Collettivo redazionale di "Posse"
Cartografare contrade a venire
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Scrivere vuol dire cartografare contrade a venire.
Gilles Deleuze Felix Guattari


Questo vuole essere un testo d’inchiesta su un frammento della guerra globale permanente. Non una semplice raccolta di testimonianze di chi era appena tornato dalla Palestina. Ma neanche un’analisi politica della situazione mediorientale nella seconda intifada. Si tratta di una ricerca collettiva, frammentaria e parziale, che non ha in nessun modo l’ambizione di essere neutrale ed equidistante. La strada che abbiamo voluto percorrere è stata un’altra, quella dell’inchiesta in quanto valido strumento conoscitivo il cui obbiettivo è quello di creare conoscenza pratica, operativa. Ridurre, quindi, la distanza tra le nuove situazioni che ci troviamo davanti e la nostra capacità di affrontarle, di agirle e di trasformarle. Il metodo dell’inchiesta consiste proprio nel ricercare il punto in cui i comportamenti delle soggettività lasciano intravedere nuovi ed inediti spazi d’azione, il punto in cui la presenza e la testimonianza si rovesciano in critica, in cui, impazzite tutte le bussole, si sperimentano sentieri sconosciuti. Inchiestare vuol dire cartografare contrade a venire. È per questo motivo che non pubblichiamo un libro sulla Palestina, ma un libro sulla ‘carovana’ in Palestina. Lo facciamo provando a partire da chi, pur essendo (e, nello stesso tempo, in quanto) estraneo al conflitto mediorientale ha provato, attraverso il percorso della carovana, a mettere in luce il conflitto stesso. Proviamo a partire dal concetto e dalla pratica dell’interposizione per mostrare l’asimmetria dello scontro fra l’esercito israeliano e la popolazione palestinese. Partiamo dalla diplomazia dal basso per dichiarare finita la paradigmaticità dello scontro fra stati sovrani definiti, allorché le regole internazionali e le istituzioni che hanno il potere di farle rispettare entrano in una fase di assoluto mutismo o di impotente lamentela. E’, insomma, a partire dalla constatazione dell’esaurimento della forma tradizionale di regolazione internazionale dei conflitti fra stati che ci rendiamo conto chiaramente di avere a che fare con una forma inedita del conflitto bellico. Il nostro intento è quello di far parlare attraverso interviste e racconti i fratelli e le sorelle che hanno tentato, con i propri corpi nei territori occupati, proprio nella fase più acuta della repressione dell’esercito israeliano, non, ovviamente, di fermare la guerra ma quantomeno, di incepparne alcuni dei meccanismi fondamentali. Raccontare la dimensione paradigmatica della guerra globale permanente partendo da chi vi si oppone scontrandosi anche con le aporie del pacifismo tradizionale e cercando di sperimentare qualcosa di diverso, ci consente di parlare dell’isolamento della popolazione palestinese, della macchina mediatica della guerra globale contro il terrorismo e della paralisi dei tradizionali meccanismi del diritto internazionale.
E’ per questo che , nel libro che state leggendo, non troverete né solo analisi sulla guerra contro i civili in Palestina, in particolare, o sulla guerra globale, in generale, né solo i racconti, narrazioni o descrizioni di stati d’animo di chi, durante la carovana, stava lì. Troverete entrambi, mescolati, perché riteniamo che per fare un ragionamento politico su quest’importante sperimentazione di percorsi di interposizione e di diplomazia dal basso non si possa prescindere dalla dimensione dell’esperienza e della narrazione così come, viceversa, è impossibile narrare questa sperimentazione senza riflettere su cosa ha portato molti dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, a mettere in gioco i propri corpi nel cuore di un conflitto che, in quel periodo, stava raggiungendo il suo acme. Così come crediamo sia d’obbligo, fare una “verifica” di questa sperimentazione per modellare, strada facendo, nuovi strumenti per una militanza globale. E per fare questo non possiamo non partire da quei militanti globali, a cui dedichiamo questo libro, i cui corpi, oltre ad essere corpi interposti e comunicanti, sono anche potenti “fabbriche” di emozioni, desideri, saperi ed intelligenze che, mescolandosi tra loro, ibridandosi, creano nuove comunità, nuovi territori, nuovi mondi possibili.
Sarà forse utile quindi entrare nel merito delle questioni che questo particolare angolo prospettico ci pone davanti.

Diplomazia dal basso
Sembrerà strano, forse anche paradossale, per chi sperimenta da anni ipotesi di conflitto sociale, parlare di diplomazia. L’uso della diplomazia appartiene indubbiamente ad un modo di far politica distante anni luce da chi tenta di innescare dinamiche di trasformazione radicale. Per questi ultimi la diplomazia è stata, casomai, uno strumento del “nemico” per sedare i conflitti in corso e non certo uno strumento di liberazione. Eppure l’interesse che suscita l’uso antagonistico di questa espressione è tutto interno a questo paradosso.
La seconda intifada mostra immediatamente dei caratteri peculiari che ci spingono a ritenerla non riducibile alla forma conosciuta dello scontro bellico interstatale proprio della modernità che la inseriscono a pieno titolo dentro la cornice della guerra globale permanente avviata con l’attacco dell’autunno scorso in Afghanistan. L’elemento principale di questa nuova cornice è l’assenza più totale dei meccanismi di mediazione politica. La dissoluzione degli stati nazione come soggetti sovrani e relativamente indipendenti nel contesto mondiale fa di ogni guerra una guerra intestina, meglio, una guerra civile. Il termine guerra civile va qui interpretato come guerra contro i civili. Ora, perché si dia questa sospensione delle dinamiche di mediazione, i civili stessi non devono poter godere di alcun diritto, devono essere, nella loro generalità, colpevoli. La stretta repressiva dell’esercito di Sharon benché abbia dei tratti associabili all’azione di guerra, viene presentata percepita e giustificata come azione di polizia, anzi come ‘lavoro’ di polizia. Il nemico nelle dinamiche del comando imperiale, deve essere spogliato dei suoi caratteri di ‘corpo politico’ per essere ridotto a ‘corpo criminale’. Questo meccanismo di costruzione imperiale del ‘nemico pubblico’ era presente per esempio anche nelle giornate di Genova, dove le moltitudini che contestavano il G8, sono state ridotte nella rappresentazione mediatica, a ‘plebe’ microcriminale e rabbiosamente distruttiva. Tale depoliticizzazione del corpo del nemico ha portato nelle piazze genovesi a l’impossibilità di appellarsi a qualsiasi strumento di mediazione politica. In Palestina ci sembra essere avvenuta una cosa simile (facendo le dovute proporzioni): l’affermazione nei fatti dell’identità, o perlomeno dell’omologia, tra popolazione civile palestinese e terroristi, tra Arafat-capo responsabile dei terroristi ha fatto saltare qualsiasi ipotesi di mediazione politica (un capo di stato non può trattare con un terrorista). Non è un caso che sia Sharon stesso ad insegnarci che rimarcare il carattere imperiale dall’attacco ai palestinesi come ‘potenziali terroristi’, da una parte ne giustifica al mondo intero l’efferatezza, dall’altra congela l’azione del diritto internazionale e della sua diplomazia. In questa situazione, fare diplomazia dal basso assume un significato politico del tutto particolare.
Innanzitutto bisognava mettere mano alla dinamica mediatica della guerra contro il terrorismo. L’azione dei numersi mediattivisti all’interno della carovana, ha avuto la funzione preziosa di moltiplicare le emissioni di comunicazione e di visibilità. L’interposizione dei corpi in Palestina è stata innanzitutto interposizione di ‘corpi linguistici’, essi hanno funzionato come veri e propri media, hanno infatti mostrato grazie alla loro presenza, che dietro il deterritorializzato nemico pubblico vi era un territorio in pezzi, distrutto e assediato dai carri armati, che dietro i corpi esplosivi vi erano i corpi feriti uccisi e offesi della popolazione civile palestinese. Diplomazia dal basso come creazione di un altro spazio di visibilità.
Ma diplomazia dal basso vuol dire soprattutto riattivazione dello spazio politico.
Particolarmente significativo in questo senso è stato l’incontro con Arafat da parte di alcuni attivisti della carovana che, disobbedendo al coprifuoco imposto dall’esercito israeliano sono riusciti, disorientando gli stessi militari, a rompere l’assedio e l’isolamento del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese. Gli attivisti una volta entrati nella residenza dell’Anp hanno rifornito di viveri e di batterie per i telefoni cellulari Arafat e le sue guardie, consentendo a questi non solo di poter sopravvivere all’assedio imposto dall’esercito ma anche di ristabilire le comunicazioni e il fragile filo della trattativa da giorni definitivamente interrotto. Quest’azione esprime esemplarmente la pregnanza politica della diplomazia dal basso. Essa, proprio in quanto agita da soggetti non riducibili alle due parti in conflitto, interrompe momentaneamente la rappresentazione binaria (polizia/criminali, vittime/carnefici, sicurezza/terrore) dei soggetti coinvolti. In verità, la diplomazia dal basso, cosi come è stata praticata nei territori occupati, si presenta da subito come uno sviluppo ulteriore del concetto e della pratica della disobbedienza. Non solo e non tanto perché essa necessita della violazione di leggi per essere attivata, quanto perché opera precisamente sul nesso legittimità e legalità. La chiusura totale dello spazio di azione politica dei palestinesi durante l’occupazione era, come abbiamo già mostrato, tutta interna alla definizione da parte del governo israeliano dello stato di illegalità e quindi d’illegittimità della popolazione civile palestinese e dei suoi rappresentanti. La diplomazia dal basso ha funzionato come una diversa e imprevista fonte di legittimità in quanto derivava, non dal governo israeliano ma neanche dall’autorità palestinese messa definitivamente fuori gioco, l’elemento ‘altro’ non poteva che essere un elemento ‘terzo’ cioè la società civile internazionale.
Il nesso paradossale che avevamo prima messo in luce fra diplomazia, disobbedienza e conflitto sociale trova la sua soluzione logica e politica nell’affermazione che il conflitto sociale può dispiegarsi se e solo se si muove dentro uno spazio, questo spazio è definito dal consenso (anche questo concetto ambiguo), cioè dalla distanza e dalla non coincidenza tra la legittimità dell’azione trasformativa e la legalità, cioè la fissazione arbitraria dei rapporti sociali.
La guerra globale permanente contro il terrorismo esercita il suo comando proprio attraverso la chiusura dello spazio del conflitto, la diplomazia dal basso, in questo senso, è uno strumento per riaprirlo.

Disobbedire ai checkpoint
La situazione palestinese parla anche delle nostre metropoli. L’immagine dei checkpoint presidiati dai soldati ci rimanda all’idea delle zone rosse. Il “principio del confinamento” percorre per intero il mondo globalizzato rappresentandone l’emblema più paradossale. Nel momento stesso in cui, infatti, gli scambi economici viaggiano ad altissima velocità nello spazio liscio del globo, la mobilità degli uomini vede ergersi davanti steccati inaggirabili, nuove frontiere.
Il confine che definisce lo spazio dell’esclusione, della sospensione dei diritti e delle identità si fa interno. Internamente frammenta i territori, ne controlla e ne ostacola il collegamento. Il dramma della popolazione palestinese può essere compreso solo a partire da questo spezzettamento, da questa lacerazione. Il popolo palestinese è un popolo ‘clandestino’ e ‘diviso’ nel suo stesso territorio. Nella sua specificità la Palestina assume i tratti, benché concentrandoli drammaticamente, delle nuove dinamiche della segregazione che si presentano a livello planetario. Saltato il sistema di regolazione economica e di mediazione sociale caratteristico dei regimi fordisti, i fenomeni di esclusione assumono una forma dilagante ed incontrollata. Le tradizionali segmentazioni che caratterizzavano il corpo sociale e in generale l’intero pianeta, godevano di una relativa rigidità ed autonomia, riuscivano cioè a definire attraverso delle fissazioni stabili (geografiche ed economico-sociali) i meccanismi dell’esclusione. Svaniti quei sistemi, l’esclusione diventa una minaccia generale, in grado cioè di presentarsi alla generalità del corpo sociale: il poter-essere esclusi di chiunque diventa elemento strutturale della riproduzione delle nostre società. Questo elemento determina uno stato d’insicurezza cui si risponde attraverso una risegmentazione rigida della popolazione e dei flussi migratori. Il criterio di questa segregazione deve necessariamente essere chiaro, ‘sicuro’ e visibile. La base razziale ed etnica di questa compartimentazione assicura al processo di reclusione la visibilità e quindi l’univocità. Le società contemporanee, ed Israele in modo tristemente esemplare, fanno funzionare le modalità d’accesso e di garanzia dei diritti di cittadinanza in modo integralistico ed esclusivo, concentrando la paura dell’esclusione su di un’intera popolazione. Dall’altra parte del confine, i fondamentalismi riprendono il terreno, riproponendo l’esaltazione di improbabili identità originarie. Dentro questo contesto di blocco, proponiamo di ripartire in questo libro, da un’idea, benché appena abbozzata, di trasversalità. La questione della cittadinanza globale va fatta valere oltre i confini stabiliti dalle nazioni, oltre le identità fissate a favore di identità meticce. Quello che è in gioco non è la libertà di un popolo, ma la possibilità delle collettività di controllare lo spazio, di attraversarlo liberamente. La carovana in Palestina ci lascia questa esperienza fatta di contaminazioni, ed è da questa, suggeriamo noi, che bisogna ripartire.


Introduzione al volume "Diario Palestinese" stampato per i tipi della Manifestolibri (pp.199, 11 euro) a cura del collettivo redazionale di "Posse" (Alberto De Nicola, Paolo Do, Marco Tullio Liuzza, Serena Orazi,Francesco Raparelli), con la prefazione di Gianfranco Bettin, le interviste e i contributi di Marco Tullio Liuzza, Luca Casarini, Luisa Morgantini, Mauro Bulgarelli, Federico Martelloni, Giulia Santoro, Emiliano Viccaro, Francesca di Indymedia, Aram Cunego, Neta Golan, Sauzan Amraysh, fotografie di Simona Granati e un saggio di Michael Hardt.