31 luglio 2003

La zuppa di Genova
di E.V.

Il nome è tutto un programma: Buridda, in genovese, significa «zuppa di pesce»‚ o più prosaicamente «casino». L’hanno scelto perché allude al meticciato. Parliamo del «laboratorio» [o «cantiere sociale», come spesso lo definiscono loro stessi] nato ai primi di maggio dall’occupazione dell’ex facoltà di economia e commercio di Genova, nel quartiere residenziale di Castelletto, una collina verde che sovrasta piazza Portello, a due passi dal porto. L’edificio è bello e spazioso, ad entrarci si presenta subito accogliente: costruito ai primi del secolo, è circondato da un cortile alberato, si sviluppa su tre piani con decine di grandi aule e laboratori; al piano terra, dopo l'occupazione è stato attrezzato lo spazio ristoro e quello per le assemblee.
L’immobile, di proprietà comunale, fu concesso in comodato gratuito all’università, che lo abbandonò nel 1995. Dopo otto anni d’incuria, persone di estrazioni politiche e sociali eterogenee [Disobbedienti, associazioni varie, anarchici, ma soprattutto tanti ragazzi] hanno riaperto il portone del palazzo e, insieme, il capitolo degli spazi sociali in città. Ma non si tratta del classico spazio autogestito; piuttosto, si dovrebbe parlare di un centro sociale «di terza generazione», distante sia dalle originarie forme di resistenza degli anni ottanta, sia dal periodo in cui i centri sociali emersero e vennero riconosciuti come soggetti politici, a modo loro, negli anni novanta. Nei discorsi di chi lo gestisce, il Buridda intende «sperimentare una nuova idea di spazio pubblico, di democrazia locale e municipale», con l’esperienza di cinque anni di movimento globale.
Forse per questi motivi, quando arriviamo, non ci accoglie nessun collettivo politico, ma tre ragazzi di nemmeno vent’anni che sono occupati ad organizzare la rassegna stampa di Radio Babylon, emittente pirata messa su dentro l’occupazione e che, dalle frequenze dei 106.1 in modulazione di frequenza, raggiunge buona parte del centro storico.
Associazioni, singoli attivisti, teatranti, musicisti, studenti di liceo e universitari, mediattivisti, precari di ogni tipo: questo è il popolo che affolla gli ampi spazi del Buridda, molte migliaia di metri quadri. Concerti, performance teatrali, cineforum, organizzazione di campagne sociali, spazi di discussione pubblica, anche una palestra: queste sono le attività principali.

La ditta di Bush e bin Laden

Matteo Jade, portavoce dei Disobbedienti genovesi, la racconta così: «Questa storia affonda le radici nel movimento contro la guerra, quando decidemmo di occupare un immobile di proprietà della Carlyle Group, una delle multinazionali più compromesse con le vicende belliche, perché è la società in cui, per alcuni anni, la famiglia Bush e quella di bin Laden hanno felicemente convissuto. In più, questo gruppo finanziario, agendo anche come fondo pensione, è al centro della famosa 'cartolarizzazione', il processo di svendita del patrimonio pubblico abitativo promosso dalla creatività contabile del ministro Tremonti».
L’occupazione, simbolica, della Carlyle è durata una settimana, con la partecipazione di centinaia di giovani, artisti, associazioni.
«Terminata quell’esperienza – continua Matteo – c’è rimasta la voglia di non disperdere quel patrimonio enorme di intelligenze e capacità, e così abbiamo deciso di occupare il palazzo di via Bertani, la Buridda». Il laboratorio è diventato fin da subito uno luogo plurale in cui, accanto ai Giovani comunisti, ai centri sociali Zapata, Terra di nessuno e, in parte, il Pinelli, sono arrivate centinaia di persone, soprattutto giovani: una generazione che ha riscoperto il desiderio della politica dopo il battesimo di fuoco delle giornate del luglio 2001.
«È una scommessa inedita per la nostra città – dice Matteo – Significa sperimentare un luogo che prova a ridefinire il concetto di spazio pubblico, sfidando l’amministrazione comunale sulla progettazione e la cooperazione, con uno sguardo rivolto a quella grande parte della città che quotidianamente costruisce legami sociali. In questo senso, la pratica dell’autogestione vuole essere un modello di nuova democrazia».
Il rapporto con il governo della città è un nodo difficile. Negli ultimi anni, Genova ha accelerato il processo di deindustrializzazione, promuovendo uno sviluppo economico legato all’industria leggera, ai servizi, al commercio e al turismo. In particolare, negli ultimi dieci anni la città è sembrata vivere [o sopravvivere] grazie ai grandi eventi: i mondiali di calcio del ‘90, le Colombiadi del ‘92, il G8 e, ora, l’appuntamento del 2004, in cui Genova sarà capitale europea della cultura. Questa serie di eventi ha cambiato il volto urbanistico della città, sempre più vetrina turistica e preda dei grandi interessi dei costruttori. Malgrado ciò, Genova continua ad essere una roccaforte del consenso [e del potere] dell’ex Pci, che mantiene uno stile molto «emiliano».
Spiega ancora Matteo: «Se facciamo un giro per i tantissimi cantieri ancora aperti, noteremo che le aziende edili che hanno ottenuto gli appalti per i lavori fanno riferimento ad una grande cooperativa del settore, ‘vicina’ ai Democratici di sinistra. Non che questo significhi automaticamente un illecito, ma rende bene l’idea del clima sociale e politico della città. In questo quadro, che riflette una sorta di ‘onnipotenza politica’ della sinistra storica, si comprende bene l’atteggiamento di sufficienza e tolleranza che ha sempre contraddistinto le politiche della giunta nei confronti delle esperienze di movimento».

La trattativa con il comune

Un rapporto difficile che sperimenta anche Laura Tartarini, avvocato del Genoa legal forum ed eletta nel consiglio comunale come indipendente di Rifondazione. «Un ruolo complicato – racconta Laura - proprio perché giunta e sindaco si sentono forti e quindi autosufficienti. Spesso il rapporto con la società civile è al limite del collateralismo o dell’attività lobbistica, raramente c’è un’ interlocuzione politica vera, progettuale. Anche sulla questione del bilancio partecipativo, con il sindaco che ha fatto il suo pellegrinaggio a Porto Alegre, nulla si è mosso. All’insediamento della giunta, rifiutammo la delega alla partecipazione, convinti che non si poteva restringere la democrazia partecipativa ad una specificità, ma doveva essere un metodo e una cultura politica che doveva attraversare l’intera amministrazione. Ma così, purtroppo, non è stato: felice eccezione, la proposta di voto amministrativo per gli immigrati che sembra trovare significativi consensi nella maggioranza. Adesso l’esperienza del Buridda può rappresentare una spinta sociale formidabile per aprire una grande questione democratica dentro la città. A breve – conclude Laura – ci sarà una verifica importante della sensibilità sociale di questa giunta: entro pochi giorni ci incontreremo con il sindaco per avviare un tavolo di confronto che scongiuri qualsiasi ipotesi di sgombero. Tuttavia, le prime avvisaglie non promettono nulla di buono».

Comunicazione e linguaggi

Partire dalla progettualità, dal fare, e non dalle «identità politiche»: in questo senso la Buridda intende diventare un «cantiere sociale». Per aprire una discussione cittadina su questi temi, è stato proposto un appello firmato da tutti gli ambiti sociali e culturali genovesi: dall’Arci alla Uisp, dal Comitato piazza Carlo Giuliani alle associazioni ambientaliste e antirazziste, dalle reti dei precari alla comunità di don Gallo, fino ai collettivi universitari e di mediattivisti. E proprio sulla comunicazione, l’informazione indipendente e la produzione culturale, il «laboratorio» della Buridda vuole dedicarsi prima di tutto.
Racconta ancora Matteo: «Negli ultimi mesi in Italia assistiamo alla nascita di numerose radio e televisioni di quartiere; è l’onda lunga dei centomila occhi elettronici del G8, dei siti web d’informazione indipendente, delle reti di produzione di senso del movimento globale. Vogliamo avere la maturità tecnologica e la consapevolezza politica per divenire noi stessi agenti di comunicazione, partendo dai luoghi in cui viviamo. Radio Babylon nasce in questo modo, perché ci si possa impadronire di codici informativi, saperi e linguaggi, in grado di produrre immaginario. Il nostro progetto avrà un senso se saprà connettere le esigenze, i bisogni e i desideri della città, dei suoi attori sociali, e favorire la loro cooperazione».