LUIGI FERRAJOLI: Guerra, garanzie giuridiche, sfera pubblica internazionale

Questa guerra infinita, che si fa strumento di governo del mondo ha la possibilità di essere razionalmente un governo del mondo? E' possibile un governo del mondo attraverso la guerra? Prima di rispondere a queste domande dovremmo riflettere su cosa è cambiato l'11 settembre. Io credo che siano cambiate molte cose ma principalmente loa soggettività di noi cittadini dell'occidente. E' infatti crollata l'illusione della sicurezza e dell'invulnerabilità. E' stato un trauma terribile, il primo attacco ad un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale, per la prima volta il centro dell'occidente è stato bombardato. Questo ha significato che per la prima volta tutti abbiamo paura. Una paura di un nemico invisibile ed imprevedibile. Ma ha significato anche la fine di una seconda illusione: che l'occidente sia un mondo separato dal resto del pianeta. Il nostro mondo che immaginavamo diviso da fortezze e confini ed unificato solo dal mercato è invece unificato anche dall'insicurezza. Guardiamo al senso giuridico e politico che possiamo dare alla risposta che si è avuta a questa aggressione.
Non si tratta di una questione accademica: quello che è accaduto è stato un atto di guerra, un atto di terrorismo? Non è una questione accademica perchè la nostra civiltà giuridica ha elaborato risposte opposte a questi due fenomeni. Alla guerra si risponde con la guerra, al crimine con la punizione (ed in questo caso con la rete planetaria delle organizzazioni terroristiche). Il fatto davanti al quale ci troviamo non ha le fattezze della guerra. Secondo una definizione classica di Alberico Gentili guerra significa "publicorum armorum contentio", un conflitto tra armi pubbliche, fra Stati. Non essendo il terrorismo un'istituzione pubblica, nè uno stato in guerra l'attentato dell'11 settembre ha tutte le caratteristiche di un crimine contro l'umanità. La risposta che è stata data è la guerra, che non a caso è definita "infinita". Perchè la criminalità non potrà mai essere sconfitta. L'idea che il diritto possa sconfiggere il crimine, il male e la violenza è un'illusione ridicola. Proprio per il fatto che il terrorismo è un atto politico dare una risposta asimmetrica e definirlo un crimine la depotenzia. Invece oggi la risposta della guerra nobilita Bin Laden di fronte alle masse che lo idolatrano, produce vittime innocenti, alimenta e legittima il terrorismo e soprattutto crea una risposta simmetrica all'atto. Il rischio che corriamo in questa vicenda è la regressione alla guerra globale di tutti contro tutti, lo stato precivile. La guerra non è, verosimilmente e razionalmente, uno strumento di governo. La paura è sempre un sentimento ambivalente può generare il panico e la guerra, ma può essere un sentimento pienamente razionale, non a caso è sulla paura che Thomas Hobbes ha costruito l'artificio dello Stato moderno. La paura è la necessita che si avverte di uscire da uno stato di guerra che nuoce a tutti, anche al forte, che può essere attacato dal debole. Il forte è così insicuro che sono possibili le aggressioni batteriologiche ed eventi che mettono in crisi i diritti fondamentali anche in occidente. Una risposta a questa guerra di tutti contro tutti, a questa possibile guerra infinita tra terrorismo e reazione militare, non può essere data dal mercato.
Non può essere una risposta una sfera pubblica formulata dai singoli, dai privati. A me pare che, nei tempi lunghi, questa vicenda metterà in evidenza una drammatica carenza di sfera pubblica internazionale, un vuoto di diritto pubblico. Abbiamo un grande "pieno" di diritto privato, comerciale, di diritto prodotto dai poteri economici e dalle multinazionali e da istituzioni particolaristiche come NATO, G8, WTO dotate di grandi poteri ed un totale vuoto si sfera pubblica, di quella che Habermas ha definito con una bella espressione "politica interna del mondo", in quanto le istituzioni universalistiche che pure sulla carta esistono (l'ONU, la FAO, l'OMS) sono totalmente prive di poteri. Anche se le categorie vengono sconvolte da eventi di questa portata, le categorie razionali classiche ci dicono che una risposta alla paura oggi non può che essere la costituzione di questa sfera pubblica mondiale oggi assente. Razionalmente, dopo la caduta del muro di Berlino avremmo dovuto concludere che non c'era più spazio per la guerra, che la guerra era ormai un fenomeno anacronistico. Sia in Iraq, che in Kossovo, che in Afghanistan, la guerra è stata presentata come un'operazione si polizia internazionale volta a sanzionare un illecito (l'occupazione del Kuwait da parte dell'Irak, la violazione dei diritti umani da parte della Sebia, l'atto delle Due Torri). In tutti questi casi abbiamo avuto l'uso della guerra in luogo del "diritto penale", dell'intervento della polizia. Non abbiamo attuato il capo settimo della Carta dell'ONU che prevede la creazione di una polizia internazionale che sarebbe intevenuta con maggiore efficacia come strumento di pace. Nel caso del Kosovo l'accordo di Rambouillet fallì per il rifiuto degli Stati Uniti di accettare l'intervento ONU anzichè l'intervento NATO. L'intervento ONU in quel caso probabilmente avrebbe evitato la guerra. Una politica che vuole farsi carico razionalmente del problema della pace deve domandarsi se è verosimile che possa essere sicuro un mondo in cui più di un miliardo di persone non ha accesso all'acqua ed alla alimentazione di base, in cui 17 milioni di persone muoiono ogni anno per mancanza di farmaci. Per fronteggiare questi problemi sono possibili istituzioni di garanzia.
Un atteggiamento cosiddetto "realistico" caratterizza molti discorsi non solo di politici ma anche di teorici e filosofi della politica intorno al futuro delle relazioni internazionali ed in particolare intorno al futuro dell'ONU, si dice che l'ONU è un organismo impotente, che ha fallito e va archiviato. Noi non dobbiamo confondere argomenti politici con argomenti teorici, non dobbiamo occultare la responsabilità di chi non vuole che l'ONU funzioni con tesi sul carattere irrealistico di questa istituzione. Il ONU preambolo della carta dell'ONU dice che "un futuro di pace è possibile solo se saranno garantiti a tutti i livelli di uguaglianza, di sussistenza e di diritti umani". Non siamo certo di fronte ad organismi di un altro pianeta, il loro non funzionamento dipende unicamente dalla volontà degli Stati più forti: i G8, gli USA, i paesi dell'occidente. Esse potrebbero funzionare se solo prevalesse la ragione, una ragione di più lunga portata di quella che non va al di la del proprio naso. [...]
La guerra è una risposta autodistruttiva, oltrte che distruttiva. Non può essere una logica di governo del mondo, anche dal punto di vista capitalistico. Non è possibile il governo del mondo con la guerra, perchè la guerra produce instabilità, paura, insicurezza. C'è il venir meno dei presupposti elementari dello stesso capitalismo, non a caso il capitalismo ha creato una sfera pubblica di cui aveva necessità. Se c'è un'idea in crisi nella nostra tradizione è la nostra democrazia fondata sul voto (pensiamo alle sue degenerazioni videocratiche, alle elezioni americane, a quelle italiane, che si svolgono in televisione). C'è, in sostanza, una crisi della rapresentanza e della legittimità rappresentativa. Quello che non è in crisi, e mi sembra che continui ad essere una prospettiva che sarà messa in discussione, è il sistema delle garanzie, di cui il diritto internazionale non dispone, e di cui a me pare debba dotarsi. In qualche modo persino gli USA se ne sono resi conto quando hanno chiesto l'intervento dell'ONU e si sono affrettati a pagare le quote dei loro contributi. Dai sondaggi risulta un dato strano: il 90% della popolazione americana si è espresso a favore della guerra (e la guerra è stata fatta anche per questo), ed il 70% si è espresso per la convinzione che la guerra produce un'aumento dell'insicurezza e dei pericoli per la propria sopravvivenza. Questo secondo aspetto può fondare la paura razionale di cui parlavo, può essere alla base non tanto del "governo mondiale" (che non può non essere antidemocratico) ma tecniche ed istituzioni di garanzi, sfere pubbliche, l'idea (per qunato possa suonare poco entusiasmante) del diritto come negazione ed alternativa alla guerra. E quindi non un esercito planetario, che non serve a niente, non inutili scudi spaziali, ma tendenzialmente il possibile monopolio giuridico della forza. Un processo analogo a quello che è avvenuto con la nascita dello Stato moderno ("ne civis ad arma veniant"), che concretamente significa disarmo, costruzione di una carta dei beni illeciti tra cui le armi, l'istituzione di quella forza internazionale che non userebbe la guerra ma altri strumenti. Mi rendo conto che queste cose suonano irrealistiche, ma esiste una responsabilità della teoria e della cultura nel contrastare quel realismo deterministico che che consiste nel ritenere che quel che accade non può non accadere, e nel deresponsabilizzare politica e cultura di fronte per il fatto che le loro proposte che vengano assunte come utopistiche semplicemente perchè non le si vuole costruire.
Sono d'accordo con Toni Negri quando dice che uno degli eventi più progressivi è la fine degli Stati nazionali, che significa la fine di un artificio esportato in tutto il mondo, la pretesa di sussumere nazioni sotto Stati, che sono un fattore permanente di guerra. Del resto anche nella tradizione classica la comunità degli Stati veniva considerata comne il modello dello stato di natura, perchè gli Stati sono in guerra virtuale permanente. La fine degli Stati può significare sfera pubblica internazionale, non Stato mondiale, con le istituzioni di garanzia della pace e della giustizia internazionale.
E allora mi pare importante che i movimenti (che sono globalisti più che antiglobalisti, in quanto assumono l'umanità intera come riferimento) sollecitino la progettazione giuridica e politica, perchè è sempre stato così, nulla si è mai prodotto naturalmente. Lo Stato moderno è stato (nel bene e nel male) il risultato di una progettazione. E la progettazione deve contrastare contro un senso comune che considera la guerra come inevitabile ("la guerra ci sarà sempre"). Contro questa antropologia negativa, quest'idea pessimistica e negativa che fa della violenza e della guerra qualcosa di connaturato. Lo "stato di natura" richiama la natura, ma l'artificio giuridico chiama in causa il trapasso dalla società selvaggia alla civilizzazione dei conflitti. I conflitti rimarranno sempre, come ci sarà sempre la criminalità. Ma si tratta di vedere se i crimini sono fronteggiati con altri crimini, in una regressione verso la barbarie generale mascherata da civiltà, o se è possibile una progressiva civilizzazione (seppure senza illudersi che possa realizzarsi la pace vagheggiata da Kant). Lasciare aperta sul piano teorico questa possibilità, non dare per scontato che quel che accade non può non accadere, è una grossa responsabilità della politica e della cultura.