Quell'orrore non abbandona la mia mente
di Robert FiskIl coraggioso giornalista dell'Independent rievoca l'orrore di quei giorni di settembre
Quello che trovammo all'interno dei campi palestinesi alle 10 di una mattina di meta' settembre 1982 puo' difficilmente essere descritto, anche se e' piu' semplice riparlarne a freddo, in una prosa da esame medico.
C'erano stati "esami medici" da fare in Libano, precedentemente, ma mai a questo livello e mai perpetrati da eserciti, si suppone, regolari e quindi sottoposti a disciplina. Gia' decine di migliaia di persone avevano perso la vita in questo paese a causa dell'invasione, dei bombardamenti sulle citta', ma questa gente di Sabra e Shatila era stata uccisa di proposito, mentre era disarmata. Era un assassinio di massa, un incidente che era anche un'atrocita'. Era un crimine di guerra.
Jenkins e Tveit erano anche loro cosi' scossi da cio' che trovammo a Shatila da non riuscire nemmeno a registrare il nostro shock. Bill Foley dell'Ap era venuto con noi. Tutto cio' che riusciva a dire, mentre vagava tra le cataste di cadaveri era "Gesu' Cristo!", e lo ripete' per centinaia di volte. Avremmo potuto accettare di trovare degli uccisi, anche dozzine, magari morti durante i combattimenti. Invece no. Li' c'erano donne stese in cucina con le gonne arrotolate fino alle anche e le gambe spalancate, bambini con la gola tagliata, file di giovani allineati al muro dell'esecuzione. C'erano neonati - piccoli neonati anneriti, uccisi 24 ore prime ed i cui corpicini si stavano decomponendo in fretta - molti dei quali spuntavano tra i sacchi di spazzatura, scodelle vuote dei pasti per l'esercito USA, cartucce di armi israeliane e bottiglie vuote di whisky.
Dove erano gli assassini? O, per usare il vocabolario israeliano, dov'erano i terroristi? Quando entrammo a Shatila vedemmo gli israeliani in cima agli appartamenti di via Chamoun, ma non fecero alcun tentativo di fermarci. Prima, eravamo stati al campo di Burj al Barajneh perche' qualcuno ci aveva detto che c'era stato un massacro. Tutto cio' che trovammo li' fu un soldato libanese che trascinava un ladro di automobili lungo la strada. Solo quando tornammo all'ingresso di Shatila, Jenkins decise di fermare la macchina. "Non mi piace", disse."Dove sono tutti? E che c***o e' questa puzza?"
Proprio all'ingresso dell'entrata sud del campo, c'erano una serie di case singole, con le mura di cemento armato. Fin dagli anni '70, vi ero stato molte volte, e vi avevo fatto delle interviste. Ora, questa serie di casupole non c'erano piu', tutte fatte saltare in aria con la dinamite. Lungo la strada principale vidi file di cartucce vuote e faretti israeliani, ancora attaccati al loro minuscolo paracadute. Nubi di mosche volavano sui cumuli di rovine.
In un vicoletto alla nostra destra, a non piu' di 50 metri dall'ingresso, giaceva una catasta di cadaveri. Ve n'erano oltre una dozzina, giovani uomini le cui braccia e gambe si erano attorcigliate le une alle altre negli ultimi spasimi dell'agonia. Tutti erano stati sparati alla testa, alla faccia o all'orecchio. Alcuni avevano rivoli di sangue scarlatto o nero rappreso sulla gola. Uno era stato evirato, i pantaloni tirati giu' e nugoli di insetti che si cibavano dei suoi intestini.
Gli occhi di questi giovani erano tutti aperti. Il piu' piccolo di essi poteva avere 12-13 anni. Tutti indossavano jeans e camicie colorate, assurdamente stretti sulla loro carne, ora che i corpi cominciavano a gonfiarsi a causa del calore. Su un polso annerito, un orologio svizzero segnava l'ora esatta, l'altra mano era tesa nell'aria, segno dell'ultima energia spesa dal suo possessore.
Dall'altro lato della strada principale, tra cumuli di detriti, scorgemmo i corpi di cinque donne e di alcuni bambini. Le donne erano di mezza eta' ; sotto la schiena di una faceva capolino la testa di una ragazzina dai capelli ricci e corti, con gli occhi spalancati su di noi e l'espressione aggrottata. Era morta cosi', con un'aria di rimprovero.
Un' altra bambina giaceva in strada come una bambola rotta, il vestitino bianco coperto di fango e polvere. Non aveva piu' di tre anni. Il retro della testolina era stato spappolato da un proiettile sparatole nel cervello. Una donna teneva stretto a se' il corpicino di un neonato. Il proiettile che le aveva trapassato la schiena aveva ucciso anche il suo bambino. Qualcuno le aveva aperto il ventre, forse cercando un bambino non ancora nato. I suoi occhi erano spalancati, il viso gelato nell'orrore.
Mentre eravamo li', impietriti, udimmo gridare in arabo dalle rovine. "Stanno tornando", urlo' un uomo. Spaventati corremmo verso la strada. Penso, in retrospettiva, che fu la rabbia che ci fermo' dall'andarcene, perche' aspettavamo all'ingresso del campo per vedere il volto dei responsabili di tutto cio'. Erano stati mandati nel campo col permesso degli israeliani. Erano stati armati dagli israeliani. Il loro lavoro veniva osservato dagli israeliani - che guardavano ora anche verso di noi con i loro binocoli.
Quando un assassinio diventa un oltraggio? Quando un'atrocita' diventa un massacro? O, per meglio dire, quanti morti ci vogliono per fare un massacro? Trenta? Cento? Trecento? Quando un massacro non e' un massacro? Quando i morti sono troppo pochi o quando il massacro e' perpetrato dagli amici di Israele?
Questo e' il nocciolo del problema. Se le truppe siriane fossero entrate in Israele, avessero circondato un kibbutz e permesso ai loro alleati palestinesi di massacrarne gli abitanti, nessuna agenzia di notizie occidentali avrebbe avuto qualche dubbio su come definire il fatto.
Ma a Beirut le vittime erano palestinesi. Ed i colpevoli non furono solo i falangisti ma anche gli israeliani. Essi avevano inviato i falangisti nei campi. Essi li avevano addestrati, dato le uniformi, distribuito le razioni alimentari americane e l'equipaggiamento bellico israeliano. Avevano osservato il massacro dal tetto del Q.G. dell'esercito, avevano dato ai falangisti assistenza militare - fu l'aeronautica israeliana a gettare nei campi i fari che li illuminavano di notte - e stretto con loro patti ed alleanze politiche e militari.
Settembre 2002
Fonte www.arabcomint.com