Nominare la guerra
Per una riflessione su guerra, sovranità e diserzione

Genova e l'11 settembre sono due eventi paradigmatici che hanno
spiazzato immaginario e categorie politiche. Di fronte all'inizio dei
bombardamenti e alla ripresa dei movimenti pacifisti, la capacità di
nominare le 'cose' diviene urgenza eminentemente politica. Nominare
significa dotarsi di una 'cassetta degli attrezzi' in grado di
tradurre, di fronte ai tempi brevi e imposti dalla macchina bellica,
quella composizione di pratiche che a Genova ha segnato il passo
del 'movimento dei movimenti' in risposte pacifiste attive,
problematiche e non residuali.
Un disastro terroristico di dimensioni inimmaginabili, il ricorso
all'articolo 5 della NATO, la risoluzione dell'ONU, definiscono da
subito una costellazione di interrogativi: quali sono i luoghi e i
soggetti della sovranità di fronte alla guerra globale permanente?
Cosa significa pace e cosa 'polizia internazionale'? Cosa vuol
dire 'lotta per la pace' se la pace diventa 'intervento di guerra'?

Il Leviatano e la guerra
Dall'imperialismo all'impero


Il nodo concettuale che riteniamo importante sciogliere è capire se la
guerra, dal Golfo all'Afghanistan, significa eclissi della politica,
assenza di sovranità oppure se essa stessa fondi lo spazio politico
esibendo una nuova forma sovrana.
Se i conflitti tradizionali assumevano la veste imperialista di scontri
fra stati-nazione, la fisionomia del nemico attuale fa
dell'intervento 'occidentale' qualcosa che sgombra il campo dalle
interpretazioni usuali: il nemico è interno e dappertutto.
Interno perché soggetto attivo della globalizzazione ( sappiate che Bin
Laden " è una figura innovativa, sfuggente e presidente di una vera e
propria multinazionale" ); dappertutto perché il terrorismo si presenta
come una rete globale deterritorializzata, che si territorializza entro
una cornice di riferimento spaziale che eccede i confini degli stati-
nazione. Tutto ciò attiene ad una vero e proprio salto di paradigma
nelle dinamiche della sovranità.
Chi evoca l'esigenza di un governo della globalizzazione forse non
coglie che questo governo si sta gia profilando al di la degli accordi
tra stati, del diritto internazionale, come un vero e proprio spazio
politico complesso che riscrive le norme anche a partire dalla guerra.
Parlare di impero significa rilevare il costituirsi di una
costellazione di poteri concatenati (dalla NATO al WTO, dalle
multinazionali al FMI, dai governi nazionali alle Ong) che definiscono
un nuovo profilo della sovranità, del comando e della politica.
L'impero ha come spazio il mondo, come tempo l'indefinito o meglio
l'infinito ( rimandiamo a tutto il dibattito teorico sulla "fine della
storia", sul "il migliore dei mondi possibili", o alle ultime
dichiarazioni di Bush sulla "Giustizia infinita" o "libertà duratura"),
come obbiettivo il controllo e la gestione della riproduzione della
vita ( dalle biotecnologie all'ingerenza umanitaria) e della produzione
di soggettività. Produrre soggettività ovvero comporre relazioni,
ambiti sociali, immaginario e forme di vita, culture e tensioni etiche.
La centralità dei media nella costituzione di un immaginario di guerra,
di crisi e di emergenza permanente ad esempio, diviene immediatamente
motore e forza di un intervento che ha come obbiettivo la sicurezza
globale e che si traduce (vedi pacchetto Aschroft e mandato di cattura
europeo) in restrizione degli spazi di libertà e di agibilità politica.

Contro la guerra ovvero (contro) la pace
Polizia internazionale e sicurezza

"E' la guerra a costituire il motore delle istituzioni e dell'ordine:
la pace, fin nei suoi meccanismi più infimi, fa sordamente la guerra.
In altri termini, dietro la pace occorre saper vedere la guerra: la
guerra è la cifra stessa della pace."

Michel Foucault "Bisogna difendere la società"

Nominare la guerra vuol dire anche nominare la pace. L'adesione dei
governi occidentali all'intervento anglo-americano si profila come
adesione ad un progetto di sicurezza, polizia, solidarietà
internazionale. Si fa la guerra, perché le prime approssimate stime
parlano già di morte tra i civili (EFFETTI COLLATERALI), nonostante non
la si chiami come tale e si qualifica l'uso della forza come filigrana
della pace.
Da una parte i bombardamenti notturni, dall'altra l'investimento
pubblico in intelligence, innovazione tecnologica ad essa finalizzata,
nel 'mercato' della solidarietà, nella sicurezza globale. Tutto ciò in
una fase di evidente recessione economica si costituisce come un vero e
proprio sistema di 'WARFARE', che rilancia la domanda a partire da un
bisogno generalizzato di sicurezza. Non irrilevante le intenzioni di
rivisitazione del "Piano Marshall" nelle aree discontinue del disastro
e della stabilizzazione (vedi la questione palestinese).
Tutti vedono nell'intervento l'unico strumento per attivare democrazia
e spazio politico, tanto che la nota formula di Clausewitz che vede
nella guerra la continuazione della politica con altri mezzi, si
disloca: la guerra è condizione stessa della politica!
Le politiche di governo vengono assimilate sempre più a vere e
proprie 'tecnologie della sicurezza', dove l'impalcatura legislativa
diviene rinominazione continua del concetto di terrorismo e dove
sicurezza diviene sempre più, in una dinamica permanente di gestione
della crisi, riduzione del rischio di crisi, laddove questa si presenta
anche come allargamento delle pratiche collettive di disobbedienza
sociale.

Attualità del pacifismo
Appunti provvisori per un'arte della diserzione

Se la guerra si configura come tecnologia politica di controllo
sociale, la cittadinanza veste l'identità dell'esercito. Mentre si
restringe il campo della materialità del conflitto (GUERRA CHIRURGICA)
si allarga a dismisura la virtualità della guerra. La guerra si fa
guerra dell'immaginario e nell'immaginario, delle relazioni sociali, e
l'esercito, che si riduce nella sua configurazione istituzionale
(MERCENARIO-privato), si estende molecolarmente nella dimensione
pubblica non istituzionale.
La diserzione a questo punto perde il suo carattere di renitenza alle
armi ma si dispiega come conflitto sociale.
Se l'impero si definisce come orizzonte senza 'fuori', il conflitto
sociale si nomina come sottrazione intraprendente. Sottrarre ovvero
risorse, relazioni sociali e saperi dalla 'macchina bellica' del
controllo, dell'immaginario e del comando.

Concludendo: "facciamo la pace"

. il problema della pace diviene il problema della produzione di
soggettività, far proliferare comunicazione e relazioni
sociali, 'sporcare le idee' della trasmissione culturale e ridare corpo
alla cooperazione informale e diffusa, ridefinire la cittadinanza non
come oggetto da difendere ma come soggetto della costituzione di
società.

12.10.2001

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