Scioperi "futures"
di Pierluigi Sullo
Se accendete Radio 24, la voce della Confindustria, vi potrà capitare di essere informati sull'andamento, in questa o quella Borsa, dei "futures", anzi "fiùturs", secondo la pronuncia inglese. Sono, questo genere speciale di titoli, una sorta di utopia liberista: nella forma pratica, come è per una ideologia basata sul denaro, di un investimento, o scommessa finanziaria, sul futuro. Ovvero, su come saranno quotate, tra un certo tempo, quelle certe azioni, quelle materie prime o quelle valute. A modo suo, la "società liberista" si sforza, nel creare freneticamente nuovi campi d'impiego per la sovrapporoduzione di capitale finanziario, di immaginare il futuro. Lo stesso non si può dire per le sinistre variamente figlie del Novecento, anche se l'urto positivo dell'"altro mondo possibile", un modo di immaginare il futuro simmetrico a quello dei mercati, ha già cominciato a produrre effetti rilevanti, come mostra il recente congresso di Rifondazione comunista. E non solo lì, ma anche su altre aree della sinistra e su settori importanti della Cgil, per non parlare di parte dei Verdi. Ma il punto è che l'idea che il ruolo delle sinistre, nell'epoca del liberismo, fosse quella di "governare" l'esistente per smussarne gli effetti più sgradevoli, è talmente radicata, nel personale politico di partiti e sindacati, tra parlamentari e intellettuali, che fare uno sforzo di immaginazione, esplicitare un desiderio o esprimere una speranza è sanzionato, nel discorso politico, come irrealismo un po' ridicolo, un "pio desiderio". Insomma, per i più fantasiosi, nella sinistra italiana, non c'è scampo. In più, la Cgil e il suo segretario tengono, giudiziosamente, quel che si chiama un profilo basso, nello scontro con il governo. Fanno sì appello alla difesa della dignità dei lavoratori, concetto che esubera di gran lunga da una pura rivendicazione sindacale, ma allo stesso tempo tengono confinata la vertenza nei limiti della loro funzione istituzionale, per evitare le trappole della politica, specialmente dal punto di vista dei media, dove sgarrare di una virgola (per esempio se si lasciasse intendere che una caduta del goveno non sarebbe sgradita) significa dover passare settimane a smentire e rettificare, e con poco successo.
Tutto questo però congiura a far sì che, come direbbe Radio 24, alla quantità crescente, e anche al tipo, di domanda (sociale) non corrisponda un'offerta (politica) adeguata. Nel senso che quel che sta avvenendo nella società sta assai scomodo negli schemi secondo i quali la Cgil organizza la protesta sociale. Parlo della Cgil perché siamo alla vigilia di uno sciopero generale di otto ore, che si presenta certamente come la maggiore occasione di protesta sociale. Di più: si presenta come l'occasione per una connessione, se non unificazione, di molte proteste sociali. Che appunto richiederebbero non solo un "discorso" diverso e più largo, perché la loro connessione ne venga favorita, ma anche forme di espressione della protesta che vadano oltre, siano cioè più fantasiose, della forma consolidata dello sciopero generale. Basta dare un'occhiata alla bibliografia sulla storia del movimento operaio o ai siti internet delle camere del lavoro, per constatare come il primo sciopero generale mai fatto in Italia, nel settembre del 1904, abbia inciso un segno nella memoria collettiva. E non fu affatto l'avvenimento regolato, quasi rituale, cui siamo stati abituati negli ultimi decenni. Lo sciopero iniziò a Milano, indetto dalla Camera del lavoro, per l'indignazione seguita all'uccisione di alcuni minatori in Sardegna, durò cinque giorni, vi furono incidenti di piazza molto violenti (esiste anche un quadro di Carrà, oggi al Moma di New York, sullo scontro tra lavoratori e soldati a cavallo), le decisioni venivano prese in "assemblee" di decine di migliaia di persone all'Arena. Il movimento si estese poi gradualmente, e spontaneamente, a tutto il paese. Lo sciopero generale era una forma inedita, e i dibattiti, sull'argomento, divampavano, tra socialisti riformisti, socialisti intransigenti e sindacalisti rivoluzionari. Secondo la Cgt francese, fondata due anni prima, era la forma stessa della rivoluzione. Dettaglio importante, lo sciopero generale del 1904 accentuò il "dualismo" tra le Camere del lavoro territoriali, cui in quel momento i lavoratori preferivano iscriversi, e le federazioni di mestiere, come la Fiom, nata da pochi anni: due forme della organizzazione dei lavoratori (e della creazione delle loro "istituzioni", come le società mutue, le scuole, ecc.), la cui prevalenza è stata data volta a volta dalla forma della organizzazione industriale, e cioè dal tipo di lavoratore che vi era immerso, e la cui convivenza è stata, almeno in parte, risolta con la creazione della Confederazione generale del lavoro. Ricordo brevemente e sommariamente queste cose solo per dire che il sindacato cui siamo abituati non è una forma definita una volta e per tutte, ma una variabile dipendente dal tipo di società da cui nasce. E che la formula dello "sciopero generalizzato", azzardata da noi di Carta alla fine dello scorso novembre sul manifesto, vuole alludere al fatto che per quella "domanda" sociale va escogitata una "offerta" almeno tanto immaginosa quanto lo sono i "futures" nei mercati finanziari (o quanto lo è l'"altro mondo possibile" di quei tali di Porto Alegre, che è anche meglio). La formula ha avuto una certa fortuna, ed è ormai corrente nel "movimento dei movimenti", l'hanno fatta propria i Disobbedienti, e anche Bertinotti, nel concludere il congresso di Rifondazione, ha detto che lo sciopero generale "va aggettivato anche come generalizzato, sociale e dei diritti". Il risultato è che, in questi giorni, anche chi non sarebbe tecnicamente implicato dallo sciopero generale, ovvero tutti coloro che non sono lavoratori dipendenti, organizzazioni sociali come i Forum, o le cooperative sociali, o le reti studentesche, i gruppi di solidarietà con i palestinesi, le botteghe del commercio equo e i moltissimi eccetera del caso si stanno ingegnando di immaginare come, dove, dicendo o facendo cosa possono partecipare allo sciopero del 16 aprile. Sottoprodotto di questa situazione è che molti scrivono chiedendo: "Ma che cosa è, in effetti, uno sciopero generalizzato?". La risposta, ovvia, è che non si sa, visto che ancora non ce n'è stato nemmeno uno. Però sarebbe una risposta vile, il limitarsi ad indicare il contesto, che è quello di una società dell'insicurezza (inclusa la guerra globale), che spinge alla solitudine e alla frammentazione del lavoro e della vita, e che ha per converso prodotto un movimento plurale, mobile e orizzontale come quello di Porto Alegre e Genova. E aggiungere: qualcosa di nuovo dovrà pur nascerne. Credo che in questo momento si sia obbligati, anche solo per il puro piacere di sognare, o di conversare, a cercare di fare un passo avanti. C'è una versione semplice (si fa per dire), secondo la quale lo "sciopero generalizzato" è l'equivalente attuale del "lavoratori di tutto il mondo unitevi".
Colpire l'articolo 18 significa unificare potenzialmente nella condizione di precarietà i lavoratori di ogni genere, e questo ha provocato, all'opposto di quel che sperava Berlusconi parlando di "padri contro figli", il desiderio di chi è (parzialmente) tutelato dai licenziamenti che tutti gli altri abbiano lo stesso diritto, e viceversa. Questo sentimento generale è la base su cui, forse, si potranno finalmente stringere nessi tra lavoratori dipendenti, in affitto, a partita Iva, e così via (le tipologie di contratti sono infinite, e non hanno torto, gli ex governanti ulivisti, a vantare il fatto che la flessibilità esiste, e che l'hanno creata loro). Questi nessi, peraltro, si potranno stringere se il sindacato comprenderà per tempo di dover cambiare se stesso: forse, rimettendo l'accento sulle organizzazioni territoriali, più adatte, a confronto di quelle categoriali, a organizzare i nuovi lavoratori. Però, questa traduzione dello "sciopero generalizzato" rimane ferma alle forme del lavoro che, pur molto diverse tra loro, sono unificate dal rapporto diretto che c'è tra una persona e una impresa, di qualunque tipo essa sia. E trascura l'essenza stessa della rivoluzione neoliberista, che non consiste solo, o soprattutto, nella frantumazione di quel che Aldo Bonomi ha chiamato "il diamante del lavoro". Consiste, piuttosto, nel "mettere al lavoro", o nel penetrare con le sue regole economiche, ogni ambito della vita sociale, familiare e personale, oltre che naturalmente il territorio, l'ambiente. Un esempio è quel che sta accadendo alla scuola, che è stata sì in passato una funzione della riproduzione della forza lavoro, ma che aveva anche salvato una certa "gratuità" dell'apprendimento e della ricerca, mentre oggi, in tutto il mondo (la signora Moratti è solo un'appendice locale), diviene un settore diretto di investimento, in cui la cultura è "offerta formativa" e gli studenti sono "clienti". Effetto, questo, della sovrapproduzione di capitale finanziario cui accennavo, che da qualche parte deve pur essere investito. Così come, per altro verso, la progressiva e ormai insensata, ai fini della produzione e della circolazione di merci, artificializzazione e messa in commercio del territorio e di quel che Riccardo Petrella definisce "beni comuni dell'umanità" è un effetto sia della scarsità (lo scandaloso caso delle acque minerali), sia di un produttivismo che ha in se stesso, cioè nell'investire e nel guadagnare, il suo proprio fine.
E allora, si dirà, che c'entra questo con uno sciopero generale? Non vi è alcun dubbio che ciò che ha fatto rinascere i movimenti sociali sono gli squilibri drammatici che, a scala del pianeta e su tutti i versanti, il dominio neoliberista ha creato. E che la questione del lavoro, anzi dei lavori, non può che leggersi in questo ambito (tanto da rendere patetici i tentativi, ad esempio di Rutelli, di mostrare che si può essere "competitivi" nel mercato mondiale, restando allo stesso tempo "civili" nel rapporto con i sindacati: perché c'è sempre qualuno più "competitivo" di te, per esempio i bambini pachistani messi al lavoro). Un contesto che, per altro, ha talmente screditato il discorso "sviluppista", da promuovere diffusissime forme di cooperazione, di economia informale (un esempio solo: il "trueque", il baratto organizzato senza il quale gli argentini sarebbero alla fame), insomma di invenzione di nuova socialità al di fuori dei parametri dell'economia di mercato. Dunque, uno "sciopero generalizzato" potrebbe essere l'occasione di far vedere a un numero straordinario di persone, quelle che la difesa dell'articolo 18 coinvolge, che un nuovo genere di movimento assai plurale, a cominciare con il sindacato e proseguendo con l'insieme di quella cosa che chiamiamo "movimento dei movimenti", non solo è in grado di "fermare" davvero il paese, cioè le fabbriche e ogni altro genere di attività, come il lavoro domestico o quello servile cui sono costretti i migranti, ma che esiste un'altra possibilità. Che vi sono le idee e le aggregazioni sociali in grado di invertire il generale processo di trasformazione di ogni cosa e persona in merce.
Ora, succede che Cgil, Cisl e Uil abbiano convocato manifestazioni regionali, e che i sindacati di base, come i Cobas, si siano messi in concorrenza con le confederazioni sulle piazze in cui tenerle, in alcune città. . Sarebbe una deplorevole mancanza di fantasia, se lo sciopero generale si risolvesse in una competizione a forza di slogan, e nell'obbligo, per tutti gli altri, di scegliere a quale manifestazione andare Anche perché l'atteggiamento "combattivo", cioè virile, tipico della sinistra non tiene per esempio conto del fatto che una manifestazione di strada esclude da sé, fisicamente e per i riti e i linguaggi che comporta, gran pezzi di società, come i bambini, gli anziani, i disabili, le donne di casa, i migranti sotto ricatto di espulsione e così via, gruppi sociali non meno "sfruttati" degli operai di fabbrica. Allora, ci vorrebbe una infinità pluralità di atti, gesti, incontri, proteste, offerte di senso di ciò che si fa: questo è quel che "rappresenterebbe" il mondo sociale che sta desiderando qualcos'altro, e quello stesso "qualcos'altro". Si può immaginare, al dunque, che uno "sciopero generalizzato" è una sperimentazione pratica, simbolica (non c'è contraddizione, i simboli sono potenti), di quell'"altro mondo possibile": nella rappresentazione che se ne dà e nelle relazioni che si stringono tra coloro che lo desiderano.
Non sarà, come pensava dello sciopero generale Jean Sorel all'inizio del Novecento, l'insurrezione proletaria, e anzi c'è da dire che il primo sciopero generale in Italia, quello del 1904, in capo a cinque giorni fallì. Ma non si può negare che abbia dato una bella spinta, nonostante questo, tanto che lo si ricorda come l'atto fondativo di una storia che dura ancora oggi.