BIOTECH E FAME
Ogm e insicurezza alimentare

Definizione
Gli impatti ambientali
Gli impatti sulla salute
Gli impatti socioeconomici
Brevetti
Fame nel mondo

Approfondimenti

 

10.6.2003 - Facciamo come con la Monsanto
George Monbiot - The Guardian

 

DEFINIZIONE

Le biotecnologie sono state definite in diverse maniere. Una definizione molto ampia è stata data dall'Office for Tecnology Assesment (OTA) del congresso degli USA, secondo cui le biotecnologie sono "ogni tecnica che utilizza organismi viventi (o loro parti) per fare o modificare prodotti, per migliorare piante o animali o per sviluppare microrganismi per usi specifici" (1984). L'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) da una definizione più mirata osservando che "... le biotecnologie corrispondono alle applicazioni di principi scientifici ed ingegneristici al trattamento di materiale biologico allo scopo di fornire beni e servizi (1982)".
Come è possibile rilevare da quanto sopra riportato, il termine "biotecnologie" può riferirsi a pratiche tra loro differenti che gli esseri umani usano per la produzione di beni grazie allo sfruttamento di organismi viventi. Diverse sono le attività che rientrano in questa definizione e tra le più inaspettate ci sono la produzione del pane, dello yogurt e del vino, attività basate sull'utilizzo di batteri e lieviti. Perché allora c'è una così grande attenzione nei confronti di questa tecnologia che non sembra poi così nuova? La novità alla base della così detta rivoluzione biotecnologica tuttora in atto non sta tanto nella manipolazione degli organismi tout court, quanto nel modo nel quale essi vengono modificati ai nostri fini.

BIOTECNOLOGIE INNOVATIVE
In questo documento si fa riferimento alle biotecnologie "innovative", sviluppatesi a partire della seconda metà degli anni 70, ovvero una serie di tecnologie che, invece di utilizzare interi organismi, sfruttano cellule e
molecole biologiche ed agiscono al livello delle interazioni tra le macromolecole per determinare delle applicazioni utili o presunte tali.
Alcune tecniche biotecnologiche sembrano molto promettenti sia per lo sviluppo industriale che per l'utilità collettiva. Un esempio è la produzione di anticorpi monoclonali, utili strumenti per determinare, quantificare e localizzare molecole con applicazioni nella diagnosi e cura di malattie oppure i biosensori, legame di una parte biologica (un microbo ad esempio) con un trasduttore, utili per determinare inquinanti ambientali ed altre sostanze in bassissime concentrazioni.
Tuttavia la tecnologia che più di ogni altra ha permesso di stravolgere il modo di sfruttamento della natura vivente ai fini produttivi è stata la tecnologia del DNA RICOMBINANTE. La sintesi di conoscenze scientifiche e tecnologiche accumulate nel campo della ingegneria genetica e del metabolismo di piante ed animali ha permesso la messa a punto di sistemi capaci di creare nuovo materiale genetico appiccicando o meglio ricombinando DNA proveniente da sorgenti diverse, siano esse piante animali o virus, in maniera tale da conferire caratteristiche completamente nuove agli organismi
manipolati. In natura, in realtà, il materiale genetico ricombina costantemente aumentando la variabilità genetica degli organismi, tuttavia questa tecnica permette un aumento esponenziale del processo di ricombinazione, che inoltre avviene in siti specifici e talvolta predeterminati del codice genetico. Tali mirate alterazioni sul genoma degli organismi hanno come effetto la modificazione del loro metabolismo determinando nella maggior parte dei casi la produzione di nuove proteine (secondo il classico DOGMA della biologia molecolare DNA-RNA-PROTEINE) che sono le molecole che in ultima istanza determinano l'effetto desiderato.
Sono infatti delle proteine che conferiscono la resistenza al freddo di alcuni tipi di vegetali, il cambiamento della forma e delle caratteristiche organolettiche degli alimenti, etc.
Una delle più importanti condizioni preliminari necessarie allo sviluppo di questa tecnologia era la disponibilità di grosse quantità di materiale genetico, materia prima del processo di ricombinazione. Nei primi anni ottanta è stata sviluppata una tecnica che aveva come obiettivo originale proprio la produzione di DNA, che poi ha rivoluzionato la biologia
molecolare nel suo complesso: la PCR Polimerase Chain Reaction.Le applicazioni di queste tecnologie sono moltissime e coinvolgono principalmente la medicina, l'ambiente e l'agricoltura. Di grandissima importanza sono le applicazioni biomediche sia in termini di salute pubblica che di questioni sociali ed etiche, ma negli ultimi tempi si è molto parlato
delle applicazioni in ambito agricolo ovvero la produzione degli OGM organismi geneticamente manipolati che hanno suscitato le proteste e le perplessità della collettività ed anche della comunità scientifica internazionale

BIOTECNOLOGIE AGRICOLE

3.1 PRODUZIONE DEGLI OGM
Come avviene la manipolazione del genoma di una pianta e la creazione degli OGM?
Innanzitutto bisogna isolare il gene portatore di un determinato carattere che si vuole trasmettere alla pianta da origini diverse (batteri, animali od altre piante). Nella maggior parte dei casi si è trattato fino ad oggi di geni per la resistenza ai diserbanti o ad insetti con l'obiettivo presunto di incrementare le rese dei raccolti e di diminuire la quantità di pesticida
utilizzato. Successivamente il gene di interesse viene inserito (clonato) in un vettore necessario per il suo inserimento definitivo nella pianta. I vettori utilizzati sono delle piccole molecole di DNA circolare che si trovano nei batteri. I plasmidi ed il gene di interesse vengono tagliati con degli enzimi capaci di creare delle estremità adesive per permettere poi il processo di ricombinazione delle molecole di DNA provenienti da origini diverse. Una volta che il plasmide è stato trasformato esistono due tecniche per introdurlo nella pianta. La più diffusa consiste nel passare il vettore in un batterio, l'Agrobacterium Tumefaciensis, che possiede una naturale capacità di introdurre frammenti di DNA nei genomi delle piante. Coltivando insieme il batterio e delle cellule della pianta il gene di interesse viene trasferito nel nucleo della cellula vegetale integrandosi nel suo genoma.Un altro metodo di trasferimento consiste nel ricoprire piccole particelle d'oro o tungsteno con il vettore e bombardare le cellule vegetali che si integrano con il gene di interesse. In precedenza è stato unito al plasmide un gene marcatore di resistenza agli antibiotici per selezionare le cellule vegetali che hanno subito l'integrazione. Quindi aggiungendo degli antibiotici al terreno di coltura riescono a sopravvivere solo le cellule
transgeniche.

3.2 APPLICAZIONI E POTENZIALI VANTAGGI E SVANTAGGI

La produzione di piante transgeniche e' un'attività già consolidata negli Stati Uniti e nei paesi dove le industrie biotecnologiche sono riusciti ad imporre i propri prodotti. Si stima che nel 1998 siano stati coltivati oltre 15 milioni di ettari con la soia ingegnerizzata per la resistenza ai pesticidi dalla multinazionale Monsanto leader e praticamente monopolio del mercato delle biotecnologie. Solo nell'UE ci sono almeno 1300 campi sperimentali che contengono Genetically Modified Organisms (GMOs) coinvolgendo nello studio sino a 60 specie di piante e microrganismi. Le applicazioni ed i benefici attribuiti ai OGM sono tra i più diversi. Qui di seguito c'è un piccolo elenco non esaustivo che ha l'obiettivo di dimostrare la forza e la potenziale pericolosità di questa tecnologia.

RACCOLTI A FINI ALIMENTARI:
* Tolleranza agli erbicidi
* Resistenza agli insetti grazie alla produzione di tossine insetticide
* Resistenza alle malattie
* Ritardo nel rammolimento della frutta
* Alterazione delle caretteristiche degli oli alimentari
* Trasferimento della capacità di fissazione dell'azoto delle piante

ALTRE PIANTE:
* Fiori con colori modificati e con una vita allungata
* Alberi con caratteristiche alterate per rendere la produzione della carta
più semplice
* Piante per la produzione di plastica
* Piante utili alla bonifica dei siti inquinati

ANIMALI:
* Aumento della velocità di crescita
* Sostanze terapeutiche nel latte per la produzione di medicine

Invece gli effetti, immediati ed a lungo termine, connessi all'immissione nell'ambiente di organismi genicamente modificati, sono di più difficile individuazione. Su questa semplice considerazione si basa il rifiuto da parte dei cittadini e della comunità scientifica dell'utilizzo di alimenti prodotti da piante geneticamente manipolate la cui commercializzazione e' già in atto e neanche prevede un etichettamento specifico. Tuttavia si può fare una valutazione dei costi potenziali dell'utilizzo di questa tecnologia.

EFFETTI DIRETTI SULL'AMBIENTE:
* Il Trasferimento genico dagli OGM alla flora e fauna nativa potrebbe
portare allo sviluppo di nuove malattie come risultato di una ibridizzazione
tra specie diverse.
* Comportamenti inaspettati nell'ambiente qualora l'organismo modificato
sfugga all'utilizzo per cui era stato progettato.
* Distruzione delle comunità naturali attraverso la competizione o la
interferenza
* Effetti pericolosi sugli ecosistemi
* Perdita di risorse biologiche come la resistenza alle malattie

EFFETTI INDIRETTI:
* Mantenimento e sviluppo di sistemi agricoli intensivi
* Impatto sulla biodiversità come conseguenza dei cambiamenti nella pratica
agricola
* Impatto cumulativo sull'ambiente a causa di interazioni multiple degli OGM
* Alterazioni delle pratiche agricole

EFFETTI SULLA SALUTE:
* Nuovi allergeni vengono formati tramite la formazione di nuove proteine
* Geni della resistenza agli antibiotici utilizzati come markers nei OGM
vengono trasferiti a microrganismi intensificando problemi con la resistenza
agli antibiotici degli agenti patogeni
* Creazione di nuove tossine dovute alla inaspettata interazione tra i
prodotti geneticamente manipolati ed altri costituenti


DOGMA BIOLOGIA MOLECOLARE Nel 1957 Francis Crick propose la teoria che poi è diventata il dogma centrale della biologia molecolare che descrive il processo di traduzione dell'informazione genetica: DNA-RNA-PROTEINE. L'informazione nel DNA è contenuta nella sequenza lineare dei nucleotidi che viene poi tradotta nel linguaggio delle proteine che è composta di "caratteri" differenti: amminoacidi al posto dei nucleotidi. L'RNA messaggero è un copia precisa della sequenza delle basi dell'acido nucleico del DNA e questo messaggio viene tradotto in un'unica proteina grazie a speciali organelli, i ribosomi, presenti nel citoplasma di tutte le cellule.Le proteine possono essere costituite da 20 differenti aminoacidi e possiedono un'enorme versatilità grazie all'immensa varietà di forme molecolari che possono essere create dal legame dei diversi amminoacidi in differenti sequenze. Come le proteine vengono rilasciate dai ribosomi si avvolgono in forme uniche sotto l'influenza di forze chimiche che dipendono dalla particolare sequenza di amminoacidi. Quindi la sequenza primaria della proteina, codificata dal gene, trascritta e poi tradotta nella catena
amminoacidica, determina la struttura tridimensionale della molecola emergente. Il corpo umano possiede più di 30000 proteine differenti che giocano un ruolo specifico, l'emoglobina trasporta l'ossigeno nel sangue, l'actina e la miosina interagiscono per generare il movimento muscolare e il recettore della acetilcolina media la trasmissione chimica tra nervi e cellule muscolari.
Un gruppo essenziale di proteine, gli enzimi, agisce come catalizzatore biologico e regola tutti gli aspetti del metabolismo cellulare. Favoriscono la rottura di molecole ad alta energia per fornirne altra energia ad altre reazioni biologiche e controllano le vie sintetiche che portano alla generazione di lipidi, carboidrati e molte altre piccole molecole essenziali
per la vitalità cellulare.

PCR La reazione a catena della polimerasi è una tecnica molto potente in grado di produrre rapidamente copie multiple di una sequenza target di DNA. La PCR è una reazione ciclica nella quale uno stampo di DNA è in primo momentodenaturato al calore per separare le due eliche del DNA. Poi una molecola di primer, che consiste di 20-30 nucleotidi complementari alla regione dello stampo, si accoppia ai frammenti a singola elica. Il ciclo finisce quando il primer viene elongato dall'azione di un enzima, la DNA Polimerasi, per produrre molecole che sono copie identiche dello stampo originale. Poiché il prodotto di un ciclo della PCR può fungere da stampo per il seguente ciclo il numero di copie identiche prodotte si raddoppia ad ogni ripetizione.

STRUTTURA DNA La struttura del materiale genetico di tutte le forme viventi del pianeta è formata da soli sei componenti. Una molecola di zucchero (il desossiribosio), un gruppo fosfato, e quattro differenti basi contenenti azoto: Adenina, Timina, Citosina e Guanina. La parte essenziale della molecola di DNA è chiamata nucleotide o più precisamente deossinucleotide. Un deossinucleotide consiste di una molecola di deossiribosio con un fosfato legato da una parte ed una base dall'altra. In una molecola di DNA milioni di nucleotidi formano una doppia elica. Ogni parte della spirale è
costituita da uno zucchero fosfato ed una base azotata ed è connessa alla parte complementare con dei legami idrogeno tra le coppie di basi. Le basi Adenina e Timina sono connesse da due legami idrogeno mentre la Guanina e la Citosina da tre legami. Compattamenti successivi di alcune molecole portano alla formazione dei cromosomi.

DNA RICOMBINANTE La tecnologia del DNA ricombinante non è una singola tecnica, ma una combinazione di metodi alcuni nuovi ed altri presi in prestito dalle tecniche di genetica microbica.
Il primo passo consiste nell'isolamento del gene di interesse. Le cellule umane contengono centinaia di geni, quindi piuttosto che cercare in questa massa enorme di DNA, si ricercano le cellule nelle quali la proteina di interesse è maggiormente espressa isolando l'RNA messaggero. E' stato scoperto che alcuni virus possiedono la capacità di produrre molecole di DNA avendo come stampo RNA messaggero grazie ad un enzima chiamato Trascrittasi
Inversa. Allora da un qualsiasi RNA messaggero è possibile creare una copia complementare del gene di interesse.
Il frammento di DNA viene inserito in plasmidi batterici (piccole molecole circolari di DNA) grazie ad enzimi in grado di tagliare e cucire frammenti di DNA (enzimi di restrizione e ligasi) poi facilmente trasferiti in batteri capaci di replicarsi velocemente ed a basso costo che grazie al loro sistema di traduzione producono la proteina umana ricombinante di interesse in quantità opportune che viene poi purificata con procedure chimiche di separazione.


 

Gli Impatti ambientali

1. Più chimica in agricoltura
La pubblica opinione sta rispondendo agli eccessi dell'agricoltura "industrializzata", sempre più dipendente da pesticidi e fertilizzanti chimici, orientandosi in modo netto a favore di alimenti prodotti da agricoltura biologica (1). Il fenomeno preoccupa i giganti dell'industria chimica, che si sono massicciamente riconvertiti nel settore dell'agro-biotecnologia e giustificano adesso questa scelta secondo falsi criteri compreso quello della sostenibilità ambientale.
Ma contrariamente a quanto promesso alla pubblica opinione da Governi ed Industrie, l'ingegneria genetica non ridurrà l'uso di erbicidi dannosi. In realtà, le stesse aziende stanno aumentando la loro capacità di produrre erbicidi (2) e chiedono, e ottengono, permessi (3) per l'innalzamento dei livelli ammissibili di residui di questi prodotti negli alimenti geneticamente manipolati (GM).
E' un fatto che la maggior parte della ricerca sviluppata dalle aziende della ingegneria genetica si è fino ad ora focalizzata sull'ottenimento di piante resistenti agli erbicidi prodotti dalle stesse industrie. Ad esempio, la soia manipolata della Monsanto resiste a dosi massicce di Roundup, un erbicida prodotta dalla Monsanto stessa. In generale, una coltivazione di piante GM di questo tipo può essere trattata con l'erbicida a dosi tali da uccidere le piante infestanti: sopravviverà soltanto la pianta GM che è resistente. Che poi essa possa contenere dosi più o meno elevate di veleni chimici è un fatto che non preoccupa l'Industria chimica.
Il 71% delle piante GM presenti nel 1998 su circa 28 milioni di ettari avevano la caratteristica di resistere agli erbicidi (4). Che il meccanismo serva a far vendere più erbicidi lo prova il fatto che negli USA le sementi transgeniche vengono vendute con un contratto in cui si stabilisce che gli agricoltori che utilizzano erbicidi che non siano della ditta produttrice della semente manipolata, possono essere perseguiti legalmente (5). Lo stesso contratto vieta agli agricoltori di conservare i semi provenienti dal raccolto per riseminarli l'anno successivo.
Le biotecnologie si sono sviluppate con la stessa filosofia che promosse lo sviluppo dei prodotti chimici: raggiungere il singolo obiettivo, a breve termine, di un aumento delle rese e dei margini di profitto. Questo approccio abbraccia una visione del mondo in cui predomina l'idea che la natura deve essere dominata, sfruttata e forzata a produrre di più; dalla scelta di "soluzioni" veloci e remunerative rispetto alle complesse problematiche ecologiche; dal pensiero "riduzionista", che analizza sistemi complessi, come l'agricoltura, in termini di singole componenti, piuttosto che come un sistema integrato; e dalla convinzione, che il successo in agricoltura significhi guadagni di produttività nel breve periodo, piuttosto che la sostenibilità di lungo termine.
Jane Rissler (Union of Concerned Scientist) (6)
Hamm U. (1997) Organic Trade: The potential for growth. In: Maxted-Frost (ed.) The future agenda for organic trade - Proc. of the 5th IFOAM International Conference on trade in organic products. Tholey-Theley, p. 18-21
Nel settembre del 1998 la Monsanto ha annunciato di voler investire quasi 1000 miliardi in Brasile per la costruzione di una fabbrica destinata alla produzione dell'erbicida Roundup
Lappe M., Bailey B. (1998). Against the Grain, Common Courage press, p. 75-76
James C. (1998) "Global view of commercial Transgenic Crops", 1998. ISAAA Briefs No8. ISAAA: Ithaca, NY
Comunicato stampa Monsanto, 12 settembre 1998
Biotechnology and Pest Control: Quick Fix vs. Sustainable Control. Global Pesticide Campaign, Vol1, No. 2, pp 1, 6-8, Gennaio 1991

2. Inquinamento genetico

Una volta rilasciato in natura, un nuovo organismo creato dall'ingegneria genetica potrebbe essere in grado di interagire con altre forme di vita con effetti distruttivi, riprodursi, trasferire le sue caratteristiche e mutare in risposta alle sollecitazioni ambientali.
Ad esempio, è stato verificato che i geni "trapiantati" possono velocemente passare dalla colza GM a piante affini, infestanti e non. In colture sperimentali, i geni della colza GM che è stata resa resistente al glufosinato, un erbicida, sono stati trasferiti ad una specie di rafano selvatico, una pianta infestante apparentata con la colza, dopo due generazioni (1). Ricerche condotte in Germania hanno mostrato che il gene per la resistenza al glufosinato può trasferirsi, mediante il polline, in piante distanti 200 metri (2) e dati più recenti indicano che l'inquinamento genetico può avvenire anche a distanze maggiori.
Molte piante usate per l'alimentazione vengono oggi manipolate per ottenere prodotti chimici industriali e farmaceutici. Queste piante potrebbero incrociare il loro polline con specie vicine e contaminare così gli alimenti (3).
Molte specie di pesci sono oggi sottoposte a manipolazione genetica ed allevate in vasche sperimentali. Nel DNA di salmone è stato inserito un gene dell'ormone della crescita con un "promotore", un interruttore genetico che serve ad attivare il DNA per produrre più ormone del normale. Questo salmone cresce nel primo anno fino a 50 volte più della sua normale lunghezza, e pesa in media 5 volte più del normale (4). L'impatto di un tale "super-salmone" sugli ecosistemi è potenzialmente disastroso: per poter crescere così tanto questo pesce deve mangiare molto più dei normali salmoni. Del resto, l'ipotesi che salmoni di allevamento raggiungano l'ambiente esterno è confermato da una ricerca norvegese secondo cui i salmoni che sono scappati dalle vasche sarebbero 5 volte più numerosi di quelli "selvatici". (5)
Mosche, zanzare e vermi sono stati ingegnerizzati in laboratorio per diversi scopi (6). La commercializzazione di questi organismi porterebbe ad una loro rapida diffusione nell'ambiente. Queste creature si riproducono velocemente ed alcune di loro sono in grado di coprire notevoli distanze. Se risultassero dannose, sarebbe particolarmente difficile controllarle.
Nel 1989, la Biotechnica International ha sperimentato sul campo semi di soia rivestiti con microrganismi GM, per aumentare la capacità di fissazione dell'azoto. Alla fine della stagione le piante e i semi sono stati bruciati, i campi arati e una nuova coltivazione reimpiantata. Successivi monitoraggi hanno mostrato che i microrganismi GM si erano diffusi per circa 2 ettari grazie all'aratura, e stavano eliminando i microrganismi che normalmente popolavano quei suoli (7).
Nel 1998 si è dimostrato in laboratorio il trasferimento di geni dalla barbabietola da zucchero all'Acinetobacter, un batterio del terreno. In teoria, qualunque insetto, uccello o altro animale potrebbe raccogliere questi batteri dal suolo, trasportandoli ovunque (8).
Frello S., Hansen K.R., Jensen J., Joergensen R.B. (1995): "Inheritance of rapeseed (Brassica napus) Specific RAPD Markers and a Transgene in the Cross B. juncea x (B. juncea x B. napus). Theor. Appl. Genet. 91: 236-241
Joergensen R.B., Andersen B. (1994): spontaneous Hybridization Between Oilseed Rape (Brassica napus) and Weedy B. campestris (Brassicaceae): a Risk of Growing Genetically Modified Oilseed rape. Am. J. Botany 81: 1620-1626
Mikkelsen T.R., Andersen B., Joergensen R.B. (1996): The Risk of Crop Transgene Spread. Nature, 380:31.
"Gene Watch Report, "Genetically Enginereed Oilseed Rape: Agricoltural saviour or New Form of Pollution?", Gene Watch Briefing, Number 2, May 1998
Steinbrechter R., Ho M. (1996), Fatal Flaws in Food safety Assessment: Critique of the joint FAO/WHO Biotechnology and Food Safety report, 3.2
MacKenzie D. (1996) Altered Salmon grow by leaps and bounds, New Scientist, Gennaio 1996
MacKenzie D. (1996) Can we make supersalmon safe?, New Scientist, 27 Gennaio 1996, p. 14-15
APHIS (1996) Field trial of a transgenic arthropod, Metaseilulus occidentalis (Acari: Phytoseiidae). Field Trial Report.
Naik G. (1997) Turning Mosquitoes into malaria fighters. Dow Jones News, 17 Giugno 1997.
APHIS (1996) Field trial of a transgenic nematode, Heterohabditis bacteriophora (Nematoda: Heterorhabditidae). Field trial report.
US National Biotechnology Impacts Assessment Programme Newsletter (1991) The case of the Competitive Rhizobia, Marzo 1991
Gebhard F., and Smalla K. (1998) Transformation of Acinetobacter sp. Strain BD413 by transgenic sugar beet DNA, Appl. Environ Microbiol. 64, 1550-1559


3. Resistenza agli insetticidi

Il Bacillus thuringensis, (Bt), è un batterio del suolo che produce una tossina insetticida. E' molto apprezzato dagli agricoltori biologici come un insetticida naturale, efficace e sicuro. Colpisce particolari specie e viene usato in applicazioni occasionali, specialmente nei casi in cui si verifichi una seria infestazione. Adesso però, alcune piante sono state manipolate con il gene della tossina del Bt, cosicché esse dispongono della capacità di produzione dell'insetticida nel proprio corredo genetico. Nel 1998 queste piante Bt resistenti agli insetti sono state coltivate su 7,7 milioni di ettari di estensione in tutto il mondo (1).
In marcato contrasto con l'applicazione occasionale della tossina Bt nell'azienda biologica, nelle piante Bt la tossina è prodotta per tutto il tempo della loro crescita. Questo significa che gli insetti sono continuamente esposti alla tossina, e sono perciò nelle condizioni "favorevoli" allo sviluppo di una resistenza all'insetticida (2). L'EPA, agenzia statunitense per la protezione ambientale, ha approvato le colture Bt sebbene abbia previsto come conseguenza che la maggior parte degli insetti più esposti svilupperà la resistenza al Bt entro 3 o 5 anni (3). In realtà, i primi ceppi resistenti sono già comparsi e ciò comporta il rischio di un forzato ritorno all'uso di sostanze chimiche, ovvero il fallimento di numerose aziende del biologico o un notevole aumento dei prezzi dei prodotti dell'agricoltura biologica..
Inoltre, la presenza della tossina Bt nelle piante ingegnerizzate può danneggiare un ampio numero di specie di insetti. Un recente studio in Svizzera ha evidenziato che certi insetti predatori, le crisope (Neurotteri), che si cibano di parassiti del grano, presentano disfunzioni nello sviluppo ed un aumento di mortalità quando sono alimentati con prede cresciute su mais Bt (4).
L'uso di altre tossine insetticide in colture GM, quale la lectina del bucaneve, ha anche mostrato preoccupanti effetti sulla catena alimentare. In un esperimento di laboratorio, femmine della coccinella sono state nutrite con afidi che si erano cibati di patate resistenti agli insetti. Comparate con coccinelle nutrite con una dieta normale, le prime hanno prodotto meno uova e hanno vissuto per un tempo dimezzato. (5)
In uno studio recentemente pubblicato su Nature, che ha ottenuto la prima pagina dei giornali di diversi paesi, si mostrava che i bruchi di farfalla Monarca (una specie americana di insetto migratore di notevole importanza naturalistica) avevano una mortalità quasi del 50% maggiore alla norma se ingerivano il polline di piante Bt. (6) In base a questa scoperta, l'Austria ha poco dopo vietato l'uso del mais manipolato della Monsanto (MON 810) e l'Unione Europea ha bloccato il processo di valutazione di un'altra varietà di mais della potente azienda sementiera Pioneer.
Greenpeace ed altre associazioni hanno intentato una causa legale contro l'EPA (Agenzia per la Protezione dell'Ambiente - USA) per la leggerezza con cui è stata concessa l'autorizzazione alla coltivazione commerciale di questi pericolosi organismi transgenici, che peraltro contengono geni per la resistenza agli antibiotici (vedi paragrafo 6).
James C. (1998) Global revue of Commercialised Transgenic crops: 1998, ISAAA Briefs No8. ISAAA: Ithaca, NY.
Tabashnik B.E. (1994). Evolution of Resistance to Bacillus thuringiensis. Annual Review of Entomology 39: 47-79
EPA (1994) Pesticide Fact Sheet 4/98
Hilbeck a., Moar W., Putztai-Carey M., Filippini A., Zigler F. (1998). Toxicity of Bacillus thuringiensis CryIAb toxin to the predator Chrysoperla carnea (Neuroptera: Chrysopidae). Environmental Entomology, Vol. 27, No4, Agosto 1998
Birch A.N.E., Geoghegan I.E.N., Hackett C. & Allen J (1997). Interactions between plant resistance genes, pest aphid populations and beneficial aphid predators. Scottish crop Research Institute, Annual report 1996/97 pp 68-72. SCRI: Dundee
John E. Losey, Linda S. Rayor, Maureen E. Carter (1999). Transgenic pollen harms Monarch larvae. Nature 399, 214.

4. Riduzione della biodiversità

Ogni anno si estinguono almeno 30.000 specie viventi (1). L'introduzione di specie estranee all'ambiente è una delle maggiori cause di dissesto ecologico e riduzione della biodiversità, cioè della diversità delle specie viventi. Negli Stati Uniti il 42% delle specie a rischio di estinzione è minacciata a causa di una specie introdotta (2), con costi stimati per l'economia statunitense in oltre 220mila miliardi di lire l'anno (3). Potenzialmente, ogni organismo GM è una "nuova specie" introdotta nell'ecosistema e rischia di compromettere gli equilibri naturali del pianeta.
Anche l'agricoltura ha le sue responsabilità nella perdita di biodiversità che caratterizza questo secolo: la diffusione delle monocolture è stato uno dei principali fattori della riduzione della biodiversità agricola, cioè del numero di varietà utilizzate per produrre cibo. Secondo la FAO, abbiamo perso il 75% delle varietà agricole che avevamo all'inizio di questo secolo (4).
"Nonostante le biotecnologie abbiano la capacità di creare un'ampia varietà di piante commerciali, la tendenza imposta dalle multinazionali è di creare un ampio mercato internazionale per un singolo prodotto, generando così le condizioni per una uniformità genetica nel panorama rurale".
(Miguel Altieri) (5).
La "rivoluzione genetica" ripropone oggi gli stessi errori della "Rivoluzione Verde" che è stata una massiccia campagna condotta da governi e imprese per convincere gli agricoltori del Terzo Mondo a sostituire la moltitudine di specie coltivate dagli indigeni con un ridotto numero di varietà produttive che funzionano solo grazie ad un massiccio utilizzo di prodotti chimici. (6) Molte delle varietà indigene che gli agricoltori utilizzavano per i propri raccolti sono oramai perdute per sempre (7) ma l'uniformità genetica porta alla vulnerabilità delle colture, poiché la pressione esercitata da parassiti, malattie e infestanti è maggiore nelle aree dov'è coltivata un'unica specie durante tutto l'anno (8). Una delle cause della carestia della patata irlandese del secolo scorso fu l'uniformità genetica: tutte le patate erano vulnerabili alla stessa malattia. Un sistema agricolo che presenta alta diversità genetica potrà fronteggiare meglio le sfide che provengono da parassiti, malattie o condizioni climatiche che tendono a colpire solo talune varietà (9).
Sulla biodiversità si basa la sopravvivenza di molte comunità rurali. Ad esempio, la comunità messicana degli indios Huastec ha una sofisticata forma di gestione delle foreste ove coltiva oltre 300 differenti piante in un mosaico di piccoli giardini, campi agricoli e appezzamenti forestali (10). E in un villaggio nel nord-est dell'India sono coltivate fino a 70 differenti varietà di riso (11). Nel Bengala Occidentale, 124 specie "infestanti", raccolte nei campi di riso, hanno importanza economica per i contadini (12).
Myers N. (1993) Biodiversity and the precautionary principle, Ambio 22 (2-3), 74-79.
USDA Press release, 3 Febbraio 1999
Pimentel, Lach, Zuniga, morrison, Environmental and economic Costs Associated with Non-indigenous species in the United states", Cornell University, College of Agriculture and Life Sciences http://www.news.cornell.edu/releases/Jan99/species_costs.html
FAO (1998) Crop Genetic Resources, In: Special: Biodiversity for food and agriculture, Roma.
Altieri M., The Environmental Risk of Transgenic Crops: an Agroecological Assessment, department of Environmental Science, Policy and Management, University of California, Berkeley. www.pmac.net/miguel.htm
Tripp R. (1996) Biodiversity and Modern Crop Varieties: sharpening the debate. Agriculture and Human Values 13:48-62
The Corner House, Oct. 1998, Briefing 10: Genetic Engineering and World Hunger.
Alexandratos N. (1988) World Agriculture: Toward 2000 An FAO Study, FAO/Belhaven, Roma e Londra
Baker. E.F.I. and Yusuf Y., Mixed cropping research at the Institute for Agricultural Research, samaru, Nigeria" in Monyo, J.H., Ker, A.D.R. and Cambell, M., (eds), Intercopping in semi-arid areas, International development Research centre, Ottawa, 1976, cited in Richards P., Indigenous Agricultural Revolution, London, 1985, p.66.
RAFI (1995) The potato blight is back, Seedling http://www.grain.org/publications/oct95/oct952.htm
Panos (1998) Greed or need? Genetically modified crops. Panos media briefing No.30.
Shiva V., "Monocultures, Monopolies, Myths and Masculinisation of Agriculture", Aisling Quarterly.

 

GLI IMPATTI SULLA SALUTE

1. Nuove allergie

Manipolare geneticamente un organismo vuol dire passare ad esso una molecola di DNA che gli permette di produrre una proteina che prima non era in grado di fabbricare. Noi ci nutriamo da sempre di proteine, ma esse, come talvolta altre sostanze, possono essere "rifiutate" dal nostro organismo. Quando veniamo in contatto con certe molecole infatti, il nostro organismo reagisce in modo talvolta violento con quella che chiamiamo "reazione allergica" o allergia.
I fautori degli alimenti GM sostengono che l'introduzione di cibi manipolati nella nostra dieta non può causare rischi di nuove allergie, e citano l'esempio dell'introduzione del gene di banana nel pomodoro, omettendo di precisare che - in questo caso - si tratta di cibi abitualmente consumati. L'ingegneria genetica, però, riguarda spesso geni, e dunque proteine, che non fanno parte del consumo alimentare tradizionale: i rischi non sono prevedibili se il gene "trapiantato", ad esempio nel grano con cui facciamo pane, pasta ecc., proviene da uno scorpione o da una petunia o da altri organismi finora mai utilizzati nell'alimentazione.
Le multinazionali del settore hanno a lungo rassicurato sui rischi sostenendo che non si può creare possibilità di risposta allergica trapiantando un unico gene. Purtroppo, malgrado il carattere recente di questi studi, questa teoria è già stata contraddetta dai fatti. La società Pioneer, prima compagnia mondiale nella produzione di semi, ha prodotto una soia più ricca di metionina (amminoacido essenziale che il nostro organismo non sa produrre) grazie ad un gene proveniente dalla noce brasiliana. Gli esperimenti di laboratorio, finalizzati proprio a valutare la possibile insorgenza di nuove allergie, avevano tutti dato esito negativo.
L'inaffidabilità di queste procedure è stata svelata da un test semplice e poco costoso, che evidentemente la Pioneer, che ha investito miliardi nel progetto, non voleva fare. Infatti, la noce brasiliana è nota per la sua forte potenzialità allergenica, che significa che molte persone sono allergiche alla noce brasiliana. Non è poi difficile raccogliere una collezione di campioni di sangue di questi soggetti, estrarne il siero e farci un test allergologico con la soia manipolata da Pioneer. In breve, ci si è accorti che persone allergiche alla noce brasiliana, ma non alla soia normale, erano allergiche anche alla soia manipolata della Pioneer, la cui commercializzazione è stata bloccata per un pelo. Senza questi esperimenti, abbiamo tutti rischiato di mangiare qualcosa di pericoloso.
Questo esempio non solo dimostra che i test indiretti sono inaffidabili, ma fa sorgere un problema non risolvibile sulle procedure di valutazione del rischio allergico degli alimenti GM. Infatti, non abbiamo il siero di persone allergiche allo scarafaggio, allo scorpione, alla petunia o alle meduse: nessuno mangia questi organismi e tanti altri di quelli di cui fa uso l'ingegneria genetica. Con la noce brasiliana è andata bene. Ma che fare con tutto il resto? La maggior parte degli organismi geneticamente manipolati non può che essere sottoposta che a test di tipo indiretto, che già sappiamo non funzionare.
Come possiamo allora essere sicuri dell'affidabilità degli alimenti GM? Come possiamo escludere che essi non possano causare un certo numero di allergie? Semplicemente, non possiamo. Noi tutti saremo, nostro malgrado, la cavia di un esperimento i cui risultati sono imprevedibili e probabilmente irreversibili. Anzi, lo siamo già, visto che gli alimenti GM sono già tra noi. Eppure, ogni giorno si scoprono nuove allergie a nuovi prodotti e si conosce relativamente poco di queste patologie e delle cause scatenanti. Sarebbe, quindi, opportuno non aumentare inutilmente i rischi.
J. A. Nordlee et al. (1996) Identification of a brazil-nut allergen in transgenic soybeans. The New England Journal of Medicine. Vol. 334: 688-692.

2. Resistenza agli antibiotici

In Francia era stata autorizzata - e successivamente sospesa - la coltivazione di un mais transgenico della Novartis in cui era stato introdotto un gene resistente ad un antibiotico comune, l'ampicillina.
Questo gene viene definito "marcatore": permette di identificare le cellule in cui è riuscito il "trapianto" dei geni. Successivamente, il marcatore non svolge più alcuna funzione, ma la sua eliminazione sarebbe stata toppo costosa e difficile.
Gli antibiotici sono le uniche armi efficaci contro i batteri patogeni (che causano malattie), ma a causa dell'insorgenza di resistenza agli antibiotici queste armi sono sempre meno efficaci. D'altra parte, la ricerca scientifica ha serie difficoltà a trovare nuove molecole che siano efficaci e si stima che le malattie da ricovero legate alla resistenza agli antibiotici uccidano 10.000 persone all'anno. Gli antibiotici diventano sempre meno efficaci perché i batteri col tempo riescono a produrre delle difese: secondo l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) questo è uno dei più gravi rischi sanitari emergenti. (1)
La resistenza agli antibiotici dipende dal fatto che, con l'uso eccessivo di questi medicinali negli ultimi anni, si selezionano (cioè sopravvivono) solo quei batteri che contengono i geni che permettono loro di resistere a questi "veleni". Il problema è che i batteri non solo possono scambiarsi tra loro questi geni, ma possono acquisirli anche da organismi superiori. (2)
Numerosi studiosi temono che la diffusione di geni con resistenza agli antibiotici - tipici delle piante transgeniche - possano accelerare questo processo creando, così, nuovi batteri contro i quali gli antibiotici sono assolutamente impotenti.
" L'introduzione su larga scala delle piante transgeniche rischia di facilitare lo sviluppodi resistenze sempre più efficaci, da parte dei batteri, agli antibiotici… Questo rischio è stato largamente ignorato dagli esperti. "
Patrice Courvalin - Institut Pasteur (3)

Gli scienziati più attenti, temono che la resistenza agli antibiotici possa quindi passare dagli organismi GM ai batteri patogeni, tramite uno o più passaggi intermedi (4). Infatti, i geni per la resistenza agli antibiotici potrebbero passare dagli alimenti GM che mangiamo ai batteri innocui presenti nel nostro apparato digerente e da questi ad eventuali batteri patogeni che possono infettare l'organismo umano. Lo stesso fenomeno potrebbe succedere in animali d'allevamento o anche in natura. Fino a materializzare il fantasma che tutti temono: un batterio patogeno resistente a tutti i tipi di antibiotici conosciuti.
J.D. Williams (1998) Opinion - antibiotic resistence: have we got the right culprits? Newsletter of the International Society of Chemotherapy. Vol.2, num.4
F. Gebhard e K. Smalla (1998) Trasformation of Acinetobacter sp. Strain BD413 by Transgenic Sugar Beet DNA. Applied and Environmetal Microbiology Vol. 64, num. 4
P. Courvalin (1998) Plantes Transgeniques et antibiotiques . La Recherce, n. 309 pag 36-40.
British Medical Association - Board of Science and Education. The Impact of Genetic Modification on Agriculture, Food and Health. Interim Statement, May 1999.

GLI IMPATTI SOCIOECONOMICI

1. Instabilità genetica e perdita dei raccolti

Gran parte della promozione dell'ingegneria genetica fa perno su presunti benefici futuri di cui non si vede traccia. La scarsa affidabilità delle varietà di colture GM ha già portato a perdite dei raccolti ai quali la stampa non ha dato il giusto risalto.
Nel Mississippi nel 1997, 12.000 ettari di cotone GM resistente agli erbicidi sono andati perduti con perdite individuali dei coltivatori comprese tra 1 e 2 miliardi di lire (1). Nel 1998 il Comitato per l'Arbitrato sulle Questioni dei Semi del Mississippi ha decretato che il cotone della Monsanto non ha raggiunto gli obiettivi pubblicizzati, indicando rimborsi di circa 2 milioni di dollari (oltre 3 miliardi e mezzo di lire) ai tre coltivatori che hanno sofferto pesanti perdite nel raccolto (2).
Nel 1994 la Calgene (ora controllata dalla Monsanto) introdusse sul mercato il pomodoro FlavrSavr TM, il primo cibo bio-ingegnerizzato ad ottenere l'autorizzazione alla vendita, modificato per ritardarne l'ammorbidimento (marcescenza) e per mantenersi sodo abbastanza da sopportare le fasi di raccolta, imballaggio e trasporto. Dal 1997 è stato ritirato dal mercato in quanto, contrariamente alle aspettative della Calgene, i pomodori erano spesso così morbidi e ammaccati da non poter essere venduti come prodotto fresco e gran parte delle varietà FlavrSavr TM non presentavano rese accettabili né resistenza alle malattie in regioni tipicamente adatte alla loro coltivazione (3).
Il cotone Bt della Monsanto si supponeva fosse resistente ad un verme suo parassita; al contrario, la metà circa dei circa 800.000 ettari coltivati a cotone Bt negli Stati Uniti meridionali hanno sofferto una pesante infestazione e ai coltivatori fu suggerito di salvare il raccolto con trattamenti di emergenza. Nonostante la pretesa di una resa del cotone Bt compresa tra il 90 e il 95%, alcuni esperti hanno rilevato che il prodotto aveva una resa di solo il 60%.
Molti dei recenti "sogni genetici" su elevate rese o aumentate capacità di fissazione dell'azoto, potrebbero risultare errate perché comportano interventi su complesse caratteristiche multigenetiche. La fissazione dell'azoto, per esempio, dipende almeno da 17 geni nei batteri e da 50 nelle piante (4). Esistono pericoli associati al trasferimento di un singolo gene, si può facilmente immaginare cosa possono comportare 50 geni. Anche se tutti i geni necessari per queste caratteristiche potessero davvero essere identificati e trasferiti, come risultato potrebbero aumentare i problemi di instabilità genetica (5).
The gene Exchange, http://www.ucsusa.org/Gene/F97.glyfosate.html
Idem
Idem
Calgene, "News release - Calgene Announces Second Quarter Financial results", 6 Febbraio 1998
King, "Low-tech Woe Slows Calgene's Super Tomato", Wall Street Journal, 11 aprile 1996
Jonston (1989) Biological nitrogen fixation. In A revolution in Biotechnology, Cambridge University Press, Cambridge, New York, pp 103-118
Ho, M-W (1998) Genetic Engeneering, dream or nightmare? Gateway Books, bath, UK, p.135


2. Ingegneria genetica e fame nel mondo

"(Noi obiettiamo) fortemente che l'immagine della povertà e della fame dei nostri paesi sia utilizzata dalle imprese multinazionali per promuovere una tecnologia non sicura, né ambientalmente sostenibile e assolutamente svantaggiosa economicamente. Noi non crediamo che queste multinazionali o queste biotecnologie aiutino i nostri agricoltori a produrre il cibo a noi necessario per il XXI secolo. Al contrario, riteniamo che ciò distruggerà la diversità, le conoscenze locali e i sistemi agricoli sostenibili che i nostri agricoltori hanno sviluppato per millenni e che ciò indebolirà la nostra capacità di sfamarci".
Dichiarazione presentata alle Nazioni Unite dai delegati di 24 stati africani, sostenuti da 30 organizzazioni di ambientalisti e di produttori.
Sebbene l'aumento della popolazione sia spesso utilizzato per giustificare lo sviluppo dell'ingegneria genetica, secondo il Programma Mondiale sul Cibo delle Nazioni Unite stiamo attualmente producendo più cibo di quanto necessario per sfamare tutti gli abitanti del pianeta, secondo adeguati valori nutrizionali. Nonostante questo, più di una persona su 7 soffre la fame.
Anche se l'ingegneria genetica fosse in grado di mantenere le sue promesse di alte rese e di raccolti resistenti alle malattie per il Terzo Mondo, sembra improbabile che ciò possa portare benefici alle popolazioni affamate in quanto essa non affronta alle radici le cause della malnutrizione. In effetti, sostenendo che questo complesso problema sia risolvibile con una panacea biotecnologica, i governi e le industrie cercano di coprire le reciproche complicità che consentono di mantenere in vita quelle strutture politiche e quelle diseguaglianze sociali responsabili dell'insufficienza alimentare di milioni di persone.
Per ogni Euro che l'occidente stanzia in aiuti umanitari al Terzo Mondo, 3 Euro sono pagati dagli stessi Paesi per interessi sul loro debito. Il Rapporto sullo Sviluppo delle Nazioni Unite del 1997 afferma che "nella sola Africa, il denaro speso per la restituzione annua del debito potrebbe essere usato per salvare la vita di circa 21 milioni di bambini entro il 2000". All'epoca della carestia in Etiopia del 1984, colza, lino e cotone erano coltivati sui terreni agricoli più fertili per essere esportati come mangime per bestiame nel Regno Unito e in altri paesi europei.
La rivoluzione biotecnologica si cala quindi nel tragico solco della cosiddetta "Rivoluzione Verde", che ha rovinato la vita a milioni di contadini del Sud del Mondo a solo vantaggio dei paesi e delle aziende che importavano a poco prezzo raccolti abbondanti che i poveri non hanno mai potuto mangiare. Nella Corea del Sud, seguendo gli sviluppi della Rivoluzione Verde, il numero di famiglie rurali indebitate è salito dal 76% nel 1971 al 98% nel 1985; nel Punjab, tra il 1970 e il 1980, questi alti costi hanno portato ad una riduzione nel numero di piccole aziende agricole di circa il 25%. In India, il problema del debito ha portato al suicidio molti coltivatori. (1) L'impatto della "Rivoluzione Verde" non è stato meno grave in Africa e Sud America.
Non si capisce come gli alti investimenti sostenuti dalle multinazionali dell'agro-bio-tecnologia possano poi trasformarsi in generosi interventi a favore delle popolazioni affamate ed indebitate. Piuttosto, c'è il rischio che con i brevetti sulle varietà agricole, eliminata la biodiversità naturale, questi colossi economici si approprino direttamente delle sementi e quindi della produzione, con un controllo sociale spaventoso, potendo decidere (vendendo o meno le sementi) chi mangia e a quali condizioni.
Bello W., Rosenfeld S. (1990), Dragons in Distress; Asia's Miracle Economies in Crisis, Institute for Food and Development Policy, San Francisco, p. 86

3. Sicurezza alimentare

"Invece di ridurre la fame nel mondo, è più verosimile che l'ingegneria genetica la esasperi. Gli agricoltori saranno trascinati in un circolo vizioso, incrementando la dipendenza nei confronti di un ristretto numero di giganti multinazionali, quali la Monsanto, per la loro sopravvivenza. Per 25 anni Action Aid ha ascoltato i poveri agricoltori, appoggiando i loro sforzi per mantenere una agricoltura sostenibile. Per quanto la popolazione mondiale stia aumentando, noi sappiamo che essa è in grado di produrre cibo a sufficienza per tutti. E' la iniqua distribuzione del cibo che mantiene affamate milioni di persone. La verità è che le colture GM forniranno "una via migliore" per i profitti di Monsanto, ma potrebbero essere un enorme passo indietro per i poveri del mondo".
Salil Shetty, direttore esecutivo di Action Aid.
I dati della FAO, l'Agenzia dell'ONU che si occupa della sicurezza alimentare, hanno mostrato che i sistemi tradizionali di produzione, su piccola scala, sono più produttivi di quelli "industrializzati" e su vasta scala. Secondo un censimento FAO (1), confrontando la resa per superficie di una fattoria industrializzata "tipo" di 14 ettari, con realtà contadine tradizionali più piccole, risultava che:
in Siria, una fattoria di 0,2 ettari era 1.400 volte più produttiva (della fattoria "tipo");
in Messico, una fattoria di 1,2 ettari era 3.000 volte più produttiva;
in Perù, una fattoria di 2 ettari era 800 volte più produttiva; e
in Etiopia, una fattoria di 0,4 ettari era 350 volte più produttiva.
Mentre i sistemi di agricoltura sostenibile incoraggiano l'uso di risorse locali ed aiutano le comunità ad auto sostenersi, le multinazionali fanno profitti imponendo ai coltivatori l'utilizzo di sementi e prodotti chimici che esse stesse vendono, al loro prezzo. Forse per questa ragione le industrie chimiche, ed i governi che le spalleggiano, non sono disponibili a riconoscere le possibilità di sviluppo di sistemi agricoli che fanno a meno della chimica e della biotecnologia, e che sono al di fuori del loro controllo. Secondo il Prof. Jules Pretty dell'Università di Essex (2):
la diminuzione delle rese delle monocolture di riso ha portato circa un milione di contadini in Asia ad iniziare pratiche di agricoltura biologica. Gli aumenti delle rese sono del 10%.
223.000 contadini del Brasile sono passati dai fertilizzanti chimici a quelli organici (letame) e ad altre pratiche di agricoltura biologica, raddoppiando la resa di mais e grano;
in Guatemala e Honduras, 45.000 contadini hanno rigenerato il suolo con pratiche di agricoltura sostenibile, diversificando la produzione, e favorendo il ritorno dalle città.
Sono solo pochi esempi di quello che potrebbe essere il futuro per i Paesi in via di Sviluppo. Ma l'industria agro-bio-chimica ha altre mire. Il commercio e l'uso di sementi autoprodotte sono la linfa vitale per un miliardo e mezzo di famiglie rurali di tutto il mondo. Monsanto è ora proprietaria di un brevetto su una tecnologia chiamata "terminator" che disabilita geneticamente il seme rendendolo incapace di germinare: dunque, i semi sono sterili e non possono essere riutilizzati per nuovi raccolti. Altre imprese sono proprietarie di brevetti che porterebbero ad analoghi risultati, con conseguenze potenzialmente disastrose:
"Questa è una tecnica immorale che deruba le comunità agricole del loro atavico diritto a produrre le proprie sementi e del loro ruolo di produttori di nuove varietà agricole. Coltivatori e governi dovrebbero dichiarare ovunque l'uso di questa tecnologia contraria all'ordine pubblico e alla sicurezza nazionale. Questa è la bomba al neutrone dell'agricoltura".
Camila Montecinos, Centro de Educacion y Tecnologia, Chile (3).
FAO, 1980. World Census on Agriculture.
Jules Pretty, (1998) "Feeding the world with sustenaible farming or GMOs?" The Genetics ForumVol.4 /6:4-5
RAFI, comunicato. http://www.rafi.org/communique/fltxt/19982.htlm

 


 

BREVETTI

La richiesta di brevetti per vegetali ed animali ha subito un'accelerazione negli ultimi anni con l'introduzione sul mercato di piante transgeniche e di organismi misti, quali il maiale serbatoio di organi da trapiantare su esseri umani. Ad oggi sono state presentate all'EPO (Ufficio Europeo Brevetti) di Monaco più di 15.000 richieste di brevetti nel campo dell'ingegneria genetica, oltre 2.000 richieste di brevetti sui geni umani, di cui circa 300 già concesse prima del 1998.

La concessione del brevetto è subordinata alla presentazione dettagliata dell'invenzione, che, nel caso di organismi transgenici, riguarda anche la sequenza genica. I sostenitori della brevettabilità degli organismi viventi sostengono che in questo modo la concessione del brevetto consente, al mondo scientifico ed industriale, di accedere ad informazioni importanti da utilizzare per migliorare il benessere umano. In realtà, le cose sembrano andare diversamente. Secondo una ricerca commissionata dal quotidiano britannico "The Guardian", sono circa 127.000 i geni umani o sequenze parziali di geni umani brevettati da aziende farmaceutiche, aziende biotecnologiche, istituti di ricerca privati ed università. Un'azienda francese, la Genset, detiene circa il 29% del totale dei brevetti di geni umani, "possedendone" oltre 36.000.

L'azienda statunitense Myriad Genetics, che possiede i diritti di proprietà intellettuale di due geni mutanti, il BRCA1 ed il BRCA2, considerati indicatori della predisposizione al tumore alle ovaie ed alle mammelle, ha inviato lettere di diffida a molti laboratori di ricerca chiedendo di interrompere l'uso diagnostico dei due geni in assenza del pagamento dei diritti brevettuali: l'Istituto Curie, centro francese di diagnostica e cura di fama mondiale, ha presentato ricorso all'EPO contro il brevetto della Myriad Genetics insieme ad altri 17 laboratori francesi di ricerca genetica.

Nella battaglia sui brevetti Greenpeace è dunque in buona compagnia reclamando che i geni di esseri umani, animali o piante rappresentano gli elementi fondanti di un patrimonio universale non commercializzabile che non può diventare oggetto di presunte invenzioni industriali. Un principio non riconosciuto da una pessima Direttiva dell'Unione Europea del 1998 che consente esplicitamente di brevettare gli organismi viventi come piante ed animali o parti di essi.


1. Brevetti sulla vita


Nel 1980, il caso di Diamond Vs Chakrabarty ha rappresentato una pietra miliare nell'ambito della questione dei brevetti sulla vita; in questa circostanza, infatti, la Corte Suprema degli USA decretò che un organismo vivente, nel caso specifico un batterio in grado di degradare il petrolio, avrebbe potuto essere brevettato. In tale circostanza il Chief Justice Warren Burger dichiarò che la "differenza rilevante non è tra cose animate e inanimate, ma se dei prodotti viventi possano essere considerati come invenzioni costruite dall'uomo". Tale giudizio fu foriero di una nuova epoca, epoca in cui gli esseri viventi avrebbero potuto finalmente essere brevettati. Considerato in passato eredità condivisa, il pool genico di piante, animali e uomini rappresenta, ora, un bene commerciale in attesa di essere comprato e venduto.
Il significato di questa sentenza non fu certo ignorato dagli investitori delle multinazionali. Pochi mesi più tardi, il 14 ottobre, una compagnia biotecnologica di recente formazione, la Genentech, offriva sul mercato un milione di azioni al costo di 35 dollari l'una. Dopo appena 20 minuti, le azioni stavano per essere vendute a 89 dollari e, alla fine della giornata, la compagnia era cresciuta di 36 milioni di dollari senza avere ancora immesso neanche un solo prodotto sul mercato. Utilizzando le parole di Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trend, i geni sono stati identificati come la "risorsa grezza di future attività economiche". Per quelli che posseggono la tecnologia e il capitale necessario, la corsa alla vita brevettata era iniziata.
Un brevetto, che normalmente ha una validità compresa tra 17 e 20 anni, consegna al suo possessore i diritti esclusivi per sfruttare un'invenzione a fini commerciale. La qual cosa significa che, nel caso delle colture geneticamente modificate, per esempio, gli agricoltori devono pagare un diritto sul brevetto, delle royalties per l'uso dei semi ingegnerizzati, nonché le sementi prodotte dalle piante ingegnerizzate per tutta la durata del brevetto.
Ma un organismo vivente può essere considerato propriamente una invenzione umana? I geni non sono creati dagli ingegneri genetici che, semplicemente, li spostano da una parte all'altra. Come ha sottolineato un gruppo di scienziati inglesi, "se questo principio fosse stato applicato alla chimica, sarebbero stati brevettati anche gli elementi " (1).

Riferimenti bibliografici:

1. Dalton, H. et al (1997) "Patent threat to research", Nature
2. Brevetti allargati sulle specie
Le multinazionali hanno continuato ad utilizzare le leggi sui brevetti per rivendicare la proprietà di intere specie animali e vegetali, puntando a liquidare come volontà di bloccare la ricerca e la competizione il significato delle rivendicazioni locali, senza riferimento alcuno all'invenzione (1).
Stando al Wall Street Journal, negli Stati Uniti è stata creata almeno una multinazionale il cui "business principale è quello di comprare in blocco brevetti allargati e quindi di portare in giudizio altre compagnie per le violazioni connesse "(2).
· Nel 1994, è stata riconosciuta alla multinazionale Agracetus un brevetto europeo che copre tutte le varietà di soia geneticamente modificate. Le Compagnie concorrenti, compresa la Monsanto, si sono sentite oltraggiate e hanno immediatamente impugnato il brevetto affermando che un tale fatto avrebbe implicato l'effettivo monopolio su tutta la soia GM da parte di un'unica azienda. Monsanto argomentò dicendo che: "l'invenzione manca di un elemento inventivo" e che essa "non…(era) innovativa". Alla fine, la soluzione della Monsanto è stata quella di comprare l'Agracetus insieme con tutti i brevetti, lasciando cadere la vertenza. Come nel caso dei brevetti sulla soia, Monsanto detiene attualmente un brevetto su tutte le varietà di cotone geneticamente modificate, sia in Europa che negli USA.
· Negli Stati Uniti, alla Plant Genetic Systems, una compagnia biotech attualmente di proprietà della AgrEvo, è stato concesso un brevetto su tutte le piante modificate contenenti la tossina Bt.
· Negli Stati uniti, alla Sungene è stato rilasciato un brevetto su una varietà di girasole caratterizzata da un elevato contenuto di acido oleico. Il brevetto non solo include i geni che determinano il contenuto di acido oleico, ma si estende anche a questa caratteristica in quanto tale. La Sungene ha fatto sapere agli altri produttori che lo sviluppo di qualsiasi varietà di girasole caratterizzata da un alto contenuto di acido oleico verrà considerato come una violazione del brevetto (3).
Riferimenti bibliografici
(1) GRAIN (1998) From Patenting, Piracy and Perverted Promises, briefing published by Genetic Resources Action International (GRAIN), Barcelona, Spain.
(2) Lambert W., Hayes A.S. (1990) Investing in patents to suits is curbed. In: Fowler C. (1996) Biotechnology, Patents and the Third World, in Shiva V. and Moser I., eds., Biopolitics: A Feminist and Ecological Reader on Biotechnology, Zed Books, pp.214-225
(3) Shiva, Vandana, Biopiracy: "The Plunder of Nature and Knowledge", Green books, 1998, p.58



2. Biopirateria

I brevetti danno un incentivo commerciale allo sviluppo di Organismi geneticamente modificati e incoraggiano le multinazionali a ricercare per il mondo i geni che potrebbero avere delle applicazioni proficue dal punto di vista commerciale.
Per i Paesi del Terzo Mondo la diversità genetica rappresenta una ricchezza di per sé stessa. Nelle foreste pluviali del Sud vive più della metà delle specie animali e vegetali del mondo.
Nell'ambito di ciò che l'industria chiama "bioprospezione", i ricercatori vengono inviati in queste zone per scovare organismi o piante di valore, spesso sopraffacendo la saggezza delle popolazioni indigene. Quindi riportano ai laboratori i campioni dai quali vengono isolati i principi attivi o le sequenze geniche che saranno brevettate come "proprie" invenzioni.
Per la legge sui brevetti, i sistemi di conoscenza tradizionali e la gente che ha mantenuto e sviluppato la biodiversità nel corso di migliaia di anni contano meno delle normali procedure di laboratorio. In molti casi, alla fine, le comunità devono pagare alle multinazionali i diritti per usare qualcosa che precedentemente era parte integrante della loro eredità.
· In India, l'albero di Neem è stato utilizzato ed apprezzato per migliaia di anni a causa delle sue proprietà antibatteriche ed insetticide. Le multinazionali occidentali hanno ottenuto dozzine di brevetti su queste caratteristiche.
· La bacca dell'oblio, originaria del Gabon nell'Africa Occidentale, contiene un composto dolce che è stato brevettato dalla Università del Wisconsin nella speranza di fare quattrini nel lucrativo mercato dei dolciumi. Nonostante il gusto dolce delle bacche sia ben noto nell'Africa Occidentale, l'università afferma che la sostanza dolcificante (brazzeina) è una sua propria invenzione e non riconosce connessioni con il Gabon.


Riferimenti bibliografici:
(1) Shiva V. (1998) Biopiracy: The Plunder of Nature and Knowledge, Green books, pp 73-75.
- Hirsh M, "Fight For the Miracle Tree", Bulletin,Sep 26,95,pp. 70-71.
- K.Vijayalakshmi et al (1995), Neem: A User's Manual, Centre for Indian Knowledge Systems and Research foundation for Science, Technology and natural Resource Policy, New Delhi.
(2) Vandana Shiva as quoted in V.Reyes (1997), "Sangre de Drago: la comercializacón de una obra maestra de la naturaleza", Biodiversidad y Derechos de los Pueblos Acción Ecológica, Quito, pp. 98-11
(3) GRAIN (1998) Patenting, Piracy and Perverted Promises, briefing published by Genetic Resources Action International (GRAIN), Barcelona, Spain


3. Libero mercato

Molti farmaci moderni provengono da piante tropicali e le comunità indigene hanno una ricca familiarità con le piante medicinali presenti nei loro habitat nativi. Tuttavia l'industria biotech afferma che tale conoscenza assume un valore solo dopo che siano stati spesi i soldi per la ricerca e lo sviluppo dei prodotti commerciali ed usa tale affermazione per giustificare il fatto che le terre e le comunità da cui hanno origine queste risorse genetiche raramente ricevono alcun compenso. Il brano seguente sembra, però, suggerire che le conoscenze tradizionali hanno per l'industria biotech un peso maggiore di quanto riconosca:
" Quando decidiamo di sviluppare un farmaco, questo è stato già usato dalle persone per lungo tempo, in certi casi per centinaia di anni e anche di più. Abbiamo una ragionevole certezza che ci sia una minore responsabilità e (minori preoccupazioni) rispetto al problema della sicurezza…. E quando si sta lavorando su piccole molecole, questo solleva sempre un problema potenzialmente molto significativo e sconosciuto, almeno fino a che non le introduci in qualche sperimentazione alquanto dispendiosa sugli animali o negli stessi esseri umani"
G. Kirk Raab, board chairman and advisor della Shaman Pharmaceuticals
Un rapporto commissionato da Christian Aid ha valutato che la biopirateria sta drenando risorse dal Terzo Mondo per un valore equivalente a 45 miliardi di dollari l'anno. Nelle rare occasioni in cui l'industria biotech paga lo sfruttamento delle risorse genetiche, i termini dell'accordo rimangono iniqui e sproporzionati.
A marzo del 1991, la Merck Pharmaceuticals ha firmato un accordo con il Costa Rica che si stima sia la patria del 5-7% di tutte le specie mondiali. In cambio del diritto esclusivo di monitorare, sviluppare e brevettare nuovi prodotti originati da vegetali, microorganismi ed animali viventi nelle foreste tropicali del Costa Rica, la Merck ha pagato 1.1 milioni di dollari per sostenere un programma di protezione della biodiversità. Con una varietà stimata di 500.000 specie, è come se il Costa Rica avesse ricevuto una quota pari a 2 dollari per ogni specie: e non è molto per una multinazionale che vanta un tornaconto di 8.6 miliardi di dollari l'anno. La Merck si è anche accordata per riconoscere una percentuale non specificata (ritenuta tra l'1 e il 3%) per ogni diritto brevettuale pagato sui nuovi prodotti sviluppati a partire dagli organismi originari di queste foreste. Tale accordo, che è stato sponsorizzato dal governo USA e dalla Banca Mondiale come un "modello" per i Paesi del Terzo Mondo, ha molte delle qualità che hanno caratterizzato lo stile commerciale coloniale negli ultimi 500 e più anni. Certe attitudini sono cambiate poco da quando i coloni europei offrivano regali agli Indiani d'America in cambio del possesso dell'isola di Manhattan. Al tasso di cambio della Merck, le risorse genetiche mondiali potrebbero essere comprate per 20 milioni di dollari americani.

Riferimenti bibliografici:
Hoke F. (16 October 1996) Recently Ousted Genentech President G. Kirk Raab Named Board Chairman At Shaman Pharmaceuticals, The Scientist, Vol: 9, #20, pg.17.
Madeley J. (1996) Yours For Food, Christian Aid, UK.
BNA International Environment Daily (30 June 1993) Biodiversity: Protections Provided in International Pacts Seen As Best Framework for 'Bioprospecting.
- Blum, E. (1993) Making Biodiversity Conservation Profitable: A Case Study of the Merck/INBio Agreement, Environment 35/4, 16-20 and 38-44.
- Convention on Biological Diversity. United Nations Environment Programme. United Nations Doc. Na.92-7807: 9-12.
- Gardner R. N. (1992) Negotiating Survival: Four Priorities After Rio. Council on Foreign Relations Press, New York.
- GATT Focus 98 (April 1993): 1-4.
- "If Biological Diversity Has A Price, Who Sets It and Who Should Benefit?." Nature 359 (October 15, 1992).
- Joyce, C. (1992) Western Medicine Men Return to the Field: Tropical Forest Loss and Fast Lab Techniques are Propelling the Search for Therapeutic Phytochemicals, BioScience 42/6, 399-403.
- McNeely J. A. et al. (1990) Conserving the World's Biological Diversity. The World Bank, World Resources Institute, International Union for Conservation of Nature and Natural Resources, Conservation International and the World Wildlife Fund: Gland, Switzerland and Washington, DC.
- BNA International Environmental Daily (21 July 1992) New Measure Would Cover Extraction of Genetic Resources from Rain Forest.
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- Sheppard Jr. N. (August 12, 1993) Costa Rica Makes Conservation Pay Country to Benefit From Research Using Its Resources, Chicago Tribune.
- "The Biodiversity Treaty; Pandora's Box or Fair Deal?" Science 256 (June 19, 1992): 1624.
- Thernstrom S. (19 April 1993) Jungle Fever: Lost Wonder Drugs of the Rainforest, The New Republic 208, p 12.
RAFI, Bioprospecting/Biopiracy And Indigenous Peoples: RAFI Communique, published by the Rural Advancement Foundation International.
Rifkin. J (1998) The Biotech Century, Tarcher and Putnam, p.54.



4. TRIPs


Nel 1993, nel Bangalore, mezzo milione di contadini indiani protestarono contro i piani di realizzazione di un sistema internazionale dei diritti di proprietà intellettuale favorito dalle corporazioni transnazionali. Questo accordo, il Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights (TRIPs), doveva essere firmato nel 1994 e sarebbe stato amministrato dalla World Trade Organization (WTO) il cui primo obbiettivo in programma è quello di rimuovere le barriere al "libero mercato". Tutti i paesi che non sottostanno agli Accordi del WTO sono soggetti ad essere perseguiti e possono andare incontro ad sanzioni onerose.
I TRIPs rappresentano il frutto di un'iniziativa di una coalizione di multinazionali dall'esplicito nome Intellectual Property Committee che si è imposta sulla vigorosa opposizione dei paesi del Terzo Mondo ricchi di risorse genetiche.
James Enyart, della Monsanto, così si è espresso:
"L'industria identificò un problema grosso per il mercato internazionale. Abbiamo ricercato una soluzione, abbiamo formulato una proposta concreta e l'abbiamo presentata al nostro governo e agli altri. Le industrie presenti sul mercato mondiale hanno giocato contemporaneamente il ruolo di pazienti, di diagnostici e di medici in grado di fornire delle ricette".
L'Accordo TRIPs non impone che le compagnie biotech chiedano un permesso prima di accedere alle risorse biologiche, né richiede che i proprietari dei brevetti condividano i benefici con le popolazioni che abitano le terre da cui hanno origine i geni. Sotto questo accordo, i diversi paesi sono obbligati a modellare le proprie leggi sui brevetti in base alle caratteristiche della legislazione delle nazioni industrializzate, estendendole in modo da includervi gli organismi viventi o attraverso la messa a punto di sistemi equivalenti di proprietà intellettuale.
I governi di tutto il mondo devono urgentemente richiedere che abbiano fine i brevetti sulla vita e le leggi di libero mercato che minano gli sforzi volti a tutelare la biodiversità.
Riferimenti bibliografici:
Enyart J. (1990) A GATT Intellectual Property Code, Les Nouvelles, June 1990, pp 54-56.



5. Brevettazione di animali

Nel 1987, ad un biologo di Harvard veniva assegnato il primo brevetto su un animale. L'"oncotopo" e tutta la sua progenie erano ingegnerizzati per essere geneticamente predisposti a sviluppare il cancro e per essere usati come modelli di ricerca.
Oggi, per la produzione di prodotti farmaceutici, sono stati geneticamente ingegnerizzati molti animali. Alla pecora Tracey sono stati introdotti geni umani nelle ghiandole mammarie in modo che produca nel suo latte una grande quantità della proteina umana inibitrice dell'elastasi detta alfa-1-antitripsina che, negli esseri umani è prodotta soprattutto dal fegato. Il brevetto è stato concesso dalla Pharmaceutical Proteins Ltd. (PPL) i cui portavoci hanno descritto pecore tipo Tracey come: "piccole industrie pelose che camminano per i prati". E' stato detto che il successo di Tracey avrebbe fornito "un forte impulso agli ulteriori sviluppi di pecore transgeniche in qualità di bioreattori per la produzione di grandi quantità di proteine farmacologicamente attive".
La PPL ha anche fatto domanda per un brevetto di ampia portata che copre tutti i mammiferi clonati. Dolly è stato il primo mammifero ad essere clonato con successo nel febbraio del 1997. Un nucleo prelevato da una cellula della mammella di una pecora adulta è stato impiantato in un ovulo privo di nucleo e, trasferito in un'altra pecora, si è sviluppato in Dolly, geneticamente identica alla pecora dalle cui mammelle derivano i nuclei impiantati nelle cellule-uovo.
Recentemente, un gruppo di ricercatori statunitensi ha annunciato di aver clonato una cellula umana e di averla distrutta nelle prime fasi della divisione, appena dopo "il quarto stadio cellulare, quello dello sviluppo in cui un embrione in provetta viene rimesso nell'utero dove, successivamente, si sviluppa". I consiglieri del governo inglese hanno detto che la clonazione di esseri umani completi dovrebbe essere proibita, ma questi esperimenti che utilizzano "la sostituzione di nuclei cellulari" servendosi di cellule umane dovrebbero essere consentiti nell'ambito della ricerca medica.
Riferimenti bibliografici:
European Patent Office, Method for producing transgenic animals, Harvard College, European Patent No. 0169 672.
From Patenting, Piracy and Perverted Promises, briefing published by Genetic Resources Action International (GRAIN), Barcelona, Spain.
Coghlan A. (1 March 1997) One small step for a sheep. New Scientist.
Correspondence from Ma Yong-woon, Biosafety Campaigner at the Environmental Policy Department, Korean Federation for Environmental Movement (KFEM), 251 Nooha-dong, Chongno-gu, Seoul, Republic of Korea. Tel: 82-2-735-7000 fax: 82-2-730-1240. Reported on the 14th December 1998 in the South Korean Newspaper, "Chosun-Ilbo".
Cookson C. (9 December 1998) Cloned body parts, not babies, may get the thumbs up, The Financial Times, London. The Human Genetic Advisory Commission and the Human Fertilisation and Embryology Authority (1998) Cloning issues in reproduction science and medicine. DTI: London.

6. Brevettazione di esseri umani

In seguito alle forti pressioni esercitate al fine di adeguare la legge europea sui brevetti a quella di paesi come gli Stati Uniti, l'UE ha approvato nel Luglio 1998 la "Direttiva sulla Protezione delle Invenzioni Biotecnologiche". L'industria ha convinto il parlamento Europeo che i brevetti sui geni e sulle linee cellulari umane sono essenziali ai fini dell'innovazione e del progresso della ricerca medica. In molti casi, comunque, i brevetti stanno portando alle multinazionali i profitti derivanti dalla ricerca effettuata nel settore pubblico. Piuttosto che promuovere la ricerca per il bene di tutti, i brevetti hanno il potenziale di trasformare in un'industria dai segreti strettamente vigilati, un settore che prima incoraggiava la condivisione delle informazioni e delle risorse.
· Negli UK, il Manchester Regional Genetics Centre ha ricevuto da una multinazionale canadese la parcella per un test di screening della fibrosi cistica; il conto era di 5.000 dollari per i diritti di sfruttamento, più 4 dollari per ogni volta che la tecnica veniva usata (1) .
· Una multinazionale con base negli USA, la Biocyte, ha ottenuto un brevetto su tutte le cellule originate dal cordone ombelicale dei feti e dei neonati. Questo le dà il totale controllo sul prelievo e sull'uso delle cellule ombelicali e su ogni altra terapia sviluppata che sia connessa con tali cellule (2).
· Nel 1996, il mercato mondiale delle linee cellulari e delle colture di tessuti portava a 426,7 milioni di dollari i profitti delle multinazionali (3). Il Progetto sulla diversità del genoma umano, soprannominato dai critici "progetto vampiro", è concentrato sulla raccolta di campioni di DNA provenienti da 722 popolazioni umane, molte delle quali sono popolazioni indigene (4). I ricercatori, tra l'altro, stanno collezionando campioni di sangue, di capelli e di tessuti provenienti dalla popolazione San del Kalahari, dagli aborigeni australiani, dai Penan del Sarawak, dagli Indiani Latino Americani e dai Saami della Scandinavia settentrionale (5).
· E' difficile fare una stima di quanti geni umani siano stati brevettati, ma una compagnia valuta a 1.250 i brevetti che il Patent and Trademark Office americano ha rilasciato sulle sequenze geniche umane (6).
Riferimenti bibliografici:
A Corner House Briefing (1997) No Patents on Life! A Briefing on the Proposed EU Directive on the Legal Protection of Biotechnological Inventions, The Corner House.
GRAIN (1998) From Patenting, Piracy and Perverted Promises, briefing published by Genetic Resources Action International (GRAIN), Barcelona, Spain Also http://www.parliament.the-stationery-office.co.uk/pa/cm199798/cmhansrd/cm970728/debtext/70728-35.htm and http://www.usnews.com/usnews/issue/29cord.htm
RAFI Communique (1997) The Human tissue trade, published by the Rural Advancement Foundation International.
Rafi Communique, "Patents, Indigenous Peoples, and Human Genetic Diversity", May 1993,
Indigenous People Coalition Against Biopiracy (1998) The Human Genome Diversity Project,
- Kreeger, K.Y. (1996) Proposed Human Genome Diversity Project still plagued by controversy and questions. The Scientist, Vol. 10, No. 20, pp.1-8.
RAFI (1995) "Corporations receive patents on human genes and their products" RAFI communique.

7. Brevetti sul Vivente

Decisioni clandestine sulla privatizzazione dei geni
La Direttiva Europea 98/44/CE sulla 'protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche' votata nel '98 dagli stessi parlamentari europei che nel '95 l'avevano bocciata, sta per essere recepita in Italia. Il varo della Direttiva fu qualificato come "la più forte azione di lobby nella storia del Parlamento Europeo" da Willy de Clercq, allora Presidente della Commissione giuridica.
Lo scorso 9 ottobre la Corte di Giustizia Europea ha rigettato il ricorso sulla Direttiva presentato dall'Olanda e sostenuto dall'Italia e dalla Norvegia, attraverso il quale si questionava l'ampiezza del diritto brevettuale sugli organismi viventi, incluso l'uomo.
Il Governo italiano non ha perso tempo e ha deciso di forzare i tempi di recepimento con il ricorso ad un collegato alla Legge Finanziaria attualmente in discussione alle Camere (Art. 6 - Delega al Governo in materia di protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche).
Un vero e proprio blitz per accelerare i tempi di recepimento, per negare un dibattito nel Parlamento sulla questione della brevettabilità del vivente e per blindare il provvedimento nei confronti delle obiezioni avanzate dai gruppi parlamentari sulla scorta delle profonde preoccupazioni che i cittadini nutrono su questo tema.
In Europa, solo quattro paesi hanno ad oggi recepito la Direttiva i cui termini scadevano il 30 luglio 2000. Diversamente, 3 Stati membri, Germania, Belgio e Francia hanno affermato di voler rinegoziare con la Commissione Europea il testo della Direttiva al fine di renderla conforme al Principio di precauzione sancito dal trattato fondamentale dell'Unione e di verificarne la compatibilità con trattati internazionali come la Convenzione sulla Biodiversità di Rio de Janeiro del '92, la Convenzione sulla Bioetica (Consiglio d'Europa) del '96, la Dichiarazione in difesa del Genoma Umano (Unesco) del '95, successivamente integrata nella Dichiarazione sui Diritti Umani delle Nazioni Unite. A questi Accordi internazionali si deve ora aggiungere il Trattato Internazionale sulle Risorse Genetiche Vegetali di recente approvato nel corso della Conferenza della FAO con due sole astensioni (USA e Giappone).
Lo stesso Parlamento Europeo si è appellato, con una risoluzione votata a maggioranza (A5-0076:2001 del 13/3/01), affinché "l'Unione Europea sostenga il divieto alla brevettabilità di piante, animali, microrganismi, processi biologici e microbiologici..." opponendosi alla direttiva da esso stesso votata in precedenza. A questa risoluzione ha fatto seguito la decisione del Parlamento Europeo di ricorrere contro il brevetto sul gene del cancro alla mammella, in sintonia con l'autorevole posizione assunta dall'Istituto Curie di Parigi e di quella, ugualmente critica, della British Medical Association.

Un vasto cartello di associazioni della società civile lancia un appello rivolto al Governo affinché venga stralciato il collegato alla Legge Finanziaria e si rimandi il recepimento della Direttiva 98/44/CE ad un ampio dibattito parlamentare dove possano emergere con chiarezza le posizioni etiche, economiche e politiche in materia di brevetti sulla vita.


FAME NEL MONDO

Fame, produzione di Cibo e sovranita' alimentare
OGM e insicurezza alimentare: una minaccia spacciata per soluzione
La miopia della zootecnia europea alla luce degli accordi commerciali internazionali
Le multinazionali dei semi

L'imprenditoria biotech

Il Paradiso degli OGM - la piu' grande superficie al mondo coltivata apiante transgeniche

L'insicurezza alimentare - come elegantemente viene oggi definita la fame - non si caratterizza per l'insufficiente disponibilità di alimenti, ma per la squilibrata distribuzione dei redditi e l'iniquo accesso alle risorse produttive che rendono precario l'accesso al cibo. La produzione odierna di alimenti a livello mondiale è tale da soddisfare il consumo umano per un valore medio pari a 2.800 calorie pro capite al giorno a fronte di 2.500 calorie ritenute la soglia media per un'alimentazione adeguata.

Siamo quindi in una condizione di 'abbondanza iniqua' e l'evocazione di un deficit produttivo per sottolineare il bisogno di espansione delle colture transgeniche in un mondo sovrappopolato, è solo un'arma retorica spuntata. Come ha affermato l'economista indiano Amartya Sen, vincitore del premio Nobel nel 1998, "la fame è il risultato del non avere abbastanza da mangiare. Non è il risultato del non esserci abbastanza da mangiare".
Dei circa 800 milioni di affamati stimati nel mondo dalla FAO, circa 600 milioni vivono in ambiente rurale dando vita a quello che si può definire il paradosso delle campagne affamate. Questo paradosso è frutto, in particolar modo, della povertà che caratterizza molte aree rurali dei paesi del sud del mondo, una condizione aggravata dall'ingiustizia sociale nell'accesso alle risorse produttive, quali la terra, l'acqua e le risorse genetiche.

L'accesso e la gestione della biodiversità di interesse agricolo sono dunque cruciali se consideriamo che l'insicurezza alimentare si combatte diversificando e arricchendo le fonti di approvvigionamento alimentare. Difendere l'accesso alla diversità biologica, a partire dalle specie chiave per l'alimentazione si rivela dunque cruciale e non è un caso che molta ricerca biotecnologica e la conseguente copertura brevettuale sia particolarmente orientata su colture quali frumento, riso e mais, le specie che garantiscono più del 60% delle calorie d'origine vegetale. Per quanto il 95% del fabbisogno alimentare complessivo sia fornito da sole 30 specie di piante, nel pianeta sono oggi coltivati 1500 vegetali diversi i cui centri di diversità genetica sono prevalentemente concentrati nei paesi del sud del mondo dove incombe la minaccia di biopirateria e di privatizzazione della biodiversità attraverso i brevetti: è grazie a loro che si esercita un controllo sui semi in commercio e quindi su cosa e come si coltiva e si mangia. Una minaccia aggravata dalla beffa della retorica della fame usata proprio da chi sta mettendo le mani sulle risorse genetiche.

Anche il tanto reclamizzato riso transgenico arricchito con vitamina A (golden rice), comunque ben lungi dall'essere pronto per la commercializzazione, affronta il dramma della malnutrizione attraverso un approccio semplicistico che non prende in considerazione né le cause e la complessità del problema, né la gamma di soluzioni a basso costo rappresentate dalla diversificazione della dieta attraverso vegetali (olio di palma, carote, verdure a foglia larga) ampiamente presenti nelle regioni dove la carenza di vitamina A si manifesta. Si tenga presente, infine, che una donna in normali condizioni di salute dovrebbe ingerire ogni giorno una quantità di riso pari a 9 chili per soddisfare il proprio fabbisogno di vitamina A.



Fame, produzione di Cibo e sovranita' alimentare

un libro di Luca Colombo, campaigner OGM di Greenpeace
L'uomo nasce, cresce, si riproduce e muore, come qualsiasi altro animale, ed ogni giorno della sua vita, si nutre o vorrebbe farlo.
Sfamarsi è un atto, una funzione, un rituale, un momento di comunione, una necessità, uno sforzo o un piacere che interessa più di sei miliardi di esseri umani, ma mentre per alcuni rappresenta una parentesi nella giornata, per altri costituisce una lotta quotidiana e un diritto da conquistare.

Il binomio agricoltura-alimentazione rappresenta dunque una sfida di portata strategica: un quinto dell'umanita' coltiva la terra,montre la sua totalita' si nutre o vorrebbe farlo.
Dalla composizione delle forze in gioco si ricava un quadro aspro, che vede da un lato centinaia di contadini schiacciati da una concorrenza iniqua e da rapporti di filiera squilibrati e dall'altro un mondo di consumatori con fragili garanzie alimentari, da intendersi come certezza dell'accesso al cibo e come certezza dell'integrita' sanitaria e organolettica degli alimenti.
È su questa complessa relazione che si intreccia il dibattito sulla sicurezza alimentare confondendo e mescolando il diritto ad accedere al cibo e alle risorse con cui produrlo con le garanzie igieniche che devono essere assicurate. Da qui la proposta di ragionare in termini di sicurezza degli alimenti - se ci si limita a considerazioni sulla loro innocuità - e di sovranità alimentare - per rendere più completa l'idea di sicurezza alimentare, integrando controllo democratico sul cibo e certezza dell'accesso alle risorse produttive.

La sovranità alimentare rappresenta dunque la sfida alle politiche di liberalizzazione in agricoltura orientate ad una globalizzazione alimentare che ad oggi rappresenta più un obiettivo per i pochi che ci potrebbero guadagnare, che una realtà dei fatti, se è vero che solo poco più del 10% della produzione agricola mondiale viene scambiata sul mercato internazionale.


 

OGM e insicurezza alimentare: una minaccia spacciata per soluzione
Luca Colombo

Dall'8 al 13 giugno 2002 si terrà a Roma il Forum delle organizzazioni sociali e non-governative sulla Sovranità Alimentare parallelo al Vertice Mondiale sull'Alimentazione-cinque anni dopo della FAO. Due appuntamenti di grande importanza nel corso dei quali verranno prodotte riflessioni e ricette diverse per affrontare il dramma dell'insicurezza alimentare che affligge nel mondo più di 800 milioni di persone, per attenersi alle stime ufficiali.

Al Forum si arriva dopo un lungo lavoro di preparazione anche a causa del rinvio del Vertice FAO che si sarebbe dovuto tenere a novembre dello scorso anno, ma che è slittato a causa dei tragici fatti di Genova e dell'11 settembre (l'insicurezza poliziesca a valere su quella alimentare). Ancora una volta si è avuta testimonianza di come gli interessi collettivi vengano subordinati, nell'attuale definizione dell'agenda internazionale, agli interessi particolari, come si manifesta nella dialettica impari fra le Organizzazioni delle Nazioni Unite, quali la FAO, e quelle che governano e spronano il commercio internazionale, quali il WTO, il cui Summit di Doha non ha dovuto aggiornare i lavori, nonostante la concomitanza di una guerra a poche centinaia di chilometri di distanza e la parziale sovrapposizione temporale con quello che doveva essere il Vertice della FAO.

La sfida dei movimenti popolari è dunque quella di ricondurre nell'agenda politica internazionale la questione agricola e alimentare quale chiave degli equilibri del pianeta oltre che della sopravvivenza collettiva, e di riaffermare che la lotta alla fame si può vincere nel momento in cui la si consideri come l'esigenza di dare risposta ad un diritto umano fondamentale e non come la sfida a soddisfare un semplice bisogno primario. Non si tratta di una sciocca distinzione intellettuale o di una questione di lana caprina: la 'semplice' attenzione ai bisogni e alla loro soddisfazione non permette che se ne affrontino e rimuovano le cause, o che si individuino obblighi e responsabilità precise che portino alla soluzione dei problemi che vi sono a monte; i bisogni primari vengono così catalogati secondo gerarchie di priorità (la sicurezza alimentare rappresenta senz'altro una priorità, ma questo potrebbe andare a scapito di altre esigenze quali quelle educative o di alloggio) rischiando di affidare la fame a soluzioni caritatevoli e non di sviluppo. Inquadrare invece i problemi del sottosviluppo - e dell'insicurezza alimentare - attraverso gli occhiali dei diritti fondamentali di un essere umano, permette di contemplare responsabilità circostanziate al fine di proteggere e soddisfare tali diritti e di riconoscere il loro carattere universale perseguendo con pari determinazione sia il risultato finale cui si traguarda che le modalità attraverso le quali lo si persegue.
Per capire la differenza che può esserci nei due approcci, si può ricorrere alla esemplificazione fatta da Urban Jonsson rappresentante dell'Unicef per l'Asia meridionale nel corso del Secondo Incontro Internazionale sul Diritto al Cibo e alla Nutrizione tenutosi nel 2000 a Ginevra: "secondo l'approccio legato ai diritti di base può essere gratificante pensare che l'80% dei bambini sono stati vaccinati, mentre secondo l'approccio legato alla piena realizzazione dei diritti umani questo significherebbe che il 20% dei bambini non hanno visto riconosciuto il loro diritto ad essere vaccinati". Sono dunque fondamentali le strategie che si identificano per risolvere i problemi dell'insicurezza alimentare e per rimuoverne le cause, non certo il ricorso a interventi tampone o la 'sterile' - e tutta da dimostrare - moltiplicazione di produzioni che risultano inaccessibili per chi vive nelle periferie del pianeta senza fonti di reddito o con precario accesso alle risorse produttive. Sterile come sono le sementi transgeniche coperte da brevetto che non si possono riseminare senza pagarne le royalties alla multinazionale che le ha prodotte, o sterile come le sementi che rischiano di arrivare domani, manipolate per non rigerminare dopo il raccolto in modo da rendere inviolabile il diritto brevettuale attraverso la stessa tecnologia applicata al seme.
Il Forum delle organizzazioni popolari e non governative sulla Sovranità Alimentare concomitante al Vertice FAO del giugno 2002 rappresenta la sede dove approfondire le riflessioni sugli OGM e la brevettabilità del vivente anche grazie al contributo di centinaia di delegati di tutto il mondo.
Non a caso in uno dei documenti di riferimento che preparano i lavori del Forum intitolato "Una strategia della società civile per far fronte alla fame nel mondo" si può leggere un capitolo dal significativo titolo Gli OGM: la maggiore e più recente minaccia alla sicurezza alimentare. In questo testo si può leggere che sin dal 1996, anno del Summit Mondiale sull'Alimentazione della FAO, le aziende multinazionali hanno fatto opera di pressione per far passare il principio che i cibi transgenici avrebbero rappresentato una nuova soluzione al problema della fame, mentre invece ne simbolizzano e rappresentano l'aggravarsi delle sue cause. Gli OGM costituiscono, infatti, una minaccia non solo per il mondo contadino, che non può affrontare l'adozione di una tecnologia estremamente costosa, ma anche per l'agricoltura in generale. L'inquinamento delle risorse genetiche colpisce le stesse fondamenta dell'attività primaria rendendo drammatica la vulnerabilità di quei sistemi agrari 'biodiversi' su cui le società contadine costruiscono le loro strategie di sopravvivenza alimentare e di inserimento in uno spazio economico. Il libero accesso a queste risorse genetiche subisce infatti un colpo mortale nel momento in cui viene compromesso un sistema di utilizzazione e rigenerazione delle sementi che viene prima inquinato e poi marginalizzato. La minaccia che incombe finanche sui centri di origine delle specie, come dimostrato dal caso del mais messicano contaminato da varietà transgeniche descritto dall'autorevole rivista Nature lo scorso mese di settembre, rende emblematico l'attacco alle radici stesse dell'agricoltura. La contaminazione genetica caratterizzata da sostanziale irreversibilità rappresenta inoltre una forma originale di assedio (dall'interno, in piccole quantità, pressocchè invisibile) che apre brecce nei sistemi agrari costringendoli ad una resa incondizionata. Non a caso il tentativo in Europa dell'industria biotecnologica - nei fatti e non a caso in buona parte coincidente con quella sementiera - di imporre norme sui semi convenzionali che includano la logica della contaminazione accidentale con sementi transgeniche può, a ragione, indurre a parlare di semi di Troia attraverso i quali conquistare interi sistemi agricoli. Non va infatti dimenticato che il cardine di ogni agricoltura riposa sulla diversità della semente e sulla gestione - collettiva o oligopolistica che sia - che di questa si fa.

Gli OGM minacciano in maniera diretta e 'brutale' la biodiversità planetaria, con particolare riguardo a quella di interesse agrario, ma rappresentano anche una nuova e più perversa opportunità di controllo su una risorsa strategica come il cibo: la storia può aiutare a capire che i rapporti di potere fra chi detiene la terra e gli strumenti di produzione - quali sono oggi le tecnologie avanzate - e chi non ne dispone, sono determinanti nello stabilire l'accesso al cibo e alle risorse fondamentali alla sua produzione (3/4 delle persone in condizioni di insicurezza alimentare nel mondo vivono in ambienti rurali). Come illustrato da Massimo Montanari nel libro La fame e l'abbondanza, l'introduzione del mais in Europa, a seguito della conquista delle Americhe, fu inizialmente circoscritta agli orti contadini (oltre ai giardini botanici) rappresentando sia una base per l'autosussistenza che una sorta di zona franca rispetto alla corresponsione dei canoni di coltivazione dovuti al proprietario delle terre, in quanto spettanza specifica della famiglia coltivatrice. Alla fine del XVI secolo, però, il mais cominciò a suscitare l'interesse dei proprietari terrieri che lo inclusero a pieno titolo nei patti agrari, adeguando la coltura ai cereali tradizionali per quanto concerneva i canoni di concessione. I contadini cominciarono così a opporre resistenza alla diffusione della coltura, apprezzata invece dai proprietari per la sua produttività tale da consentire notevoli entrate attraverso l'esazione. Entro breve si andarono quindi a definire due livelli di consumo fra loro separati e non comunicanti: la popolazione contadina era spinta e di fatto costretta a consumare mais, mentre il frumento finiva ad alto prezzo su mercati per lo più urbani, permettendo nel XVII e XVIII secolo l'accumulo di rendite dei proprietari terrieri. In questo senso, conclude Montanari, l'impoverimento della dieta contadina, fattasi ancora più monotona che in passato, fu funzionale allo sviluppo del capitalismo agrario.

Una interpretazione attualizzata di quanto accadde nelle campagne europee in età moderna permette di comprendere quale impatto possono riservare le colture transgeniche, specialmente nei paesi in via di sviluppo. Vale la pena provare a traslare nel tempo - fino a oggi - alcuni elementi messi in luce dalla sintetica illustrazione dell'ingresso del mais in Europa: i canoni di coltivazione diventano le royalties da riconoscere ai sensi del diritto brevettale sulle sementi; l'asservimento ad uno schema di coltivazione imposto da rigidi termini mezzadrili si aggiorna nel vincolo contrattuale che con l'acquisto delle sementi OGM impedisce la risemina dei raccolti che ne derivano, salvo un nuovo pagamento dei diritti brevettuali; l'oligarchia terriera si trasforma in un nucleo ristretto di giganti del sistema agroindustriale; la separazione fra due distinti sistemi di consumo si traduce nella trasformazione in grande scala industriale e zootecnica delle commodities manipolate geneticamente a far da contrasto ad un paniere di prodotti di qualità per un mercato d'èlite; la gogna e l'espulsione dalle terre dei contadini e dei coloni inadempienti agli obblighi delle decime si modernizzano nelle sanzioni inflitte dai tribunali dove compagnie come la Monsanto trascinano gli agricoltori sui cui terreni gli investigatori al soldo delle multinazionali trovano piante coperte da brevetto. È questo il caso di Percy Schmeiser, agricoltore canadese settantenne, ritenuto colpevole da un tribunale canadese di 'ospitare' sulla sua terra piante di colza transgenica della Monsanto, senza che a questo corrispondesse il versamento delle royalties alla multinazionale; Schmeiser è risultato innocente per l'uso fraudolento della semente, ma il giudice, nel dispositivo della sentenza, ha affermato che il reato era tale indipendentemente da come il seme fosse giunto sul suo terreno, ossia che "l'origine della colza resistente al Roundup (l'erbicida della Monsanto da impiegare sulle sementi geneticamente modificate, NdA) … è certamente non significativa per dirimere le ragioni della violazione".

Si tratta quindi di un perfetto esempio di come un agricoltore subisca un danno (ecologico, ma anche economico per la contaminazione della semente di colza a lungo selezionata in azienda) e si ritrovi sul banco degli imputati, non solo metaforicamente, per violazione del diritto brevettuale, con 15 mila dollari canadesi di multa da versare alla Monsanto e la produzione confiscata.
Non a caso Montanari concludeva che "un nuovo cibo vuol dire una nuova produzione e una nuova produzione significa un nuovo tipo di rapporti economici, quindi una lotta sociale intorno ai rapporti preesistenti".

Il Forum sulla Sovranità Alimentare rappresenta il luogo di incontro non solo fisico dell'insieme delle organizzazioni e dei movimenti che hanno individuato nel grande tema della sovranità alimentare, ossia la lotta per la democrazia alimentare e per la centralità contadina, la sfida da lanciare alla comunità internazionale e ai centri di potere locali e nazionali, una sfida che vede negli oligopoli agroalimentari la prima delle controparti. È fin troppo facile riconoscere nelle multinazionali l'espressione delle attuali forme di controllo e dominio sugli alimenti e su chi li produce: sono i nuovi 'dittatori alimentari' in un mondo trasformato in un pool ristretto di poche monocolture coperte da brevetto, un sistema agricolo e alimentare non più espressione di un bene collettivo. L'ingegneria genetica, ne rappresenta lo strumento sottile di controllo, una tecnologia 'privatistica' monopolizzata nelle mani di un numero ristretto di multinazionali in gara fra loro (quando non orientate a fondersi in imperi economici sempre più imponenti) e agenti loro stesse di una selezione darwiniana che falcidia le aziende minori, capaci quindi di condizionare la forma dei sistemi agricoli e alimentari. Ci si deve pertanto chiedere: quale sarà il futuro di colture centrali nella dieta del pianeta come frumento, riso o mais? quale menù si ha in mente per un continente quale l'Africa? chi pagherà il conto in caso di disastro ecologico e perdita o inquinamento della biodiversità?
Per queste fondamentali ragioni le organizzazioni popolari e non-governative hanno riconosciuto nel Forum sulla Sovranità Alimentare la sede e l'occasione per lanciare un appello per una moratoria sull'uso di colture transgeniche e ribadire che sul vivente la logica brevettuale deve considerarsi inapplicabile. Il Forum è stato lungamente preparato dalle ONG e dalle organizzazioni contadine del pianeta che hanno realizzato un'attenta valutazione dei fallimenti del Piano d'Azione del Vertice del '96 e individuato per ogni dimensione regionale e tematica le sfide da affrontare nei prossimi anni. La convinzione di fondo è che le ricette prodotte nel primo Summit FAO del 1996 siano state del tutto inadeguate ad affrontare i pur minimalisti propositi di dimezzare entro 30 anni il numero di persone in condizioni di insicurezza alimentare.

I temi di analisi su cui le organizzazioni popolari e non-governative hanno dunque deciso di confrontarsi alla ricerca di una piattaforma politica e di un piano di lavoro da rilanciare al Vertice governativo, sono stati individuati secondo tre aree prioritarie:

· Sovranità alimentare (compresi i problemi legati alla democrazia e alla partecipazione, il diritto dei paesi e delle popolazioni di determinare le loro politiche agricole e alimentari, le questioni del commercio, i prezzi, il dumping, la sicurezza del cibo);

· Diritti: al cibo e alle risorse (comprese le questioni sul diritto alla terra e sulla sicurezza del possesso dei titoli fondiari, all'accesso all'acqua, alla biodiversità), diritti dei lavoratori, diritti dei popoli indigeni;

· Modelli agricoli alternativi (compresa una critica sui modelli industriali, la presentazione dei modelli alternativi esistenti, l'accesso e la scelta della tecnologia, i temi riguardanti gli OGM e i brevetti sul vivente).


Su questa piattaforma anche la società civile italiana è chiamata a intervenire portando il suo contributo nell'ambito dei gruppi di lavoro aperti dal Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare (per informazioni: tel. 06 39.37.65.18, e-mail ngoforum@libero.it).


La miopia della zootecnia europea alla luce degli accordi commerciali internazionali

WTO uguale globalizzazione, un refrain comune a chi la globalizzazione la combatte e a chi la santifica. Ma è un'equazione valida anche per l'agroalimentare?
Nel 1995 il varo del WTO ha portato con sé l'inserimento a pieno titolo dell'agricoltura nei processi di liberalizzazione mondiale, dalla quale era in precedenza esclusa, attraverso l'Accordo sull'Agricoltura (AoA, l'acronimo inglese), a corollario del quale sono stati siglati anche altri trattati di grande rilevanza sulle politiche agricole ed alimentari, quali l'Accordo sulle Barriere Tecniche al Commercio (TBT), sulle Misure Sanitarie e FitoSanitarie (SPS), sui Diritti sulla Proprietà Intellettuale Connessi al Commercio (TRIPs).
Liberalizzare il mercato agricolo: un principio secondo il quale l'agricoltura viene posta alla pari di un qualsiasi altro settore produttivo, il cibo ritenuto alla stregua di un qualsiasi altro prodotto industriale e la sicurezza alimentare concepita come semplice fornitura di cibo a basso prezzo. È l'approccio mercantilista dominante che così declina e interpreta le attività sociali dell'uomo e le sue relazioni con l'ambiente che lo ospita. Questa lettura, che pone l'accento sulla liberalizzazione del commercio agricolo, dovrebbe far leva su uno dei motori del mercato globale: il vantaggio comparato. Lo slogan vantaggio comparato - come l'espressione sostanziale equivalenza in tema di biotecnologie - è utilizzato nel sostenere la spinta liberista nel commercio mondiale, ossia la strutturazione dei settori produttivi in modo tale da poter esportare quanto viene prodotto in modo più economico di altri, così concorrendo alla copertura generalizzata dell'offerta, e da garantire la copertura dei fabbisogni interni con le entrate che si generano. "La teoria (del vantaggio comparato) può essere corretta, il risultato é disastroso per il sistema agricolo dei PVS (...), la sussistenza delle famiglie contadine può subire una minaccia letale su una scala colossale se queste vengono esposte alla concorrenza internazionale" sostiene B. Lal Das, ex negoziatore del GATT per il governo indiano.
In una visione nord-sud delle relazioni agricole, la questione del vantaggio comparato implica pesanti ricadute: si inducono i paesi del sud del mondo ad orientare la propria produzione verso merci 'di lusso' (frutta tropicale, fiori, carne, gamberetti) per un mercato del nord sociale (e non solo geografico), destinando il soddisfacimento del proprio fabbisogno alimentare all'importazione e quindi fragilizzando la sicurezza nazionale che si espone alle intemperie economiche e politiche del mercato (sovente controllato dalle multinazionali agroalimentari). La stessa eventuale disponibilità di derrate a bassi prezzi, propagandata dai sostenitori della liberalizzazione dei commerci agricoli quale chiave di sicurezza alimentare per le fasce più povere delle società, ha come effetto conseguente quello di porre sotto maggiore pressione le comunità contadine - spesso proprio la fascia più impoverita e, paradossalmente, affamata della popolazione - che per mantenere un livello di reddito adeguato devono disporre di maggiore terra da coltivare (se disponibile e acquisibile) esacerbando la questione fondiaria.

Forti del criterio del vantaggio comparato e per dare ulteriore impulso alla liberalizzazione dei mercati, inclusi quelli agricoli, a Doha il Vertice del WTO ha dato il via ad un nuovo Round negoziale. In Qatar le decisioni adottate sulla direzione da seguire sono state poche e quelle apparentemente sancite, come l'eliminazione progressiva dei sussidi all'esportazione, restano sotto il capestro delle formulazioni vaghe imposte dall'Europa, dietro enorme pressione della Francia.

Ulteriore impulso alla globalizzazione, si diceva. Ma di cosa si parla quando si coniuga globalizzazione con agricoltura? dei mercati? delle regole commerciali? dei flussi di merci? delle culture alimentari? di una rete globale di sicurezza alimentare?

Almeno in apparenza sembrerebbero globali(zzate) le regole del gioco sancite con l'AoA in ambito WTO. Ma, come insegna la storia della cosiddetta tariffazione sporca grazie alla quale UE e USA, dopo avere sostanzialmente scritto l'Accordo, si sono saputi ben muovere fra le sue pieghe, sembra che queste regole abbiano carattere discrezionale. L'AoA prevede, infatti, che un paese stabilisca un processo di riduzione progressivo delle tariffe, ma nell'ambito di questo impegno é libero di scegliere i prodotti e l'ammontare delle singole tariffe per ogni prodotto. Per raggiungere l'obiettivo di riduzione medio del 36% in valore (nel nord, per il sud il valore è del 20%) ci sono ovviamente molte strade: quella percorsa da tutti i paesi industrializzati vede una ponderazione che abbassa del 15% (il livello minimo ammesso) le tariffe dei prodotti economicamente più importanti e di valori molto superiori quelle dei prodotti marginali. E' così che gli USA hanno programmato riduzioni del 15% per zucchero, latte in polvere, carni bovine o agrumi, mentre per l'aglio la riduzione è dell'85% e per i lamponi del 75%. Se questo non appare significativo, si consideri che le riduzioni avvengono su valori preesistenti molto diversi fra loro, per cui, sempre negli Stati Uniti, la riduzione del 20% della tariffa del pollame la vede passare dal 110 all'88%, quella del 15% della lana passa dal 220 al 187% e quella dello zucchero di bietola sempre del 15% passa dal 421 al 357%, mentre la consistente riduzione dell'uva secca pari al 55% fa scendere i valori tariffari dal 3 all'1.4%! Per essere chiari: un paese può ridurre del 15% le tariffe di 3 prodotti importanti con valori iniziali molto elevati e del 100% un quarto prodotto marginale, con protezione a pochi punti percentuali, soddisfacendo al vincolo del 36% complessivo non essendoci alcun obbligo di ponderazione dei valori finali delle tariffe.

La tarrifazione sporca rappresenta un esempio che si può estendere ai restanti capitoli di applicazione dell'Accordo (sovvenzioni interne, sussidi all'esportazione) per comprendere i quali può tornare utile la seguente tabella.

Dominazione dei paesi industrializzati per i diversi tipi di sostegni agricoli

Paesi industrializzati
Paesi del Sud

Sovvenzioni all'esportazione
Più del 90% del totale mondiale
Meno del 10% del totale

Esportazioni mondiali agroalimentari: 1995 - 1998
70,4%
29,6%