16 ottobre 2003
Yuri, di fede laziale,
racconta la sua follia
di Emiliano Viccaro
ANDREI IN TRASFERTA TUTTA LA VITA!» Yuri ha 41 anni e dichiara da subito la sua «follia» per il calcio e per i suoi riti. Non è uno «sportivo», uno di quelli che dalla tribuna coperta, da 100 euro, applaudono annoiati al gol della propria squadra o che se ne vanno dieci minuti prima del fischio di chiusura, «per non incontrare il traffico». Yuri è un ultrà degli Irriducibili, il gruppo principale della curva nord laziale, a Roma, per anni al centro di vicende burrascose legate alla pesante matrice di destra che ne ha segnato la nascita. Lui, però, si definisce, genericamente , una persona di sinistra, «stanco dei soliti teatrini: da molti anni non vado più a votare». Ma la storia di Yuri racconta un mondo comune a migliaia di giovani [e meno giovani] che ogni domenica occupano le curve di tutta Italia.
«I colori, parte tutto da lì: si sceglie da che parte stare così, senza tanti ragionamenti -racconta Yuri -Certo, alle spalle avevo un padre laziale da sempre, in una terra difficile come Trastevere, dove la tradizione scritta dai più forti impone lassioma romano uguale romanista. Ma più di tutto fu decisivo lamore a prima vista per quel bianco e celeste».
Siamo agli inizi degli anni settanta, le culture ribelli giovanili irrompono nel mondo del pallone. Una scossa che cambierà per sempre le forme del tifo e dellaggregazione dentro lo stadio.
Continua Yuri: «Eravamo un gruppo di adolescenti, una ventina in tutto; chi veniva dal Quadraro, chi da Trastevere, chi dalle parti della stazione Termini. Da tempo andavamo insieme allo stadio, occupando la parte destra dellallora Parterre, la zona più popolare ed economica dello stadio. Non cerano nemmeno i seggiolini, si stava tutti in piedi. Un giorno decidemmo di costituirci in gruppo, con il nostro striscione di riferimento: cera scritto Ultras, con in mezzo il simbolo di un teschio. In seguito parte di noi confluì nel gruppo storico degli Eagles Supporters». Una scelta che segnerà, nel bene e nel male, la vita di Yuri e quella di tantissimi suoi coetanei, in ogni parte del paese: «Allinizio, si trattò di costruire un immaginario in grado di trasmettere unidentità forte, sia verso lesterno che verso linterno. Il tifo non doveva più rappresentare una parte marginale dello spettacolo, ma lelemento principale della partita. Per queste ragioni, dovevamo promuovere organizzazione, proselitismo, militanza».
La coreografia era labito della curva, il biglietto da visita: torce, tamburi, striscioni divennero le «armi» della guerra spettacolare che da lì in poi trasformerà il pianeta-calcio.Gli scontri con le tifoserie [in primis con quelli della stessa città] assunsero una valore determinante per la difesa del territorio e del prestigio ultrà.
«La violenza nel calcio non era una novità - spiega Yuri -. Esiste una grande tradizione storica e letteraria che dimostra lendemicità quasi fisiologica del fenomeno. Alla fine degli anni settanta, dentro quel tumultuoso contesto storico e sociale, questo fatto assunse un carattere sistematico e organizzato. Nelle contrapposizioni pesavano [e pesano tuttora] la matrice politica ma mai in misura determinante: prima di tutto, rimangono i colori della sciarpa che porto al collo la ragione principale dello scontro con gli avversari».
La più grande avventura è rappresentata dalla trasferta. Lì si dimostra il vero attaccamento alla squadra, il senso di fratellanza con i ragazzi della curva, lo spirito di sacrificio: «Non importa la destinazione, se piove o se fa freddo, se mancano i soldi o se la mattina dopo ci si deve svegliare allalba: io vado dappertutto - continua Yuri - Una volta esistevano i treni speciali e spesso il viaggio era unavventura piena dincognite. Per molti una scuola di vita, dove si annullano distinzioni di ceto e di cultura, condividendo panini ammuffiti, scompartimenti stipati e le manganellate della polizia. Laccoglienza dei tifosi avversari non manca mai: si tratta, quasi sempre, di sassaiole alla stazione o scontri diretti appena fuori, in strada. Sembrerà incredibile, ma a parte rari casi, purtroppo anche drammatici, noi crediamo che ci sia uno stile, unetica della violenza: niente lame, niente agguati, nessun coinvolgimento di donne e bambini».
Le campagne contro la «violenza allo stadio» sono diventate il supporto di una legislazione repressiva e controproducente. In più, con gli anni ottanta e novanta si assiste a una progressiva crescita economica del sistema-calcio, allaffermazione dei grandi gruppi industriali e finanziari che faranno del calcio un immenso spot, un prodotto commerciale ad altissima rendita, tra stipendi doro, sponsorizzazioni selvagge e scalate politico-elettorali [Berlusconi docet]. Il tifoso diventa un «cliente» e la tv a pagamento privatizza anche un bene pubblico e popolare come il calcio. La «follia» come cerca di resistere a tutto questo?
Il fatto è, spiega Yuri, che «davanti allevento calcistico, non esistono appuntamenti di lavoro, matrimoni fidanzate, figli, influenze o acciacchi vari», la partita modula lesistenza dellultrà, le sue relazioni, la sua intelligenza o la sua ottusità.
Yuri si infervora: «Saltare i pasti, spendere centinaia di euro in biglietti o viaggi impossibile, fare lalba per la preparazione di uno striscione, sentirsi morire per una sconfitta, per poi urlare, strepitare, singhiozzare appresso ad una stupida palla che entra in una stupida porta, calciata da uno stupido uomo che corre in mutande in mezzo ad un campo. Ogni santa domenica, posticipi o anticipi dannati permettendo, ti ritrovi in attesa dei fatidici novanta minuti, spesi a sostenere undici miliardari, spesso senza vedere nulla del gioco in campo, nella parte più scomoda e impossibile dello stadio, un occhio al campo e uno alla curva attenti a che il coro non perda il tono e la coreografia non si smagli, ognuno a specchiarsi negli occhi spiritati del vicino, che è parte di te, indivisibile, anche se sconosciuto. Anche durante una carica, nel fumo dei lacrimogeni o nello scontro con altri tifosi così simili a te».
«Se ci pensi sembra ridicolo, assurdo - continua Yuri - in effetti, lo è per gli altri, quelli normali che osservano e giudicano, dallalto del loro esorbitante moralismo, le faccende di questi poveri pazzi, alle prese con un gioco che spesso nasconde la faccia sporca degli interessi, del potere e della truffa. Ma questa è una splendida e sana follia, secondo me, se paragonata allipocrisia del potere calcistico».
Ma come reagisce il tifo organizzato davanti a quella «globalizzazione sportiva» che sta cambiando la faccia del calcio?
La risposta è, in questo caso, contraddittoria e parziale, ed è già inscritta nel luogo in cui avviene la nostra chiacchierata: è il magazzino che rifornisce di articoli vari e gadget con il marchio «Irriducibili» la catena degli undici negozi in franchising distribuiti in tutta la città. Una vera e propria azienda, che coinvolge alcuni membri del direttivo del gruppo. Spiega Yuri: «Il nostro è un lavoro pulito, trasparente e sano, che ha prodotto un circuito economico virtuoso, valorizzando i prodotti e limmagine della società Lazio, e ha favorito la nascita di posti di lavoro per tanti ragazzi. Abbiamo occupato uno spazio di mercato disponibile, senza speculazioni e senza togliere niente a nessuno. Possibile che in questo mondo ci debbano rimettere sempre e solo i tifosi?».
Una domanda interessante da rivolgere a presidenti indagati, società in bancarotta e giocatori dopati, ma anche agli stessi tifosi che intendono resistere al cosiddetto «calcio moderno» senza derive ideologiche e razziste o mutazioni commerciali.
«La passione è la stessa di venti anni fa - conclude Yuri - ma una certa frustrazione sta colpendo il mondo ultrà. Noi continuiamo a tenere testa a questo calcio impazzito, che vorrebbe espellere la cultura popolare dallo stadio, sterilizzando questo luogo da ogni presenza non conforme al pacchetto tv-sponsor-profitti». Sarà così, ma intanto Yuri ricorda a memoria solo la squadra scudettata del 1974, Murdoch privatizza anche laria dello stadio e un «cliente» aspetta con pazienza il momento per comprare la sua sciarpa bianca e azzurra.