DOMANI
di VauroC'è una parola che ho imparato qui nel Panshir, in lingua Pharsi, è "Fardò": domani. Me l' ha insegnata Koko Jalil, l'anziano padrone della casa dove vive Gino ad Anabah. L' inverno si sta avvicinando, anche se le giornate sono ancora calde e luminose, la sera giunge presto colando oscurità dalle alte montagne che circondano la valle del Panshir. La notte assorbe nel silenzio i suoi paesaggi superbamente belli. Ma ora il silenzio è rotto dal rumore dei bombardieri di alta quota che vanno a bombardare Kabul, Kandahar, Bagram, o Mazar-i-Sharif.
Nemmeno la notte riesce più a coprire la voce della guerra, come il giorno svela che i paesaggi superbamente belli nascondono mine, ostentano macerie di povere case, tende di rifugiati, una miseria che avvolge tutto e tutti come la polvere sottile e asciutta sollevata dai venti d' estate. E' difficile, guardando gli occhi stupendi dei bambini resi opachi dalla fame o dalle malattie, sapendo che uno su quattro di loro scomparirà, prima di aver compiuto cinque anni, portato via dalla guerra o dalla miseria, credere che in questo paese, dove il tempo si è fermato rendendo eterna l' ora della paura, ci sia un domani.
Montagne di danaro vengono investite per aggiungere guerra a guerra, in strumenti di morte, quelli che ora volano invisibili nel cielo. Giù, alle case di fango, arriva solo il rumore dei loro motori lontani o il fuoco improvviso delle loro bombe che lacerano la carne. Le risorse investite in civiltà, in amore sono molto meno, infinitamente meno, ma non bruciano in un attimo come le esplosioni delle bombe, restano, crescono, entrano ad interrompere l' orizzonte della miseria come le mura bianche dello ospedale di Emergency qui ad Anabah o laggiù a Kabul. Forse, nonostante l' ostinazione, la caparbietà nell' esserci, nell' essere qui ad aiutare, ma anche a testimoniare l' esistenza di un altro occidente, meno lontano dei bombardieri di alta quota, di Gino, Kate, Marco, di tutto il personale di Emergency, l'Afghanistan non ha un domani, ma i Farid le Asilla, i Jalil, le Fahima, i tanti bambini, donne, uomini, strappati alla morte dal loro lavoro sì, un domani ce lo avranno, ce l' hanno. " Fardò".
29.10.2001
da www.emergency.it