Il lebensraum galattico di G.W. Bush
La National Space Policy della Casa Bianca

 

Il 6 ottobre scorso, la Casa bianca ha declassificato parte della National Space Policy, direttiva che costituisce una revisione sostanziale delle strategie di difesa spaziale, ferme al 1996, anno in cui Clinton promosse un'analoga iniziativa, i cui obiettivi dichiarati erano allora quelli di “aumentare la conoscenza della Terra, del sistema solare e dell'universo attraverso l'esplorazione umana e robotica dello spazio”, nonchè di “rafforzare e mantenere la sicurezza nazionale degli Stati uniti”.

La pubblicazione della direttiva Bush, avvenuta nella “massima discrezione”, sarebbe passata probabilmente inosservata se il “Washington Post”, un paio di settimane dopo, non avesse deciso di darne notizia con grande rilievo, aprendo un dibattito abbastanza delicato alla vigilia delle elezioni di midterm del novembre prossimo.
Effettivamente, gli obiettivi enunciati nella National Space Policy sono decisamente più bellicosi di quelli clintoniani, mirando a rafforzare la leadership degli Stati uniti nello spazio e ad assicurare che le risorse strategiche siano disponibili al momento giusto per implementare la sicurezza del paese e i suoi obiettivi in politica estera.

Il documento certifica un passaggio cruciale nella politica imperiale americana, da lungo tempo preparato e teso ad affermare il principio che “la libertà di azione nello spazio è importante per gli Stati uniti come la potenza aerea e marittima” e si traduce nel negare l'accesso allo spazio a chiunque sia “ostile agli interessi americani”, il che implica il respingimento a priori di eventuali futuri accordi sul controllo delle armi che possano limitare la “flessibilità d'azione” degli Stati uniti nello spazio.
Nel documento, infatti, viene esplicitamente affermato che gli americani “si opporranno allo sviluppo di nuove leggi o restrizioni che mirino a vietare o limitare l'accesso degli Stati uniti allo spazio o all'uso dello spazio”, e che “gli accordi sugli armamenti non devono nuocere al diritto degli Stati uniti a condurre ricerca, procedere a esperimenti o effettuare altre attività nello spazio nell'interesse nazionale americano”. Enunciazioni che aprono le porte, senza troppe perifrasi, alla possibilità di posizionare e testare nel cosmo nuovi sistemi d'arma, il tutto coperto dal segreto di stato.

Il documento è stato in realtà approvato dal Congresso il 31 agosto ed è opportuno ricordare che solo una sua parte è stata declassificata: una decina di pagine in tutto, nelle quali sono contenuti i principi ispiratori della dottrina e non si entra nel merito dei passaggi più scabrosi, come quello del nucleare e degli armamenti.
Ciò è bastato, tuttavia, a molti commentatori – tra i quali Michael Krepon, dell' Henry L. Stimson Center e Theresa Hitchens, direttore del Centro per le informazioni sulla difesa di Washington - per parlare di nuova dottrina Monroe per il XXI secolo. La National Space Policy, però, non nasce dal nulla. Oltre a riprendere il –peraltro fallimentare- progetto reaganiano di “scudo spaziale”, essa sviluppa e rende operativi alcuni punti cardine del Rebuilding America's Defense , manifesto del Pnac (Project for the New American Century), il think tank neocon che ha costruito l'ascesa al potere di G.W Bush. Nel Rebuilding, pubblicato nel settembre del 2000, si sostiene infatti che un'America incapace di proteggere i suoi interessi nello spazio o nell'infosfera avrebbe avuto difficoltà insormontabili a esercitare una leadership globale e si rilancia, riaggiornato e corretto, lo scudo stellare reaganiano.
Esattamente due anni dopo, nel settembre del 2002, la Casa bianca dà alle stampe la National Security strategy of The United States of America , al cui interno si riafferma la necessità di “costruire un sistema di difesa spaziale contro i missili balistici e altri strumenti di distruzione”. Nel 2004, infine, l'Aeronautica pubblicò la Counterspace Operations Doctrine , con cui si sottolineava, tra l'altro, la necessità di proteggere i satelliti e le navicelle spaziali americane al fine di garantire il predominio Usa nello spazio. È quanto ribadito in questi giorni dal portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, Frederick Jones , all'indomani dell'articolo della “Washington Post”: “La revisione della politica spaziale - ha spiegato - riflette il fatto che lo spazio è diventato una componente più importante della sicurezza economica e nazionale”, facendo esplicito riferimento alla “dipendenza dei militari dalle comunicazioni e dalla navigazione satellitari”.
Quello dei satelliti, effettivamente, è uno dei punti chiave degli ipotetici scenari di conflitto su larga scala: proprio il 6 ottobre, la Cina, durante un test, ha centrato con un raggio laser un satellite americano e anche la Russia starebbe lavorando da qualche tempo allo sviluppo di tecnologiche belliche anti-satellite. Per quanto riguarda l'utilizzo di armi nucleari, nelle pagine declassificate non vi sono riferimenti espliciti al loro utilizzo ma esso può darsi per scontato, visto che è impensabile qualunque sistema di difesa o di attacco che possa prescinderne; così come è molto probabile che nella nuova dottrina dello spazio americano rientri la sperimentazione di nuove armi, in particolare quelle laser e a energia cinetica.

Detto questo, è lecito chiedersi se effettivamente la direttiva Bush rappresenti un cambio di indirizzo sostanziale nella politica estera americana.
La risposta sta nel mezzo: certo, viene polverizzato il trattato siglato nel lontano 1967 tra Stati uniti, Urss e Gran Bretagna sull'esplorazione e uso dello spazio esterno, che prevedeva che nessuno potesse appropriarsene né mettere in orbita armi nucleari o di distruzione di massa.
Ma è anche vero che da sempre la cosiddetta “difesa degli interessi americani” va di pari passo con la rivendicazione dello spazio vitale – ciò costituisce il cuore del lebensraum a stelle strisce – e la National Space Policy prosegue spedita lungo questo binario. Semmai viene da chiedersi quanto la Casa bianca possa essere rammaricata dal dibattito sorto attorno alle paginette declassificate in un momento in cui l'amministrazione Bush, sempre più inguaiata dalle disastrose sorti della guerra in Iraq e in Afghanistan, non può far altro che rilanciare, alla vigilia delle elezioni di medio termine, proprio sul terreno della sicurezza. Sia quel che sia, da oggi i pionieri americani hanno ufficialmente depositato il certificato di proprietà di un nuovo territorio al di là della frontiera e d'ora in avanti chiunque dovrà fare i conti con loro.

20.10.2006

Umberto Zona, altremappe.org