C'è qualcuno che si sfila dalla battaglia



Al referendum non voterò
L'intervista a Sergio Cofferati - 12 maggio 2003


Le reazioni alla decisione di Sergio Cofferati di astenersi dal voto il 15 giugno


Lavoro e società esce dai Comitati per il SI'???


Le lettere di Gian Paolo Patta (Coordinatore dell'area Lavoro e Società della Cgil) - 14 maggio 2003
al Presidente del Comitato Nazionale per il SI'


e a Guglielmo Epifani



La risposta a Patta di alcuni delegati dell'area Lavoro e Società - 15 maggio 2003


La reazione delle delegate ed i delegati
che si riconoscono nel movimento per un
Coordinamento nazionale delle Rsu - 15 maggio 2003

 

 

Al referendum non voterò

L'ex leader Cgil lancia l'allarme per le "continue spallate" del premier alle istituzioni
La scelta di Cofferati - "Al referendum non voterò"

da Repubblica, 12 maggio 2003 , di Massimo Giannini

ROMA - "Berlusconi sta lacerando il tessuto connettivo della democrazia. Serve un'azione di contrasto sempre più forte e determinata da parte del centrosinistra, che deve ritrovare le ragioni dell'unità". Sergio Cofferati rilancia il suo allarme: preoccupato dalle ultime "pericolose spallate del presidente del Consiglio", l'ex leader della Cgil chiama l'opposizione a una "forte assunzione di responsabilità, a partire dalle prossime consultazioni elettorali". Compreso il referendum per l'articolo 18, sul quale finalmente annuncia in modo ufficiale la sua posizione: "Non andrò a votare".

Cofferati, cosa la preoccupa nelle ultime prese di posizione del premier?
"Mi preoccupano, anche se non mi sorprendono, i gravissimi attacchi che il premier sta muovendo contro le istituzioni. L'avevo detto dopo il voto del 13 maggio 2001, e oggi ne ho la conferma: Berlusconi non è la Thatcher, ma è una miscela molto più pericolosa".

Che basta, secondo lei, per gridare al "regime", come dice Rutelli?
"Io l'ho sempre sostenuto, anche quando altri non ne erano convinti. Siamo in una situazione grave e delicata, che è il frutto di strappi continui e che ora, dopo gli ultimi sviluppi giudiziari, subisce un'accelerazione drammatica. Lo confermano le frasi gravissime e inquietanti pronunciate da Berlusconi a Udine. Siamo in presenza di una crisi istituzionale che non ha precedenti, e che si sviluppa su due fronti. Il primo fronte è quello internazionale: il premier, alla vigilia del semestre di presidenza italiano della Ue, getta fango sulle istituzioni europee che l'Italia rappresenta attraverso il presidente della Commissione di Bruxelles e il vicepresidente della Convenzione. Il secondo fronte è quello interno: il premier muove all'attacco del presidente della Repubblica, ignorando i suoi moniti ed anzi rivolgendogli contro un atto di evidente ostilità attraverso il rilancio del presidenzialismo".

Il Cavaliere obietta: è mio diritto ricostruire i fatti della vicenda Sme, in tutte le sedi in cui mi è possibile. Non vorrà negargli questo diritto.
"Berlusconi, con la sua offensiva giudiziaria, ha provocato e sta provocando un'ulteriore, gravissima caduta di credibilità internazionale del nostro Paese. Con il risanamento degli anni '90, e poi l'aggancio alla moneta unica di Maastricht, il Paese aveva compiuto uno straordinario passo avanti, che gli aveva ridato lustro e aveva rafforzato il suo tessuto democratico: era uscito dalle macerie di Tangentopoli e aveva ripreso il controllo della sua finanza pubblica in un quadro di grande consenso sociale. Oggi quel patrimonio di credibilità è stato dilapidato. Basta leggere i commenti dei più autorevoli osservatori internazionali, per rendersene conto".

C'è anche chi osserva che Prodi non avrebbe dovuto reagire, dichiarandosi "indignato" dopo la comparsata televisiva del premier ad "Excalibur".
"Ci manca solo questa. Che si impedisca ad un cittadino di manifestare la propria indignazione, di fronte ad uno spettacolo indegno come quello che abbiamo visto venerdì sera. L'osservazione di Prodi è del tutto condivisibile. Ed è stravagante l'idea di chi mette sullo stesso piano azione e reazione. C'è stato un vulnus istituzionale gravissimo prodotto dal presidente del Consiglio, e subito ci si affretta ad occultarlo, mettendo sullo stesso piano la legittima replica di chi quel vulnus lo ha subito in prima persona. Una pratica inaccettabile, che nasce dalla mancata soluzione del conflitto di interesse".


Che c'entra il conflitto di interessi?
"Berlusconi sta lacerando il tessuto connettivo della democrazia, garantito dalle norme costituzionali. Questo avviene per effetto della saldatura tra due azioni altrettanto devastanti. Da una parte c'è l'attacco sistematico a uno dei poteri fondamentali dell'ordinamento, la magistratura, che nasce dall'esigenza di piegare l'indipendenza dei giudici agli interessi privati del premier e di alcuni suoi alleati. Usando strumentalmente il principio sacrosanto secondo il quale tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, si punta invece a creare una zona franca di impunità riservata solo a pochi eletti. Dall'altra parte c'è l'uso monopolistico della comunicazione, che viene attivata a proprio piacimento per sovvertire mediaticamente lo stato delle cose: è così che l'accusato diventa accusatore, il condannato diventa perseguitato".

Non è esagerato parlare di "lacerazione del tessuto democratico"?
"Non trovo una definizione diversa, di fronte al seguente fenomeno: c'è un presidente del Consiglio che (per interesse personale) vuole togliere ai cittadini il diritto di essere giudicati da una magistratura autonoma e indipendente, e che nel contempo (in forza del suo strapotere mediatico) sottrae loro anche il diritto al pluralismo dell'informazione. Così si priva una democrazia dei fondamenti del vivere civile, sanciti dalla Carta costituzionale".

Non si potrebbe sciogliere questo nodo con l'immunità o con la proposta Maccanico, che prevede la sospensione dei processi per le alte cariche?
"Considero gravissime entrambe le proposte. Chi ha compiti di rappresentanza politica non deve essere protetto da privilegi legislativi: la sua unica, vera "protezione" è costituita dalla sua storia, dalla sua credibilità, dalla sua trasparenza. Da questo punto di vista, è giusto che l'opposizione non si presti ad alcuna forma di dialogo con la maggioranza. Né sul lodo Maccanico, né su altre ipotesi che nascondono solo l'obiettivo di arrivare all'impunità".

Se le cose stanno così, come si esce da questa emergenza? Trasformando l'Ulivo in un Comitato di Liberazione Nazionale?
"Io credo sia necessaria, in questo momento, un'azione di contrasto da parte del centrosinistra, sempre più ferma e determinata. Oggi il problema non è il confronto sulle riforme, che come i fatti dimostrano è impensabile. Semmai è quello di mantenere le condizioni elementari perché eventuali cambiamenti siano ancora possibili in futuro. Dobbiamo difendere la Costituzione attuale, contro le continue aggressioni di chi la vuole snaturare. E l'opposizione deve farlo subito, in Parlamento e nella società civile, rilanciando l'unità del centrosinistra a partire dalle prossime consultazioni elettorali".

Lei è un po' velleitario, visto che proprio sul referendum per l'estensione dell'articolo 18 si profila una resa dei conti a sinistra. A questo proposito, Cofferati, per lei è il momento di gettare la maschera. Ha taciuto fin troppo, su questa delicatissima sfida elettorale.
"Il referendum è stato un grave errore. Io resto convinto che sia tuttora indispensabile difendere ed estendere i diritti, nella cittadinanza e nel lavoro. Ma il mercato del lavoro è composto da figure che hanno profili, diritti e tutele diverse tra loro. Estendere e modulare i diritti, com'è giusto e necessario, richiede strumenti complessi e differenziati, che non possono che essere introdotti per via legislativa. Solo la legge consente una pluralità di interventi".

D'accordo. Traduca tutto questo in una scelta di voto. Sì o no?
"C'è un percorso logico da seguire, per arrivare alla risposta. Oggi sono un semplice cittadino, ma per me la proposta normativa più adeguata resta quella presentata al Parlamento dalla Cgil, per la quale abbiamo raccolto 5 milioni di firme. Data questa premessa, veniamo alle scelte possibili. Prima scelta, il no. Se dovessero prevalere i no all'estensione dell'articolo 18 nelle imprese con meno di 15 dipendenti, questo equivarrebbe di fatto alla negazione dell'esistenza del problema dell'estensione e della modulazione dei diritti: per me sarebbe un grave errore, perché quel problema esiste eccome. Seconda scelta, il sì. Se dovessero prevalere i sì, fallirebbe l'obiettivo per il quale mi sono battuto, cioè una nuova legge per l'estensione e la modulazione dei diritti: il sì non creerebbe alcun vuoto legislativo, del resto agli stessi promotori del referendum una nuova legge non è mai interessata, né l'hanno mai proposta. Ma il quadro normativo che ne discenderebbe sarebbe sostanzialmente inapplicabile: è noto a tutti che le condizioni organizzative e i rapporti di lavoro nelle piccole e piccolissime imprese sono oggettivamente diversi da quelle più grandi. Inoltre resterebbe irrisolta la questione delle tutele per il nuovo lavoro, quello più debole, rappresentato dai para-subordinati e dai collaboratori coordinati e continuativi".

Conclusione? Che farà il 15 giugno il cittadino Sergio Cofferati?
"Non andrò a votare".

Cioè fa come Craxi, e dice agli italiani "andate al mare"?
"Io non andrò al mare e non farò appelli all'astensione. La mia è una scelta personale, consapevole e attiva, e pienamente in linea con i diritti della Costituzione, che non per caso individua un quorum. Non voglio scoraggiare la partecipazione dei cittadini al voto. Agli italiani io non dico niente, ma so che i cittadini sanno scegliere, come hanno dimostrato in precedenti consultazioni referendarie: non votando quando hanno considerato irrilevante il quesito, o votando quando invece gli appariva significativo".

Quindi lei non condivide la scelta del suo successore Epifani, che ha attestato la Cgil sulla linea del sì?
"Ho troppo rispetto per l'autonomia dell'organizzazione alla quale sono iscritto, per formulare giudizi. Constato solo che la mia opinione è diversa".

Lei si rende conto che questi contorcimenti nascono dalla contraddizione della sua battaglia per l'articolo 18, inteso come "diritto assoluto di cittadinanza", e non come semplice "forma di tutela"? Bertinotti è partito da questa sua contraddizione, per tirare addosso al centrosinistra la sua bomba intelligente.
"Mi è chiaro l'intento di Bertinotti: dividere un fronte che era unito, ed era larghissimo. Quanto alla mia presunta contraddizione, resto convinto che l'articolo 18 sia un pilastro dal quale non si può prescindere, modulato sulla dimensione e l'organizzazione delle imprese: questo è giusto oggi come nel 1970, quando non a caso il legislatore fissò la soglia dei 15 dipendenti. E' un diritto da declinare con forme opportune. La legge attuale riconosce, la proposta di legge della Cgil lo rafforza e lo rende universale, mentre il referendum lo cancella".

Ma fu lei che portò al Circo Massimo 3 milioni e mezzo di persone, per difendere quel diritto. Da domani lei avrà il plauso dei riformisti dell'Ulivo, ma correrà il rischio che molta, tra la sua gente, non capisca il suo "non voto", e lo consideri un tradimento rispetto alle battaglie di questi mesi.
"So che la mia scelta incontrerà dubbi e critiche. Ma correrò il rischio, perché la ritengo giusta e perché credo nell'etica delle responsabilità".

(12 maggio 2003)

 

 

 

Referendum sull'articolo 18/ Cofferati: non andrò votare


Le reazioni



Una scelta destinata a fare discutere e a suscitare reazioni. Cofferati opta per l'astensione sull'articolo 18, esattamente come la segreteria dei Ds su indicazione di Piero Fassino. E, inevitabilmente, alla soddisfazione di quest'ultimo per la decisione di Cofferati fa da contraltare lo sconcerto dei promotori del referendum e di chi ha deciso di appoggiarlo.

Una scelta, quella di Cofferati, che Paolo Nerozzi, segretario nazionale della Cgil, ritiene sbagliata. 'Io rivendico una coerenza diversa - spiega Nerozzi in un'intervista al Corriere della Sera. Nel merito, per almeno tre ragioni. Perché il sì è quello che aiuta di più la Cgil a portare avanti la battaglia per i diritti; perché è in linea col rapporto che abbiamo costruito con tutti i giovani e i movimenti che si sono mossi con noi; e perché la Cgil, che è presente nelle piccole e medie imprese, fa fatica a dire di non votare o votare no'. Con l'ex segretario generale della Cgil c'è 'una differenza di opinioni e soprattutto di ruoli - precisa Nerozzi -, ma che non tocca i rapporti personali. Abbiamo scelto due strade diverse'. 'Ma io - afferma Nerozzi - rivendico anche una coerenza rispetto allo strumento. Il referendum non lo abbiamo voluto noi. Bisognava fermarlo prima. Ma adesso che c'é abbiamo il dovere di dare una risposta. Se oggi diciamo di non votare e magari tra qualche mese ci troviamo di fronte alla necessità di promuovere noi un referendum contro le modifiche all'art.18 in discussione in Parlamento? Ecco perché dobbiamo essere coerenti'. E Cofferati, sostiene Nerozzi, non è stato coerente. 'In questa materia - aggiunge - non c'é una sola coerenza. Chi dice il referendum è sbagliato e quindi non voto segue una sua linea. La rispetto ma, per le ragioni che detto, non la condivido. Non avrebbe senso quindi scambiarsi reciprocamente accuse di incoerenza. Tanto più su una questione che non è decisiva per la Cgil. Con Cofferati continuiamo a pensarla allo stesso modo su tutte le questioni fondamentali'.

Dura bocciatura anche da Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, per il quale l'astensione ''e' una posizione assolutamente sbagliata, non coerente con il concetto di partecipazione che e' proprio del movimento''. ''Capisco, anche se non condivido - ha aggiunto Rinaldini - chi invita a votare no o ad astenersi al momento del voto, ma non chi si augura che non venga raggiunto il quorum''.


CREMASCHI (FIOM): DELUSIONE PER DECISIONE COFFERATI

Sconcerto e delusione. Così Giorgio Cremaschi, della segreteria nazionale Fiom, commenta la scelta dell'ex segretario della Cgil, Sergio Cofferati, di no votare al referendum sull'estensione dell'articolo 18. 'Non c'é dubbio che tra i metalmeccanici il sentimento prevalente è lo sconcerto e la delusione - dice Cremaschi -. Si dava per scontato nelle fabbriche che, al di là dei giudizi sul referendum, Sergio Cofferati non avesse coerentemente dubbi sul fatto di votare sì. Non è stato così - aggiunge - e, a mio parere, abbiamo visto prevalere definitivamente il Cofferati politico sul Cofferati sindacalista, che ha guidato la lotta per i diritti. Ce ne dispiace - conclude Cremaschi - ma andremo avanti'.

12/05/03 17.25

Per i promotori del referendum la decisione di Cofferati è 'incomprensibile' e non coerente con la campagna per i diritti portata avanti dal sindacato. Lo afferma il presidente del Comitato promotore del referendum, Paolo Cagna. 'Non è un caso - ha detto Cagna - che l'attuale segreteria della Cgil ritenga il referendum del 15 giugno compatibile con i suoi obiettivi per l'estensione dei diritti. La Cgil ha fatto una scelta coerente con la campagna fatta. Cofferati ha fatto una scelta coerente con l'organizzazione politica nella quale milita'. Secondo Cagna la scelta di Cofferati è 'un po' incomprensibile. E' incoerente - afferma - rispetto alla speranze sollevate. Non vedo altra ragione per questa scelta che una logica interna al quadro politico. E' uno scontro all'interno della sinistra che la gente non capisce'.

Giorgio Mele e Luciano Pettinari , della sinistra Ds, si dicono invece "stupefatti per la posizione astensionista dei Ds e di Cofferati". "Non è infatti comprensibile - affermano i due esponenti del Correntone - come si possa affermare che il referendum del 15 contraddica la grande stagione dei diritti, di cui pure Cofferati è stato indubbio protagonista. E' vero il contrario. Il referendum, al di là della stessa volontà dei promotori, è diventato l'unico strumento nelle mani dei lavoratori per continuare la lotta in difesa dei diritti". "Colpisce, infine, che Cofferati - hanno concluso i due esponenti diessini - abbia ritenuto di rendere pubblica la sua posizione per l'astensione dopo che, in forme diverse, ma tutte esplicite e chiare, tanto la Cgil, quanto l'associazione "Aprile", di cui Cofferati è co-presidente, si erano pronunciate a favore del sì".


Fassino: la posizione di Cofferati è quella dei Ds.
'Sono molto contento che anche Sergio Cofferati abbia assunto una posizione che è esattamente quella che i Ds hanno preannunciato da qualche settimana': questo il commento del segretario dei Ds, Piero Fassino, il quale ribadisce 'il carattere inutile e dannoso che ha questo referendum e la necessità di evitare i danni che potrebbe produrre rendendolo inutile. Il modo migliore per renderlo inutile - sottolinea - è non partecipare al voto per consentire invece al Parlamento di affrontare i problemi delle imprese minori e dei diritti dei lavoratori di quelle imprese con una legge apposita che è uno strumento più adeguato per affrontare questi problemi che non una scelta astratta tra un sì e un no'.

Una nota di apprezzamento viene anche dal capogruppo del Ds al Senato, Gavino Angius. 'Voglio esprimere apprezzamento per la posizione illustrata oggi da Sergio Cofferati sul referendum sull'articolo 18. Mi sembra una posizione ragionata e motivata, che denota una giusta preoccupazione su quel quesito''. ''Sono le stesse preoccupazioni - ricorda Angius - che, come segreteria Ds, avevamo gia' manifestato nelle scorse settimane, assumendo una posizione molto precisa. Mi sembra molto importante che Cofferati entri nel merito delle varie posizioni sul campo, e rilevi gli errori, gravi, fatti dai promotori di questo referendum. E' giusto che Cofferati rivendichi per la Cgil l'efficacia di una battaglia condotta nei mesi scorsi, e la serieta' delle proposte che la stessa Cgil ha avanzato per l'estensione e l'allargamento dei diritti dei lavoratori. Sono inoltre giuste le preoccupazioni sulle divisioni che l'iniziativa referendaria sta provocando nel sindacato, nel mondo del lavoro, e (cosa non secondaria) tra le forze politiche del centrosinistra''. ''Mi auguro che questa autorevole presa di posizione - conclude Angius - possa aiutarci a parlare ai cittadini italiani e a convincerli che questo referendum e' sbagliato, e che altre sono le strade, gli strumenti e le iniziative che l'insieme del sindacato e l'insieme delle forze del centrosinistra possono percorrere e utilizzare per estendere giusti diritti e garanzie a tutto il mondo del lavoro, a cominciare da chi, come molti giovani, ne e' oggi sprovvisto''.

Ma anche alcuni esponenti della sinistra Ds appoggiano la posizione del presidente di Aprile. Tra questi Giovanna Melandri, che ha detto:. ''Condivido l'analisi di Sergio Cofferati sull'attuale situazione politica (...) Penso anche io che non andare a votare sia l'unica scelta possibile. Personalmente sara' quello che faro' il 15 giugno. Il quesito proposto dal Comitato promotore, infatti, e' il modo peggiore per risolvere il problema dell'estensione dei diritti dei lavoratori: votare no equivale a votare contro i lavoratori e negare che esista un problema di estensione dei loro diritti, e questo non e' accettabile. Ma votare si', creando di fatto un quadro normativo sostanzialmente inapplicabile, non significa affatto introdurre forme di tutela per il nuovo lavoro piu' debole, per quello parasubordinato e, soprattutto, per i molti giovani che chiedono nuovi diritti per affrontare la crescente precarizzazione del lavoro''.

Su una linea analoga Carlo Leoni, altro esponente della minoranza Ds, che sostiene di ''condividere in pieno'' la scelta di Cofferati. ''Nel momento del più grave attacco della destra ai valori fondanti della nostra democrazia - afferma Leoni - servono atti che uniscono, non iniziative di divisione. E non c'e' dubbio sul fatto che il quesito referendario, peraltro inutile ed inefficace, stia dividendo il grande movimento per i diritti che riempi' le piazze delle citta' italiane un anno fa''.

Per il governo parla il sottosegretario al Welfare Roberto Sacconi, intervistato dal Giornale, secondo il quale l'opzione di Cofferati deriva da una forma di "pensiero debole". 'Io la penso come Renato Brunetta - afferma Sacconi - non andiamo al mare e non sottraiamoci al confronto sul referendum. Poi questo passaggio lo dobbiamo compiere insieme alle forze che hanno condiviso con noi questi due anni di lavoro, cioè i firmatari del Patto per l'Italia'. Il fatto che Cofferati abbia preso le distanze dal referendum 'é la conferma di un pensiero debole: vorrei capire dove sta la coerenza tra il sostenere, come ha fatto Cofferati, che l'articolo 18 è un diritto alla civiltà, cioè un diritto per definizione universale, e la sua contrarietà a un referendum che vuole estendere questo diritto a tutti'. Conclude Sacconi: 'La verità è che l'articolo 18 è una tutela e non un diritto'.

(12 maggio 2003)

 

 

Roma, 14 maggio 2003

A Paolo Cagna

Presidente Comitato Nazionale per il “SI”

MILANO


Caro Paolo,

come sai il Direttivo della Cgil ha deciso di sostenere il “SI” nel referendum sull’art. 18.

Nello stesso tempo ha deciso di scendere in campo con una campagna referendaria autonoma, e di non aderire pertanto al Comitato per il “SI”.

La scelta della Cgil è coerente e coraggiosa e ritengo che vada sostenuta da uno sforzo unitario significativo.

Per queste ragioni Lavoro Società rispetterà le decisioni del Direttivo confederale e sosterrà la campagna della Cgil. Usciamo quindi dal Comitato per il “SI”.

Con questa scelta non intendiamo condizionare nessun altro. Parteciperò al prossimo incontro per gestire positivamente e nell’interesse della comune campagna per la vittoria del “SI” le ricadute di questa scelta.

Considerato, però, che forze importanti che sostengono il “SI” non aderiscono al Comitato credo che forse sarebbe opportuno il suo superamento per rilanciare l’originario Comitato Promotore che dovrebbe rapportarsi a questo fronte più ampio.

Cordialmente.

Gian Paolo Patta

(Coordinatore di Lavoro Società)

 

 



Roma, 14 maggio 2003

Guglielmo Epifani

Segretario Generale CGIL

p.c. Tutte le strutture

Caro Guglielmo,

il Direttivo approvando quasi all’unanimità la tua relazione ha voluto segnare l’autonomia della Cgil e la continuità con la linea approvata dal Congresso di Rimini e col grande movimento a difesa dei Diritti promosso dalla nostra organizzazione.

Le diverse valutazioni esistenti tra di noi sull’uso del referendum non possono oscurare il significato straordinario della scelta effettuata dal Direttivo.

La Cgil in questa fase difficile sul piano istituzionale, politico e sociale è chiamata a dare prova di unità e determinazione come nel 2002.

Per questa ragione ti annuncio che l’area programmatica Lavoro Società si è ritirata dal “Comitato per il SI” e come tutti nella Confederazione darà il massimo contributo alla mobilitazione che la Cgil autonomamente deciderà.

Cordialmente.

Gian Paolo Patta

(Coordinatore di Lavoro Società)

 



IN MERITO ALLA LETTERA DI PATTA

Apprendiamo con stupore ed incredulità che Gian Paolo Patta in nome e per conto dell’area programmatica “Lavoro Società- Cambiare rotta” della Cgil ha deciso di uscire dai Comitati per il SI.

Una decisione inaccettabile nel merito e nel metodo: nel merito per le ripercussioni che in piena campagna referendaria inevitabilmente rischiano di compromettere lo sforzo sovrumano che i singoli compagni e le singole compagne hanno sostenuto per costruire il consenso sulle ragioni del SI e soprattutto per raccogliere le adesioni di tanti/e compagni/e della Cgil che, seppure non appartenenti all’area , hanno contribuito in maniera determinante alla decisione del Direttivo Nazionale della Confederazione di schierarsi per la vittoria dei SI; nel metodo in quanto la scelta di uscire dai Comitati per il SI a firma di Patta non ci risulta frutto di un percorso condiviso di discussione e decisione formale dei compagni e delle compagne dell’area “Lavoro società-Cambiare rotta” che non si riduca ai soli coordinatori nazionali dell’area stessa, ai quali evidentemente non è riservata nessuna prerogativa decisionale che prescinda dalla rappresentanza delle decisioni assunte dal corpo vivo dei militanti.

Corpo vivo che a partire dalla defaticante raccolta delle firme dello scorso anno, alla battaglia negli organismi dirigenti Cgil degli ultimi mesi, sia a livello confederale che categoriale , per estendere l’adesione alle ragioni del SI, sino alla costituzione dei Comitati locali, ha scelto sul campo, in maniera inoppugnabile e determinata di lavorare con lealtà assieme all’ampio schieramento di forze politiche e sindacali grazie alle quali il prossimo 15 giugno si potrà votare per estendere l’art.18 a tutti e a tutte.

La scelta della Cgil di sostenere la campagna referendaria a favore del SI con un proprio profilo autonomo, senza tuttavia aderire ai comitati in coerenza con la scelta originaria di non condivisione delle ragioni dei promotori del quesito referendario, è certamente un fatto di enorme rilevanza.

Tuttavia questo orientamento non può meccanicamente determinare da parte dell’area programmatica, senza lederne l’autonomia politica ed organizzativa, l’abbandono puro e semplice del proprio impegno nei comitati per il SI , in quanto essa è uno dei soggetti che hanno promosso il referendum.

Quali siano le ragioni che hanno portato Gian Paolo Patta ad assumere una decisione di tale gravità ci sfuggono, tuttavia insieme alla riconferma del nostro impegno nei Comitati già costituiti ed operanti , ci preme porre un semplice quesito: E’ più forte oggi la battaglia per convincere quei milioni di Italiani, ai cui molti chiedono di andare al mare, a votare Si il 15 e 16 giugno?

15.5.2003

Sergio Bellavita Segr. Reg. Fiom ER; Sveva Haertter Dir. Reg. filcams-cgil lazio; Gianni Pistonesi Dir.Reg.Cgil Emilia Romagna; Antonio Merlino Dir.Reg. Cgil liguria; Roberto Vassallo Dir.Prov FIOM Milano; Ada Micelli dir.Prov CGIL Milano; Toffanello Enrico Dir. Naz. SLC-CGIL; Domenico Conte Dir.Nidil Cgil Bologna; Giuliana Righi Dir.Prov.Cgil Bologna; Michele Corsi Dir. Cgil scuola Milano

 


 

LAVORO E SOCIETA' ESCE DAI COMITATI PER IL SI !! ??


Il compagno G.Paolo Patta, con una lettera ad Epifani, comunica che l'area programmatica "Lavoro e Società - cambiere rotta" della Cgil ha deciso di uscire dal Comitato per il SI al referendum. Analoga comunicazione viene inviata a Paolo Cagna Ninchi (Presidente del comitato promotore nazionale) che tra l'altro viene invitato da Patta a non sottovalutare la necessità di un superamento dei comitati per il SI, considerati da lui poco rappresentativi del più vasto campo di forze che oggi sostengono il SI al referendum. Una scelta che viene da Patta argomentata dalla necessità di sostenere e valorizzare la discesa in campo della Cgil a sostegno del referendum.

Ma chi ha deciso tutto ciò ?? Non certo l'area "Lavoro Società - cambiare rotta". Non risulta infatti che ci siano stati momenti ufficiali di discussione all'interno dell'area che abbiano affrontato questo tema ed abbiano espresso posizioni nel senso indicato da Patta, anche perchè se così fosse stato siamo certi che l'area nel suo insieme non sarebbe arrivata alle stesse conclusioni di Patta.

E poi. Perchè questa posizione di Patta ??. Senza nulla togliere all'importanza del fatto che finalmente e giustamente la Cgil si è espressa a maggioranza a sostegno della campagna referendaria, rimangono valide ed attuali tutte le argomentazioni che hanno portato l'area "Lavoro Società - cambiare rotta" ad aderire ai Comitati per il SI. Rimangono infatti aperte tutte le differenze di valutazione sul come la Cgil ha motivato il suo sostegno al SI, un sostegno che si basa sulla critica al ricorso dello strumento referendario ed alle rigidità che una vittoria dei SI produrrebbe. Rigidità altrimenti risolte dalle proposte di legge della Cgil che, come sappiamo, non sono tutte condivisibili. In questo senso, dal punto di vista di "Lavoro Società - cambiare rotta", in quanto area programmatica della Cgil, non esiste alcun motivo per uscire dai comitati per il SI, visto che le motivazioni che hanno portato l'area ad aderirvi rimangono valide e non risolte in modo soddisfacente dai contenuti della relazione di Epifani al Direttivo della Cgil.

Liquidare così la particolare ed autonoma posizione con cui l'area "Lavoro Società - cambiare rotta" ha sostenuto i referendum, contribuendovi anche con l'impegno per la raccolta delle firme, e riposizionando l'area unicamente nel solco della recente decisione della Cgil e quindi nei contenuti della relazione di Epifani appare così anche una operazione che liquida la funzione positiva e di spinta che l'area ha e deve continuare ad avere verso una maggioranza della Cgil che non ha risolto le contraddizioni che ancorano tuttora l'organizzazione ad una linea sostanzialmente concertativa.

Anzi. La contraddizione referendaria, che come sappiamo contiene in se aspetti non secondari di una battaglia per il superamento della linea concertativa (non dimentichiamoci i contenuti delle proposte di legge che invece la Cgil ha elaborato anche in concorrenza con l'opzione referendaria) e che la sinistra sindacale, assieme alla Fiom, ha saputo portare dentro la Cgil, viene ora semplicemente "chiusa" da Patta in nome di una coerenza formale alle decisioni del direttivo e di una necessaria e possibile unità dentro la Cgil attorno ai contenuti della relazione di Epifani all'ultimo direttivo.

Ma in realtà non si vede quale contraddizione formale possa opporsi al fatto che un'area programmatica della Cgil si riconosca autonomamente nelle motivazioni con cui il comitato per il SI sostiene il referendum, pur aprezzando che la maggioranza della Cgil, con altre e non tutte soddisfacenti argomentazioni, sia ora arrivata anche lei ad optare per un SI al referendum.

L'operazione di sganciamento dall'attività dei comitati per il SI denota più che altro un interesse a giocarsi la possibilità di nuovi equilibri all'interno della Cgil che non il merito ed i contenuti specifici della battaglia referendaria e dei forti legami di questa con la lotta e l'iniziativa per un cambiamento di rotta della linea sindacale.

Ora si potrebbe obiettare che la decisione di Patta è stata presa per vincolare maggiormente la Cgil alla battaglia referendaria e che comunque (come in molti affermano) l'impegno dell'area nei comitati per il SI non verrà a meno. Ma tutto ciò non fa che dimostrare tutto il tatticismo dell'operazione che mira a dimostrare alla nuova maggioranza della Cgil la possibilità di intese organiche con una minoranza che aspira a diventare parte di una nuova maggioranza. Un tatticismo squisitamente di potere, tutto giocato a livello soggettivo e nei corridoi di Corso Italia che non può non avere ripercussioni sul corpo militante dell'area, in tutti i sensi escluso da qualsiasi considerazione.

Per fortuna, nonostante Patta, gran parte dei compagni dell'area sono e rimarranno impegnati nelle iniziative dei comitati per il SI, ma è ora forte il pericolo che una parte dell'apparato di Lavoro e Società, quello che già dall'inizio era scettico nell'impegnarsi nei comitati per il SI (ci ricordiamo delle polemiche al momento della raccolta delle firme dove non tutti si sono in realtà impegnati ??) potrà ora sganciarsi nuovamente e rientrare nei meno impegnativi buoni rapporti con la maggioranza. E' quindi fuor di dubbio che in un modo o in un altro la lettera di Patta avrà qualche ripercussione sull'attività dei comitati, non fosse altro perchè funziona da copertura a quelle posizioni scettiche che anche dentro la sinistra sindacale sono presenti.

Ciò comporta quindi, da parte di tutti, delegate e delegati, funzionari dell'area programmatica che non si riconoscono nelle valutazioni di Patta, un rinnovato impegno nei comitati per il SI, sopratutto in difesa ed a sostegno della qualità delle motivazioni che stanno alla base del sostegno al referendum.

Non c'è alcuna contraddizione, da parte di chi aderisce all'area programmatica, tra il sostegno all'attività dei comitati per il SI e l'impegno in Cgil perchè questa realizzi concretamente il suo sostegno al referendum. Il compagno Patta sbaglia clamorosamente nel non considerare questo. Anzi, il suo realizzare una quasi incompatibilità (dopo la decisione del direttivo Cgil) tra l'impegno dell'area programmatica in Cgil e nei comitati, denota una ben più grave conclusione, e cioè l'abbandono da parte sua della linea radicale e anticoncertativa (almeno sul piano dei diritti) che la piattaforma per il SI, sostenuta dai comitati, ha messo in campo. Compito della sinistra sindacale, oltre che sostenere il referendum in quantro tale, dovrebbe essere quello di sostenerne i particolari contenuti. Contenuti strettamente legati anche a quella battaglia in Cgil per il superamento della linea concertativa. Battaglia tutt'ora aperta anche nel merito delle proposte di legge Cgil in materia di diritti che ripropongono una sorta di monetizzazione del diritto. Nella scelta di Patta sembra prevalere la convinzione di una accettazione di quel punto di caduta e mediazione che la relazione di Epifani ha messo sul tavolo.

Ma intanto le lettere di Patta ripropongono due questioni non piccole e non nuove.

Di chi è l'area programmatica ?? Chi decide e come ? Quale rapporto di verifica e di mandato deve esserci tra i dirigenti dell'area e la sua base legittimante? Cosa da diritto a Patta di assumere posizioni ufficiali come quella di uscire dai comitati per il SI in spregio al diffuso e convinto impegno che da mesi centinaia di militanti dell'area stanno sostenendo?
Quale è oggi l'impegno dell'area per la conquista di un vero cambiamento di linea della Cgil. La questione referendaria e la vertenza Fiom hanno scosso alle fondamenta l'impianto concertativo della Cgil ma nonostante ciò, in alcune categorie e territori, i funzionari dell'area perseguono invece linee (tutte semplicemente tattiche) di sopravvivenza, facendo venir meno il ruolo di stimolo della minosranza congressuale perchè la Cgil arrivi finalmente a fare scelte chiare e nette sulla futura linea contrattuale e vertenziale. Ci si accontenta di piccole e formali aperture per giustificare un ruolo di un'area che in alcune categorie e territori è ormai subordinata invece all'interesse, tutto tatticistico, di costruire nuove alleanze cercando di cogliere occasioni per un proprio consolidamento in quel rimescolamento di carte dovuto al serrato confronto oggi aperto tra le diverse anime della maggioranza Cgil.
L'iniziativa di Patta che decide (sulla base di valutazioni prevalentemente formali e senza alcun coinvolgimento dell'insieme dell'area) , di offrire alla maggioranza della Cgil un segnale di attenzione e disponibilità uscendo dai comitati per il SI, rientra in questo scenario.

Crediamo che non sia più rinviabile una spregiuducata messa a fuoco del programma e della piattaforma dell'area programmatica, rimettendo in gioco anche tutta quella discussione, mai effettivamente avviata, sull'organizzazione e sulle regole dell'area.

L'area non è dei funzionari sindacali che oggi più di ieri tendono ad accentrare ogni presunzione di rappresentatività in vere e proprie cordate che di fatto annullano la partecipazione e la possibilità di discussione e decisione da parte di chi ha in realtà reso possibile che la stessa area esistesse.

15 maggio 2003

Le delegate ed i delegati che si riconoscono nel movimento per un Coordinamento nazionale delle Rsu