11 dicembre 2003

Chi paralizza il trasporto pubblico?

di Paolo Berdini

Dagli al tranviere milanese. È questo lo sporco gioco che si è aperto dal «lunedì nero» in cui una categoria di lavoratori, esasperati dalla mancata applicazione del proprio contratto di lavoro, ha paralizzato la ex capitale morale del paese. Il titolo a maggiore effetto degli scatenati quotidiani è stato «I tranvieri lasciano a piedi la città». In questa furente ricerca del colpevole, se soltanto si potesse continuare a ragionare con la testa e non con la bile, ci si potrebbe divertire. Proprio pochi giorni fa, infatti, Legambiente ha presentato una documentata ricerca sull’efficacia del sistema di trasporto pubblico urbano delle nostre città, da cui emergono tre dati particolarmente eloquenti.Il primo si riferisce al fatto il 2002 è stato l’anno in cui in tutte le città sono diminuiti i passeggeri dei mezzi pubblici. Il secondo ci dice che questo declino va avanti indisturbato da oltre dieci anni. Il terzo, infine, ci dice che la media oraria di percorrenza è superiore di poco a quella di un buon podista.


La prima serie di dati ci dice che in tutte le maggiori città italiane, nessuna esclusa, il numero di viaggi per abitante è diminuito. In altri termini un numero sempre maggiore di cittadini, di fronte all’inefficienza del pubblico trasporto, risponde utilizzando la propria automobile o il motorino. In realtà, come dimostra Legambiente, il declino va avanti da oltre un decennio, e anche qui la spiegazione è immediata. Se si guardano i risultati del recente censimento della popolazione italiana, si vede infatti che pressoché tutti i capoluoghi provinciali perdono nel decennio 1991-2001 centinaia di migliaia di abitanti, che si sono trasferiti verso i comuni vicini. Questi stessi abitanti, però, continuano quasi sempre a lavorare nel centro capoluogo, ed essendo pressoché assenti in tutta Italia i sistemi ferroviari metropolitani, si spostano in automobile. E così si arriva al terzo gruppo di dati.

Questa massa impressionante di dannati delle quattro ruote intasa ogni anfratto delle nostre delicate città. E in assenza di politiche di contenimento del traffico, che si trovano invece in tutte le città europee, i mezzi pubblici vengono bloccati dal traffico privato. A Milano i mezzi pubblici viaggiano a dodici chilometri orari. A Firenze quindici. A Roma si sfiorano i sedici: un buon camminatore arriva a percorrere cinque chilometri ogni ora e in bici si va certamente più veloci. Chi fa scendere i cittadini dai mezzi pubblici, dunque? I tranvieri milanesi o il governo nazionale, che decurta in maniera selvaggia la spesa pubblica comunale? I tranvieri milanesi o i comuni che non governano il proprio territorio, non decentrano le attività che generano spostamenti e non chiudono al traffico privato i tessuti storici?

La risposta è evidente, ma non la troverete sui quotidiani scatenati che finalmente hanno trovato l’untore. Non diranno mai che proprio a Milano il numero dei viaggi per abitante era di 437 nel 1999, e di 408 oggi. Ogni paese ha la borghesia che si merita, viene da dire. E la nostra non brilla per cultura e acume. Già, perché il sistema di trasporto pubblico viene ancora visto come un inutile orpello da tagliare, in questi tempi di vacche magre. Altri paesi del mondo investono invece in quel settore, nella ricerca di nuove tecnologie di trasporto [la Fiat ha venduto da molti anni la Breda che costruiva treni metropolitani] o di controllo del traffico urbano. A Tokio, ad esempio, è stato di recente inaugurato il centro di controllo del traffico urbano più avanzato del mondo: un sistema che è in grado di controllare automaticamente l’intera rete stradale . Un sistema che inevitabilmente avrà benefici effetti in termini di benessere della popolazione e anche di commesse di lavoro da altre città del mondo.
Nella capitale economica italiana, dopo che un contratto collettivo firmato da due anni prevedeva una aumento di 100 euro al mese, sono stati offerti ai lavoratori dodici euro. Ma la colpa è sempre dei tranvieri.