Il vescovo di Baghdad: basterebbe l'esilio di Saddam Hussein?

12.2.2003 - Baghdad. "Se venisse chiesto a Saddam Hussein di lasciare il potere, come condizione unica e sufficiente a fermare la guerra, penso che il presidente, che è statista intelligente, dovrebbe considerare seriamente una tale eventualità. Un tale gesto da parte sua potrebbe essere opportuno e lui stesso dovrebbe rendersene conto e compierlo, per il bene del suo popolo, della sua terra".

E' Slamon Warduni, vescovo ausiliare dell'ottantenne patriarca di Baghdad Raphael I Bidawid, che lo dice, anche se subito dopo aggiunge: "Io temo però che anche questa richiesta non sia che uno dei tanti pretesti per dare inizio alle ostilità, e che nemmeno l'abdicazione di Saddam placherebbe chi vuole l'occupazione del Paese. Detronizzare Saddam - sostiene il vescovo - potrebbe essere uno scopo prefissato dai suoi oppositori, ma non l'unico. Non so se, raggiunto questo obiettivo, fermerebbero gli aerei e i cannoni".

Il vescovo Slamon Warduni esprime poi perplessità sul fatto che un eventuale azione militare americana possa produrre "cose buone" per l'Iraq. "La libertà gli americani ce l'hanno fatta assaggiare con 12 anni di embargo e con i bombardieri. Parlano di democrazia; ma chi si impone con le armi, in genere, porta schiavitù. Gli Usa sono una grande nazione, molto importante. Dovrebbero preoccuparsi di essere giusti e di rispettare i diritti tanto sventolati e i doveri anche. Altrimenti verrebbe da pensare che il bene comune da ricercare valga solo a loro uso e consumo". "Si parla della pace. E' opinione comune che l'America voglia la pace. Ma a dispetto dell'opinione comune -prosegue il vescovo ausiliare di Baghdad- le armi più potenti, che possono spazzar via un'intera città in un soffio le ha Bush e non Saddam".

Riguardo alla possibilità che anche il Vaticano possa ammettere come extrema ratio, su decisione dell'Onu, il ricorso all'uso della forza, il vescovo Slamon Warduni sostiene: "Qualche volta, per legittima difesa si può concedere l'uso della forza per togliere il male, ma ricordandosi sempre che il fine non giustifica i mezzi. Qui in ballo c'è la sorte di una popolazione innocente. E poi c'è la solita domanda attorno a cui mi arrovello senza trovare risposta: perché solo l'Iraq è fatto oggetto di queste preoccupazioni? Queste armi incriminate ci sono dappertutto".