Un sapere quotato in Borsa
Marcello Buiatti11.2.2003 - il manifesto
E'la prima volta, dagli anni `60 del secolo passato, che due categorie tradizionalmente restie a scendere in lotta come i ricercatori e i docenti universitari si aggregano in un vero e proprio movimento. E questo avviene dallo scorso settembre: forse è il caso di cominciare a domandarsi quali siano i veri motivi di fondo, visto che gli attuali provvedimenti del governo non toccano almeno nell'immediato né gli stipendi né le carriere. Certo, un avvio di movimento c'era stato anche prima di questo governo, ma era stato essenzialmente monodisciplinare (gran parte dei partecipanti erano biotecnologi vegetali) ed è durato, anche per questo, per breve periodo.Questa volta il movimento è invece del tutto unitario sia dal punto di vista delle discipline che da quello politico. Tanto è vero che, durante la discussione sulla finanziaria, ha coinvolto persino la Conferenza dei rettori, organismo non certo noto per le sue propensioni rivoluzionarie. Io stesso ho assistito alla nascita del cosiddetto movimento dei professori di Firenze, una sera sotto la pioggia.
Sono membro del comitato promotore dell'Osservatorio per la ricerca, che ho contribuito a fondare in agosto con un pugno di persone preoccupate. Abbiamo indetto l'affollata assemblea di settembre e chiamiamo ora alla manifestazione di domani a Montecitorio dopo avere raccolto le firme di 2600 membri della comunità scientifica già nelle prime 24 ore.
Le due esperienze hanno molte cose in comune. In ambedue c'è una forte, pressante preoccupazione per la democrazia, la giustizia, la libertà di pensiero e di ricerca. In ambedue si muovono categorie di persone che spendono la propria vita per l'approfondimento delle conoscenze e per la formazione e questa vita vogliono difendere. In tutti loro e anche in chi opera nella scuola di ogni ordine e grado c'è la precisa coscienza che questo paese è di fronte ad una vera e propria «emergenza sapere» a cui è intimamente legata una globale «emergenza paese».
Vediamo i fatti in questa chiave limitandoci a ricerca e università, anche se il discorso dovrebbe essere esteso a tutte le attività fondate sul pensiero. Durante gli ultimi dieci anni, nonostante che inizialmente in termini di Pil abbia retto, l'Italia ha iniziato a perdere la battaglia della innovazione e della competitività per qualità del prodotto. E' dai primi anni `90 che la grande industria è in rapido arretramento a causa delle scelte di finanziarizzazione da una parte e di competizione per ridurre i costi dall'altra.
Arretra l'industria e avanza un terziario sgangherato basato sulla cosiddetta flessibilità del lavoro e non sulla flessibilità dell'invenzione, dei processi, dei prodotti. Le piccole e medie imprese italiane (oltre il 99% di queste ha meno di cinquanta addetti) sono ben lontane dal poter investire da sole in ricerca e sviluppo. Quelle ad alta densità di innovazione scendono sotto l'8 per cento mentre in Francia, Germania e in altri paesi salgono oltre il 25%. Sul lato della ricerca, nonostante che i nostri ricercatori siano ai primissimi posti nel mondo per articoli pubblicati su riviste di prestigio, il personale resta pochissimo, invecchia, spesso si isterilisce in guerre fra poveri mentre numeri crescenti dei nostri giovani migliori emigrano. Perdiamo il passo soprattutto nelle zone di più forte innovazione.
Nel settore che più conosco, la genetica molecolare, ad esempio abbiamo perso il treno della genomica (la cosiddetta decifrazione dei genomi) e stiamo perdendo quello della postgenomica (la scoperta delle funzioni di quanto è stato decifrato). Questa è ricerca fondamentale, si badi bene, ma è quella con cui oggi si vince direttamente nel mondo (del resto, con la ricerca di base si è sempre vinto indirettamente). Chi conosce le funzioni del Dna, con la legislazione attuale ne può brevettare ormai i componenti, i processi e lo stesso può fare per le tecniche che altri dovranno poi usare. Perdere la corsa significa essere per sempre dipendenti perché ormai il brevetto per geni e processi copre tutti i materiali in cui i primi sono presenti e tutti i risultati per i quali sono stati usati i secondi. La conoscenza in quanto tale può, se usata in modo controllato, essere fonte di progresso. Come ha affermato a Lisbona la stessa Unione Europea.
Allarme rosso, dunque, si direbbe per l'Italia. In questa situazione il governo sancisce ufficialmente la nostra bocciatura, punta alla distruzione ulteriore del sistema, si appropria di quel poco che resta. Lo dice di fatto lo stesso ministro Moratti quando nel Piano nazionale della ricerca propone come nostro competitore la Cina abdicando in partenza ad un nostro ruolo fra i paesi più sviluppati. La distruzione comincia dalla finanziaria, in cui si propone un taglio tale da far chiudere le università e gli enti di ricerca. La protesta cresce e impedisce in parte che questo avvenga ma il danno resta e l'Italia scende ancora nella quota di spesa e nella capacità di partecipare alle competizioni internazionali.
Contemporaneamente una serie di enti vengono commissariati, vengono sciolti i comitati scientifici. E poi arriva quella che già conoscevamo, la riforma degli enti di ricerca. Da cui traspare chiaramente la volontà, la strategia di questo governo. Vengono soppressi alcuni enti prestigiosi, come l'Infm (Istituto nazionale di fisica della materia), l'Istituto di papirologia, quello di diritto agrario, l'Inoa (Ottica applicata), si evita solo per l'intervento di Regione e Comune di Napoli la fine della Stazione A. Dohrn. Gli istituti soppressi vengono accorpati in un nuovo Cnr, altri si riuniscono in un nuovo Istituto di astrofisica e si riforma anche la Agenzia spaziale italiana (Asi) dopo che uno dei suoi più prestigiosi esponenti è stato costretto a emigrare. Negli istituti riformati scompare ogni selezione sul merito e viene ufficializzata l'occupazione politica della dirigenza e dei comitati scientifici. I presidenti e i consigli di amministrazione di Cnr, Asi, Inaf vengono designati dal ministro e dal governo. I consigli scientifici sono costituiti da membri nominati dal Presidente, dal consiglio di amministrazione e dal Cnel (nel caso Cnr). Il Cnr viene diviso in Dipartimenti diretti da persone nominate ancora dal consiglio di amministrazione. Contemporaneamente di fatto si annulla la ricerca fondamentale e gli istituti, diventati organi strumentali, vengono avviati all'assemblaggio della innovazione fatta da altri sotto il vigile occhio del governo.
Il caso più evidente è quello della biologia, il cui nome è sostituito nei titoli dei dipartimenti da quello di biotecnologie; scompaiono le scienze agrarie, sono riunite in un ammasso informe tutte le discipline umanistiche inclusa l'economia, evidentemente considerate poco utili per «il Mercato», fantasma agitato in tutta la operazione. Scompaiono la fisica, la chimica, la geologia, le altre scienze e compare una serie di tecnologie.
Il disegno, se così si può chiamare, è del tutto spudoratamente chiaro. Nella Carta dei principi dell'Osservatorio per la ricerca abbiamo scritto che la ricerca fondamentale deve essere libero prodotto della libera intelligenza umana e che quella applicata deve invece essere coerente con le esigenze, democraticamente espresse, di tutta la società. La prima viene ufficialmente soppressa e quello che resta si vuole possesso di una maggioranza politica, senza controllo né democratico né scientifico.
Attendiamo con ben poca speranza la futura riforma universitaria e quella degli altri enti commissariati. Fa specie che una persona come il professor Veronesi attribuisca la crisi della scienza all'amore perverso del nostro popolo per maghi e ciarlatani e alla avversione per le biotecnologie. Tutto questo è in parte vero, ma il problema immediato è un altro. Fermare l'estensione al sapere, al pensiero, alle invenzioni, del processo di distruzione-appropriazione indebita in atto in questo paese.