Sabra e Shatila: La testimonianza di Ellen Siegel
Ellen Siegel, ebrea americana, infermiera al Gaza Hospital di Chatila durante il periodo in cui avvenne il massacro, e' stata una delle promotrici della campagna internazionale per l'incriminazione del criminale di guerra Ariel Sharon, responsabile di quello e di altri massacri. Ecco la sua testimonianza:
"Divenni consapevole dell'esistenza e delle sofferenze del popolo palestinese nei tardi anni '60. Dopo essermi diplomata ad una scuola ebraica per infermiere, capii che la mia missione sarebbe stata quella di alleviare le sofferenze umane. Il 1967 ci porto' in casa notizie di palestinesi che vivevano da profughi in tende sotto l'occupazione militare israeliana, ma le informazioni passavano con difficolta'. Il desiderio di saperne di piu' mi porto' a Beirut nel 1972. Volevo sapere chi erano I palestinesi e qual'era il torto che essi avevano subito. Avevo 30 anni. Imparai la storia di un popolo di cui non avevo mai immaginato l'esistenza, visitai le loro case in squallidi campi profughi, incontrai I loro leaders, lessi libri e poesie che descrivevano eloquentemente la loro angoscia e disperazione. Udii storie di un'esodo che li porto' dai campi d'aranci e orti d'ulivi di Haifa e di Jaffa agli affollati rifugi con le fogne a cielo aperto negli stretti vicoli. Sapevo che gli ebrei erano un popolo senza terra: adesso imparavo che la Palestina era una terra con un popolo. Visitando Israele fui disturbata dal militarismo e dalla repressione del popolo che era nato su quella terra. Mi domandai a spese di chi avevamo fatto "fiorire il deserto". Lasciai Israele con la consapevolezza che avrei fatto qualsiasi cosa, come ebrea e americana, per correggere quest'ingiustizia palese.
Nel 1980 ritornai a Beirut. L'invasione israeliana del 1982 mi inorridi'. Armi americane venivano usate per mutilare ed uccidere civili e profughi palestinesi e libanesi privi di aiuto. Persino il cibo veniva bloccato all'ingresso dei campi. La dignita' non veniva riconosciuta neanche ai morti. Fui assegnata al Gaza Hospital, nel campo di Sabra. Sabra e Shatila sono due dei 12 campi profughi costruiti in Libano per accogliere I palestinesi espulsi dalle loro terre nel 1948, alla creazione dello stato d'Israele. Prima dell'invasione israeliana I due campi contenevano 90.000 persone, vi erano infrastrutture scolastiche e sanitarie, ed unioni commerciali. Quando arrivai al campo la popolazione era scesa a 10.000 abitanti. Residui di armi americane, missili, mine, munizioni, erano dovunque e l'ospedale era pieno di vittime di ustioni da armi chimiche, mutilati, bambini disidratati.
Il 14 settembre il presidente appena eletto, Gemayel, fu ucciso. Il giorno seguente, aerei da guerra israeliani cominciarono a sorvolare I campi libanesi. I profughi erano in preda al panico, intuivano che I falangisti alleati di Israele avrebbero iniziato I massacri.
La sera del 16 settembre, salii al decimo piano dell'ospedale: vedevo dei flash che illuminavano il campo e gli spari seguivano ogni illuminazione. Il giorno dopo sparirono dall'ospedale tutto il personale ed I pazienti arabi palestinesi. Poi iniziarono gli attacchi contro l'ospedale. Il fumo copriva le finestre, I vetri scoppiavano, tutto cadeva intorno a noi. Quella sera furono portati all'ospedale alcuni feriti gravi. Tra di essi vi era un bimbo di 12 anni, ferito alle gambe e con una mano amputata, chiamato Munir. Egli fu uno dei bambini scelti dalla Croce Rossa per essere trasportati al salvo fuori del campo. Il giorno dopo fummo assemblati, dalle forze libanesi, nell'ingresso dell'ospedale. In seguito scoprimmo che non si trattava dell'esercito libanese, ma dei falangisti. Ci permisero di lasciare all'ospedale uno studente medico ed un'infermiera, e poi ci portarono lungo le strade di Sabra e Shatila, dove giacevano decine di cadaveri. Una donna cerco' di dare il suo bambino ad uno dei medici, ma un militare la fermo'. Mentre marciavamo, sentivamo ancora il suono degli spari. Fummo portati in una specie di costruzione dove fummo interrogati e poi spediti ad un edificio che era la sede dell'esercito israeliano. Sul tetto vi erano militari muniti di binocolo che guardavano in direzione di Sabra e Shatila. I militari ci portarono a Beirut est, nell'ambasciata americana. Ad un ufficiale dell'ambasciata, io riferii che "qualcosa di terribile stava avvenendo nei campi". L'ufficiale mi disse che il personale preposto era assente, cosicche' io ritornai all'ambasciata il giorno seguente e denunciai quello che avevo visto. Quando tornai, dopo 10 giorni, al Gaza Hospital, vi incontrai Munir, che era assistito da suo fratello Nabil. Diventammo amici, visitai la loro casa a Shatila, bevvi il te' con loro, incontrai la sorella. Decisi di fare il possibile per far venire I miei piccoli amici negli Stati Uniti. Partii da Beirut nel momento in cui era stata stabilita una commissione d'inchiesta per investigare sul massacro nei campi profughi. Portavo con me I nomi di due sopravvissuti all'eccidio, che avevo deciso di liberare per sempre dalla violenza: Munir e Nabil Ahmad, di Sabra.Fonte www.arabcomint.com
Le testimonianze sono state raccolte un anno fa, prima della decisione belga di non processare Sharon