In viaggio
Palestina 11 -21 agosto 2003

Ass. Ya Basta Bologna

11/08/03

Tel Aviv
Arriviamo all'aeroporto Ben Gurion alle ore 19.00. Ci presentiamo ai controlli tranquilli, del resto a Milano siamo già stati abbondantemente interrogati e perquisiti, come di prassi quando si va in Israele. Gli addetti alla sicurezza ci hanno accompagnato fino ai nostri posti a sedere, marcandoci a vista per tutte le tre ore che è durato l' imbarco. Uno ci ha seguito anche alla toilette. Al controllo passaporti veniamo prelevati da un poliziotto in borghese, che ci conduce nel suo ufficio: seguirà interrogatorio individuale di circa un ora e mezza a testa, confronto dei verbali e relative minacce di espulsione immediata e rimpatrio. Gli interrogatori non sono piacevoli, l'agente ci sventola sotto il naso una serie di informative giunte dall'Italia. Fa pesanti pressioni psicologiche, ci chiede se per caso ci ricordiamo di una certa Rachel Corrie. Minaccia più volte di espellerci, basandosi sulla nostra presunta partecipazione ai disordini scoppiati più di un anno fa. Ci chiede anche "..do you know tute bianche' do you know disobbedienti'...". Le domande che ci fa riguardano tutti gli aspetti della nostra vita: cosa facciamo, cosa pensiamo, quali sono le nostre idee politiche, perché siamo li, per chi votiamo in Italia... Veniamo rilasciati verso le 24.00, dopo cinque ore abbondanti. Sinceramente non capiamo come siamo riusciti ad entrare, ma siamo consapevoli che quello che per noi è stato un incidente di percorso, per i palestinesi è la quotidianità.

12/08/03

Abu Dis
Primo giorno a Gerusalemme. Arriviamo quasi per caso ad Abu Dis, villaggio alle porte di Gerusalemme. Fra i due insediamenti urbani non c'è praticamente discontinuità, e almeno per noi è difficile stabilire dove inizi il villaggio e dove finisce la città Santa. O almeno, era difficile. Infatti adesso il confine è segnalato in maniera molto evidente, con un muro. Quello che vediamo noi non è la fortezza che si sta edificando nelle campagne limitrofe, ma una versione in forma ridotta. Il muro interrompe di netto una strada un tempo trafficata, che collegava il villaggio alla città, e che ora, a causa di questa cesura, sta affrontando un inevitabile declino economico. I negozi che sorgevano nelle immediate vicinanze sono chiusi, per l'impossibilità evidente di sfruttare il normale afflusso di passanti. I palestinesi che devono affrontare i consueti spostamenti verso Gerusalemme sono costretti o a saltare il muro, arrampicandosi su alcune feritoie trasformate in gradini di fortuna, o ad affrontare un lungo percorso, che allunga il tragitto di kilometri. Un'insegnante palestinese che ci accompagna, ci informa che ora il villaggio di Abu Dis, dal punto di vista amministrativo deve fare riferimento a Betlemme, distante alcuni km. Lei stessa, per recarsi nella scuola dove lavora, ogni mattina deve scavalcare il muro, insieme ai suoi alunni. Il motivo di questa follia è relativamente semplice: gli israeliani temono lo sviluppo demografico palestinese, e per questo tentano in tutti i modi di escludere da Gerusalemme tutti i popolosi sobborghi abitati da popolazione araba, tentando di soppianterli con i numerosi insediamenti di coloni che stanno sorgendo nei dintorni. Mentre parliamo decine di persone continuano a scavalcare il muro, trascinandosi dietro pacchi, sporte, strumenti da lavoro. Il flusso è interrotto periodicamente dal passaggio delle camionette dell'esercito, che a poche centinaia di metri presidia i varchi "ufficiali", aprendoli o chiudendoli a piacimento. 12/08/03 Anata Anata è un sobborgo di Gerusalemme, vicino al quale l'esercito occupante ha ben pensato di costruire un centro di detenzione per prigionieri politici. I lavori non sono ancora ultimati, vediamo infatti un continuo via vai di camion e ruspe. Per "motivi di sicurezza" i soldati hanno abbattuto la casa di una famiglia palestinese che abitava nei pressi, ma neppure troppo vicino. I palestinesi se la sono ricostruita, con l'appoggio dell'ICAHD, un associazione di pacifisti israeliani che si oppone all'abbattimento delle case. A lavori ultimati i soldati sono tornati e l'hanno spianata ancora una volta, i palestinesi l'hanno ricostruita e loro l'hanno distrutta ancora...e così via per mesi. Quando arriviamo al cantiere assistiamo al quinto tentativo di ricostruzione. La questione ha assunto una valenza simbolica, di principio. L'ICAHD ha organizzato un presidio permanente di volontari internazionali ed israeliani. Noi siamo venuti per un incontro informativo sul Muro, che si terrà alla sera, in quello che dovrebbe essere il cortile di casa. Veniamo subito coinvolti nei lavori: un compagno di Milano si getta con foga nell'attività e si fermerà solo a notte fonda. I lavori procedono, in un clima molto fiducioso. Non possiamo non pensare a quando, probabilmente, torneranno i bulldozer per abbattere la casa per la sesta volta: il padrone di casa ci informa che in genere i militari attendono che i lavori siano ultimati, e che l'ultima tegola del tetto sia al proprio posto. E' impressionante vedere il capofamiglia discutere a lungo sul dove e come sistemare gli arredi, le camere, le scale, il giardino, con un entusiasmo contagioso e sincero. Palestinesi, internazionali ed israeliani lavorano fianco a fianco. Un gruppo di volontari rimane sempre a presidiare il luogo anche di notte, per scongiurare con la propria presenza eventuali incursioni. Dormono con la famiglia in alcune tende, che in questi mesi costituiscono l'unico riparo di queste persone. In questi anni sono state moltissime le case abbattute per "motivi di sicurezza", causando migliaia di sfollati interni. L'inziativa dei volontari è continua e determinata, ma balza agli occhi la disparità fra queste persone che a mani nude tirano su muri e impastano calce, e la potenza dell'esercito che con gru, ruspe, bulldozer e altro sta edificando l'ennesimo carcere, a poche centinaia di metri. Qualcuno osserva sarcasticamente che il nostro "altro mondo possibile" soffre di un evidente gap di mezzi, e si perde in pronostici sulla demolizione prossima ventura. Ha ragione, ma adesso nessuno sembra pensarci, è ora di cena, e come in tutte le case, si mangia.

13/08/03

Attraversando la Cisgiordania
Ci aggreghiamo ad un sopralluogo che l'ICAHD organizza per disvelare la realtà del muro, alla quale partecipiamo con altri internazionali, qualche turista e alcuni ragazzi israeliani dell'associazione. Ci raggiunge anche Jeff Halper, il coordinatore di questo movimento, che già conosciamo visto che è stato recentemente in Italia per una serie di incontri e conferenze sul muro. Contrariamente al solito, ci spostiamo su strade ad esclusiva percorrenza israeliana, ed in qualche ora attraversiamo buona parte della Cisgiordania. Ci fermiamo in un villaggio dove si stanno ultimando i lavori per la costruzione del muro. E' la prima volta che lo vediamo da vicino: è un impressionante mostro di cemento armato, alto otto metri e costeggiato da entrambi i lati da reti di protezione e filo spinato. Nei corridoi che separano i diversi sbarramenti corrono strade ad uso esclusivo dell'esercito, che le utilizza per spostarsi da una torretta all'altra. In versione moderna, sembra una riedizione delle mura delle nostre città medievali, con merli e rostri in versione tecnologica. Il muro segue un piano preciso, e non si ferma di fronte a nulla: campi coltivati, uliveti, case, villaggi, mercati. A qualche kilometro di distanza ha appena causato la devastazione di un mercato, fatto da baracche e prefabbricati. Un bel giorno le ruspe sono arrivate, e hanno spianato tutto. Ci vengono mostrate le foto del villaggio, prima e dopo il passaggio dei caterpillar. Ci avviciniamo al muro, e alle ruspe che indefesse continuano la propria attività. Veniamo subito intercettati da una jeep dell'esercito, il cui conducente ci blocca immediatamente, impedendoci di fare foto e di proseguire il sopralluogo. L'area è completamente devastata per una larghezza di almeno 200 metri. Ci spostiamo nei pressi di Tulkarem, e precisamente a Mashra, per incontrare un cittadino palestinese a cui l'esercito ha abbattuto la casa per costruire il muro. Per protesta l'uomo ha alzato una tenda proprio in prossimità dei cantieri. E' qui che lo incontriamo, ma dopo pochi minuti arriva un drappello di soldati, che ci intima di sgomberare immediatamente. Cominciano un'accesa discussione con i militari, che però non recedono di un millimetro. Dopo qualche minuto siamo costretti ad allontanarci: mentre ci avviamo verso il nostro pullman, vediamo i soldati circondare e spintonare il palestinese, reo di averci invitato nella sua tenda. Cerchiamo di intervenire, la tensione sale, ma il resto del gruppo decide di spostarsi definitivamente per evitare di peggiorare la situazione. Cerchiamo di capire cosa è meglio fare con gli attivisti di ICAHD, tanto più che arriva la notizia che i soldati hanno abbattuto la tenda, sequestrato documenti e arrestato il palestinese. Vengono attivati telefonicamente avvocati e altri attivisti, per cercare di risolvere la situazione. Ci lascia però un po' sconcertati la decisione, presa dagli attivisti israeliani, di abbandonare subito il posto, per poi "rifugiarsi" all'interno di un insediamento di coloni che sorge a poche centinaia di metri. Poniamo il problema della nostra presenza in quel luogo agli altri volontari, alcuni dei quali però fraintendono le nostre intenzioni e sembrano sospettare una nostra difficoltà a "stare in un luogo dove vivono ebrei". Ovviamente non è quello il problema, ma piuttosto che siamo in una colonia, e cioè uno degli strumenti di maggiore oppressione nei confronti del popolo palestinese, e di esproprio della sua terra. A stemperare il clima giunge la notizia che il palestinese della tenda è stato rilasciato, e che la situazione a Mashra è tornata ad una calma relativa. Prima di ripartire non possiamo fare a meno di notare l'organizzazione dell'insediamento: eleganti villette monofamiliari, prati verdi e ben curati, giardini, campi sportivi, abbondanza di acqua. Un abisso rispetto ai villaggi palestinesi che sorgono a poche centinaia di metri. Un pezzo di mondo occidentale paracadutato in un contesto fatto spesso di miseria, privazioni, sofferenza. In una parola, una colonia.

14/08/03

Hebron
Decidiamo di raggiungere un villaggio nei pressi di Hebron, dove alcune ONG italiane (GVC, Gruppo Yoda, ANPAS) con la Regione Emilia Romagna stanno organizzando un campo estivo per i numerosi bambini della zona. Il paese è molto isolato, in una zona apparentemente libera da militari ed insediamenti. Quando arriviamo ci informano che nel giro di pochi mesi il muro arriverà anche li, e che numerosi terreni saranno espropriati. Di notte è possibile invece vedere le luci degli insediamenti che sorgono a pochi chilometri di distanza: è facilissimo distinguerli, ci raccontano, visto che i villaggi palestinesi sono privi di corrente elettrica ed immersi completamente nel buio. I volontari al mattino si curano di una novantina di ragazzini, e al pomeriggio riparano e predispongono i giochi che poi verranno lasciati alla locale scuola. Rientrando a Gerusalemme facciamo tappa ad Hebron: ci addentriamo nella città vecchia, uno dei luoghi dove il conflitto fa coloni e palestinesi è più aspro. Da diversi anni alcune centinaia di coloni, provenienti in massima parte dall'America del nord ed appartenenti ad uno dei gruppi più oltranzisti, si è installato proprio al centro della città vecchia, che corrisponde al mercato. Per proteggerli, o meglio, per tutelare la loro progressiva espansione nel cuore di una città completamente palestinese, sono impiegati un numero enorme di uomini e mezzi dell'esercito. Questi hanno completamente blindato le strade occupate dai coloni, che si sviluppano più o meno a ridosso della Tomba dei Patriarchi, proteggendosi con una fitta rete di check point, sbarramenti, postazioni blindate. Tutto ciò compromette irreparabilmente l'attività del mercato, e cioè del cuore pulsante dell'economia palestinese di Hebron. Quando arriviamo, moltissime strade sono interrotte e sbarrate, moltissimi negozi chiusi. Nei momenti di maggiore tensione l'esercito dichiara il coprifuoco, impedendo a chiunque di spostarsi e di proseguire qualsiasi tipo di attività. Dal canto loro i coloni, spesso oggetto di attacchi, organizzano vere e proprie spedizioni punitive, prendendo di mira case e negozi palestinesi, quando non gli stessi abitanti. Il tutto, sotto l'occhio distratto dell'esercito che ben si guarda dall'intervenire. Il nostro giro viene interrotto dai soliti militari, che ci ingiungono di uscire dal mercato.

15/08/03

Muro di Beit' Sahour
Entriamo a Betlemme a piedi, dopo aver superato gli inevitabili posti di blocco: nell'ultimo che attraversiamo, notiamo affisso su un palo un cartello cheinvita i "residenti" (cioè i palestinesi che devono uscire dalla città) a comunicare tempestivamente ai soldati eventuali situazioni di sofferenza fisica, o urgenze sanitarie di qualche genere. Non possiamo non pensare alle cronache dei feriti palestinesi morti ai check point, a bordo della ambulanze, mentre aspettavano il permesso di passare e raggiungere il più vicino ospedale. O della donne incinte che hanno partorito a pochi metri dai blindati, e che magari hanno perso il proprio figlio per l'impossibilità di dargli cure mediche adeguate...in questi casi evidentemente nessuno si è premurato di chiedergli informazioni sul proprio stato di salute, come se non bastasse l'evidenza dei fatti. L'impenetrabilità dei check point ha mietuto moltissime vittime, questo cartello scritto in ebraico e in inglese non può non suonare come una piccola, ulteriore beffa. Raggiungiamo Beit' Sahour per partecipare ad una manifestazione indetta da un cartello di ONG e Associazioni palestinesi, contro la costruzione del muro che passa a pochi km dall'abitato. Raggiungiamo il meeting point con i ragazzi dell'Associazione che ci aiuterà in tutti i nostri spostamenti, il Medical Relief, a cui sia aggiungeranno altri volontari internazionali, numerosi abitanti dei dintorni e un drappello di militanti del Fronte Popolare. Il corteo è composto da non più di 200 persone, e si dirige verso un cantiere dove si sta costruendo il muro, appollaiato sopra una collina, in posizione strategica. Alcune camionette dell'esercito ci osservano dall'alto, piene di soldati e poliziotti. Quando arriviamo al muro un gruppo di shebab tenta di avvicinarsi alla rete di protezione (che una volta ultimata verrà elettrificata e costituirà una sorta di protezione per il muro vero e proprio), ma vengono bruscamente ricacciati dai poliziotti. Questi ultimi intanto si sono frapposti fra i manifestanti e la rete: spintonano e minacciano chiunque si avvicini, senza complimenti. Altre manifestazioni a cui abbiamo partecipato in Palestina sono terminate in una tempesta di lacrimogeni e pallottole di gomma, e anche questa volta il rischio è molto concreto. Un soldato, carta e penna alla mano, si aggira fra gli internazionali. Chiede chi sono e da dove vengono, poi ricopia sul suo taccuino le sigle delle associazioni scritte sugli striscioni, come un bravo scolaro. La scena è un po' surreale, il soggetto non deve essere un esperto di intelligence e dopo un po' desiste. Riscendiamo la collina, non riuscendo a scacciare una sensazione di impotenza e frustrazione: il muro ci sovrasta, lo vediamo snodarsi per km. I lavori non si sono neanche interrotti. Sulla strada il corteo blocca il traffico, mentre i taxisti impazienti ci chiedono di farli passare.

16/08/03

Check point di Jenin
Ore 11.00, da qualche parte sulla strada che porta a Jenin, l'ennesimo check point. Gli ennesimi soldati, l'ennesima fila, l'ennesima snervante attesa al sole. Oggi però i palestinesi che incontriamo, si possono sentire un po' più fortunati del solito. E in effetti lo sono, visto che i soldati israeliani di guardia e non fanno più di tante storie. Un occhiata veloce ai documenti, qualche domanda ma nulla di più. Almeno per oggi, almeno per adesso. Domani mattina, o fra due ore, chissà...magari il militare di turno si è svegliato male, o ha ricevuto ordini diversi, o è successo qualcosa a 100 km di distanza. Allora la musica cambia, la fila può durare ore, il check point può venire chiuso da un momento all'altro. E a questo punto non varrebbero più le spiegazioni, le richieste, le valide motivazioni, gli impegni che spingono le persone normali a spostarsi da un punto all'altro dei Territori Occupati. Varrebbe solo la decisione, insindacabile, del singolo soldato, o del suo superiore. Se il passaggio è chiuso non ci sono storie, non si passa, motivi di sicurezza! Non conterà la scuola, il lavoro, un ricovero in ospedale, qualsiasi tipo di impegno: i soldati non faranno più domande, intimerebbero semplicemente di tornare indietro, sotto la minaccia delle armi. I Palestinesi lo sanno, e infatti si organizzano in lunghi ed estenuanti percorsi alternativi, scegliendo i passaggi più impervi e meno controllati: la vita deve pur andare avanti.

16/08/03

Ancora il muro
Finalmente a Jenin: partecipiamo ad un altro corteo contro la costruzione del muro, organizzato dalle instancabili ONG palestinesi. Raggiungiamo il luogo della manifestazione in ambulanza: il viaggio dura una buona mezzora, per arrivare in una località che sarebbe raggiungibile in pochi minuti. Il problema è che la strada normale è stata sfondata, spezzettata, disarticolata in più punti dai buldozer israeliani. Strana tattica di contrasto della lotta armata: ora i civili per spostarsi devono impegnarsi in una lunghissima gimcana fra campi, strade distrutte, case bombardate. Il continuo passare di veicoli ha consentito il formarsi di una vera e propria carreggiata, aiutata qua e la dall'intervento umano che tenta di rendere più agevoli gli spostamenti, costruendo terrapieni e piccoli ponti di detriti. Quando arriviamo sul posto il corteo è già partito, e si sta arrampicando su una strada sterrata abbastanza impervia che conduce ad uno dei passaggi che attraversano il muro. L'obiettivo è quello di congiungersi ad un altro corteo, composto da pacifisti israeliani e internazionali, che sta giungendo dall'altro lato. Un abbraccio simbolico, che verrà però impedito dalla presenza dei soldati. Raggiungiamo la testa del corteo e mentre un gruppo di contatto cerca di mediare con i militari, veniamo subito aggregati al gruppo di internazionali organizzati dall'ISM, che ha formato alcuni cordoni facendo da cuscinetto fra i palestinesi e l'esercito. Per qualche ora la nostra principale occupazione sarà quella di impedire contatti tra gli shebab e i militari. Il rischio è che al minimo pretesto, l'esercito dia il via alla consueta e micidiale pioggia di pallottole di gomma. Qui l'ordine pubblico si gestisce così, anche se di fronte si hanno poche decine di ragazzini. L'attività del gruppo di contatto prosegue febbrile, mentre una parte dei manifestanti si arrampica su un costone della montagna e riesce a raggiungere i reticolati a protezione del muro. Da questa posizione riusciamo a scorgere oltre gli sbarramenti il manipolo di pacifisti che dovremmo incontrare, ugualmente contenuti da alcuni cordoni di militari. La situazione rimane in stallo a lungo, fino a quando viene consentito ad una piccola delegazione di attraversare il muro e di ricongiungersi con l'altro corteo. Dopo dovremo sgombrare la strada: la soldatessa israeliana che ci intima di allontanarci non sembra aver voglia di discutere, per quanto la riguarda oggi ci sono già state sufficienti concessioni., e non ci hanno neppure sparato... Mentre ci incamminiamo, una militante statunitense urla a più riprese "...we will back...": i soldati non sembrano crederci più di tanto, ma probabilmente avrà ragione lei. Al ritorno l'ambulanza su cui viaggiamo viene fermata da un carro armato: il soldato si sporge dalla torretta, registra la presenza di occidentali e ci lascia passare. Gli infermieri palestinesi ci confermano che avere un certo passaporto può aiutare, in queste occasioni.

17/08/03

Check point di Qalqiliya
Ore 12.00, check point di Qalqiliya: la fila è notevole, uomini e donne appena scaricati dai taxi collettivi e dagli charut si mettono pazientemente in fila, documenti alla mano. Molti trasportano pesanti borse, vettovaglie di vario genere. Il presidio israeliano è ben nutrito, attento, nervoso. Nessuna traccia di indulgenza, questa è una delle città più difficili per le truppe di occupazione. Infatti hanno ben pensato di circondarla completamente con il "famoso" e famigerato muro, che sta attraversando la Palestina, massacrando villaggi, uliveti, mercati, campi coltivati, pascoli. E gli esseri umani che in quei luoghi vivono e lavorano. L'unica strada che accede la villaggio è ovviamente presidiata dall'IDF, che la apre e la chiude a piacimento, in base al grado di tensione che si registra nel paese, ma anche e soprattutto al proprio puro e semplice arbitrio. La città è quindi chiusa da tutti i lati, con questo impraticabile collo di bottiglia. Un amico palestinese, una volta dentro, ci dirà: "...noi possiamo lavorare, vivere mangiare, sposarci, morire...ma solo qui dentro, e solo quando lo decidono loro...". Il "dentro" è questo grande ghetto che ha avuto la sfortuna di trovarsi a poche decine di metri dalla Green Line. Ci mettiamo in fila, ma non funziona: siamo troppi, troppo visibili, e comunque il piantone ci comunica che la città è off limits per gli internazionali. Per accedervi, occorrono inviti, documentazione, l'appartenenza a qualche mega organizzazione mondiale (ONU, UNICEF, UE). I nostri contatti con il Medical Relief del luogo valgono meno di zero, così come l'ambulanza che viene a prenderci per farci passare, ma che viene rispedita in dietro dai soldati. Il conducente si scusa, ma il MR non è abbastanza nelle grazie israeliane, e per noi non può fare nulla. Proviamo a convincere i militari i quali ovviamente non ne vogliono sentire parlare. Non hanno nessuna intenzione di far passare persone che potrebbero andare ad infoltire il drappello di occidentali che da settimane tenta di opporsi pacificamente alla costruzione del muro. Trattative lunghe, e inutili: il check point viene chiuso, c'è il cambio della guardia. Altri soldati, altre spiegazioni. Ci intimano di allontanarci, e del resto non vogliamo causare ulteriori ritardi ai Palestinesi in fila. La folla aumenta e diminuisce a seconda delle ondate di taxi e pullman in arrivo dagli altri villaggi, e della velocità dei controlli. Al posto di blocco si è sviluppata una particolare economia fatta di facchini, venditori ambulanti di ogni genere, taxisti, guide. Per l'ennesima volta ci troviamo a provare uno scampolo di vita reale palestinese: per noi tutto questo fra qualche giorno finirà, per i palestinesi no. La realtà dei posti di blocco è un qualcosa che segna le loro vite, le loro giornate, tutte le loro giornate, che condiziona il lavoro, la scuola, la possibilità di campare in un modo più o meno normale. L'esibizione dei documenti a un militare armato non è un qualcosa di raro, ma una costante, un elemento fondante della propria quotidianità e della propria esistenza. Le cose più semplici, l'andare a scuola o al lavoro, visitare parenti e amici, tutto, deve fare i conti con l'occupazione, che decide come e quando ci si può muovere. Come e quando si può vivere. Decidiamo di fare un piccolo gesto di disobbedienza: abbiamo un contatto, che ci condurrà fino ad un sentiero in grado di aggirare il ceck point e di condurci in città. Decidiamo di andare, e quindi di entrare clandestinamente. La cosa è più semplice del previsto, camminiamo lungo uno sterrato per alcune centinaia di metri, e passiamo proprio attraverso il muro, che in quel punto conserva ancora una cancellata non ultimata. Unico imprevisto, quando passiamo sotto il naso di un furgone della polizia privata che sorveglia i lavori, con a bordo due addetti israeliani. Che ci vedono perfettamente. E allora' questa via non è certo sconosciuta all'esercito, alla polizia normale. Perché il passaggio non viene chiuso' Perché questo valico non è sorvegliato come gli altri' Perché, una volta di più, abbiamo l'ennesima conferma della reale utilità del sistema dei check point, e dello stesso muro. Boicottare, complicare, rendere impossibile la vita quotidiana di un popolo, che per fare un kilometro deve percorrerne altri 10. Il muro, come tutti muri, come tutti i confini, come i nostri Centri di permanenza temporanea, non è impermeabile, non è invalicabile. Però rallenta, spezzetta, distrugge, esaspera. Questo è il vero obiettivo di questo immenso dispositivo di sicurezza. Non fermerà chi vorrà continuare a fare saltare autobus, ma tutti gli altri si. Il governo di Sharon lo sa, e infatti ha pianificato questo "linea difensiva" in modo che inglobi le zone più fertili, le sorgenti di acqua, i punti più strategici, le colonie più esposte. Che tenga "di qua" tutto quello che può servire, e "di là" tutto quello che è estraneo, nemico, pericoloso, inutile...in una parola, palestinese.

18/08/03

Qalqiliya
Si è molto parlato di questa città, e abbiamo già toccato con mano la sua realtà di grande ghetto. Ma vederla e viverla da "dentro" è un'altra cosa. Rimaniamo un paio di giorni nell'abitazione messa a disposizione degli attivisti dell'ISM, e intanto giriamo, visitiamo istituzioni, scuole, associazioni. Un addetto del Comune ci fornisce una dettagliatissima documentazione sulla costruzione del muro, con tanto di piantine e cartografie: il muro è talmente parte dell'esistente che gli addetti alle PR della Municipalità hanno predisposto una vera e propria visita guidata, con tanto di pannelli, piantine, didascalie, foto e riprese. Un rappresentante della Camera di Commercio ci informa che da quando il "mostro" ha circondato l'abitato sono stati chiuse almeno 600 attività od esercizi commerciali. Che ogni attività economica e produttiva è in crisi o seriamente compromessa, strozzata da questo vero e proprio assedio. Le migliaia di lavoratori che in tempi normali si recavano nella vicina Israele a lavorare sono rimasti disoccupati: uscire dalla città del resto è difficilissimo, e soggetto alle decisioni dell'IDF. L'obiettivo degli internazionali presenti sul posto è quello di proteggere alcune serre, che sorgono a pochi metri dal muro. Precisiamo...queste serre e questi campi erano preesistenti! Il muro, completamente ultimato, per incomprensibili esigenze strategiche è passato su vaste aree coltivate, mangiandosene già una bella porzione. Ora l'esercito vorrebbe espropriare un'ulteriore fascia di 100 metri di terreno, per costruirvi la solita rete di protezione. In pratica, da qui a pochi giorni è previsto l'arrivo dei bulldozer, che spianeranno serre, campi coltivati, baracche. E' in corso una lunga e difficile trattativa con i militari, per tentare di limitare i danni. Gli attivisti internazionali presidiano giorno e notte i campi, pronti a fare resistenza passiva e ad incatenarsi, se necessario, per poi farsi portare via a forza. Resistenza passiva e non violenza, le uniche pratiche ammesse e possibili, almeno qui. Ci aggreghiamo anche noi a questa composita comuità, formata da italiani, spagnoli, americani, inglesi, francesi, con alcuni palestinesi che fanno da tramite con la comunità locale. Nel caso arrivasse l'esercito noi ultimi arrivati dovremmo sloggiare immediatamente: del resto non abbiamo partecipato ai training formativi, e su questo l'ISM non transige. All'interno del campo base l'atmosfera è tranquilla, le ore sono scandite dalle sedute del training alla pratica della non violenza e dalle assemblee dove si decide il da farsi, e in che termini. I responsabili del gruppo sembrano veramente preparati, soprattutto dal punto di vista legale. E' una dimensione politica e relazionale molto anglosassone, basata sulle contraddizioni del rapporto individuo-potere, e sulle tattiche di resistenza passiva. Sono pratiche abbastanza nuove per noi: siamo abituati ad un approccio più collettivo all'autodifesa, e abbiamo pochissima dimestichezza con la passività delle tattiche di resistenza attuate. Il paragone con altri training a cui abbiamo partecipato in Italia sono improponibili: il contesto è troppo diverso, gli spazi per un agire più attivo troppo esigui. Le fila degli internazionali presenti in Palestina sono già state falcidiate da arresti ed espulsioni, per non parlare dell'assassinio di Rachel e dei ferimenti di Tom e .... Qui la repressione, il Potere, chiamatelo come meglio credete, mostra la sua essenza senza infingimenti e senza mediazioni, e condiziona inevitabilmente le pratiche di ribellione, disobbedienza, resistenza. Gli internazionali sono comunque protetti dal loro status di occidentali, che rende la loro vita più preziosa di quella di un palestinese. Tranne che per Rachel, come mi ha solertemente ricordato lo sbirro che ci ha interrogato al nostro arrivo a Tel Aviv. Un gruppo di bambini ci accompagna nei nostri sopralluoghi al muro: ci indicano le feritoie, le torrette dei soldati israeliani, i varchi ancora praticabili. Raccolgono le pallottole di gomma sparate durante le manifestazioni e ce le porgono. L'ultimo corteo è stato molto partecipato, i manifestanti sono riusciti a raggiungere la costruzione di cemento armato e a coprirla di scritte e disegni con la bandiera palestinese, prima di essere dispersi. Un'altra accompagnatrice ci indica un punto del muro che alcuni palestinesi sono riusciti a sorpassare, nottetempo. Come tutti i confini, anche questo è destinato a perdere ben presto la propria invulnerabilità, la propria intangibilità. Come i confini del mondo occidentale da cui veniamo, che alcuni vorrebbero così simili a questa muraglia. Prima di andarcene saliamo sul tetto di una casa vicina, dal quale si ha un impressionante visuale dell'estensione del muro, che vediamo allungarsi per kilometri, circondando completamente l'abitato, isolando villaggi, tagliando strade, sventrando campi coltivati. I nostri ospiti palestinesi ci indicano alcune luci in lontananza, sostenendo che sono quelle di Tel Aviv. Rientrando, passiamo per la strada che una volta collegava la città al suo circondario, verso il confine. Era una delle strade più vive e trafficate, sulla quale si sviluppavano commerci ed attività di vario genere. Ora è spezzata dal muro, e si ritrova in uno stato di semi abbandono.

19/08/03

Gerusalemme
Stiamo camminando per i vicoli della città vecchia: da qualche minuto l'aria è satura delle sirene delle ambulanze e dei mezzi militari, del ronzare degli elicotteri che proseguirà tutta la notte. Non sappiamo cosa è successo ma ce lo immaginiamo, riconosciamo la tensione che avevamo già sperimentato la scorsa Pasqua. Due compagni spagnoli ci confermano quello che già tutti sanno: hanno avvertito distintamente l'esplosione che ha appena distrutto due pullman, causando venti morti. Ci affacciamo al New Gate, già blindato da poliziotti e militari dall'aria tesa, rabbiosa, impaurita. Davanti a noi un carosello infernale di ambulanze che vanno e vengono, mezzi militari, civili arabi che corrono verso la Porta di Damasco e a gesti ci spiegano quello che è successo, dicendoci di tornare indietro. L'epicentro di tutto questo movimento è molto vicino, capiamo che il disastro è avvenuto a pochi isolati di distanza, nel quartiere che la stessa mattina avevamo attraversato a piedi, per colpa di un taxista scorbutico che non aveva voglia di portarci fino a destinazione. Abbiamo attraversato quelle strade ironizzando sulla nostra paura ad attraversare una zona "a rischio". Ora quel rischio si è materializzato, a poche ore di distanza. Si materializzerà ancora più compiutamente quando vedremo, quasi in presa diretta, le prime immagini dei cadaveri estratti dalle lamiere. Proviamo sentimenti di depressione, angoscia, rabbia, dolore. E una sensazione di inutilità rispetto alle nostre intenzioni, ai nostri buoni propositi di "internazionali" venuti a portare solidarietà al popolo palestinese. Del resto siamo davanti ad un copione già scritto: l'indomani, come avviene sempre in queste occasioni, i territori occupati verranno chiusi e circondati dall'esercito israeliano, i check point saranno più impermeabili del solito e riprenderà la pratica delle esecuzioni mirate dei leader palestinesi.

21/08/03

Aeroporto Ben Gurion
Ore 19.00, aeroporto Ben Gurion: è dalle 13.00 che siamo in fila, che attendiamo pazientemente il nostro turno per l'imbarco. Un eccesso di zelo ci ha spinto a presentarci con larghissimo anticipo al check in, ma la sicurezza del Ben Gurion ci ha riservato un trattamento differenziato. Ci ricordiamo di essere già stati segnalati come "soggetti a rischio", e di conseguenza le cose non possono essere semplici. Dopo essere stati prelevati dalla fila dei turisti normali e avere atteso un paio d'ore, passiamo la solita trafila. Apertura dei bagagli, perquisizione minuziosa degli stessi, interrogatorio: motivi della visita, cosa abbiamo fatto, visto, con chi abbiamo parlato, se qualcuno ci ha fatto la valigia, ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. Segue perquisizione fisica, check in, controllo dei passaporti: pensiamo, erroneamente "...questa volta nessun problema..". E invece .al controllo dei passaporti scatta qualcosa, ora di fronte non abbiamo più gli addetti civili del Ben Gurion ma poliziotti veri, che requisicono passaporti e biglietto. Chiediamo spiegazioni, ma non riceviamo risposta, solo grugniti indispettiti, conditi da un serie di "...non so...". La verità è che i solerti poliziotti ci stanno facendo perdere l'aero, che infatti parte senza di noi, non prima di avere scaricato in nostri bagagli, che evidentemente meritano un controllo supplementare, come ci spiega un palestrato radio - munito a cui torna la parola. Ci incazziamo, per quello che è possibile, per quello che serve. Infatti non serve a nulla, solo a far salire la tensione fra noi e gli agenti, con la sensazione che adesso abbiano anche la voglia di mollarci due sberle. Segue ennesima perquisizione dei bagagli e perquisizione fisica (la seconda della giornata e la quarta da quando è iniziato il viaggio). Dopo un po', ci informano, bontà loro, che "...siamo liberi...": ci fanno prenotare un altro biglietto aero per l'indomani alle sette a.m. I nostri bagagli, nel frattempo, se li tengono loro. Non si sa mai... Nel corso di queste ore di tensione le nostre ripetute richieste di spiegazione non hanno mai ricevuto risposta: solo un laconico "...motivi di sicurezza...". Nel corso delle nostre ripetute e prolungate permanenze negli uffici della polizia di frontiera, che hanno caratterizzato il viaggio di andata e quello di ritorno, abbiamo notato che a parte noi, individuati come "pacifisti antiglobalizzazione", gli unici che sono passati in questi veri e propri "non luoghi" erano cittadini asiatici, africani, rumeni, giunti in Israele per motivi di lavoro ma comunque sospetti di qualche attività pericolosa per la sicurezza nazionale. Ma questo è un film che si può vedere anche dalle nostre parti.


Ass.ne Ya Basta!Bologna
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