15 gennaio 2004

Val di Cecina, l’esplosione del bicarbonato


La regione Toscana sta per approvare il progetto della Solvay per l’ampliamento delle coltivazioni minerarie di salgemma in Val di Cecina [nelle province di Pisa e Livorno]. Se accadesse, l’insieme di quasi tutte le riserve di salgemma della Toscana verrebbe messo in mano alla multinazionale belga, che già adesso sottopone il fiume Cecina a enormi prelievi, riducendolo per molti mesi l’anno a poco più di un rigagnolo. La posta in palio è lo sfruttamento, da parte di Solvay, di tre aree minerarie di 1.740 ettari ricche di salgemma, che si aggiungerebbero alle tre che già detiene, mettendo sotto il proprio controllo quasi quattro mila ettari di territorio. I protagonisti politici della vicenda sono l’assessore regionale all’ambiente, Tommaso Franci, dei Verdi, e il presidente Claudio Martini.

Il primo, soltanto un anno e mezzo fa aveva definito l’accordo con Solvay un «evento sciagurato». Nello stesso periodo, il presidente Martini disse che questa vicenda rappresentava «un esame di maturità» per la regione Toscana. « Se le cose andranno come si vocifera in questi giorni, il ‘presidente no-global’ sarebbe da bocciare proprio nella materia di cui ama tanto scrivere e parlare: la globalizzazione - commentano quelli del Volterra social forum - In questo caso, non si profila neppure il solito ricatto ambiente-posti di lavoro, visto che Solvay detiene già tre concessioni minerarie che potrebbero garantirle scorte per quasi tre decenni ai ritmi attuali d’estrazione».

L’ampliamento delle coltivazioni minerarie discende da un accordo industriale tra l’Ente tabacchi italiani e Solvay, firmato nel 1996, che prevede l’utilizzo da parte della multinazionale belga delle concessioni minerarie appartenenti a Eti, restituendo a quest’ultima una piccola parte del sale estratto annualmente, meno di un decimo. In pratica, Solvay otterrebbe il diritto di prelevare il minerale da tutte le riserve della Val di Cecina, gli unici giacimenti presenti in Toscana e tra i pochi nazionali.
Le associazioni ambientaliste della Val di Cecina assieme ad alcuni comitati, ai forum sociali, aVerdi e Prc hanno cercato di scongiurare l’approvazione del progetto, definito «un chiaro esempio di sviluppo insostenibile perché pregiudica l’esistenza stessa della risorsa, un salgemma di qualità purissima utilizzato per l’alimentazione fin dai tempi degli etruschi, che potrebbe esaurirsi in pochi decenni ai ritmi di estrazione impressi di recente dall’industria chimica; perché è basato sullo sperpero di quantità enormi di acqua, una condanna a morte per il fiume Cecina». Solvay, infatti, preleva il salgemma e lo utilizza nei propri stabilimenti chimici per le produzioni di carbonato di sodio e cloroderivati.

Nel 2002 l’azienda ha dichiarato di aver utilizzato complessivamente circa 19 milioni di metri cubi d’acqua, quando gli usi civili dell’intera Val di Cecina, quasi 25 mila abitanti, ne assorbono solo 2,1 milioni. I successi di mercato della multinazionale belga, appaiono largamente giustificati dal bassissimo costo delle materie prime, acqua e salgemma, che sottrae alla collettività a prezzi stracciati. Per le concessioni di derivazione d’acqua in provincia di Pisa, Solvay ha versato, l’ultimo anno, 143 mila euro. Si tratta di oltre 31 milioni di metri cubi l’anno d’acqua in concessione, per meno di mezzo centesimo al metro cubo.

In Toscana si ripropone un identico canovaccio ogni volta che una multinazionale opera in un paese povero: saccheggio delle risorse naturali in cambio di canoni irrisori e risanamento dei danni ambientali, quando è possibile, a spese della collettività. Come accadrà, secondo una serie di accordi di programma siglati tra l’azienda e le amministrazioni competenti, tra le quali figura anche il ministero per l’ambiente, per intervenire sul fiume Cecina ormai asciutto e sulla costa di Rosignano, inquinata irrimediabilmente dal mercurio rilasciato dagli
stabilimenti chimici Solvay.