FOUR MORE YEARS
La lunga notte americana
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Cosa succede in America? E' quanto si chiedono in tanti dopo la rielezione di G.W.Bush. Non che questa non fosse prevedibile, ma le modalità con le quali è avvenuta - il vasto consenso popolare, innanzitutto - hanno gettato nel panico in parecchi. Di seguito, troverete qualche nota che aiuterà quest'ultimi a sprofondare definitivamente nella depressione.
Le quattro "G" e le paperelle di Bush Light
Impostura, Paura, Cultura, Sepoltura
Prossimamente: Coup d'etat, fase due.
APPROFONDIMENTI
Imperatore, di Ignacio Ramonet ![]()
Kerry ha vinto. Questi sono i fatti, di Greg Palast ![]()
I serbatoi d'odio fanno il pieno, Marco d'Eramo ![]()
La lunga marcia a destra di Dio, Marco d'Eramo
Fondamentalismo a stelle e strisce, Tonino Bucci
I risultati delle elezioni 2004 stato per stato ![]()
Dopo la rielezione di G.W Bush abbondano le analisi sui motivi della sconfitta di Kerry; in molti puntano il dito contro l’elettorato cattolico, che avrebbe clamorosamente tradito il candidato democratico – cattolico dichiarato – anche in quegli stati dove più forte, storicamente, è la presenza dei democrats. Non la pensa esattamente così "The American Spectator", storica rivista neocon, dove Paul Kengor cerca di precisare meglio i connotati di questo voltafaccia cattolico. Kengor sostiene che si pone troppa enfasi sul fatto che Bush sia stato eletto grazie ai voti dei protestanti evangelici e troppo poca attenzione alla circostanza che Kerry ha perso a causa della scarsa fiducia dell'elettorato cattolico nei suoi confronti, fatto doppiamente grave considerato che Kerry è un cattolico. Messa in termini diversi, i cattolici avrebbero votato per un protestante - G.W.Bush - , condividendo più valori con lui (in particolare la condanna dell'aborto) che con il proprio candidato "naturale", John Kerry. Il 27% dei voti cattolici - pari a 31 milioni di voti sui 115 complessivi - si è spartito infatti tra un 51% a favore di Bush e un 48% a favore di Kerry, rispecchiando esattamente le percentuali complessive riportate dai due candidati. La percentuale diviene, però, radicalmente a favore di Bush ( 55% contro 44%) se vengono presi in considerazione i cattolici praticanti (quelli, per intenderci che vanno a messa tutte le domeniche). Le differenze tra i vari stati, sempre rispetto al voto cattolico, sono molto interessanti. In Pennsylvania, uno stato con milioni di cattolici democratici, Kerry ha vinto su Bush con il 52% dei voti, avendo intercettato il voto dei cattolici praticanti nelle medesime proporzioni (52% per Kerry, 48% per Bush). Nel New Hampshire, invece, Kerry ha vinto per pochi voti poiché Bush ha raccolto il 63% delle preferenze tra i cattolici praticanti. Un ruolo decisivo i cattolici lo hanno giocato soprattutto in Florida e in Ohio. In Florida, essi rappresentavano il 23% dei votanti e il 57% di loro ha votato Bush. In Ohio, rappresentavano il 26% dei votanti e il 55% ha preferito Bush. Ma le preferenze a favore del presidente uscente divengono clamorose se vengono presi in considerazione i voti espressi dai cattolici “bacchettoni”: in Florida questi hanno votato per Bush al 66% e in Ohio al 65% (780.000 voti per Bush e 624.000 per Kerry). Ancora più incredibile è il "tradimento" dei cattolici praticanti negli stati tradizionalmente democratici: negli stati dell'Est, dove il 41% dei votanti è cattolico, il 52% di loro ha votato per Bush, percentuale che sale al 56% se riferita al voto dei “bacchettoni”. Addirittura Bush si è aggiudicato il voto cattolico di New York (51%) e, con la stessa percentuale, nel Massachusetts. Perfidamente, Kengor conclude il suo lungo articolo sostenendo che i democratici hanno perso le elezioni perchè invece di prestare attenzione ai cattolici schierati contro l'aborto, come la sua nonnina che vive sulle montagne della Pennsylvania, hanno puntato sulle femministe abortiste che sfrecciano con i loro inquinanti SUV nei sobborghi del Maryland. In virtù dello stato confusionale in cui versa il partito di Kerry, il neocon è sicuro che i democrats perderanno anche le elezioni del 2008 (dove faranno l'errore di presentare una donna, la zarina Hilary Clinton) e loro – i neocon - avranno il tempo di far fuori tutti i nemici della libertà, dentro e fuori i confini dell'amata America. E’ un'ipotesi non del tutto peregrina, purtroppo... |

Jeffrey Toobin, intervistato da Amy Davidson su “The New Yorker”, dice una verità solo apparentemente banale a proposito della vittoria di Bush. “Kerry – dice Toobin – ha perso semplicemente perché, nonostante ci si affannasse a dipingere l’America come un paese diviso in due, non ci si è accorti, o non si è voluto vedere, che una delle due metà, quella repubblicana, è notevolmente più consistente numericamente di quella democratica." E’ una considerazione pertinente, che, dati alla mano, ha dimostrato di essere decisiva per le sorti delle elezioni, soprattutto perché i democratici hanno deciso di puntare tutto sull’affluenza alle urne. I loro elettori potenziali, in gran parte, hanno risposto all’appello – da quanto pare di capire dai flussi elettorali all’ 85%, nonostante il voltafaccia dei cattolici praticanti – ma lo hanno fatto anche i repubblicani che, essendo più numerosi, hanno prevalso nel voto popolare. Questo potrebbe voler dire che, paradossalmente, la chiamata alle armi dei democratici è stata una mossa controproducente e che forse, se questi si fossero concentrati più sul meccanismo maggioritario dei grandi elettori, avrebbero potuto vincere. In altri termini, con una percentuale più bassa di votanti e una campagna elettorale più “tecnica” e pragmatica da parte di Kerry, Bush sarebbe andato a casa – suggerisce più di un commentatore - perché l’elettorato repubblicano si sarebbe mobilitato in misura molto minore. Questo avrebbe potuto far sì che nei numerosi stati dove i repubblicani hanno prevalso di misura (vedi le mappe della “Purple America”, dove le porzioni in viola sono quelle dove democratici e repubblicani sono sostanzialmente pari) il verdetto delle urne si sarebbe potuto ribaltare, assegnando ai democratici i grandi elettori andati ai repubblicani. L’obiezione che si può fare a questo ragionamento è che se effettivamente i repubblicani sono numericamente più consistenti avrebbero vinto comunque, qualora i democratici non avessero raschiato il fondo del barile dei loro potenziali consensi. Ciò non vuol dire che l’entourage di Bush non abbia sfruttato l’effetto “patriottico” di ritorno che gli appelli al voto di Moore e compagni avrebbero avuto sul popolo repubblicano, e abbia in qualche modo assecondato e amplificato, presso il proprio elettorato, la percezione che Kerry potesse effettivamente farcela, al fine di portare alle urne il maggior numero possibile di repubblicani. La stessa gestione dei sondaggi, a parere di molti, è stata in qualche modo “sospetta”, specialmente durante le operazioni di voto, con gli exit pool decisamente sbilanciati a favore di Kerry. Resta il fatto che il grande cuore rosso (repubblicano) della Middle America pompa a pieno regime e costituisce un’ipoteca straordinaria che la destra ha saputo costruire in questi anni. Sarà molto difficile farlo collassare. |
Volendo indagare più nel dettaglio la mappa del voto americano, risulta particolarmente utile la ricerca di Michael Gastner, Cosma Shalizi e Mark Newman, dell’Università del Michigan. Nella prima mappa:

i 48 stati contigui del paese sono colorati di rosso o di blu per indicare dove si sono concentrati la maggior parte dei voti repubblicani o democratici. La mappa, a un primo impatto visivo, fornisce l’impressione che i repubblicani dominino gli Stati uniti quasi per intero, occupando un’area molto maggiore rispetto a quella a dominanza democratica. Ma è una percezione parzialmente erronea perché non tiene conto del fatto che la maggior parte degli stati “rossi” è scarsamente abitata, mentre quelli blu – a prevalenza democratica – hanno un’alta densità di abitanti ma una piccola estensione geografica. Per rimediare a questo problema, gli autori della ricerca ricorrono a un cartogramma, una mappa nella quale le dimensioni degli stati sono ricalcolate in base al rapporto con la popolazione. In questo modo, lo stato di Rhode Island, che ha 1.1 milioni di abitanti, appare circa due volte più grande dello Wyoming, che ha mezzo milione di abitanti sebbene disponga di un’estensione geografica 60 volte quella dello stato di Rhode Island. Ecco come la mappa si modifica:
Attraverso questa rappresentazione grafica – realizzata con il metodo a diffusione di Gastner e Newman – appare più chiaramente come, sotto il profilo numerico, gli elettori repubblicani e quelli democratici siano più o meno pari (o meglio, separati da circa 3,5 milioni di voti).
Lo stesso procedimento si può applicare al voto espresso per contee. Quella che segue è una mappa che indica le contee a maggioranza repubblicana e democratica:
Anche in questo caso, la rappresentazione classica evidenzia una schiacciante prevalenza repubblicana. Ricorrendo invece a un cartogramma:

il rapporto tra le aree blu e quelle rosse si modifica sensibilmente e le aree blu aumentano in misura considerevole. Ciò è possibile perché in molte contee la maggioranza repubblicana può contare su una piccola quantità di voti. In base a questa considerazione, l’Università di Princeton ha deciso di usare non due soli colori (rosso e blu) ma anche un terzo, il porpora, utilizzato secondo varie sfumature per indicare la percentuale di votanti. In questo modo, la mappa lineare risulta nel modo seguente:
e così il cartogramma:
nel quale solo una piccola area di contee risulta essere rosso intenso, mentre il resto appare colorata di varie tonalità porpora, con alcune predominanti aree blu.
LE QUATTRO "G" E LE PAPERELLE DI BUSH LIGHT
La massiccia mobilitazione lanciata su entrambi i fronti ha dunque intercettato parte di quella vastissima fetta di popolazione che in America non vota. Circa 15 milioni di elettori in più rispetto alle elezioni del 2000, il che non è proprio un’inezia. Il dato che deve fare riflettere è che la religione è stata solo una delle calamite che hanno attratto consensi verso il versante repubblicano. A proposito di cuore americano, Nicholas Kristof, sul "New York Times", ha ricordato che se ''La prima priorità del partito Democratico è rientrare in sintonia con il cuore dell'America'', il dato più preoccupante è che “milioni di contadini, operai e cameriere alla fine hanno votato, completamente contro i loro interessi, per i candidati repubblicani''. ''Uno dei maggiori successi del partito Repubblicano negli ultimi decenni -aggiunge Kristof - è stato persuadere molti dei lavoratori più disagiati a votare per le esenzioni fiscali ai milionari''. Ciò è accaduto perché “I democratici sono percepiti come troppo elitari, mentre i repubblicani hanno saputo conquistarsi il voto della gente comune puntando su temi dal forte impatto culturale". In sostanza, sintetizza efficacemente Kristof, ''I democratici vendono problemi, ma i repubblicani vendono valori'', le ormai famose ''quattro G'': God (Dio), Guns (pistole), Gay e Grizzlie (gli orsi americani, la cui difesa, nel West, è associata alle politiche democratiche, ritenute più attente alla conservazione della natura che al benessere della popolazione locale). Tradotto in altri termini: Religione, Guerra, Famiglia e Consumo. Niente di nuovo sotto il sole, per la verità, ma il dato più stupefacente è che le 4 G hanno funzionato in maniera egregia in stati come l’Ohio, bastione della 'cintura della ruggine', la 'rust belt' degli Stati vetero-industriali, assieme a Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, dove durante la presidenza Bush si sono persi 250 mila posti di lavoro nel settore manifatturiero e la disoccupazione e' al 6,2% contro la media nazionale del 5,6%. Kerry, nelle sue incursioni pre-elettorali nell’Ohio, ha preferito tenersi alla larga dall’affrontare questi temi sociali – probabilmente proprio per non “vendere problemi” – e si è esibito nelle vesti di cacciatore-terminatore di paperelle, nella vana speranza di aggraziarsi la potentissima lobby delle armi, che nelle precedenti elezioni aveva elargito 20 milioni di dollari per la campagna di G.W.Bush. In sostanza, ha inseguito ancora una volta Bush sul suo stesso terreno – le armi – ma invece di sparare a quei “banditi” di iracheni ha preferito impallinare i paperotti, riscuotendo, come prevedibile, meno consensi tra i ruvidi omaccioni dell’Ohio, che non ritengono i panciuti volatili una minaccia paragonabile a quella di Osama bin Laden e hanno rispedito “Bush-light” nel suo maniero bostoniano olezzante di formaggio francese. |
I vari “commentatori di buon senso” hanno giubiliato quando finalmente è riapparso il vecchio bin a minacciare il mondo poco prima che si aprissero le urne: “Ecco, sono serviti tutti quelli che dicevano che Bush avrebbe tirato fuori bin Laden alla vigilia delle elezioni! ”. Ma, a pensarci bene, non è successo esattamente questo? Per quanto ne sappiamo, il signore elegante comparso in video potrebbe essere un frequentatore dell’Actor’s Studio e, considerata la tempistica con la quale è apparso sui monitor di tutto il mondo, il video potrebbe essere stato girato in un ufficio della National Security Agency. E poi, in effetti, bin Laden non è saltato fuori dal cilindro esattamente come Magdaleine Albright si era lasciata sfuggire in quel famoso fuori onda di Fox TV (“Ma insomma, è vero che lo tirate fuori a ottobre?”, disse al suo imbarazzato interlocutore governativo). E non è forse vero che l'apparizione dello sceicco ha procurato una straordinaria propaganda a Bush? Il "peggior criminale della terra" che dice “non votate Bush” a chi dovrebbe portare voti nel paese che il medesimo dichiara da sempre di voler incenerire? E non è stato molto più efficace presentarlo vivo e vegeto, bin Laden, piuttosto che come un salame impacchettato? Con chi avrebbero potuto portare avanti la sit-com “terrore infinito”? Saddam coltiva gerani sotto stretta sorveglianza, Fidel Castro non si regge – letteralmente – in piedi e di quel tipaccio coreano Bush non saprebbe mai pronunciarne il nome. Dunque, ancora una volta, il vecchio bin è corso in soccorso agli amici di un tempo. Four more years, George! |
IMPOSTURA, PAURA, CULTURA, SEPOLTURA
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