Il Venezuela dopo il tentato colpo di stato
Sopravviverà il progetto di Chavez?
di Gregory Wilpert
Un numero sempre maggiore di dettagli sta emergendo sul tentato colpo di stato contro Hugo Chávez, Presidente del Venezuela, anche se l'episodio rimane ancora per la gran parte avvolto nel mistero. Probabilmente il maggior mistero ancora da risolvere è chi erano i cecchini che cominciarono la sparatoria alle dimostrazioni dell'11 Aprile, che si conclusero con 17 morti, e fornirono il pretesto per il golpe?
Sembra che vi fossero almeno almeno 5 o 6 cecchini, che hanno sparato da diversi edifici, alcuni dei quali forse sono stati arrestati per essere successivamente liberati durante il breve regime che seguì il colpo di stato, prima che potessero essere identificati. Precedenti segnalazioni secondo cui due membri del partito estremista dell'opposizione, radicale e violento, Bandera Roja, fossero parte dei cecchini sono diventate meno certe. I sostenitori di Chávez non hanno alcun dubbio: gli unici che potevano beneficiare dallo sparare ai manifestanti sono coloro che hanno organizzato il golpe. Le forze anti-Chávez, tuttavia, sostengono che Chávez sia così gravemente instabile psicologicamente che avrebbe piazzato i cecchini, anche per sparare ai suoi stessi sostenitori, ed anche se ciò va contro qualunque logica e il suo interesse personale.
Naturalmente, un altro grosso mistero che assilla tutti qui in Venezuela è quanto fosse coinvolto il governo statunitense. Nessuno dubita del fatto che il governo americano abbia sostenuto l'opposizione venezuelana finanziariamente e dandole consigli, come riportato in articoli del New York Times e del Washington Post. La National Endowment for Democracy, un'istituzione finanziata dal governo americano e nota per il suo sostegno alle forze anti-progressiste in tutto il mondo, ha fornito quasi $1 milione all'opposizione di Chávez nel 2001, con un altro milione di dollari in programma per il 2002. Inoltre, come ha dichiarato Wayne Madsen, ex-agente segreto dell'Agenzia di Sicurezza Nazionale, la marina USA aveva stazionato delle navi al largo della costa del Venezuela per monitorare i movimenti delle truppe ed informare gli ufficiali coinvolti nel tentativo di golpe. Assumendo che quest'ultimo fosse stato pianificato nei minimi dettagli e non fosse una semplice coincidenza di eventi, come dicono qui i sostenitori del golpe, bisogna assumere che vi fosse, dietro questo movimento di opposizione scoordinato e frammentato, una forza che abbia coordinato gli eventi in maniera centralizzata. Probabilmente non verremo mai a scoprire se il governo USA abbia assunto questo ruolo di coordinamento, o in che misura gli USA fossero coinvolti, fino a quando non verrà tolto il segreto di stato ai documenti rilevanti, non prima dei prossimi dieci anni.
CHÁVEZ DOPO IL GOLPE
Il significato del colpo di stato per il futuro delle politiche Chávez e della sua capacità di mantenere il potere è probabilmente più importante dei dettagli del modo in cui il colpo di stato stesso è stato organizzato. Il colpo di stato ha fatto almeno cinque cose per cambiare la situazione politica in Venezuela.
Primo, ha aiutato Chávez a distinguere i veri sostenitori dai suoi oppositori segreti o dagli opportunisti. Il golpe è durato quanto è bastato per far sì che gli opportunisti rivelassero la loro vera natura, celebrando il successo del golpe.
Secondo, il fallimento, avendo chiarito chi sta con Chávez e chi è contro di lui, ha reso i suoi più convinti sostenitori ancora più arditi nel chiedere una piena implementazione del suo programma politico.
Terzo, il golpe ha dimostrato quanto l'opposizione a Chávez sia forte e quanto sia disposta a rischiare pur di togliergli il potere. In altre parole, l'opposizione è in grado di mobilitare oltre 250 mila dimostranti ed è più che disposta a calpestare la costituzione venezuelana, approvata democraticamente.
Quarto, specularmente al terzo punto, il colpo di stato ha dimostrato quanto sia forte la coalizione pro-Chávez, e quanto i suo sostenitori siano disposti a rischiare pur di difendere la "rivoluzione à la Bolivar". I sostenitori di Chávez sono riusciti a mobilitare in poche ore almeno altrettanti manifestanti dell'opposizione, durante un periodo di black-out completo da parte dei media, solamente attraverso il passaparola. Non solo, ma adesso è chiaro a tutti che molti sostenitori di Chávez sono disposti a a difendere la "rivoluzione à la Bolivar" con le loro stesse vite, se necessario.
Infine, il golpe ed il contro-golpe hanno creato un clima di instabilità politica mai visto prima. Tutti si chiedono se ci sarà un altro tentativo di colpo di stato, se qualcuno tenterà di assassinare Chávez, se Chávez sia semplicemente un burattino dei militari, o se il paese è destinato a vivere un interminabile braccio di ferro tra il governo e l'opposizione.
Sembra che Chávez abbia deciso che l'unico modo per andare avanti in questa situazione post-golpe sia attraverso la riconciliazione ed il dialogo. In numerose dichiarazioni ufficiali, Chávez ha promesso di "rinfoderare la spada" e di cominciare a dialogare con l'opposizione. Sebbene gran parte dell'opposizione sia molto scettica al riguardo, alcuni settori, come la chiesa, alcuni imprenditori ed alcuni sindacalisti hanno deciso di accettare l'offerta di Chávez. Come parte integrante di questo approccio conciliatorio, il partito di Chávez ha promesso di istituire una commissione per la verità, per condurre una ricerca indipendente sugli eventi accaduti dall'11 al 14 Aprile, sullo stesso modello delle commissioni per la verità in Guatemala, El Salvador e Argentina.
Il problema che Chávez si trova ad affrontare, ora più che mai, è che i suoi sostenitori sono spaccati tra coloro che adesso vengono chiamati i "Talebani", che dicono che Chávez deve implementare, soprattutto adesso, con il suo programma, ed i "Miquilenistas", da Luis Miquilena, l'ex Ministro degli Interni e della Giustizia, un moderato e veterano della politica venezuelana. Miquilena lasciò il governo di Chávez lo scorso autunno, a seguito delle controversie relative alle 49 "leggi di autorizzazione" (leyes abilitantes), che hanno causato l'ira degli imprenditori ed hanno portato allo sciopero degli imprenditori il 10 Dicembre.
Ciò che rende questa divisione particolarmente pericolosa per il programma politico di Chávez è che i deputati membri della sua coalizione hanno lentamente cominciato a dissociarsi da quest'ultima. La netta maggioranza parlamentare di cui Chávez godeva si è ristretta da 99-66 a 85-80. Cinque dei "disertori" più recenti sono membri del suo stesso partito, appartenenti alla fazione "Maquilenista". Si pensa che ce ne siano ancora 15 nella sua coalizione e se tre di loro se ne vanno, Chávez perderà la maggioranza nell'Assemblea Nazionale, il che renderebbe estremamente difficile l'implementazione del resto del suo programma. In altre parole, non è solo a causa di un'opposizione economicamente forte e che gode del sostegno dei media che Chávez deve procedere cautamente; la sua stessa coalizione in parlamento corre il rischio di disgregarsi se non modera il suo approccio.
L'OPPOSIZIONE A CHÁVEZ
Come precedentemente menzionato, uno degli effetti del tentato golpe e degli eventi che lo hanno preceduto è stato quello di ricordare a Chávez ed ai suoi sostenitori quanto sia forte la sua opposizione. Chávez, il suo partito Movimento della Quinta Repubblica (MVR), e gli altri partiti della sua coalizione (Movimento verso il Socialismo - MAS, Patria per Tutti - PPT, ed i partiti degli indigeni) tengono sotto controllo tutti i rami del sistema politico, a seguito della schiacciante vittoria elettorale ottenute nelle elezioni del 1998-2000. Tuttavia, l'opposizione di Chávez gode di un enorme potere economico e mediatico.
Questa opposizione, così come la coalizione di Chávez, è anch'essa divisa tra chi vuole il confronto e chi vuole la riconciliazione. Le buone nuove per Chávez sono che può permettersi di ignorare i "falchi", perché sono per la maggior parte in Parlamento, dove sono frammentati in una decina di partiti. La vera opposizione di Chávez è rappresentata dalla principale confederazione sindacale, il mondo degli affari, la maggior parte dei media, e la Chiesa. Questa opposizione extra-parlamentare ha mostrato, fin dal fallito golpe, di essere disponibile a raggiungere il dialogo e la riconciliazione con Chávez.
L'opposizione parlamentare mostra di non avere appreso niente dal fallito colpo di stato e continua imperterrita a chiedere le dimissioni di Chávez, la sua incriminazione (per instabilità mentale, non per avere violato alcuna legge), e con tentativi di indire un referendum per abbreviare il suo mandato. Su quest'ultimo punto, in base alla Costituzione, il mandato di Chávez dura 6 anni e quindi finirebbe nel 2006. È però possibile indire nuove elezioni a 4 anni dall'elezione del Presidente. Inoltre, la Costituzione ammette la possibilità di referendum popolari, che sono ciò che l'opposizione sta cercando di organizzare; tali referendum hanno però un valore puramente consultivo per quanto concerne la durata del mandato di Chávez, a meno che quest'ultimo non cambi la Costituzione.
Per cercare di rabbonire l'opposizione extra-parlamentare, ed in particolar modo il mondo degli affari, Chávez ha recentemente nominato nel suo governo un team maggiormente orientato verso il mercato, un membro del quale ha persino ottenuto il dottorato all'Università di Chicago. Ma ciò che veramente molesta gli industriali sono le leggi recentemente approvate in materia, tra le altre cose, di riforma terriera, sistema bancario, introiti dal petrolio, e microcredito. Tra queste, la legge forse più importante per Chávez ed il suo programma politico è quella relativa alla riforma terriera, che dovrebbe redistribuire appezzamenti di terreno inutilizzati ai senza-terra. I legislatori nella coalizione di Chávez hanno detto di essere disposti a rivedere il procedimento, per includere emendamenti proposti dall'opposizione.
C'è ragione da dubitare, tuttavia, che siano state veramente queste questioni di carattere tecnico, (inclusa la recente disputa sulla gestione della società petrolifera di stato) a mobilitare 250 mila cittadini di Caracas per la marcia contro Chávez l'11 Aprile. Piuttosto, la crescente impopolarità di Chávez tra le classi medie ha molto più a che fare con il peggioramento delle condizioni economiche, con la copertura delle attività del governo "di parte" data dai media, ed un risentimento di classe nei confronti di un presidente orgoglioso delle sue origini indigene, che parla come un membro delle classi più basse, e che mostra disprezzo per le classi alte.
Quattro settimane dopo il fallito golpe, le divisioni all'interno della società venezuelana sono più nette che mai. Il golpe ha reso più estremisti molti dei sostenitori di Chávez che vivono nei barrios (i quartieri poveri in Venezuela). Molti membri delle classi povere nutrivano dei dubbi nei confronti di Chávez prima del colpo di stato, soprattutto perché credevano nella campagna mediatica contro Chávez. Adesso, dopo il golpe, gli scettici nei confronti di Chávez sono diventati suoi sostenitori, ed i suoi sostenitori sono diventati irriducibili.
Dall'altro lato, l'opposizione più estrema a Chávez, che senza dubbio sa ancora cercando di trovare un modo per organizzare un altro colpo di stato, sembra non rendersi conto come una sconfitta anticostituzionale di Chávez finirebbe in una guerra civile. Gli scontri verificatisi il 12 ed il 13 Aprile, immediatamente dopo il golpe, erano un indicazione della rabbia accumulata dalle classi inferiori in venezuela contro colore che si opponevano al "loro" presidente.
L'ECONOMIA
Sembrerebbe, tuttavia, che l'opposizione sia fin troppo impaziente. Laddove il colpo di stato è fallito, la pressione interna ed internazionale potrebbero avere successo, ed in maniera molto più profonda e sottile. In altre parole, le fughe di capitali, che sono cominciate quando Chávez è salito al potere, ma che si sono intensificate negli ultimi mesi ed in particolare all'indomani del golpe, stanno creando scompiglio dal punto di vista economico. Tra le altre cose, le fughe di capitali stanno provocando una grave svalutazione, e visto che il Venezuela importa circa l'80% dei propri prodotti, questo significa che i prodotti importati stanno diventando sempre più cari. Fino al Gennaio 2002 il governo ha cercato di contrastare questo problema utilizzando le sue riserve di dollari per comprare il Bolivar, la valuta nazionale. Tuttavia, man mano che le fughe di capitali aumentavano dopo il primo sciopero generale dell'industria, il 10 Dicembre scorso, il governo ha dovuto abbandonare questa strategia dal momento che le riserve valutarie si andavano esaurendo troppo rapidamente. L'inflazione è immediatamente esplosa il mese successivo, ad oltre il 9% per il periodo da Gennaio all'Aprile 2002. Per tutto il 2001 era stata del 12%.
Fughe di capitali, inflazione, ed un clima economico incerto hanno anche contribuito ad una riduzione degli investimenti e ad un leggero aumento della disoccupazione (dal 14,2% nel Febbraio 2001 al 15% nel Febbraio 2002). Un'altra conseguenza delle fughe di capitali e dell'inflazione è l'improvvisa comparsa di un grosso deficit di bilancio per il governo, dell'ammontare di $8 miliardi nel 2002. La diminuzione del prezzo del greggio alla fine del 2001 ha inoltre contribuito in maniera significativa al deficit pubblico. Dato che il governo ha già un considerevole debito pubblico ereditato dal periodo pre-Chávez, il governo sembra essere al momento sull'orlo della bancarotta.
L'opposizione sostiene che, vista la disastrosa situazione economica, il governo deve fare domanda al Fondo Monetario Internazionale per finanziare il deficit pubblico. Tuttavia, come la maggior parte degli osservatori del Fondo ed il governo sanno bene, andare dal Fondo Monetario significa aderire alle sue condizioni neo-liberiste per l'erogazione dei fondi, come: liberalizzare il commercio (leggi: evadere le quote dell'OPEC), ridurre la spesa pubblica per l'istruzione, la sanità ed i servizi per i poveri (niente più microcredito); privatizzare le imprese di stato (il settore petrolifero); garantire l'inviolabilità della proprietà privata (niente più redistribuzioni della terra né diritti alla casa nei barrios).
Chávez odia rivolgersi al Fondo Monetario per aiuto. Egli si scaglia continuamente contro il "neo-liberismo selvaggio" ed è difficile credere che possa cedere su questo punto. Fino a questo momento Chávez può evitare di chiedere aiuto al Fondo Monetario perché il Venezuela possiede circa $15 miliardi di riserve valutarie che può utilizzare per pagare il deficit, anziché cercare fondi esterni. Il problema è che utilizzare le riserve lascia il Venezuela sempre più alla mercé degli speculatori e delle fughe di capitali, dal momento che non avrebbe più le riserve per combatterli. La speranza di Chávez a questo punto è che il petrolio rimanga a questo livello relativamente elevato, così da poter invertire abbastanza rapidamente il trend del deficit ed il declino delle riserve valutarie.
LE IMPLICAZIONI PER IL FUTURO DEL VENEZUELA
Sulla base di ciò che sta accadendo in Venezuela e di ciò che è accaduto in Nicaragua, Venezuela e Cuba, sembrerebbe che qualunque movimento politico che cerchi di utilizzare l'apparato statale per redistribuire la ricchezza del paese venga sfidato su almeno tre fronti: quello della politica internazionale (principalmente gli USA), quello dell'economia interna, e quello dell'economia internazionale (con il fronte della politica interna conquistato attraverso le elezioni, come in Venezuela e Chile, e attraverso insurrezioni, come a Cuba ed in Nicaragua).
Sebbene sia possibile per le forze progressiste ottenere potere politico (la prossima speranza è rappresentata dal Brasile), i progressisti devono ancora scoprire come gestire gli altri tre fronti. Chávez li ha gestiti principalmente attraverso il braccio di ferro. Questo approccio, alla luce degli scioperi degli industriali, del tentato colpo di stato, e del peggioramento della situazione economica, non è più fattibile. La pura e semplice forza politica a livello domestico, che Chávez ha in abbondanza, non è più sufficiente a fronteggiare l'opposizione politica internazionale (USA) e l'opposizione economica interna ed internazionale.
Chávez deve chiaramente mantenere la concentrazione e non deve rinunciare ai suoi principi ed ai suoi programmi, come ha fatto il suo predecessore Rafael Caldera. Potrebbe però apprendere una strategia migliore da dai governi locali di Porto Alegre in Brasile e dalle municipalità controllate dal FMLN in El Salvador, per citare due tra i molti esempi positivi che stanno facendo la loro comparsa in giro per il mondo. In questi luoghi, si sta alimentando una vera cultura di partecipazione democratica alla base.
Chávez ha spesso manifestato il suo sostegno per la democrazia partecipativa ed ha anche creato, all'interno della costituzione venezuelana, le condizioni per una sua realizzazione. Il suo governo tuttavia non ha alimentato una cultura della partecipazione che potrebbe prosperare all'interno delle nuove strutture istituzionali da lui create. Il problema è in parte che la maggior parte dei leaders delle associazioni di base del Venezuela sono adesso in politica, creando quindi un'assenza di leadership nella base. Chávez ha cercato di infondere nuova vita nella base attraverso i "circoli di Bolivar", ma questo approccio è fallito perché sono stati presto tacciati di essere violenti e di non avere dei veri leaders.
Ciò che dimostrano gli esempi delle comunità in cui una vera cultura di partecipazione democratica alla base esiste, è che si riescono a creare sviluppo e migliori condizioni di vita per i poveri, proprio perché tali comunità sono diventate più autonome ed indipendenti da finanziamenti ed investimenti esterni. Questo non vuol dire che se Chávez imita questo approccio di partecipazione democratica alla base tutti i suoi problemi saranno risolti. Piuttosto, significa che tale approccio è maggiormente compatibile con le forze schierate contro il suo movimento, rispetto ad uno basato sul braccio di ferro; ed al tempo stesso porrebbe Chávez nella condizione di potere realizzare i suoi obiettivi e di conferire maggior potere alle classi più povere.7 Maggio 2002
Gregory Wilpert vive a Caracas, è un ex borsista Fulbright in Venezuela e sta conducendo ricerca indipendente sulla sociologia dello sviluppo. Può essere contattato al seguente indirizzo: wilpert@cantv.net