Il Piano “buono” e l’amministrazione di “sinistra”

Siamo nell’ottobre del 2002. L’amministrazione di sinistra della città di Roma, guidata dal Sindaco Veltroni, sta per portare a termine l’iter di approvazione del nuovo Piano Regolatore della capitale che sostituirebbe quello del 1962/63. I nuovi Municipi hanno aperto la discussione sulle scelte che il Piano - ovvero coloro che lo hanno redatto - ha stabilito sul territorio della città e già le prime crepe si aprono, affiorano contraddizioni e improbabili concessioni ai privati.

Una città, Roma, in sensibile calo demografico, dovrebbe essere al centro – queste le scelte del Piano – di un’ondata di cemento calcolata in circa 63 milioni di metri cubi, pari – se fossero tutti destinati ad edilizia residenziale - a circa 650.000 abitanti. Improvvisamente chiamati ad esprimere la loro opinione i cittadini, anche più avveduti, si accorgono di non riuscire a decifrare il linguaggio difficile e specialistico con il quale si esprime questo strumento.
Gli esperti si dividono in due grandi partiti: a favore o contro, quasi mai, anche loro, riuscendo a spiegare quale disegno di città tale strumento evoca, anticipa o auspica, quali idee, quali ideali, quali forze, quali interessi ne sono alla base.

Il Piano ha avuto una gestazione di quasi sei anni consumando e bruciando risorse ingenti per la progettazione: le consulenze, la redazione di carte, documenti, che già oggi sono affetti da invecchiamento precoce. Un ammasso di dati, notizie, disegni tali da scoraggiare qualsiasi tentativo di decifrarne il senso. Anche in corsia d’arrivo, continuano i tentativi di aggiornarlo, adeguarlo a una realtà che è più veloce della sua presunta rappresentazione (forse perché la mappa non è il territorio). Come Achille, il Piano, per quanto acceleri la sua corsa, non riesce a raggiungere la realtà-tartaruga che è sempre di un passo più avanti.

Si chiedono i cittadini più sensibili com’è che uno strumento che tanta influenza ha nel futuro della propria vita quotidiana sia stato elaborato senza che nessuno di loro abbia mai potuto esprimere la propria opinione. Si chiedono come è possibile conoscere queste scelte, come è possibile decifrare da quell’intrigato e misterioso groviglio di norme, disegni e regolamenti gli effetti e le ricadute che li riguardano.

Quale tipo di nuova città sottende il Piano, quali soluzioni saranno disponibili per i migranti, insomma quale futuro di città ha disegnato il Piano? Difficile rispondere anche per gli stessi tecnici che hanno contribuito a realizzarlo.
Vezio De Lucia sostiene che il nuovo Piano stabilisce un equivalente di costruzioni pari a circa 650 alberghi Hilton, dove l’albergo Hilton, secondo una definizione di Cederna, costituisce l’unità di misura della speculazione edilizia (l’Hilton è appunto pari a 100.000 metri cubi). Il discorso di De Lucia è chiaro: troppi metri cubi! E il 21 settembre, sulla stampa, rivolge un accorato appello al Sindaco Veltroni per “salvare il salvabile” (“La Repubblica”). Ma il “salvabile” non può essere rappresentato solo dal patrimonio di aree minacciato. Non ci sono solo manufatti, aree, architetture, monumenti, vrde, ci sono anche le passioni, le aspettative di abitanti in carne ed ossa, i loro sentimenti, le loro emozioni, speranza, attese, il mormorio del quotidiano che trasforma e anima le strade e che costituisce il cuor pulsante della città, che ci fa dire che questa è la nostra città.

Che morale - se fosse una fiaba – sottende questa storia? Un implicito, quanto indimostrabile teorema, associa la sinistra ad una buona ed efficiente gestione e quest’ultima alla redazione di un Piano. Se la politica si riduce a mera gestione dell’esistente allora è la tecnica a farla da padrone.
Come a dire: sempre meglio un Piano che niente. E’ scontato, chissà perché, che un Piano non possa che essere il difensore naturale dell’interesse pubblico, mentre l’assenza del Piano dimostrerebbe il contrario: il totale asservimento della città agli interessi degli speculatori privati.
Certo, sostiene implicitamente De Lucia, il Piano di Roma ha esagerato nel favorire la rendita e gli interessi del “mattone”; basterebbe ridurre il volume di costruzioni e tutto ritornerebbe a posto, ovvero l’interesse pubblico sarebbe fatto salvo. Quale sia questo interesse è un po’ più difficile da definire, e comunque esso non coincide esclusivamente con una diminuzione del volume di metri cubi da edificare. La querelle sul Piano si trasforma in una lite tra tecnici. I cittadini stanno a guardare con la disagevole sensazione di un complesso di inferiorità che viene loro a sentire questa disputa recitata in latino, nel linguaggio artificiale della tecnica.

Proviamo a raccontare in una maniera diversa questa storia.
Immaginiamo che un’amministrazione di sinistra intenda predisporre alcuni progetti per una città che presenta, come qualsiasi altra città, ritardi e pecche nel suo funzionamento e ammodernamento.
Immaginiamo ancora che questa amministrazione –saggia – elabori una propria visione del futuro di questa città che non sia subordinata alle regole della santa modernizzazione e innovazione, ma che invece punti alla ri-valutazione delle sue qualità, della sua storia, della sua memoria, delle sue vocazioni.
Immaginiamo ancora che questa amministrazione, su questi temi, apra una discussione ampia a tutti i livelli: su cosa voglia dire – oggi – modernità, sul problema dei migranti, su quello dei bambini esclusi dalla città, sulle tecnologie, sugli spazi d’incontro e di relazione tra gli abitanti e quant’altro ancora ha a che vedere con la vita quotidiana delle persone.
E immaginiamo che per sei anni – tanto tempo è costata l’elaborazione del Piano – la città racconti se stessa, i propri desideri, le proprie aspettative.

I cittadini parlano tra loro, discutono, confliggono, propongono soluzioni, avanzano ipotesi. Insomma un gran racconto che ha come oggetto la vita nella città, a tutti i livelli. La stampa cittadina offre le proprie pagine alla discussione: si moltiplicano i seminari di studio, gli incontri, le associazioni per difendere questa o quell’idea, ovunque nascono e proliferano gli spazi pubblici dedicati alla discussione. Finalmente iniziano ad emergere scenari, descrizioni, progetti, soluzioni dietro le quali si animano associazioni di quartieri, comitati, associazioni artigiane, professionisti, costruttori, imprenditori, bancari, insomma tutta la società civile nelle sue infinite rappresentazioni.
All’amministrazione non resterebbe allora che dare corpo, consistenza e forma a quelle idee attraverso le quali gli abitanti hanno deciso di autorappresentarsi. Non basta. Una cosa del genere inaugurerebbe una nuova stagione politica dove la delega dei cittadini assumerebbe un ben diverso significato e soprattutto non sarebbe più una delega in bianco. E il disegno della nuova città non sarebbe più misurato né in alberghi Hilton né in metri cubi, ma attraverso rappresentazioni e simboli nati dagli interessi, dalle passioni, dai sentimenti e dalle creatività degli abitanti.

Si potrebbe obiettare che questa è una dolce utopia, ma in cambio, all’opposto, il Piano non rappresenta, come ben appare, una buona mediazione, quanto piuttosto una conferma del distacco crescente tra delegati e deleganti, tra cittadini e loro rappresentanti. Ancora una volta, insomma, ha prevalso la stolta astuzia machiavellica del fine che giustifica i mezzi, dove il fine sarebbe il bene pubblico e i mezzi le infinite mediazioni e concessioni ai privati. Ma siamo sicuri che il fine sia proprio quello giusto? E siamo sicuri che il sacrificio dovuto giustifichi il fine? Forse è ora di cominciare a pensare che le idee giuste sono più importanti dei piani stessi e che è una follia sacrificare queste idee sull’altare del pragmatismo. Dobbiamo, insomma, considerarci soddisfatti di avere un Piano urbanistico quale che sia? Io penso che nessun fine per quanto ritenuto giusto valga il sacrificio di tante idee e di tanta creatività che è nella testa di coloro che la città la abitano e che forse è la partecipazione il fine di una democrazia e magari il Piano lo strumento, uno tra i tanti mezzi per contribuire a rendere concrete quelle idee.

Settembre 2002

Enzo Scandurra
Docente di Urbanistica a La Sapienza