FOUR MORE YEARS

La lunga notte americana

..........................................

Cosa succede in America? E' quanto si chiedono in tanti dopo la rielezione di G.W.Bush. Non che questa non fosse prevedibile, ma le modalità con le quali è avvenuta - il vasto consenso popolare, innanzitutto - hanno gettato nel panico in parecchi. Di seguito, troverete qualche nota che aiuterà quest'ultimi a sprofondare definitivamente nella depressione.

“Bacchettoni" VS Kerry?

Il cuore rosso dell'America

Le quattro "G" e le paperelle di Bush Light

"Friends", nuova serie

Impostura, Paura, Cultura, Sepoltura

Prossimamente: Coup d'etat, fase due.

 

APPROFONDIMENTI

Imperatore, di Ignacio Ramonet

Kerry ha vinto. Questi sono i fatti, di Greg Palast

I serbatoi d'odio fanno il pieno, Marco d'Eramo

La lunga marcia a destra di Dio, Marco d'Eramo

Fondamentalismo a stelle e strisce, Tonino Bucci

I risultati delle elezioni 2004 stato per stato

 

“BACCHETTONI” VS KERRY?

Dopo la rielezione di G.W Bush abbondano le analisi sui motivi della sconfitta di Kerry; in molti puntano il dito contro l’elettorato cattolico, che avrebbe clamorosamente tradito il candidato democratico – cattolico dichiarato – anche in quegli stati dove più forte, storicamente, è la presenza dei democrats. Non la pensa esattamente così "The American Spectator", storica rivista neocon, dove Paul Kengor cerca di precisare meglio i connotati di questo voltafaccia cattolico. Kengor sostiene che si pone troppa enfasi sul fatto che Bush sia stato eletto grazie ai voti dei protestanti evangelici e troppo poca attenzione alla circostanza che Kerry ha perso a causa della scarsa fiducia dell'elettorato cattolico nei suoi confronti, fatto doppiamente grave considerato che Kerry è un cattolico. Messa in termini diversi, i cattolici avrebbero votato per un protestante - G.W.Bush - , condividendo più valori con lui (in particolare la condanna dell'aborto) che con il proprio candidato "naturale", John Kerry. Il 27% dei voti cattolici - pari a 31 milioni di voti sui 115 complessivi - si è spartito infatti tra un 51% a favore di Bush e un 48% a favore di Kerry, rispecchiando esattamente le percentuali complessive riportate dai due candidati. La percentuale diviene, però, radicalmente a favore di Bush ( 55% contro 44%) se vengono presi in considerazione i cattolici praticanti (quelli, per intenderci che vanno a messa tutte le domeniche). Le differenze tra i vari stati, sempre rispetto al voto cattolico, sono molto interessanti. In Pennsylvania, uno stato con milioni di cattolici democratici, Kerry ha vinto su Bush con il 52% dei voti, avendo intercettato il voto dei cattolici praticanti nelle medesime proporzioni (52% per Kerry, 48% per Bush). Nel New Hampshire, invece, Kerry ha vinto per pochi voti poiché Bush ha raccolto il 63% delle preferenze tra i cattolici praticanti. Un ruolo decisivo i cattolici lo hanno giocato soprattutto in Florida e in Ohio. In Florida, essi rappresentavano il 23% dei votanti e il 57% di loro ha votato Bush. In Ohio, rappresentavano il 26% dei votanti e il 55%  ha preferito Bush. Ma le preferenze a favore del presidente uscente divengono clamorose se vengono presi in considerazione i voti espressi dai cattolici “bacchettoni”: in Florida questi hanno votato per Bush al 66% e in Ohio al 65% (780.000 voti per Bush e 624.000 per Kerry). Ancora più incredibile è il "tradimento" dei cattolici praticanti  negli stati tradizionalmente democratici: negli stati dell'Est, dove il 41% dei votanti è cattolico, il 52% di loro ha votato per Bush, percentuale che sale al 56% se riferita al voto dei “bacchettoni”. Addirittura Bush si è aggiudicato il voto cattolico di New York (51%) e, con la stessa percentuale, nel Massachusetts. Perfidamente, Kengor conclude il suo lungo articolo sostenendo che i democratici hanno perso le elezioni perchè invece di prestare attenzione ai cattolici schierati contro l'aborto, come la sua nonnina che vive sulle montagne della Pennsylvania, hanno puntato sulle femministe abortiste che sfrecciano con i loro inquinanti SUV  nei sobborghi del Maryland. In virtù dello stato confusionale in cui versa il partito di Kerry, il neocon è sicuro che i democrats perderanno anche le elezioni del 2008 (dove faranno l'errore di presentare una donna, la zarina Hilary Clinton) e loro – i neocon - avranno il tempo di far fuori tutti i nemici della libertà, dentro e fuori i confini dell'amata America. E’ un'ipotesi non del tutto peregrina, purtroppo...

 

 

 

IL CUORE ROSSO  DELL'AMERICA

Jeffrey Toobin, intervistato da Amy Davidson su “The New Yorker”, dice una verità solo apparentemente banale a proposito della vittoria di Bush. “Kerry – dice Toobin – ha perso semplicemente perché, nonostante ci si affannasse a dipingere l’America come un paese diviso in due, non ci si è accorti, o non si è voluto vedere, che una delle due metà, quella repubblicana, è notevolmente più consistente numericamente di quella democratica." E’ una considerazione pertinente, che, dati alla mano, ha dimostrato di essere decisiva per le sorti delle elezioni, soprattutto perché i democratici hanno deciso di puntare tutto sull’affluenza alle urne. I loro elettori potenziali, in gran parte, hanno risposto all’appello – da quanto pare di capire dai flussi elettorali all’ 85%, nonostante il voltafaccia dei cattolici praticanti – ma lo hanno fatto anche i repubblicani che, essendo più numerosi, hanno prevalso nel voto popolare. Questo potrebbe voler dire che, paradossalmente, la chiamata alle armi dei democratici è stata una mossa controproducente e che forse, se questi si fossero concentrati più sul meccanismo maggioritario dei grandi elettori, avrebbero potuto vincere. In altri termini, con una percentuale più bassa di votanti e una campagna elettorale più “tecnica” e pragmatica da parte di Kerry, Bush sarebbe andato a casa – suggerisce più di un commentatore - perché l’elettorato repubblicano si sarebbe mobilitato in misura molto minore. Questo avrebbe potuto far sì che nei numerosi stati dove i repubblicani hanno prevalso di misura (vedi le mappe della “Purple America”, dove le porzioni in viola sono quelle dove democratici e repubblicani sono sostanzialmente pari) il verdetto delle urne si sarebbe potuto ribaltare, assegnando ai democratici i grandi elettori andati ai repubblicani. L’obiezione che si può fare a questo ragionamento è che se effettivamente i repubblicani sono numericamente più consistenti avrebbero vinto comunque, qualora i democratici non avessero raschiato il fondo del barile dei loro potenziali consensi. Ciò non vuol dire che l’entourage di Bush non abbia sfruttato l’effetto “patriottico” di ritorno che gli appelli al voto di Moore e compagni avrebbero avuto sul popolo repubblicano, e abbia in qualche modo assecondato e amplificato, presso il proprio elettorato, la percezione che Kerry potesse effettivamente farcela, al fine di portare alle urne il maggior numero possibile di repubblicani. La stessa gestione dei sondaggi, a parere di molti, è stata in qualche modo “sospetta”, specialmente durante le operazioni di voto, con gli exit pool decisamente sbilanciati a favore di Kerry. Resta il fatto che il grande cuore rosso (repubblicano) della Middle America pompa a pieno regime e costituisce un’ipoteca straordinaria che la destra ha saputo costruire in questi anni. Sarà molto difficile farlo collassare.

 

 

Volendo indagare più nel dettaglio la mappa del voto americano, risulta particolarmente utile la ricerca di Michael Gastner, Cosma Shalizi e Mark Newman, dell’Università del Michigan. Nella prima mappa:

i 48 stati contigui del paese sono colorati di rosso o di blu per indicare dove si sono concentrati la maggior parte dei voti repubblicani o democratici. La mappa, a un primo impatto visivo, fornisce l’impressione che i repubblicani dominino gli Stati uniti quasi per intero, occupando un’area molto maggiore rispetto a quella a dominanza democratica. Ma è una percezione parzialmente erronea perché non tiene conto del fatto che la maggior parte degli stati “rossi” è scarsamente abitata, mentre quelli blu – a prevalenza democratica – hanno un’alta densità di abitanti ma una piccola estensione geografica. Per rimediare a questo problema, gli autori della ricerca ricorrono a un cartogramma, una mappa nella quale le dimensioni degli stati sono ricalcolate in base al rapporto con la popolazione. In questo modo, lo stato di Rhode Island, che ha 1.1 milioni di abitanti, appare circa due volte più grande dello Wyoming, che ha mezzo milione di abitanti sebbene disponga di un’estensione geografica 60 volte quella dello stato di Rhode Island. Ecco come la mappa si modifica:

Attraverso questa rappresentazione grafica – realizzata con il metodo a diffusione di Gastner e Newman – appare più chiaramente come, sotto il profilo numerico, gli elettori repubblicani e quelli democratici siano più o meno pari (o meglio, separati da circa 3,5 milioni di voti).

Lo stesso procedimento si può applicare al voto espresso per contee. Quella che segue è una mappa che indica le contee a maggioranza repubblicana e democratica:

Anche in questo caso, la rappresentazione classica evidenzia una schiacciante prevalenza repubblicana. Ricorrendo invece a un cartogramma:

 

 

il rapporto tra le aree blu e quelle rosse si modifica sensibilmente e le aree blu aumentano in misura considerevole. Ciò è possibile perché in molte contee la maggioranza repubblicana può contare su una piccola quantità di voti. In base a questa considerazione, l’Università di Princeton ha deciso di usare non due soli colori (rosso e blu) ma anche un terzo, il porpora, utilizzato secondo varie sfumature per indicare la percentuale di votanti. In questo modo, la mappa lineare risulta nel modo seguente:

 

 

e così il cartogramma:

 

nel quale solo una piccola area di contee risulta essere rosso intenso, mentre il resto appare colorata di varie tonalità porpora, con alcune predominanti aree blu.

 

LE QUATTRO "G" E LE PAPERELLE DI BUSH LIGHT

La massiccia mobilitazione lanciata su entrambi i fronti ha dunque intercettato parte di quella vastissima fetta di popolazione che in America non vota. Circa 15 milioni di elettori in più rispetto alle elezioni del 2000, il che non è proprio un’inezia. Il dato che deve fare riflettere è che la religione è stata solo una delle calamite che hanno attratto consensi verso il versante repubblicano. A proposito di cuore americano, Nicholas Kristof, sul "New York Times", ha ricordato che se ''La prima priorità del partito Democratico è rientrare in sintonia con il cuore dell'America'', il dato più preoccupante è che “milioni di contadini, operai e cameriere alla fine hanno votato, completamente contro i loro interessi, per i candidati repubblicani''. ''Uno dei maggiori successi del partito Repubblicano negli ultimi decenni -aggiunge Kristof - è stato persuadere molti dei lavoratori più disagiati a votare per le esenzioni fiscali ai milionari''. Ciò è accaduto perché “I democratici sono percepiti come troppo elitari, mentre i repubblicani hanno saputo conquistarsi il voto della gente comune puntando su temi dal forte impatto culturale". In sostanza, sintetizza efficacemente Kristof, ''I democratici vendono problemi, ma i repubblicani vendono valori'', le ormai famose ''quattro G'': God (Dio), Guns (pistole), Gay e Grizzlie (gli orsi americani, la cui difesa, nel West, è associata alle politiche democratiche, ritenute più attente alla conservazione della natura che al benessere della popolazione locale). Tradotto in altri termini: Religione, Guerra, Famiglia e Consumo. Niente di nuovo sotto il sole, per la verità, ma il dato più stupefacente è che le 4 G hanno funzionato in maniera egregia in stati come l’Ohio, bastione della 'cintura della ruggine', la 'rust belt' degli Stati vetero-industriali, assieme a Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, dove durante la presidenza Bush si sono persi 250 mila posti di lavoro nel settore manifatturiero e la disoccupazione e' al 6,2% contro la media nazionale del 5,6%. Kerry, nelle sue incursioni pre-elettorali nell’Ohio, ha preferito tenersi alla larga dall’affrontare questi temi sociali – probabilmente proprio per non “vendere problemi” – e si è esibito nelle vesti di cacciatore-terminatore di paperelle, nella vana speranza di aggraziarsi la potentissima lobby delle armi, che nelle precedenti elezioni aveva elargito 20 milioni di dollari per la campagna di G.W.Bush. In sostanza, ha inseguito ancora una volta Bush sul suo stesso terreno – le armi – ma invece di sparare a quei “banditi” di iracheni ha preferito impallinare i paperotti, riscuotendo, come prevedibile, meno consensi tra i ruvidi omaccioni dell’Ohio, che non ritengono i panciuti volatili una minaccia paragonabile a quella di Osama bin Laden e hanno rispedito “Bush-light” nel suo maniero bostoniano olezzante di formaggio francese.

 

 

 

"FRIENDS" - NUOVA SERIE

I vari “commentatori di buon senso” hanno giubiliato quando finalmente è riapparso il vecchio bin a minacciare il mondo poco prima che si aprissero le urne: “Ecco, sono serviti tutti quelli che dicevano che Bush avrebbe tirato fuori bin Laden alla vigilia delle elezioni! ”. Ma, a pensarci bene, non è successo esattamente questo? Per quanto ne sappiamo, il signore elegante comparso in video potrebbe essere un frequentatore dell’Actor’s Studio e, considerata la tempistica con la quale è apparso sui monitor di tutto il mondo, il video potrebbe essere stato girato in un ufficio della National Security Agency. E poi, in effetti, bin Laden non è saltato fuori dal cilindro esattamente come Magdaleine Albright si era lasciata sfuggire in quel famoso fuori onda di Fox TV (“Ma insomma, è vero che lo tirate fuori a ottobre?”, disse al suo imbarazzato interlocutore governativo). E non è forse vero che l'apparizione dello sceicco ha procurato una straordinaria propaganda a Bush? Il "peggior criminale della terra" che dice “non votate Bush” a chi dovrebbe portare voti nel paese che il medesimo dichiara da sempre di voler incenerire? E non è stato molto più efficace presentarlo vivo e vegeto, bin Laden, piuttosto che come un salame impacchettato? Con chi avrebbero potuto portare avanti la sit-com “terrore infinito”? Saddam coltiva gerani sotto stretta sorveglianza, Fidel Castro non si regge – letteralmente – in piedi e di quel tipaccio coreano Bush non saprebbe mai pronunciarne il nome. Dunque, ancora una volta, il vecchio bin è corso in soccorso agli amici di un tempo. Four more years, George!

 

 

 

IMPOSTURA, PAURA, CULTURA, SEPOLTURA

  1. IMPOSTURA - In effetti, quel signore apparso in video non ha reso un buon servizio a Michael Moore. Citando nel suo discorso, con dovizia di particolari, la scena iniziale di Farheneit 9/11, il bin Laden televisivo ha chiarito inequivocabilmente agli americani da che parte sta quel grassone di regista: con i nemici dell'America, ai quali scrive pure le tracce dei discorsi. Colpo preciso e affilato, persino di una certa eleganza, e Moore è andato pesantemente al tappeto. A questo punto, è lecito considerare che ruolo abbia giocato l'impostura nella vittoria di G.W. Bush. Probabilmente non ha costituito il fattore determinante, anche se l'impostura - o meglio, il suo uso strategico - è stata da sempre un' architrave della politica di Bush, e non soltanto perchè si è inventato la storiella delle armi di distruzione di massa. La sua stessa penetrazione dell'elettorato religioso - protestante o cattolico che sia - è avvenuta  cavalcando il dilagante fenomeno delle sette: il metodista Bush, in realtà, ha dietro di sè un vero e proprio esercito di telepredicatori, di chiese private, di congreghe, di cialtroni fondamentalisti, e ha portato a perfezione geometrica l'intuizione di Reagan, che arrivò alla Casa bianca mobilitando l'integralismo wasp, prima attraverso la Moral Majority e poi la Christian Coalition del reverendo Pat Robertson (che ottenne addirittura la nomination republicana per le elezioni del 1988). Agitando come un anatema il tema dell'aborto e quello delle unioni gay è riuscito persino - pochissimi lo hanno sottolineato - ad assicurarsi il voto musulmano (un’indagine  patrocinata dalla Religious Research Association indicava già qualche mese fa che la maggioranza [62%] dei musulmani americani avrebbe votato Bush). Appena eletto, Bush ha già iniziato a pagare i conti: le autorità scolastiche di Grantsburg, nel Wisconsin, ad esempio, hanno modificato i piani di studio scolastici reintroducendo la possibilità di insegnare il creazionismo negli istituti secondari. Il creazionismo, come è noto, è basato sulla interpretazione letterale della Bibbia, secondo cui il Padreterno creò il mondo in sei giorni così com'è oggi, fossili compresi, circa seimila anni fa. Per carità, l'evoluzionismo darwiniano comincia a fare acqua, ma spacciare per "teoria scientifica" una panzana agghiacciante come questa va oltre l'umana immaginazione. Eppure, durante il primo mandato Bush, la Bible Belt Usa (la cintura della Bibbia, che comprende  stati  come il Texas, il Kansas, la Virginia, la Florida) ha autorizzato lo studio della evoluzione darwiniana  soltanto a patto che nei testi scolastici fosse dato altrettanto risalto a "teorie scientifiche" contrastanti. Come il creazionismo, appunto.
  2. PAURA – L’altra chiave di volta della vittoria di Bush è stata la paura. La paura del terrorismo, ovviamente, che ha aggregato attorno alle politiche securitarie della Casa bianca un consenso previsto anche se non, forse, con tali proporzioni; la paura del diverso, santificata, in concomitanza con il voto per le presidenziali, dagli 11 referendum che in vari stati hanno respinto in maniera schiacciante la possibilità di matrimoni gay; la paura per un cambio di guardia nella guida del paese che, nonostante i miseri risultati riportati dall’amministrazione Bush, deve essere apparso a molti un' incognita troppo grande in considerazione della pochezza del programma politico dei democrats. Questo agglomerato di paure aveva come denominatore comune la percezione di un attacco, su vari fronti, all’integrità americana, alla “società reale”, come la definisce Eric Alterman, nota firma di “The Nation”. La comunità di base americana, in altri termini, è tornata a chiudersi su se stessa, a erigere cordons sanitaires, a rincantucciarsi sui suoi valori tradizionali, a fortificarsi contro le esortazioni al cambiamento: “Il problema è proprio questo – spiega Altermann -, il fatto, cioè, che più della metà dei cittadini di questo paese non si cura minimamente di ciò che diciamo (noi democratici, ndr) a proposito di qualsiasi argomento.” Una sorta di “insensibilità alla politica” che muove probabilmente sempre dal molo della paura, se pensiamo che, per dirla con Baudrillard, la guerra al terrorismo, cioè l’esercizio politico della paura, non è altro che la continuazione dell’assenza di politica con altri mezzi. Ma, in questo caso, ha giocato un ruolo determinante anche il black out comunicativo operato dall'America profonda, che si è tradotto in una variante della reazione patriottica all’antiamericanismo: la middle America, in altri termini, ha messo in campo una strategia difensiva interrompendo le comunicazioni verso l’esterno, tornando a essere maggioranza silenziosa e prendendo la parola soltanto una volta nell’urna. Ciò ha fatto paurosamente ondeggiare gli stessi schemi di rilevamento delle dichiarazioni di voto e potrebbe essere una spiegazione della clamorosa defaillance di John Zogby, uno dei più autorevoli e onesti sondaggisti americani e responsabile, con il suo exit pool che assegnava 100 grandi elettori di vantaggio a John Kerry, della memorabile prima pagina de “Il manifesto” del 3 novembre ("Good Morning America"). Zogby, infatti, si è difeso proprio affermando di essere un pollster, uno che fa previsioni sui dati, non un predictor, un indovino. Dopo aver elencato tutti i successi ottenuti nella sua ultraventennale carriera, ha ricordato, nel Mea Culpa dell’8 novembre, che lui fa previsioni statistiche su ciò che la gente dichiara, non su ciò che la gente pensa. Insomma, sembrerebbe si sia verificata una situazione simile a quella che, nel 1972, fece affermare a Pauline Kael: “Io non so come Richard Nixon abbia potuto vincere. Io non conosco una singola persona che abbia votato per lui”. Ma la paura ha agito anche sul versante degli elettori democratici, portandoli a imboccare la strada dell’Anyone But Bush: “sono disposto a votare chiunque basta che non sia Bush”. Per raggiungere l’obiettivo, i democratici, a differenza dei conservatori, sono stati costretti a un eccesso di comunicazione che ha suscitato la reazione occulta della maggioranza silenziosa. Sappiamo come è andata a finire, ma questo atteggiamento è indice che una percezione in qualche modo biblica dello scontro si è impossessata anche dell’elettorato progressista, raggruppatosi attorno alla possibilità che un salvifico redde rationem potesse preservare l’America dalle devastazioni di Bush. Quanto questo sentimento fosse prevalente fra chi ha votato Kerry lo dimostrano anche le reazioni del giorno dopo, a partire dall’esodo verso il Canada, che pare sia divenuto il sogno proibito di ogni democratico: 200.000 accessi in 2 giorni al sito del ministero dell’immigrazione di Ottawa e decine di migliaia di richieste di soggiorno permanente. E che dire delle crisi depressive che hanno colto gli abitanti di Seattle - città meno religiosa di America che all’82% ha votato Kerry - che colpiti dalla sindrome dell’accerchiamento annegano la loro delusione in fiumi di caffè e in sedute di Light box da 300 dollari l’una?
  3. CULTURA – In un velenoso articolo su “The New Republic”, Lawrence F. Kaplan riporta una dichiarazione resa al “The Boston Globe” da Jessica Johnsson, membro dello staff di Kerry, all’indomani delle elezioni: “Molti americani non hanno nulla tra un orecchio e l’altro. Gli americani sono grassi, pigri e stupidi. Questo paese non mi piace più”. Sullo stesso tenore si è espressa la scrittrice Jane Smiley: “I risultati delle elezioni riflettono la decisione della destra di coltivare e accrescere l’ignoranza tra i cittadini […] ignoranza e culto della violenza hanno una lunga tradizione negli stati rossi (repubblicani, ndr). L’errore che i progressisti hanno costantemente commesso negli ultimi anni è quello di sottostimare la vitalità dell’ignoranza in America”. A questo punto Kaplan suggerisce ai democratici di chiedersi come mai tanti americani li odiano e, per la verità, fornisce loro anche la risposta: “Forse perché molti democratici sembrano odiare gli americani”. Più che odio, continua l’articolista del “The New Republic”, sembra trattarsi di disprezzo verso un popolo che i democratici ritengono essere rozzo e privo di cultura e questo loro giudizio li pone al di fuori di quel popolo. Li rende in qualche modo antiamericani. Anche Michael Moore, in occasione di un’intervista rilasciata in occasione del premio ricevuto a Cannes per Farheneit 9/11, definì l’America "il paese più ignorante della terra". Ma c’è da chiedersi, a questo punto, perché abbia impostato tutto il suo film sulla (innegabile) demenza di Bush. Obiettivo di Farheneit 9/11 era quello di conquistare i cuori degli americani, non dei democratici, e se gli americani sono stupidi perché avrebbero dovuto apprezzare un film che dileggiava uno di loro, nella fattispecie il presidente degli Stati uniti? Dunque, il peso delle incolte masse americane nella rielezione di Bush pare essere stato determinante. Sicuramente lo è stato se si guarda al fatto che la parte più rilevante di questo esercito di "bifolchi" è concentrato nelle classi povere e in quel che resta della classe operaia e del ceto impiegatizio non professionalizzato (che, già come era accaduto per il primo mandato di Bush, sono schierati al 60% con i repubblicani) ma non stupisce se si pensa che l’immedesimazione, nelle società consumistiche, tra elettori-clienti e leader-venditore è un fenomeno che nel cuore dell’aristocratica Europa può vantare, da oltre un decennio, un laboratorio formidabile come l’Italia. Più in generale, è la cultura intesa come sistema virtuoso fondato sull’interazione tra le scienze umane a essere tramontata da un pezzo. Nella "modernità liquida" – come a Baumann piace chiamare la postmodernità – la cultura è un insieme di tecniche volte da una parte alla formazione professionale e dall’altra alla costruzione di opinione pubblica. In questa forbice, presidiata dalla pubblicità elevata a forma di conoscenza, non c’è spazio per Spinoza o Hölderlin. Walter Lippmann, il più grande teorico della comunicazione di massa del ‘900 (nonché inventore della categoria di “opinione pubblica”), lo aveva capito, proprio in America, già all’indomani della prima guerra mondiale. A quel tempo, Lippmann aveva già avuto l’opportunità di studiare l’entrata in scena travolgente della comunicazione non verbale tra le masse americane, attraverso il cinema e il fumetto soprattutto, nuovi media che non si rivolgevano più a un pubblico indifferenziato ma a fasce mirate di popolazione, per lo più di recente immigrazione, semianalfabete o semiletterate. A costoro non si chiedeva di “elevarsi” attraverso la cultura ma, semplicemente, di abbandonarsi al consumo di una cultura selezionata al ribasso, molte immagini e poco testo, mentre alla ristretta cerchia della classe colta andavano i “quality papers”. L’irruzione, negli anni venti, della pubblicità commerciale perfezionò questa strategia, che divenne ben presto il tessuto connettivo del sistema dei media. Propaganda e pubblicità trasformarono la concezione stessa di “opinione pubblica”: a interessare, ora, non erano più le opinioni espresse dalla stampa, quanto le opinioni latenti, magari parzialmente inconsapevoli, delle masse. Proprio sulla scorta di questa intuizione, nacque qualche anno dopo, con l’Istituto Gallup, l’industria dei sondaggi. Perché questa digressione, superflua per chiunque si occupi di comunicazione? Perché in quegli anni, in America, si realizzava un passaggio cruciale che darà vita alle più micidiali macchine da guerra comunicative: i think tank. Non è un caso che a un giovanissimo Lippmann sia stato affidato il coordinamento di tutti i gruppi di lavoro del Council on Foreign Relations – una spaventosa task force composta da un centinaio dei più innovativi cervelli americani – e che lo stesso Lippmann abbia impostato il lavoro del Cfr su queste tre grandi direttrici: propaganda, analisi delle opinioni, costruzione di opinione pubblica. Con i think tank l’intera società diviene un laboratorio, le persone dei consumatori-target di contenuti mirati sui quali costruire l’opinione pubblica, la cultura un bene parcellizzato da distribuire per fasce. Su questa asimmetria nel dispensare l’accesso alla conoscenza si costruisce l’America del novecento, in particolare quella del secondo dopoguerra, e parte la battaglia per l’egemonia, che oggi la destra pare aver fatto sua.
  4. SEPOLTURA - "Non è stata una vittoria di Bush ma, finalmente, la fine degli anni sessanta. I sixties sono morti l'11 settembre 2001 ma sono stati seppelliti la mattina del 3 novembre 2004...La peggiore eredità degli anni '60 è stato il complesso del Vietnam...ora c'è bisogno di una nuova sinistra, che creda nel potere americano al servizio della sicurezza interna e della libertà nel mondo". A dirlo è Hugh Hewitt sulle colonne del neoconservatore "The Weekly Standard". La soddisfazione trasuda da ogni poro in cellulosa dell'articolo di Hewitt, il quale pare abbandonarsi a una sorta di rito propiziatorio per il futuro dell'impero americano: " I fantasmi degli anni '60 ormai hanno diritto d'asilo solo a Hollywood [...] una nuova era si dischiude ai princìpi americani". A prescindere dalla fastidiosa eccitazione del nostro neocon, i fatti stanno probabilmente proprio così. L'America è in guerra da più di tre anni e tra Afghanistan e Iraq ha avuto migliaia - dicesi migliaia - di morti e decine di migliaia di feriti. E' un dato complessivo, quello delle vittime, impensabile da sostenere soltanto qualche anno fa, soprattutto se si pensa che esso porta con sè la cicatrice meno occultabile inferta dalle guerre: il vero e proprio esercito di storpi, mutilati, "scoppiati", spesso non più riciclabili per la cosiddetta vita civile, che rimangono lì a testimoniare i "costi sociali" del conflitto. E' per questo che molti si aspettavano, dopo il prolungarsi sanguinoso del dopoguerra" Iracheno, l'esplodere della sindrome del Vietnam fra le fila dell'opinione pubblica americana. Del resto, neppure dieci anni prima, l'abbattimento di 2 elicotteri Black Hawk in Somalia e la successiva morte in battaglia di 19 marine, aveva destato un tale shock nella Middle America da costringere i comandi militari Usa ad abbandonare precipitosamente Mogadiscio, imponendo all'Amministrazione Clinton di impostare le successive missioni militari all'estero in modo da preservare al massimo la vita dei soldati americani. Dopo il nine/eleven, e dopo la rielezione di Bush, possiamo dire, effettivamente, che la sindrome del Vietnam è rimasta confinata nell'immaginario del XX secolo, che film come "Apocalypse now" non sono più un monito ma semplicemente un reperto cinematografico di fine novecento, che le vittime di guerra americane sono tornate a essere, prima di tutto, eroi. Era il lasciapassare che serviva alla legittimazione della "guerra infinita" e Bush lo ha fatto suo sventolandolo davanti all'elettorato americano, che lo ha ripagato con four more years. Certo, gli americani se la daranno comunque al più presto a gambe dall'Iraq e il loro esercito non è più una macchina invincibile. Ma questo, paradossalmente, non intacca il meccanismo della guerra perpetua, che ha bisogno di nemici e di eroi e che ora pare aver trovato, finalmente, gli uni e gli altri.