A Genova, con Carlo

21.01.02- Genova. "A volte, l'assordante rumore del silenzio è l'arma più forte per colpire i timpani di chi non ci vuole sentire". Queste parole, pronunciate da Giuliano Giuliani al termine della giornata, sembrano essere state il motivo dominante del corteo sommesso, silenzioso, discreto, che da piazza Alimonda, trasformata, ancora una volta, in "piazza Carlo Giuliani" è giunto, ieri pomeriggio, a piazza De Ferrari, attraverso corso Buenos Aires e via XX Settembre.In più di diecimila percorrono le poche strade che separano il luogo in cui Carlo è stato ucciso, dal luogo dove non lo hanno mai fatto arrivare, quel Palazzo Ducale che, a Luglio, ospitava gli 8 "grandi".
La parola d'ordine è " prendere Carlo per mano e portarlo proprio lì, in piazza De Ferrari", come ripetono più volte gli amici di sempre, che aprono il corteo con uno striscione che recita: "Credete di averlo ammazzato, ma Carletto vive dentro di noi".
La rabbia, che non lascia comunque spazio a sentimenti di vendetta, è tanta e traspare dai volti silenziosi di tutti, come dall'unico grido, "assassini", ripetuto ad ogni incrocio accompagnato dai soliti uomini in divisa, a "difesa", dei negozi del centro. Per il resto, le emozioni collettive sono affidate alle parole di Fabrizio De Andrè e alcune riecheggiano come un monito fra la folla: "…e se credete ora che sia tutto come prima, perché avete votatoancora la sicurezza, la disciplina, convinti di allontanare la paura di cambiare, verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti".
Il corteo si ferma in piazza De Ferrari, dove si attendono in silenzio le 17.27, ora in cui è partito il colpo (o i colpi?) di pistola che lo hanno ucciso. Poco dopo, nell'adiacente piazza Matteotti, prendono ancora parola gli amici, i professori di Carlo, insieme a don Gallo, al padre e alla madre. Dal palco si ricorda più volte il significato della giornata, che non deve essere in nessun caso interpretata come una ricorrenza, ma rivendicata come momento per ripetere quello che in trecentomila avevano detto nelle giornate anti-G8. Ripetere che le persone "sono importanti", come ha urlato don Gallo, ribadendo che ricordare Carlo significa lottare, come lui, contro le ingiustizie del neoliberismo, ma anche contro tutti i terrorismi, compreso quello di chi getta bombe contro la popolazione civile afgana. Così, la moltitudine della piazza ha gridato il suo NO alla guerra, accogliendo quegli inviti che, dal palco, hanno espresso la necessità di ripartire da quello stesso luogo, come "moltitudine di persone, ciascuna con le sue idee e i suoi ideali, ma capaci di metterli insieme".
Ripartire da quella piazza, dunque, come ha ripetuto Heidi, la madre di Carlo, vuol dire "stare tutti insieme", vuol dire fare chiarezza sui fatti di luglio e difendere la memoria offesa di un ragazzo che molti hanno ucciso più volte, in questi mesi, spacciandolo per qualcosa di diverso da quello che era.Urlare "contro lo squadrismo di stato e le torture", per citare ancora le parole di don Gallo; opporsi con ogni mezzo alle atrocità del neoliberismo, del terrorismo di stato, della guerra, cercare di essere "sempre un po' di più", a partire dal prossimo luglio, quando, a unanno dalla sua morte, ci si ritroverà di nuovo, in piazza, per ricordare Carlo.
(foto della giornata)