ovvio, che occorre predisporre le necessarie misure di protezione sociale per amministrare convenientemente tali flussi e far sì che essi si integrino senza traumi nel tessuto della nostra società - il governo va mettendo in campo misure liberticide quanto inefficaci. Pensiamo al recente decreto "rottama carrette": può ragionevolmente costituire un deterrente, nei confronti delle potenti organizzazioni mafiose che gestiscono il traffico di migranti, la distruzione di vecchie barche, molto spesso utilizzate per un unico viaggio tanto sono malridotte ? Ovviamente no, eppure questa misura viene utilizzata come espediente, piuttosto rozzo, per esaltare il tono muscolare delle perfomances decisioniste della componente più xenofoba dell'esecutivo e per rafforzare, nell'immaginario collettivo, quel senso di "minaccia" imminente alla quale è improcrastinabile predisporre un argine. Pensiamoci un attimo: su un piano simbolico la distruzione del mezzo con il quale è approdato lo straniero indesiderato non equivale a rimuovere la possibilità che esso possa ritornare? Del resto, questo è il filo rosso che caratterizza la filosofia di fondo che muove l'esecutivo, soprattutto quando esso affronta emergenze sociali e umanitarie alle quali non sa dare altre risposte che non siano quelle, artefatte e improduttive, dell' "ordine" e della "fermezza". L'importante è dare l'impressione di "decidere", di apparire "forte" e determinato, non importa se all'autorevolezza si sostituisce l'autoritarismo, talvolta con esiti quasi caricaturali come quando - rimanendo sempre nel merito del decreto "rottama carrette" - al capoverso 8-ter del comma 1 dell'articolo 1, da una parte si prevede che la distruzione dei natanti confiscati sia subordinata alla concessione del nulla osta da parte dell'autorità giudiziaria e, dall'altra, si afferma che essa può essere decisa dal Presidente del Consiglio in persona. Una gaffe, una tautologia o l'implicita ammissione che d'ora in avanti l'operato dei giudici coinciderà sempre e comunque con le aspettative del nostro premier?
Ma, dicevamo, il Governo ha ormai definitivamente identificato lo straniero con il nemico e, in qualche modo, ha portato all'esasperazione questa già aberrante equivalenza negando al nemico anche le più elementari tutele civili e costituzionali, come è facile evincere dal comma 1 dell'articolo 2 che prevede, con l'introduzione del comma 5-bis nel corpo dell'articolo 13 del testo unico sull'immigrazione, che il Procuratore della Repubblica debba convalidare entro 48 ore il provvedimento di espulsione adottato dal Questore, rendendolo immediatamente esecutivo; senza, pertanto, che lo straniero possa avvalersi del diritto di essere ascoltato
Questa identificazione straniero = nemico produce mostri giuridici. Una delle norme più "eversive" della Bossi - Fini prevede per la Marina Militare la possibilità di attuare azioni di pattugliamento al di fuori delle acque territoriali e anche nei confronti di navi non italiane, senza specificare - dato inquietante - quali misure saranno adottate nel corso di tali controlli; disposizione che contrasta palesemente con il codice della navigazione e il diritto internazionale. In questo caso ci troveremmo di fronte ad uno stravolgimento del concetto stesso di "frontiera", estesa indefinitivamente e arbitrariamente, con l'aggravante che i controlli di polizia sarebbero esercitati da militari italiani su cittadini stranieri al di fuori del territorio italiano e "giustificati" solo dallo status di nemico di guerra attribuito ai migranti. Quest'ultimi invece di essere ritenuti in primo luogo richiedenti asilo, rifugiati o comunque soggetti bisognosi di aiuto e assistenza, vengono trattati alla stregua di prigionieri. A chi, del resto, potrebbero inoltrare, una volta intercettati in alto mare, la domanda di asilo? Non certo a militari italiani che non stazionano a presidio di una frontiera ma operano al di fuori delle acque, e quindi del territorio, italiano. Lo stesso "reato di ingresso o di presenza clandestina", che giustificherebbe secondo la nuova legge tali operazioni viola norme del diritto comunitario, in particolare la Convenzione di Palermo contro il Crimine Organizzato (del 2000), firmata da 118 paesi, tra i quali l'Italia e che esclude esplicitamente la legittimità di normative nazionali che prevedano il reato di immigrazione clandestina recitando testualmente: "L'immigrazione, come fatto in sé, non è un reato e quindi non può essere perseguita per via giudiziaria. Gli emigranti sono vittime bisognose di protezione."

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Del resto, basterebbe guardare agli Usa per capire che muraglie e fili spinati servono a ben poco: basti pensare che la frontiera del Rio grande, al confine col Messico, è stata violata nel corso del 2001 da quasi un milione e mezzo di migranti, 300.000 dei quali sono addirittura rientrati in Messico di propria volontà, violandola quindi una seconda volta, dopo l'11 settembre. (fonte: INS, Immigration and Naturalization Service). Questo nonostante l'amministrazione Bush abbia stanziato milioni di dollari per fortificare ulteriormente il confine messicano, ottenendo, come risultato, soltanto che siano fortemente lievitate le "tariffe" applicate dai trafficanti a chi intenda varcare "illegalmente" il confine. E' altamente improbabile che il governo americano non prevedesse tale imbarazzante risultato così che è lecito ritenere che anch' esso abbia adottato queste misure soltanto a fini propagandistici. In realtà le politiche americane in fatto di immigrazione negli ultimi 40 anni, in particolare durante le amministrazioni più conservatrici, come quella di Reagan o Bush senior, sono state caratterizzate da bassissime soglie di difesa se è vero che oggi su 281 milioni di residenti negli Stati Uniti ben 31 milioni sono nati all'estero e tra costoro 7,5 milioni sono clandestini. Questo "spirito di accoglienza" non è, ovviamente, immotivato: il continuo flusso di mano d'opera immigrata dequalificata spiega la longevità del "miracolo economico americano", e chiarisce perché, dopo l'11 settembre, il padronato USA abbia puntato i piedi contro i progetti di inasprimento delle misure di contrasto all'immigrazione: perché non sfruttare la debolezza in cui si trovano i clandestini dopo l'attentato alle torri gemelle per sfruttarli ancora di più?


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Nonostante ciò, qualche preoccupazione le autorità di frontiera americana la nutrono ancora, in fatto di clandestini, se è vero che hanno messo "sotto osservazione" alcune nazioni di provenienza dei migranti. Tra esse rientrano l'Uruguay, la Slovenia, l'Argentina e, sorpresa, l'Italia. Nell'ottobre dell'anno scorso Richard Boucher, portavoce del dipartimento di stato U.S.A., ha annunciato infatti che il nostro paese (che, ricordiamolo, vanta, tra il 1876 e il 1976, ben 26 milioni di espatri) sarebbe stato "sottoposto a riesame", insieme ad altri, in merito alla possibilità, per i suoi cittadini, di entrare negli Stati Uniti senza visto. Il motivo di tale decisione scaturisce dalla convinzione dell'INS (Immigration and Naturalization Service) che una parte significativa (almeno 16.000 unità) dell'imponente mole di ingressi di italiani (723.149 nel 1999) vada configurata come "immigrazione clandestina". Molti nostri connazionali, cioè, utilizzerebbero il visto turistico per risiedere clandestinamente in America ben oltre i 90 giorni previsti dalla legge. Secondo la CNN, una buona parte dei clandestini italiani sarebbe costituita da musicisti girovaghi, pizzaioli abusivi (soprattutto nel Massachussets) nonché manovalanza mafiosa (in particolare nel New Jersey). Tutto il mondo è paese, verrebbe voglia di dire, con il particolare che i migranti italiani provengono dalla quinta potenza economica dell'occidente…

Altremappe maggio 2002