Libera informazione e confronto di opinioni non possono e non devono subire limitazioni o controlli

L'intervento del segretario della Federazione nazionale della stampa italiana, Paolo Serventi Longhi, al Terzo Forum di Gubbio (19-21 ottobre 2001)


Dedichiamo il Terzo Forum dell'Informazione di Gubbio all'attuale situazione del mondo della comunicazione, con una riflessione particolare sull'Europa.
E' evidente però che questa riflessione non può che essere globale, nel momento in cui i media sono impegnati a raccontare sia ciò che avviene tra Kabul e Kandahar, sia ciò che succede nei condotti di areazione nella Camera dei Rappresentanti negli USA oppure in quelli dell'ospedale civile di Fermo. I fatti dell'11 settembre, insomma, hanno determinato davvero quel cambiamento radicale della nostra civiltà che alcuni osservatori autorevoli temevano.
L'informazione, in questo quadro, è in prima linea, in trincea. Siamo impegnati in una guerra diversa da quella combattuta dagli Stealths oppure dagli uomini della Delta Force: noi combattiamo per avere le notizie e per trasmetterle alla gente di tutto il mondo in maniera completa e corretta.
E' una battaglia difficile che si combatte su più fronti: quello della guerra vera e propria, dei bombardamenti, delle azioni di guerra, della caccia a Bin Laden, del dramma palestinese. Difficile capire, difficile conoscere, difficile raccontare. Le fonti o non ci sono o fanno propaganda. Bin Laden, straordinario comunicatore ma aberrante terrorista, ci propina le sue verità attraverso Al Jaseera, forse anche attraverso al CNN.
Bush, Blair e i capi della coalizione antiterrorismo ci danno la loro versione, aprono e nascondono scenari di guerra, utilizzano gli strumenti della comunicazione per rafforzare la causa della guerra al terrore, ma non ci dicono tutto.
Occorre chiarire subito con nettezza che queste riflessioni non individuano una terza via: quattro grandi aerei contro la pace, il più grande atto di terrorismo e di comunicazione mai accaduto nella storia del mondo, non può che rappresentare un attacco alla pace, alla convivenza civile, non ad una civiltà ma a tutte le civiltà. E' una forma assurda e totalmente inaccettabile di comunicazione che le nostre coscienze respingono in maniera inappellabile. Grande è la solidarietà di tutti noi per il popolo americano.
Occorre però che il nostro modo di vivere, che la circolazione delle persone e delle idee, che i diritti e le libertà non siano messe in discussione dalla giusta lotta al terrorismo. Invocare censure o autocensure, utilizzare l'informazione come propaganda non aiuta a combattere il terrorismo. Anche perché le nostre società hanno bisogno di diritti e di libertà, in assenza dei quali ci sono le dittature laiche o religiose, ci sono gli integralismi di ogni tipo, ci sono le aggressioni ai singoli o ai gruppi magari perché hanno un diverso colore della pelle o un diverso credo religioso.
Difendo il diritto di Oriana Fallaci di dire cose che non condivido come difendo il diritto di Umberto Eco di farci conoscere la sua idea di convivenza. Il confronto tra opinioni consente di evitare ogni forma di violenza.
Libera informazione e confronto di opinioni non possono e non devono subire limitazioni o controlli. Le fonti hanno il diritto di tacere ma i giornalisti hanno il dovere di conoscere e di raccontare ciò che accade. La mediazione giornalistica, che consente di interpretare, di spiegare e di inquadrare un fatto è il parametro vincente.
La CNN ha il diritto di intervistare Bin Laden, se ci riesce. Ha però il dovere di porre delle domande e di commentare le risposte, così come hanno fatto le televisioni di tutto il mondo dopo il farneticante video del capo di Al Qaeda. Il Dipartimento di Stato può chiedere una sorta di autocensura ma non può imporla, soprattutto i media non la debbono accettare.
Difendo la collega inglese Yvonne Ridley e il collega francese Michel Peyrard che hanno tentato di vedere dall'altra parte del muro, di raccontare ciò che nessuno oggi può fare. Bene sarebbe evitare sempre e comunque di farsi portavoce delle opinioni di chi ti ospita e ti fa lavorare.
Il nostro mestiere è questo: lo abbiamo dimostrato, non solo noi italiani, a Genova. In una situazione estremamente difficile migliaia di giornalisti di tutto il mondo, aiutati e sostenuti dalle loro organizzazioni sindacali (di nuovo grazie, colleghi di Genova), hanno raccontato tre giorni drammatici che ancora segnano la coscienza di ciascuno di noi e che nessuna guerra può far dimenticare.
Tra mille difficoltà, tentativi di impedirne il movimento, intimidazioni e violenze, vere e proprie aggressioni, i giornalisti sono riusciti, complessivamente, a dare un quadro esatto di ciò che è accaduto. Perché a Genova la professione, fuori dagli schemi e al di là di vecchie leggi, la professione giornalistica c'era con tutti i suoi strumenti e le sue armi. Mi rimarrà impresso il racconto di un collega fotoreporter al quale è stata aperta la macchina fotografica per dar luce al rullino ed impedire la stampa di foto compromettenti (non interessa se ciò è stato fatto dai violenti o, peggio, dalle forze dell'ordine).
Tra Kabul e Kandahar la professione purtroppo non c'è, i giornalisti non raccontano quasi niente, quelle immagini di distruzione possono essere vere o false, anche della guerra precedente. Ciò anche se sappiamo bene i rischi per le popolazioni civili di bombardamenti dalla precisione "chirurgica".
Spero proprio che questa guerra finisca presto, che sia possibile sospendere i bombardamenti, che la verità possa essere verificata. Ogni morto, innocente o no, che si aggiunge ai morti innocenti delle Twin Towers e del Pentagono è una sconfitta per l'umanità. Non è questo pacifismo di maniera, so che la giustizia è un principio universale e chi ha fatto del male deve pagare. So però che solo la pace può garantire la democrazia, la libertà e quindi la fine di ogni terrorismo.
Democrazia e libertà si coniugano con la parola informazione, principio sacro in ogni consesso civile. L'informazione ha oggi più che mai, dopo aver ampliato a dismisura le sue frontiere, una grande responsabilità. Si pensi all'allarme creato dai terrorismi, dai possibili attentati alla salute.
Attenzione, su questo terreno rischiamo seriamente di seminare il panico e non di sollevare un sano allarme che consenta di prevenire gli atti criminosi. I casi di diffusione di un morbo terribile vi sono stati e sono reali negli Stati Uniti: dobbiamo parlarne, raccontare i fatti, ma non dobbiamo suscitare allarmismo ingiustificato.
Titoloni su qualche giornale italiano, magari nelle cronache locali, servizi radiotelevisivi, nazionali e locali, che enfatizzano il rischio Antrace in Italia non aiutano a difendere i cittadini ma provocano paura. Ci vuole cautela e moderazione, ma anche molta capacità professionale che è richiesta soprattutto ai direttori ed a chi governa le aziende della comunicazione.
Riflettiamo su tutto questo, cerchiamo di capire che cosa è cambiato o sta cambiando nel nostro modo di fare informazione, il ruolo che stanno giocando i nuovi media, il rapporto tra il conflitto e i poteri, tra etica e media, le responsabilità di una professione che già prima dell'11 settembre aveva tanti problemi.

19 ottobre 2001
Fonte: FNSI