Immigrati "schiavi" in Europa

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di Nicola Coccìa

Fuori dalla clandestinità
Dossier migranti

Altri commenti
Dei diritti e delle pene
Mauro Bulgarelli
La Bossi-Fini e i minori
Il pugno di ferro contro le navi di immigrati. Intervista all'ICS di Trieste
Immigrati spremi e getta. Giovanni Palombarini
Commento sintetico al disegno di legge del governo. Marco Paggi (avvocato)
Le nostre perplessità su questa legge. Appello di Caritas e Migrantes
"DIRITTO AL FUTURO". Appello per una mobilitazione permanente contro la discriminazione e la segregazione
Appello dei Social Forum ai Parlamentari per l'ostruzionismo contro il disegno di legge del Governo sull'immigrazione

Diritti kurdi


 

 

 

 

 

 


 


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Immigrazione: sinistra non ti nascondere

Marco Revelli


Al varo la Bossi-Fini: l'Italia è meno libera

Diritto di asilo
Obiezioni alla Bossi-Fini di
Amnesty International, ICS, Medici senza frontiere

Non rispetteremo la legge di apartheid

 

 

 

 


Immigrati schiavi in Europa

(da Guerra&Pace)*

Il disegno di legge Bossi-Fini non diverge molto dalle proposte di direttiva europee: contingentare i flussi, rendere lo straniero ricattabile e legato come uno schiavo alla sua precarietà di immigrato, destrutturando così l'intero mercato del lavoro.

È attualmente all'esame della Commissione affari costituzionali del Senato il disegno governativo n° 795 (cosiddetto Bossi-Fini) di riforma del Testo Unico delle disposizioni sull'immigrazione. Ove approvato, modificherebbe sensibilmente in peggio la già pessima legge vigente Turco-Napolitano, caratterizzandosi per la sostanziale riduzione del complesso fenomeno sociale dell'immigrazione alla dimensione dell'ordine pubblico e per l'ulteriore compressione delle condizioni dell'immigrato, già ridotto a mero fattore della produzione, da sfruttare il massimo possibile al minor costo.

NEL QUADRO DI SCHENGEN

L'evidente inasprimento della politica di chiusura (l'obiettivo non troppo nascosto è l'"immigrazione regolare zero") non costituisce però un'anomalia italiana, iscrivendosi a pieno titolo nella normativa europea in corso di preparazione, applicativa dell'accordo di Schengen.
Propio mentre l'Onu pubblicava studi demografici in base ai quali - per mantenere inalterati l'equilibrio fra popolazione attiva e inattiva e la capacità produttiva - l'Europa dovrebbe consentire milioni di ingressi (160 entro il 2050, di cui 17 in Italia, per circa 350.000 nuovi ingressi all'anno, contro gli attuali 60/80.000 in gran parte a termine), il vertice dell'Ue, riunito a Tampere a fine 1999, tracciava una politica assolutamente restrittiva, trasfusa oggi in una serie di proposte di direttiva le cui regole, in fondo, non divergono molto da quelle del disegno Bossi-Fini.

CONTINGENTAMENTO DEI FLUSSI
Così, tanto per fare qualche esempio, nell'ambito del comune orizzonte del contingentamento dei flussi (proprio la proposta della commissione n° 386/2001 di direttiva del Consiglio consente agli Stati membri di imporre tetti massimi per gli ingressi e di sospendere il rilascio di permessi), il modello pressoché unico di ingresso legittimo previsto dal progetto Bossi-Fini, che vincola la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno alla previa stipulazione dall'estero di un contratto di lavoro con domanda presentata tramite le rappresentanze consolari, è il "normale" meccanismo di ingresso previsto dalla proposta di direttiva comunitaria sopra citata (art. 5).
Tale proposta considera solo "eventuale" la possibilità per gli Stati membri di stabilire ulteriori ipotesi di ottenimento del (o conversione in) permesso di soggiorno per lavoro per chi, entrato per turismo, studio o ricerca di lavoro, abbia effettivamente trovato un impiego.
Nessuna sostanziale discrepanza nemmeno in materia di durata del permesso di soggiorno: la durata massima prevista dal progetto Bossi-Fini (2 anni, come nella vigente legge Turco-Napolitano) si colloca all'interno della previsione comunitaria la quale, senza fissare una durata minima, stabilisce che il permesso possa essere concesso per un "periodo iniziale non superiore a 3 anni".

IL "CONTRATTO DI SOGGIORNO"
Quanto al vincolo sempre più stretto che lega la permanenza dello straniero al mantenimento del posto di lavoro (con l'evidente effetto di costringere gli immigrati ad accettare qualsiasi forma di lavoro a qualsiasi condizione, purché possa servire, seppure nel breve periodo, ad evitare l'espulsione), l'introduzione del "contratto di soggiorno" del progetto Bossi-Fini trova riscontro nella proposta di direttiva europea, che prevede l'accorpamento in un unico atto amministrativo del permesso di lavoro e di soggiorno.
Inoltre, il progetto governativo dimezza rispetto ad oggi (da un anno a 6 mesi) il periodo massimo di disoccupazione, trascorso il quale si fuoriesce, se non dall'Italia, dalla regolarità (determinando un aumento della clandestinità cosiddetta "di ritorno" anche per lavoratori regolarmente presenti in Italia da lungo tempo, magari con famiglia). Ma la proposta di direttiva non prevede condizioni migliori: il periodo massimo di disoccupazione, trascorso il quale scatta la revoca del permesso di soggiorno, è di 3 mesi per quanti abbiano lavorato regolarmente meno di 2 anni e di 6 mesi per coloro che abbiano lavorato più a lungo (art. 10).

LA NUOVA SCHIAVITÙ

E ancora: l'attribuzione di un diritto di preferenza ai lavoratori italiani (o meglio, comunitari) è in sintonia con la proposta di direttiva, che sancisce espressamente il principio secondo cui "un posto di lavoro può essere occupato da un lavoratore extracomunitario soltanto dopo un'attenta valutazione del mercato interno", quindi solo "se il posto non può essere occupato da un cittadino dell'Ue" (art. 6).
Come corollario la proposta di direttiva (scavalcando di molto Bossi e Fini) vincola lo straniero allo svolgimento dell'attività per la quale gli è stato consentito l'ingresso, consentendo agli Stati membri di limitare il permesso "allo svolgimento di attività di lavoro subordinato in una regione specifica" (art. 8) e comunque prevedendo che ogni variazione debba essere comunicata all'autorità competente e da questa autorizzata. In altre parole: poiché allo straniero è concesso di entrare solo se un lavoratore comunitario non può o non vuole occupare uno specifico posto di lavoro, una volta entrato non gli è concesso di cambiare attività o zona ma è indissolubilmente legato al suo posto di lavoro, come lo schiavo ai remi della galea...

ATTACCO AL SISTEMA DEI DIRITTI
Certo nella prosa del legislatore europeo non ci sono tutti gli eccessi dettati dal furore xenofobo della destra italiana. Si pensi alla previsione nel disegno Bossi-Fini di generalizzare l'espulsione per gli irregolari con sommaria procedura amministrativa, da eseguirsi con immediato accompagnamento alla frontiera (previo internamento nei centri di permanenza), in violazione palese dell'art.13 della Costituzione che riserva agli atti motivati dell'autorità giudiziaria ogni misura limitativa della libertà personale, secondo quanto già espressamente affermato dalla Corte costituzionale con sentenza n° 105/2001.
Ma l'Europa è ben disposta a rimodellare verso il basso l'intero sistema dei diritti civili e umani: basti pensare all'istituzione dei "campi" e alla creazione di un diritto speciale per stranieri, che possono essere sottoposti a misure privative della libertà senza aver commesso alcun fatto penalmente rilevante. Ciò non costituisce certo un'anomalia italiana: l'arresto/detenzione di una persona contro cui è in corso un procedimento di espulsione è infatti espressamente previsto sin dall'art. 5 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (sic) del 1950.

LO STRANIERO È IL NUOVO NEMICO
Il fatto è che in Italia come in Europa lo straniero è considerato potenzialmente un nemico, mentre l'immigrazione è trattata come un fenomeno composto da una pluralità di scelte individuali di fuga dalla povertà, assumendo un punto di vista che prescinde del tutto dall'analisi delle cause sociali ed economiche del fenomeno.
Si nega così - con una mistificante costruzione ideologica - l'evidente incidenza sui flussi migratori delle politiche economiche occidentali: allargamento dei mercati, politiche ultraliberiste e di riduzione della spesa sociale imposte dal Fmi e dalla Banca mondiale, industrializzazione, trasformazione dell'agricoltura. Per non parlare delle guerre e delle politiche di impoverimento e saccheggio delle risorse naturali dei paesi del Sud del mondo (che costituiscono l'altra faccia del rapporto Nord/Sud).
Il circolo diventa così vizioso: con la guerra e la neocolonizzazione si alimentano le cause dell'emigrazione, che si cerca di tenere sotto controllo essenzialmente con lo strumento poliziesco e quindi con un'altra guerra a bassa intensità, ma non per questo meno cruenta (l'accordo sul Nuovo concetto strategico Nato sottoscritto dai governi dell'alleanza nel 1999 inserisce fra i rischi incombenti per la "stabilità euro-atlantica" proprio i "movimenti incontrollati di un gran numero di persone, in particolare come conseguenza dei conflitti armati").

SPINTI ALLA CLANDESTINITÀ
In fondo, la ricetta poliziesca proposta per controllare i flussi è sempre la stessa e produce soprattutto clandestinità. Se da un lato muraglioni e controlli elettronici non fermano l'immigrazione - come dimostra la frontiera fra Usa e Messico -, dall'altro il meccanismo di ingresso previa chiamata nominativa dall'estero da parte del datore di lavoro era già previsto in Italia prima del 1998 e ha fatto sì che quasi il 50% degli stranieri oggi regolarmente soggiornanti lo siano esclusivamente grazie alle varie sanatorie (quasi un milione di stranieri regolarizzati fra il 1987, il 1990, il 1995 e il 1998), essendo pertanto entrati nel territorio dello stato irregolarmente. Se si tiene conto che un altro 25% circa degli ingressi è dovuto ai ricongiungimenti familiari, si deduce che la percentuale degli ingressi regolari per lavoro subordinato è trascurabile (dati Istat).
Si vuole quindi, più o meno consapevolmente, mantenere (se possibile, accentuare) un sistema bloccato, in cui alla sostanziale impossibilità di entrare regolarmente non può che corrispondere un incremento degli ingressi clandestini, con ciò che comporta in termini di costi per i migranti, marginalizzazione, spinta verso la criminalità ecc. - proprio il fenomeno che demagogicamente si dice di voler combattere. Questo, in realtà, perché la presenza di un alto numero di clandestini costituisce e rinnova continuamente un vero esercito industriale di riserva composto da soggetti "flessibili" per eccellenza, in quanto "non-esistenti", e così indispensabili a questa economia per la loro ricattabilità.

LAVORATORI SOTTO RICATTO
Allo stesso modo, quanto più stretto sarà il legame fra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, tanto meno potere contrattuale avrà anche il lavoratore straniero regolare, che in caso di perdita del posto di lavoro rischia di essere licenziato... dall'Italia.
La diffusione di valori xenofobi, la tolleranza zero, la rassicurazione dell'elettorato attraverso la riduzione del numero e della durata dei soggiorni e la (inattuabile) espulsione generalizzata e immediata, servono quindi soprattutto a creare e mantenere in condizioni di invisibilità un amplissimo bacino di manodopera a bassissimo costo, che, per di più, non ha alcuna possibilità di associazione o anche solo rivendicazione dei diritti minimi (casa, istruzione, lavoro, sanità).
E non solo: tenendo ai margini della società centinaia di migliaia di stranieri si rende ancora più flessibile e si destruttura l'intero mercato del lavoro, abbassando anche il potere di contrattazione dei lavoratori italiani, poiché la concorrenza inter-nazionale fra lavoratori serve solo a ridurre i salari e, più in generale, le condizioni di vita e di lavoro.
Non è solo un problema da affrontare in nome della solidarietà quindi, poiché la difesa dei diritti dei migranti è elemento centrale e ineludibile per combattere la logica del sistema economico liberista.

*L'articolo è tratto dal numero uscito nel febbraio 2002 della rivista.

 


Il pugno di ferro contro le navi di immigrati
Intervista con Gianfranco Schiamone dell'ufficio ICS
(Consorzio Italiano di Solidarietà) di Trieste.

13.02.02

Contro i migranti che tentano di arrivare sulle coste italiane, navi da guerra e marinai tenuti a rispettare regole di ingaggio militare, proprio come durante un conflitto. E' il risultato di un sub-emendamento presentato lunedì 11 febbraio 2002 dal governo in Commissione affari costituzionali dove è in corso di discussione il disegno di legge sull'immigrazione Bossi-Fini.
Con l'articolo 9 bis proposto dal governo si dispone che "la nave italiana in servizio di polizia, che incontri nel mare territoriale o nella zona contigua una nave di cui si ha fondato motivo di ritenere che sia adibita o coinvolta nel trasporto illecito di migranti, può fermarla, sottoporla ad ispezione e sequestrarla conducendo la stessa in un porto dello Stato".

Dunque profughi, richiedenti asilo, semplici migranti, secondo il governo, vanno respinti con ogni mezzo, anche quello da guerra. Il governo ha deciso di usare il pugno di ferro anche operando "strappi" al codice della navigazione, perché in nessun caso una nave da guerra italiana, fuori dalle acque territoriali, potrebbe dare ordini o addirittura sequestrare una nave battente bandiera straniera.
Un pugno di ferro certamente inutile e pericoloso, ma di grande impatto propagandistico soprattutto per la Lega.

Ne parliamo con Gianfranco Schiamone dell'ufficio ICS (Consorzio Italiano di Solidarietà) di Trieste.

Schiamone: francamente è difficile commentare questa notizia, l'unico commento possibile è quello di essere senza parole. Si tratta di una proposta che ha un carattere completamente eversivo rispetto a quella che è la normativa attuale, non solo in materia di immigrazione ma anche in materia di diritti umani fondamentali. La proposta, stando al testo dell'emendamento, prevede di attuare azioni di pattugliamento con la Marina Militare al di fuori delle acque territoriali anche nei confronti di navi non italiane. Una simile norma contrasta, tra l'altro, con il codice della navigazione, perché in quest'ultimo si fa si riferimento alla possibilità che le navi da guerra possano attuare controlli anche al di fuori delle acque territoriali, però soltanto in casi molto limitati e in mezzi navali che battono bandiera italiana.
Quindi siamo veramente di fronte ad una situazione eccezionale che prevede l'uso di navi militari non previste da nessuna norma.
Altra cosa grave di questo emendamento è che non si parla di quali misure saranno adottate nei casi di controlli a navi straniere. Si parla solamente di azioni di contrasto, verifica della regolarità del mezzo di trasporto e delle persone, e così via.

D:Come si attuerebbero i controlli, il trattamento delle persone che vengono fermate?

R: non è assolutamente chiaro. Qui non siamo in presenza di controlli alla frontiera, non sono controlli su cittadini italiani ma sono controlli attuati da militari italiani su cittadini stranieri al di fuori del territorio italiano. Qual è lo status delle persone controllate? Forse nemici di guerra? Prigionieri? Non si riesce veramente a capire, mi sembra che siamo a quattro passi dal delirio…

D: anche perché sappiamo che le persone che sono nelle "carrette" sono per la maggior parte richiedenti asilo, potenziali rifugiati, comunque persone che hanno bisogno di aiuto

R:certo, in questo caso non si capisce a chi potrebbe essere inoltrata una richiesta di asilo… i militari italiani sono personale di polizia della frontiera, non siamo alla frontiera ma al di fuori del territorio nazionale. C'è un problema gravissimo del rispetto delle garanzie minime giuridiche nei confronti delle persone. Non possiamo nemmeno parlare di mancata applicazione o meno del diritto di asilo perché ormai parliamo di qualcosa che non esiste, nel senso che non si riesce a configurare come una procedura di carattere civile. Viene da chiedersi qual è la condizione giuridica in cui vengono a trovarsi le persone fermate dalla Marina Militare.

D: questa la situazione che il governo vorrebbe determinare in mare. Qual è invece, brevemente, la situazione alla frontiere di terra tra Italia e Slovenia?

R: la situazione purtroppo non cambia, non è suscettibile di miglioramenti. Continuano a non essere istituiti (come previsto dalla legge) i centri di orientamento e informazione alle frontiere ne nella zona di Trieste ne di Gorizia dove un decreto del Ministero dell'Interno del maggio del 2001 prevedeva la loro immediata istituzione. Questo non è ancora avvenuto perciò siamo nella situazione di sempre cioè in cui mancano gli strumenti di controllo di quello che veramente avviene. Mancano i mezzi di carattere civile come i traduttori, personale civile da adibire all'assistenza e orientamento agli stranieri che si trovano in condizioni di difficoltà, sia che si tratti di richiedenti asilo sia che abbiano altre esigenze. È evidente che, fra l'alto numero di persone che vengono respinte così come dall'altissimo numero di persone che ricevono un decreto di espulsione, vi siano persone che fuggono da situazione di persecuzione che avrebbero diritto a tutela ma si trovano abbandonate a se stesse.

(da http://www.meltingpot.org/)

 



Immigrati spremi e getta
di Giovanni Palombarini

Ci sono un paio di cose che sorprendono a proposito del disegno di legge varato dal Consiglio dei Ministri nel corso di una riunione che alcuni quotidiani hanno definito turbolenta.
In primo luogo, le dichiarazioni rese dagli esponenti dei partiti di governo:si tratterebbe di "un progetto che coniuga vigore e solidarietà".
Una formula di stile già usata in occasione di precedenti leggi, per la verità. Si trattava però di provvedimenti che, accanto alle norme che ribadivano la tradizionale filosofia della chiusura adottata a partire dall'inizio degli anni Novanta, contenevano qualche misura, qualche diritto in favore almeno degli immigrati regolari. Rimane invece misterioso in che cosa consista la solidarietà espressa con questo intervento.
C'è poi un impegno programmatico, stando alle cronache (ne parla il quotidiano Avvenire), che davvero è un'espressione difficilmente eguagliabile da un lato dell'egoismo dei paesi del nord del mondo, dall'altro di un perdurante spirito colonialista. Nei programi di cooperazione bilaterale con paesi non dell'Ue il governo terrà conto del loro impegno contro le partenze dei propri clandestini, stornando eventuali aiuti dai già esigui fondi per lo sviluppo in dotazione alla Farnesina in danno dei paesi che non si adegueranno alle aspettative. Che questo vada bene per i vari Fini, Pisanu e Bossi non sorprende.
Ma cosa ne dice il ministro degli Esteri Ruggiero, generalmente considerato persona aperta e attenta ai problemi dei paesi poveri?
Per il resto, anche se i contenuti della proposta sembrano meno brutali di alcuni discorsi di agosto, tutto come previsto. Alla legge Turco-Napolitano, che già non era un gran che sotto il profilo dell'accoglienza, verranno apportati i correttivi promessi in campagna elettorale.
Così, in tutta coerenza con la logica dell'usa e getta e del nuovo criterio liberista, per cui tutti i lavori sono precari, si stabilisce che è il preventivo contratto di lavoro che consente l'ottenimento del permesso di soggiorno a durata variabile, alla cui scadenza si dovrà andare via; e che anche coloro che otterranno un lavoro stabile, dovranno ogni due anni dimostrare la permanenza del rapporto di lavoro. Secondo Il Sole-24 Ore l'unica vittoria di qualche ministro moderato è che chi perderà il lavoro non verrà espulso il giorno dopo, ma potrà avere sei mesi di tempo per trovare un nuovo impiego prima di doversene andare.
Intorno a questa previsione di base, una serie di conseguenze. Intanto nessuna sanatoria, neppure quella ipotizzata da qualcuno del Ccd per le colf e coloro che assistono anziani e malati (cioè per decine di migliaia di persone che sono in sostanza regolari, visto che già vivono nel proprio lecito lavoro), anche se entrati in Italia con un permesso poi scaduto; sono ben pochi gli italiani disposti a provvedere a questi lavori, ma il particolare è irrilevante per il governo. Inoltre, il periodo di detenzione nei cosiddetti centri di permanenza temporanea, già stracolmi di gente, viene raddoppiato: non più 20 giorni più eventualmente altri 10, ma 30 più eventualmente altri 30. Poi, un restringimento delle possibilità di ricongiungimento familiare: una scelta logica, tutto sommato, visto che la prospettiva non è quella della stabilizzazione e dell'integrazione, bensì quella del ritorno nei paesi di origine.

Quindi i reati: chi entrerà in Italia dopo essere stato allontanato, verrà arrestato, processato con rito direttissimo e condannato a una pena da sei mesi a un anno; se ci proverà una seconda volta, la reclusione sarà da uno a quattro anni.
Infine, del diritto di voto amministrativo per chi vive regolarmente in Italia da cinque o sei anni, nessuno parla più, nonostante appena in gennaio il Consiglio d'Europa abbia raccomandato il diritto di voto attivo e passivo per i regolari residenti da almeno tre anni.
"L'Italia sta diventando un paese serio, il popolo non vuole l'immigrazione, questa legge cambierà l'Europa", ha commentato Umberto Bossi, un ministro che vive il rapporto con il mondo arabo come uno scontro di civiltà. Stringe il cuore vedere dove sta arrivando appunto l'Europa, e con essa l'Italia, se solo si ricorda ciò che era scritto nella costituzione francese del 1793: "Ogni straniero d'età superiore a 21 anni che, domiciliato in Francia da un anno, viva del suo lavoro, o acquisti una proprietà, o sposi una cittadina francese, o adotti un bambino, o mantenga un vecchio, è ammesso all'esercizio dei diritti di cittadino".

 


Commento sintetico al disegno di legge del governo

di Marco Paggi

Il disegno di legge di modifica al Testo Unico sull'immigrazione, rappresenta di fatto il "pacchetto" di interventi già promessi dalla maggioranza nel corso della campagna elettorale, con l'obiettivo dichiarato di assicurare una più efficace repressione della clandestinità ed un maggior controllo dell'ordine e della sicurezza pubblica.

SPONSORIZZAZIONE
Si prevede l'abolizione dell'ingresso per inserimento nel mercato del lavoro con la garanzia di un privato: probabilmente, piace poco a chi sostiene che possano entrare solo quelli di cui non possiamo fare a meno e solo a fronte di un lavoro e di un alloggio sicuri; in realtà, la sponsorizzazione si è dimostrata una procedura relativamente agile e che garantisce l'effettivo inserimento lavorativo ed alloggiativo dello straniero forse ancor più della procedura di assunzione dall'estero, non a caso anche molti datori di lavoro hanno preferito la "garanzia" per far arrivare i lavoratori da assumere subito dopo. Peraltro, non si può trascurare che tale meccanismo ha permesso di prevenire (ed anche, di fatto, di sanare) forme di ingresso clandestino da parte dei parenti (figli maggiorenni, fratelli, genitori) che non hanno potuto utilizzare la procedura di ricongiunzione familiare.

CONTRATTO DI SOGGIORNO: questo termine sta ad indicare il contratto di lavoro che dovrà essere stipulato presso gli uffici provinciali del lavoro, per consentire il rilascio del permesso di soggiorno per lavoro. Nella sostanza, però, di realmente nuovo c'è solo il termine: infatti, i meccanismi per il rilascio del permesso di soggiorno per lavoro, a tempo indeterminato o determinato, sono quelli che già conosciamo (richiesta di autorizzazione entro i limiti numerici stabiliti con uno o più decreti annuali di definizione dei flussi migratori e successivo rilascio del visto di ingresso da "andare a prendere" presso l'ambasciata italiana del paese di provenienza), con la differenza che si inverte -ma senza alcuna visibile conseguenza pratica- l'ordine burocratico.
C'è poi la previsione di garanzia di un alloggio e del pagamento delle spese di rimpatrio da parte del datore di lavoro, ma anche in questo caso nulla di nuovo: il biglietto "prepagato" risale infatti alla preistoria delle norme in materia di immigrazione e non ha risolto alcun problema (anche se di questi tempi un finanziamento alle compagnie aeree non farebbe certo male), mentre la garanzia di alloggio è già prevista nella normativa vigente; la vera novità sarebbe semmai definire chiaramente chi deve pagare per l'alloggio, e a quali condizioni, e chi lo trova, ma il problema degli alloggi per immigrati è realmente annoso e politicamente complicato, cosicché sembra preferibile una soluzione apparente destinata a rimanere "sulla carta" (per la verità, a pari merito con il precedente governo). Sempre a proposito di regole in materia di ingresso per lavoro, si è sentito molto parlare della proposta di ripristinare la procedura di verifica sulla "indisponibilità di manodopera locale", prima dell'autorizzazione all'ingresso dall'estero; in realtà, dal testo (si ripete, non ufficiale) del disegno di legge non risulta nulla al riguardo anche se in linea teorica tale "filtro" potrebbe essere introdotto successivamente, al momento della emanazione dei decreti sui flussi migratori.
Certo, l'idea di affermare la precedenza dei lavoratori nazionali nelle opportunità di lavoro non può non catturare il consenso popolare, ma tutte le imprese sanno meglio di chiunque altro che il posto di lavoro viene offerto agli stranieri proprio perché non ci sono italiani disponibili, sicché si può ritenere senza timore di smentita che la prova vera della indisponibilità di lavoratori nazionali sta nel sol fatto che il lavoro venga offerto agli stranieri. D'altra parte, è legittima la preoccupazione unanime delle imprese interessate di un ulteriore appesantimento delle procedure di autorizzazione all'assunzione dall'estero, se si considera che esse comportano già attualmente un'attesa di mesi e mesi (le autorizzazioni richieste all'inizio dell'anno sono ora in corso di rilascio), senza contare l'ulteriore attesa per il rilascio dei visti presso le ambasciate. Non si può sottacere, infatti, che una buona parte della clandestinità è di fatto prodotta dalla inefficienza del sistema, che induce rispettivamente le parti interessate ad ingressi irregolari ed alla stipula di rapporti di lavoro nero, nonostante l'intento di operare regolarmente.

RINNOVO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO
Il periodo massimo di disoccupazione (e di correlativa iscrizione nelle liste di collocamento) viene ridotto da un anno a sei mesi, il che significa che potrà essere rifiutato il rinnovo del p.s. se lo straniero risulterà formalmente disoccupato (il lavoro nero, di fatto, non conta) da più di sei mesi al momento della richiesta di rinnovo, se invece risulterà disoccupato a meno di sei mesi il suo permesso verrà rinnovato per il solo tempo residuo. Questa previsione non ha mancato di suscitare viva preoccupazione presso gli uffici stranieri delle questure, dal momento che quasi ovunque non è possibile rispettare il termine previsto di 20 giorni per il rilascio: nella prassi, infatti, si deve richiedere un appuntamento per presentare la documentazione per il rinnovo, che viene fissato a mesi di distanza dalla prenotazione, e poi si devono attendere ancora diversi mesi per ottenere la consegna. Nel frattempo, in mancanza del permesso di soggiorno, è ben arduo che un datore di lavoro accetti di perfezionare un rapporto di lavoro regolare, cosicché è facilmente comprensibile che la restrizione del termine di disoccupazione non mancherebbe di spingere inutilmente nella clandestinità una larga fascia di immigrati che conducono una vita onesta. La possibilità di revocare il permesso di soggiorno (durante la sua validità) o di rifiutarne il rinnovo è già chiaramente prevista in tutti i casi in cui lo straniero non dimostri, a richiesta dell'autorità di P.S., di possedere leciti e sufficienti mezzi di sostentamento. Inoltre, la Convenzione n°143/75 dell'O.I.L. --che non solo è stata recepita in Italia ma gode di una posizione giuridicamente sovraordinata rispetto alle leggi dello Stato in base all'art.10 della Costituzione- impedisce espressamente che la perdita del posto di lavoro possa comportare l'automatica perdita del permesso di soggiorno, nel mentre è evidente che, se si considera la nota prassi sopra descritta, tale automatismo viene di fatto a realizzarsi.

CONTROLLO DELLE FRONTIERE
Viene ampliato il potere di controllo degli ingressi dal mare anche oltre le acque territoriali, con qualche dubbio sulla compatibilità con le norme di diritto internazionale.

ESPULSIONE
Viene prevista l'estensione dei casi in cui si procede all'espulsione con accompagnamento immediato alla frontiera (anche nei confronti di chi ha un permesso di soggiorno scaduto da più di sessanta giorni), come pure del termine di trattenimento presso i centri di permanenza temporanea in funzione dell'esecuzione dell'espulsione; inoltre, vengono previste pene detentive per chi non ottempera all'espulsione o rientra clandestinamente nel territorio dello Stato e il termine di "interdizione" dal territorio viene portato da cinque a dieci anni. Anche l'espulsione come sanzione sostitutiva della detenzione viene estesa per l'applicazione nei confronti dei detenuti con un residuo di pena da scontare inferiore ai due anni: essi potranno essere espulsi in base a provvedimento dell'autorità giudiziaria, la cui esecuzione sarà coordinata con le forze di polizia.

CARTA DI SOGGIORNO: è stato prolungato da cinque a sei anni il periodo di soggiorno regolare necessario per poter chiedere la carta di soggiorno, vale a dire una sorta di permesso di soggiorno a tempo indeterminato; verosimilmente, tale modifica è stata concepita per far coincidere la scadenza del terzo permesso di soggiorno (normalmente di durata biennale) con la richiesta della carta di soggiorno, onde ridurre il "traffico" burocratico presso le questure.

ASILO: si prevede il trattenimento obbligatorio in centri appositi ed una procedura accelerata di valutazione nei casi di sospetta elusione delle norme sull'ingresso e il soggiorno degli stranieri, disponendo che l'allontanamento non autorizzato da tali centri comporti "rinuncia" alla domanda di asilo. Va considerato che ben raramente chi fugge dal proprio paese si presenta ufficialmente alla polizia di frontiera del paese di destinazione, perché ancora non sa cosa gli potrebbe accadere e teme di essere rimpatriato, quindi, al di là dei dubbi sulla affidabilità di una procedura "accelerata" (o sommaria, che dir si voglia), vi è ragione di temere che buona parte dei richiedenti asilo venga indotta alla clandestinità e quindi alla "rinuncia" all'esame della propria istanza) nel momento in cui l'accoglienza iniziale dovesse tradursi in una sorta di detenzione.
Volendo aggiungere qualche considerazione generale alle poche annotazioni già esposte, ritengo che il disegno di legge non contenga alcuna modifica sostanziale dell'impianto normativo del Testo Unico e del Regolamento di attuazione, e soprattutto che non contenga disposizioni efficaci per ridurre la gamma di situazioni irregolari, semmai il contrario, perché rendere più difficili le condizioni di ingresso e soggiorno per le persone che vivono onestamente e sono indispensabili al mercato del lavoro non può che aumentare la popolazione irregolare e le conseguenti violazioni da parte degli stessi datori di lavoro, rendendo ancor più difficile il governo del fenomeno migratorio.
La sensazione, dunque, è che si voglia modificare la legge non tanto per cambiare realmente la politica di governo ma più semplicemente per poter dire e far pensare che ora le cose cambieranno.
Ma anche trascurando le opinioni, non si può trascurare un dato di fatto, che invece continua ad essere ignorato, vale a dire il processo ormai avanzato di elaborazione a livello comunitario di norme in materia di immigrazione e asilo che saranno comunque vincolanti anche per il nostro Paese.
Per l'appunto, La Commissione U.E. ha recentemente presentato una proposta di Regolamento del Consiglio che istituisce un modello uniforme per i permessi di soggiorno rilasciati ai cittadini di paesi terzi (si prevede, fra l'altro, il permesso di soggiorno di lunga durata, ovvero la carta di soggiorno, per chi già soggiorna regolarmente da cinque anni, come previsto dal vigente Testo Unico), ed è di appena qualche settimana fa una Comunicazione della stessa Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo relativa ad un metodo aperto di coordinamento della politica comunitaria in materia di immigrazione.
La Comunicazione prevede che il Consiglio approvi degli orientamenti pluriennali ed individui degli obbiettivi a breve, medio e lungo termine per il raggiungimento dei quali dovrebbero poi essere considerati obbiettivi specifici nazionali. Gli Stati dovranno infatti adottare piani d'azione nazionali soggetti a revisione annuale ed articolati in due parti: una con i risultati ottenuti l'anno precedente ed una con le proposte per il futuro. Per quanto riguarda poi il diritto di asilo, è già in vigore la Direttiva 2001/55/CE del Consiglio, del 20 luglio 2001, sulle norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati, a cui ogni Stato membro ha l'obbligo di adeguarsi entro il 31 dicembre 2002; inoltre, vi è una specifica Proposta di direttiva della Commissione circa le misure minime da adottare negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato, che si prevede divenga vincolante entro lo stesso termine.
Ci si chiede dunque che senso abbia agitarsi tanto per introdurre delle norme non tanto diverse, o comunque tali da non comportare sensibili mutamenti nel governo dell'immigrazione, quando dovremo comunque fare i conti con un confronto ben più ampio sugli stessi problemi, col rischio evidente che la nuova legge sia già superata prima ancora di essere pronta.

Novembre 2001

 


"DIRITTO AL FUTURO"
APPELLO PER UNA MOBILITAZIONE PERMANENTE
CONTRO LA DISCRIMINAZIONE E LA SEGREGAZIONE


I Forum Sociali italiani, parte integrante e attiva della grande mobilitazione del 19 gennaio a Roma, chiamano tutti i soggetti che l'hanno condivisa ad una mobilitazione immediata e capillare non solo contro il ddl Berlusconi-Bossi-Fini, ma contro le pratiche repressive e le restrizioni nell'accesso al soggiorno e ai diritti sociali che ormai in molte città ne stanno anticipando l'attuazione, usando e forzando gli spazi già offerti dalla legge 40.
Mentre restano bloccate centinaia di migliaia di pratiche di rilascio e rinnovo del permesso e della carta di soggiorno, con il rischio di produrre altrettanti ritorni alla clandestinità, gli apparati di polizia vanno moltiplicando le operazioni di rastrellamento nei pressi delle frontiere e soprattutto nelle case e nelle strade dei quartieri più popolati dagli immigrati, nonchè nei campi nomadi.
Le deportazioni, gli internamenti e le espulsioni che ne derivano, insieme a un uso abnorme del reato di "favoreggiamento dell'immigrazione clandestina", puntano di diffondere quel clima di terrore, segregazione e divisione fra lavoratori e fra cittadini, che è il vero obbiettivo del ddl Berlusconi-Bossi-Fini.
Siamo dunque di fronte ad una reazione politica: al tentativo di ribaltare nella società la tensione positiva e unitaria sui diritti di cittadinanza, creata dalla manifestazione del 19 gennaio e dal ciclo di lotte che l¹ha preceduta.
Nello stesso tempo in molte città vengono pericolosamente rimessi in discussione spazi, servizi e diritti acquisiti sul terreno del diritto e dell'accesso universalistico all'istruzione, all'assistenza sanitaria, alle abitazioni e all'accoglienza.
Noi non possiamo accettare che nelle nostre città si moltiplichino e si diffondano, con il terrore, i segnali ed i luoghi fisici e simbolici della segregazione.
Chiediamo che si moltiplichino le mobilitazioni e le vertenze locali sui diritti minacciati o negati. Invitiamo i giuristi, gli avvocati, i giornalisti, i medici, i parlamentari e tutti gli operatori democratici ad aiutarci a denunciare e contrastare ogni violazione della legalità e dei diritti umani, i quali per noi prevalgono anche sulla legalità formale.
Questa attività di denuncia e tutela va coordinata dando una forte voce nazionale e collegamenti europei ad un "Osservatorio contro la discriminazione e il razzismo".
Proponiamo inoltre di creare in ogni città reti e comitati contro le espulsioni e le deportazioni, e di moltiplicare le vertenze contro la detenzione amministrativa di esseri umani incolpevoli nei centri in cui ora si vorrebbe recludere anche i profughi e i richiedenti asilo, anche facendo ricorso a forme di obiezione e di disubbidienza civile.
Per noi tutte e tutti, nei luoghi del nostro movimento, non esistono immigrati 'clandestini' e non, ma persone, portatrici di diritti universali che vanno garantiti da parte di tutti gli enti locali ed i servizi pubblici.
Richiamiamo comunque, anche a fronte di proposte parziali e strumentali da parte del governo, l'esigenza di una uscita generale e incondizionata dalla clandestinità per tutti i lavoratori immigrati presenti, anche per arginare l'uso e gli effetti perversi della clandestinità nel mercato del lavoro e nelle relazioni sindacali.
Proponiamo di moltiplicare in ogni città gli incontri e le assemblee fra lavoratori italiani e stranieri, regolari e irregolari, per far emergere il filo della solidarietà di classe contro ogni divisione, e per porre le basi per una vertenza generale del lavoro migrante.
Chiediamo infine a tutti coloro che hanno aderito alla manifestazione del 19 gennaio di coglierne il valore non solo di opposizione ad un progetto regressivo, ma di riproposizione di una griglia di diritti civili, dal voto e dalla cittadinanza, all'asilo e alla protezione dei profughi di guerra, alla tutela da ogni discriminazione. Questi diritti vanno riproposti a livello parlamentare, ma soprattutto vanno praticati nelle forme possibili in ogni città e territorio, per contrastare e invertire un clima e un senso comune inaccettabile di rimozione e progressivo imbarbarimento.

L'Assemblea nazionale dei Forum sociali sull'immigrazione
Brescia, 9 febbraio 2002



APPELLO DEI SOCIAL FORUM AI PARLAMENTARI
PER L'OSTRUZIONISMO CONTRO IL DISEGNO DI LEGGE
DEL GOVERNO SULL'IMMIGRAZIONE


Dopo la grande manifestazione di sabato 19 gennaio, l'opposizione sociale al disegno di legge del governo sull'immigrazione deve saldarsi con l'opposizione istituzionale, la quale deve cogliere a sua volta il segnale politico trasmesso dalle oltre centomila persone presenti a Roma. Questo segnale è preciso. Il disegno di legge governativo non è emendabile, per l'impronta repressiva che lo caratterizza nel suo complesso.

Esso costituisce un attacco ai diritti di tutti i migranti, e dunque ai diritti di tutti ed all'idea stessa di uguaglianza del diritto; favorisce la clandestinità e combatte i clandestini, anziché agevolare la presenza regolare e contrastare la clandestinità; subordina le politiche dell'immigrazione e persino della cooperazione internazionale agli accordi intergovernativi di controllo e rimpatrio; considera i migranti come manodopera da sfruttare e di cui liberarsi quando non sia più necessaria alle esigenze della produzione; rende più precario lo status giuridico e l'accesso ai diritti sociali per tutti i cittadini stranieri, anche i più stabili e "regolari"; non assicura il diritto d'asilo né la protezione delle vittime di guerre ed esodi forzati, ma anzi prevede la segregazione dei richiedenti asilo; rafforza l'apparato repressivo, moltiplicando i centri di detenzione e raddoppiandovi il periodo di permanenza, abrogando di fatto il diritto al ricorso contro i provvedimenti di espulsione, prevedendo nuove ipotesi di reato per i migranti irregolari e l'espulsione automatica per i microreati da vendita ambulante…

E' l'impianto complessivo del disegno di legge che va respinto totalmente, perché contrario a princìpi fondamentali e costituzionali di civiltà giuridica e di uguaglianza nel lavoro. Neppure obbiettivi sacrosanti, come una possibile e necessaria regolarizzazione ampia e incondizionata dei migranti senza permesso di soggiorno, possono essere barattati con un atteggiamento di disponibilità a condividere il disegno di legge, magari depurato di alcune delle sue disposizioni peggiori.
Al contrario, proprio la denuncia forte e coerente della sua natura discriminatoria e segregazionista da parte di una grande mobilitazione sociale ha fatto emergere le prime crepe nello schieramento governativo, mentre il governo conferma la linea della più cinica intransigenza con la decisione sul contrasto militare degli esodi per mare.

Per questo facciamo appello a tutti i parlamentari delle forze politiche che hanno aderito alla manifestazione del 19 gennaio, affinché si impegnino a contrastare in tutte le forme possibili, ostruzionismo incluso, l'iter di discussione della legge, senza alcuna concessione al governo.

Chiediamo agli stessi parlamentari di dare voce e rilievo istituzionale alla denuncia e all'opposizione sociale rispetto alle pratiche repressive e discriminatorie che già oggi anticipano nelle città e alle frontiere gli esiti della legge futura, con i rastrellamenti e le deportazioni collettive, con la messa in mora di centinaia di migliaia di pratiche di rilascio o rinnovo del permesso di soggiorno e con la negazione pratica del diritto d'asilo.
Chiediamo infine ai parlamentari e alle forze politiche che hanno aderito alla manifestazione del 19 gennaio di raccoglierne non solo l'indicazione di netta opposizione al nuovo testo di legge, ma la tensione verso un rilancio di obiettivi e proposte legislative sui diritti civili, dal diritto di voto alla riforma dell'accesso alla cittadinanza, dal rifiuto della segregazione e dei suoi luoghi e modi incostituzionali, alla garanzia del diritto costituzionale di asilo.

L'Assemblea nazionale dei Forum sociali sull'immigrazione
Brescia, 9 febbraio 2002