L'informazione tra Torri e antenne

di Sebastiano Triulzi


L'aver trasformato un attentato terroristico, quale la distruzione delle Torri Gemelle, nel "più grande spettacolo del mondo", se costituisce il punto di non ritorno nella comunicazione nel mondo globalizzato, al contempo raffigura l'uomo come prigioniero di false ombre nella caverna di Platone: prigioniero cioè di una informazione assolutamente incapace di prevedere, di riconoscere gli eventi e di capire i sistemi di ragionamento di chi vive al di là di noi.
Non a caso, in uno studio a cura di Makno-Isimm, e presentato all'incontro "Media, Eventi, Terrorismo tra realtà e rappresentazione", promosso dalla facoltà di scienze della comunicazione della "Sapienza" di Roma, una percentuale molto alta dell'opinione pubblica ha dichiarato di non veder soddisfatta la propria sete di notizie. La disinformazione, dunque, sembra farla da padrone, nonostante il bisogno di conoscere ciò che veramente accade in Afghamistan spinga poi a consultare o ascoltare più di due media al giorno.
Il fatto che oltre il 40% degli intervistati confessi di farsi da sé un'idea di come stiano effettivamente le cose cozza in modo evidente con chi pretende, in nome della lotta al terrorismo, di limitare il raggio di azione dei media.
Contro le sette regole di autoregolamentazione stilate dal presidente della Cnn, si è battuto Walter Cronkite, mitico giornalista americano: "I media hanno il dovere di informare con tutte le notizie che la gente dovrebbe e deve avere per giudicare l'attività del proprio governo. Questo ruolo non cambia né in periodo di pace, né in periodo di guerra". Che il timore sia riposto nella capacità di giudizio dello spettatore, nella sua indipendenza di giudizio, cela in realtà il dubbio storico del liberalismo, quello di dare piena libertà alla stampa, piena trasparenza del mondo. "Nella logica classica della politica, quando non si hanno soluzioni, si ricorre alla guerra - spiega al manifesto, Alberto Abruzzese, Preside della facoltà di scienze della comunicazione a Roma e tra i relatori al convegno - I paesi occidentali sono strutture di potere che dispongono e predispongono alla guerra; ma al loro interno la popolazione è ostile alla guerra, perché essa limita il benessere e il consumo".
La decisione di partecipare al conflitto senza avere un effettivo consenso può costare cara ai governi europei: ecco allora che il ruolo dei media diventa fondamentale. Nella manipolazione dell'informazione, la componente emotiva fa la sua parte fino in fondo, contribuendo a creare uno stato di angoscia e di allarme perenne: quasi il 60% del campione intervistato afferma di percepire come ansiogeni le notizie date dai media italiani. Più la guerra appare invisibile e più c'è bisogno di capire, di comprendere. Nessuna fonte è indipendente, nessuna notizia è attendibile e quando l'informazione è assente il pericolo è che la realtà ci sfugga. "Per la società occidentale - continua Abruzzese - la difesa del proprio corpo vale più d'ogni altra cosa: non bisogna pensare al consumismo come a qualcosa di negativo. Vivere nel benessere significa aver costituito un humus di valori a difesa della vita umana. La differenza con il mondo islamico sta nel fatto che è più facile per la sua classe politica portare la popolazione alla guerra, perché scarsa è la qualità della vita".

10 novembre 2001
Fonte: Il Manifesto