20 MARZO 2003: ASSALTO AL MEDIO ORIENTE

 

Il 20 marzo 2003, allo scadere di un ultimatum di 48 ore al presidente iracheno Saddam Hussein, gli Stati Uniti, ufficialmente alla ricerca di depositi atomici e armi di distruzione di massa, invadevano l'Iraq. Pochi giorni dopo, quando neppure i bambini credevano più alla presenza di armi proibite nel paese medio-orientale, le truppe americane entravano a Bagdad e abbattevano in diretta televisiva mondiale la statua del rais. Per giustificare il conflitto, Bush prometteva che presto l'Iraq avrebbe conosciuto pace, libertà e democrazia.


A distanza di tre anni, nessuna delle tre si è ancora vista e il quarto anno di guerra si apre invece con un'imponente offensiva aerea che doveva servire a stanare pericolosi terroristi ma come al solito ha finito per ammazzare donne e bambini, le cui salme sono state trasportate nella camera mortuaria dell'ospedale di Tikrit avvolte alla meglio in lenzuola.

E' importante notare che Washington non sembra avere alcuna fretta di ritirare le truppe e, secondo i giornali, se un ritiro ci sarà dipenderà naturalmente dal piano di sicurezza o dalla capacità degli iracheni di trovare una soluzione immediata. Basta edulcorare la realtà con una frase presa a caso e persino un attacco unilaterale contro la popolazione inerme si trasforma in battaglia , in modo che non si noti troppo il mancato rispetto delle leggi internazionali. Ma intanto la guerra in Iraq è già costata centinaia di migliaia di morti, feriti, mutilati, e tutta la lunga serie di orrori voluti dall'amministrazione Bush. In realtà, non ha neppure senso chiamare guerra quella che è a tutti gli effetti una un'invasione voluta dalla sola parte armata, sembra quasi di romanzare la tragedia di un popolo aggredito vigliaccamente, in cui anche i media hanno la loro parte di colpa.

Non era mai successo che venissero inventati tanti termini fantasiosi per sviare l'attenzione dalla realtà. Con ottusa arroganza i media hanno trasformato l'appropriazione indebita di un paese che fu culla della civiltà in liberazione e i morti ammazzati in danno collaterale , per non parlare della criminalizzazione generalizzata dell'Islam al fine di far apparire gli Stati Uniti come buoni e giusti.

Sempre secondo i giornali, l'operazione Swarmer sarebbe invece un pedaggio doloroso ma necessario per accelerare il ritorno delle truppe in patria, ma non facciamoci troppe illusioni, perchè la cosa non accadrà per parecchio tempo ancora. O non sarebbero stati stanziati altri 85 miliardi di dollari per le necessità logistiche dell'esercito. L'Iraq sarà presto disseminato di basi USA come quella di Balad, talmente ricercata da sembrare quasi una piccola città di provincia americana. Quattro sale per la ricreazione, una rampa di lancio per gli aerei, un minigolf e l'indispensabile galera con tanto di cella di rigore. Recentemente vi è stata installata anche la TV via cavo.

Nella base di Anbar invece lo spazio è talmente vasto che agli incroci delle strade sono stati piazzati dei semafori. Si tratta di una vera e propria isola a stelle e strisce dove le truppe possono contare su comfort pensati per una permanenza di qualche anno. Tutto ciò è stato creato con i soldi stanziati per la ricostruzione dell'Iraq che finora ha però beneficiato solo gli americani. Una volta i paesi venivano colonizzati, oggi chi riesce a piazzare per primo una base militare se ne appropria. Se la verità resta un optional a Washington, chi vuoi che s'indigni se l'acqua che doveva dissetare i ragazzi di una scuola viene invece usata dal barbiere delle truppe USA?

20.03.06

Bianca Cerri