ALBERTO ASOR ROSA: La guerra come costituzione materiale.

Gli episodi a cui facciamo riferimento sono collocabili tutti negli ultimi dieci anni. Irak, Kosovo e Afghanistan: una linea collega questi episodi. Innanzituto la peculiarità della loro origine. Tutto ciò accade con il crollo dell'impero sovietico. Ciò a ciu stiamo assistendo è la comparsa nel mondo di un certo uso della guerra nel mondo post-bipolare. E' difficile resistere alle tentazione di stabilire una relazione causale tra il crollo dell'URSS e questi accadimenti. Il crollo dell'impero socialista societico ha liberato totalmente la volontà di potenza dell'impero superstite, quello statunitense che si pone come gestore del mondo contemporaneo (e presumubilmente delle prossime generazioni). Vorrei fare rilevare un paradosso. Abbiamo alle spalle 50 anni di guerra fredda: tra i soggetti principali che governavano il mondo non c'è stato un solo colpo di fucile. Guerre ce se sono state, ma si trattava di una delega alla guerra in zone marginali, guerre per Stato interposto. Inoltre non si può non rilevare che il crolo del regime societico è avvenuto per ragioni fondamentalmente "endogene". Questa vittoria dell'impero statunitense ottenuta con gli strumenti della guerra economica è una vittoria colossale che influenza profondamente i passaggi successivi. Di globalizzazione si parla, non a caso, solo dopo questa vittoria. E, secondo me, la subalternità agli USA di tutti i soggetti (sia la Russi che gli alleati degli USA) aumenta. Quello che accade dopo l' '89 è abbastanza conseguente. Inizia un grande lavoro di "normalizzazione". Il mondo deve essere riplasmato secondo modellli e pratiche che l'unico impero residuo è in grado di imporre. I grandi conflitti mondiali sono sempre stati grandi conflitti intrerni al primo mondo, interstatuali ed interimperiali. Ora le tre guerre a cui accennavamo sono conflitti tra il primo mondo e i paesi "non omologati", tra l'occidente ed il resto del mondo. Se le cose tanno così direi che è vero che il conflitto è tra civiltà e barbarie. E' impressionante che la resistenza sia affidata ai Talebani, ai fondamentalisti religiosi. Le sacche di resistenza appartengono dunque al passato, al pre-moderno (da cui l'enfatizzazione dell'elemento religioso). Io credo che l'ultimo decennio consenta di disegnare un ciclo storico con alcuni fondamentali elementi ricorrenti.
Uno degli elementi ricorrenti è sempre la provocazione da parte del "nemico" (in Iraq l'invasione del Kuwait, l'intervento serbo in Kossovo, l'assalto terroristico alle Torri Gemelle in USA). Si tratta di episodi di diversa natura ma comunque di provocazioni al sistema imperiale. E sempre c'è una risposta statunitense che lavora al fine di creare un vasto schieramento di forza alleato. Ogni volta la risposta cresce, e cresce anche il numero di forze alleate nello schieramento imperiale. In Kosovo ed Iraq sembrava che l'impero si fosse "limitato" a stabilire l'ordine in paesi ribelli per passare ad una nuova fase dell'ordine mondiale chiudendo l'episodio bellico (e addirittura nel caso dell'Iraq c'è la rinuncia esplicita a dare la spallata finale a Saddam Hussein, come se il principio della sovranità funzionasse ancora). In quest'ultimo episodio io vedo delle straordinarie novità. La prima è nella qualità della provocazione. Nel caso della Serbia (ma a ben vedere anche dell'Iraq) si trattava della pretesa di controllare una parte del proprio dominio statuale. Ora l'attacco è rivolto al cuore del dominio imperiale, c'è un'offesa portata direttamente, e la reazione più violenta e, sul piano giuridico-formale, più giustificata. E qui vorrei aprire una parentesi sul ruolo del terrorismo che dà sempre una mano al potere dominante. Io sono uno di quelli che cercano una risposta sull'identità vera dell'offensiva, trovo che le spiegazioni che sono state portate sono insufficienti. E comunque quella offensiva portata al cuore dell'impero ha centuplicato la risposta imperiale.
La seconda novità rispetto alle due guerre precedenti è che il sistema delle alleanze diventa immenso. L'impero imbarca non solo la Russia, non solo la Cina ma persino la Palestina di Arafat, dicendosi disposto a fare un riconoscimento dei diritti statuali palestinesi. E' una logica di impossessamento del mondo. L'attacco terroristico diventa il pretesto (badate bene: non la causa) di una gigantesca accellerazione del processo di globalizzazione. Questa è una cosa su cui riflettere. S' è creata una rete di condizioni che ci sarebbero voluti anni a creare senza l'attentato e la guerra.
Ma la diversità più radicale mi pare questa. L'intervento in Iraq e Serbia era rivolto a degli Stati (seppur inermi). Oggi viene dichiarato che la guerra non è destinata a finire, per il motivo che segnalavamo in precdenza: non è più necessaria per risolvere dei conflitti spaziali, la guerra è lo strumento per il governo del mondo. Nei casi precedenti si poteva ancora pensare che la guerra fosse rivolta dal'impero verso il suo esterno, ma se la guerra da eccezionale diventa normale dovrà verificarsi anche un mutamento strutturale all'interno dell'impero, nelle forme e nella pratica della costituzione formale e materiale dell'occidente capitalistico: sulla libertà di opinione, di organizzazione, di informazione e così via. Quindi se in precedenza chi assumeva atteggiamenti critici verso l'uso della guerra come strumento di risoluzione e composizione dei conflitti internazionali poteva anche accontentarsi di fare un ragionamento rivolto al resto del mondo, dall'11 settembre in poi il ragionamento riguardi noi stessi, che siamo nati dentro l'occidente capitalistico. Questa questione è rilevante ed è da affrontare con maggiore finezza intellettuale di quanto non accada solitamente, pur nelle giuste critiche al processo in atto.[...]
Il quadro mi sembra di un enorme complicazione, ma la cosa che ritengo più sbagliata è quella di correre troppo rapidamente alla ricerca di risposte. Siamo, nel migliore dei casi, in una fase di riflessione. In questo quandro detituito da ogni intenzione pratica vorrei dire alcune cose. Quindi credo che la fase che si è aperta investirà completamente le fondamenta stesse degli assetti costituiti nell'occidente capitalistico e non più solamente nella sua volontà di impossessamento del mondo. E' in atto una crisi profonda delle forme di rappresntanza politica tradizionale. Dall'iniziativa imperiale viene ciòè svuotata duramente la presnza di una sinistra occidentale. Il terreno su cui si andrà avanti è quello degli assetti democratici della civiltà occidentale. Penso che ci sarà una stretta di tipo decisionistico e regolativo. Se uno dice "difendiamo gli istituti della democrazia" corre il rischio di lanciare una parola d'ordine retrograda, arretrata. Ma credo che bisogna tentarci. Perchè l'attacco ci sarà su questi terreni. Sull'informazione è già in atto, a livello mondiale. Le suggestioni di autocensura che il governo americano ha dato alle proprie televisioni e giornali, ma che gli altri governi più o meno spingono avanti, sono un primo passo.Non vorrei che per la critica al formalismo della democrazia rappresentativa borghese ci trovassimo indifesi di fronte ad un attacco del genere. Credo che si debba partire da quello che si ha per andare avanti, non viceversa.[...]
Non sarà professionalizzato solamente l'apparato militare (e quindi la diserzione sarà molto difficile), ma tutti gli apparati dello Stato. Non ci saranno più gli impiegati "pubblici", ma gli impiegati "statali", nel senso pieno del termine. [...].