16 ottobre 2003

Da tifosi a consumatori.
A forza di leggi speciali

di Giuliano Santoro


SIETE MAI ENTRATI IN UNO STADIO VUOTO? Fate la prova… Fermatevi in mezzo al campo e ascoltate. Non c’è niente di meno vuoto di uno stadio vuoto. Non c’è niente di meno muto delle gradinate senza nessuno». Così lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano in «Splendori e miserie del giuoco del calcio» sintetizza quello che è evidente a chi, almeno una volta, abbia partecipato a quel rito collettivo che è una partita di calcio. Eppure è questo che i padroni del calcio sono disposti ad accettare, purché nessuno intralci gli ingranaggi della grande macchina da soldi del calcio.
Al vertice del calcio italiano ci sono Franco Carraro [presidente della Federazione italiana giuoco calcio e, particolare di non poco conto, presidente di Mediocredito italiano], Adriano Galliani [presidente del Milan e della Lega calcio] e Mario Pescante [sottosegretario ai beni culturali con delega allo sport]. Fin da quando questo triumvirato non era ancora nell’occhio del ciclone di ricorsi al Tar, giustizia sportiva, fidejussioni fantasma, e retrocessioni mai avvenute, si sbracciava a chiedere al governo una vera «legislazione d'emergenza» contro la «violenza negli stadi». E così, nel 2001 viene approvata la legge 377 sulla violenza negli stadi, mentre, a febbraio di quest’anno, il governo ha presentato un decreto legge, poi approvato in parlamento dopo due mesi.
Spiega Carlo Balestri di Progetto Ultrà: «Lo scopo è quello di espellere i settori popolari dagli stadi italiani: eliminare la cultura popolare del tifo». Per fare spazio a stadi salotto con poltroncine, poco spazio per i tifosi e molto per il merchandising. Il modello è quello inglese: per vedere una partita di campionato del Chelsea ci vogliono almeno settanta euro.
Per trasformare il tifoso in un consumatore basta una ricetta: più repressione. Nel 1994, 5.500 uomini impiegati ogni domenica nel lavoro di ordine pubblico allo stadio.

Oggi sono 10.500, quasi il doppio, a fronte di un consistente calo degli spettatori. Ma negli ultimi anni, gli incidenti non sono diminuiti, hanno solo cambiato caratteristiche: ci si scontra con polizia e carabinieri invece che con le tifoserie avversarie, che spesso non sono neanche allo stadio. Perché è sempre più difficile seguire la propria squadra in trasferta: dal 1999 sono stati aboliti i treni speciali ed è necessario acquistare i biglietti molto tempo prima. Nel corso dei novanta minuti di partita, lo spettatore diventa un cittadino di serie B [visto l’argomento, la metafora è d’obbligo]: con un semplice provvedimento amministrativo emanato dal questore in base ad una «segnalazione», può subire un provvedimento di diffida fino a tre anni, che comporta, oltre al divieto di avvicinarsi agli stadi, l’obbligo di firma nei giorni in cui gioca la propria squadra del cuore: «Pensa ad un tifoso del Milan, che l’anno scorso ha giocato, tra coppe e campionato, più di settanta partite», spiega Balestri.
Ogni anno sono tra i 1500 ed i 2000, i tifosi che vengono diffidati. Di questi, circa l’80 per cento viene assolto oppure il reato viene archiviato: a mesi e mesi dalla diffida, quando le pesanti limitazioni della libertà personale sono già scattate. Diego Piccinelli è uno dei responsabili della curva nord del Brescia: «Sono stato diffidato più volte, subendo le misure restrittive della diffida e venendo messo alla berlina. E poi sono sempre stato assolto. È una vera e propria caccia alle streghe contro il nostro mondo, che, nonostante gli eccessi, è la cosa più pulita che c’è nel calcio moderno». Diego è anche uno dei promotori della manifestazione di ultras che il 22 giugno scorso si è tenuta a Milano contro le «leggi speciali antiviolenza» e contro il «calcio moderno» fatto di stadi che sembrano centri commerciali e campionati come palinsesti tv.

C’è poi uno strumento il cui nome, roboante e contraddittorio, sembra venire fuori da un romanzo di Philp K. Dick: la «flagranza differita». Le forze dell’ordine possono arrestare un tifoso fino a trentasei ore dopo il reato contestatogli.«Nei fatti – continua Carlo Balestri - c'è un’indagine per risalire alla persona. È solo un modo per aggirare la legge, che consente l'arresto 'fuori flagranza' solo per i reati più gravi». In pratica, questa norma serve ad arrestare una persona per reati che normalmente sarebbero considerati «minori»: invasione del terreno di gioco, lancio di oggetti in campo, accensione di fuochi d’artificio. Secondo il ministero dell’Interno, nei primi mesi di applicazione di questa norma sono state arrestate circa 200 persone.
L’associazione Noi Ultras di Venezia è nata all’interno del gruppo ultras del Venezia Mestre «per difendere e valorizzare gli aspetti socio-aggregativi e culturali del tifo ultras, dalle degenerazioni razziste e xenofobe, dalla ghettizzazione operata dai mass media e dalla repressione da parte delle forze pubbliche sui tifosi organizzati». Franz Peverieri è il portavoce, e ci racconta come le diffide colpiscano quelli più esposti: «Qui a Venezia succede che ad essere diffidato è chi usa la testa: chi scrive le ‘fanzine’ e persino chi si propone come mediatore in momenti di scontro. Per questo credo che lo stadio sia il laboratorio della repressione. Si sperimentano misure che poi vengono applicate nella società».

Fu in occasione dei mondiali di Italia '90 che i carabinieri abbandonarono la divisa verde militare per scegliere il più «democratico» blu. E negli stadi che sono stati collaudati i lacrimogeni al Cs ed i manganelli «tonfa». La caserma Bolzaneto di Genova, inoltre, era nota tra gli ultrà italiani da prima del G8 del 2001come luogo di reclusione e tortura. Negli anni settanta i celerini si formavano la rappresentazione del nemico nelle dimostrazioni, nel Duemila il nemico è il tifoso. È negli stadi che i celerini hanno imparato a «calcare la mano», sicuri che i superiori chiudessero un occhio. Un gruppo di celerini toscani del Siulp, in un documento diffuso alla vigilia del G8, si diceva allarmato non da «manifestanti sovversivi», ma dalla «nuova barbarie, la strada».
«Nella coscienza di chi vive le sue domeniche in curva, tutto ciò è scontato, ovvio - spiega Claudio Dionesalvi, tifoso del Cosenza, dove la curva, nonostante la squadra quest’estate sia stata spedita in serie D, continua a rappresentare un fenomeno di aggregazione sociale e solidarietà - Quante volte, negli stadi, sono andate in scena piccole prove generali in vista di eventi politici di massa come quello di Genova? Proprio a Genova, su una panchina della stazione Brignole, alcuni giovani supporters di una città del sud ricordavano che proprio nel capoluogo ligure, prima di una partita di calcio, erano stati testimoni di una scena terrificante. Uomini in divisa che picchiavano selvaggiamente un loro amico disabile, solo perché si era rifiutato di pagare un cappuccino». Dopo i fatti di Avellino, gli editorialisti delle testate di punta si sono affrettati a chiedere «più poteri» per le forze dell’ordine. «L’ultimo pacchetto di provvedimenti è stato sbandierato come un successo.

Ma il problema non è affatto risolto. Di questo dovrebbero prendere atto – continua Claudio - E invece pensano già ad inasprire pene e strumenti repressivi. Nel 1990 hanno blindato gli stadi, recintandoli come carceri. Nel '95-'96 hanno perfezionato le diffide ed i divieti di partecipare a competizioni sportive. All’inizio del millennio sono scattate la supersorveglianza elettronica degli stadi e la schedatura di massa. L’anno scorso, hanno escogitato l’arresto in ‘quasi flagranza’. Adesso ci manca solo che si mettano a sparare a vista sugli ultrà. Ma il problema non lo risolveranno, perché sono proprio loro ad alimentarlo. Più botte distribuiscono, più rabbia si genera. Più aumentano i picchiatori in divisa, più le curve reagiranno con disperazione. Se proprio bisogna diffidare qualcuno – conclude Claudio, che ha passato diversi mesi ingessato in un letto d’ospedale a causa di una carica immotivata all’interno della curva del Cosenza, cui seguì un pestaggio che a tutti sembrò preorganizzato da parte della polizia ai suoi danni - sarebbe meglio mandare a casa di quelli che fanno i decreti e sguinzagliano agenti negli stadi. Da anni predicano il 'pugno duro' contro la violenza negli stadi. Ecco il risultato delle loro politiche: ad Avellino un ragazzo è morto».