19 febbraio 2004

La faraonica superstrada tirrenica

di
E.V.

Lo hanno chiamato «Corridoio tirrenico meridionale». Si tratta del progetto di superstrada a scorrimento veloce che dovrebbe correre da Fiumicino a Formia. Una bretella autostradale lunga 128 chilometri e larga 50 metri, ad altissimo impatto ambientale e sociale, un modo di asfaltare la costa tirrenica del basso Lazio. Un’opera faraonica, uno dei fiori all’occhiello del pacchetto di 14 grandi opere pubbliche finanziate dal governo Berlusconi con sei miliardi e mezzo di euro. Il progetto sarà finanziato per il 40 per cento dalla «legge obiettivo» e, per il restante 60 per cento, da investimenti privati, per un totale di circa 3 mila miliardi di euro. Una spesa enorme, se pensiamo che ogni chilometro di strada costerà quasi 16 milioni di euro.
La bretella autostradale avrà un effetto pesantissimo anche sul territorio romano: oltre a determinare un grave impatto ambientale sul parco del Litorale e sulla tenuta presidenziale di Castelporziano, taglierà in due il parco di Decima–Malafede, il polmone verde della periferia meridionale della città.

Una vicenda talmente fantastica, benché reale, che il 22 gennaio scorso si è costituito, per ostacolare il progetto, un Forum popolare Roma sud-ovest, rete di associazioni ambientaliste [Wwf, Roma natura], comitati locali, amministratori e forze politiche dei territori coinvolti dal progetto: Vitinia, Tor de’ Cenci, Trigoria, Laurentino, Villaggio Azzurro, Spinaceto, Laurentino 38, Quartiere, Caltagirone, Eur.

Racconta Gualtiero Alunni, assessore di Rifondazione dell’VIII municipio, promotore della Rete del Nuovo Municipio nel Lazio e portavoce del Forum: «Si tratta di una vera e propria follia urbanistica, che stravolgerà il paesaggio dell’agro romano e pontino con la costruzione di 56 viadotti, due enormi gallerie e decine di mastodontici snodi stradali in corrispondenza delle vie statali. Anche per Roma, gli effetti saranno pesanti e si sommeranno a quelli derivati dal nuovo Piano regolatore generale, che ha regalato a questo pezzo di città milioni di metri cubi di cemento, un megacentro di rottamazione e una discarica».
«A distanza di 14 anni dalla lotta vittoriosa contro la bretella Fiumicino– Valmontone – continua Alunni – gli stessi poteri forti del cemento [Erasmo Cinque, Vianini, le Cooperative] ripartono all’attacco del territorio con il supporto di Berlusconi e Storace. Hanno semplicemente spostato e prolungato il tracciato originario, procurando un danno ancora più grande».

Contestazioni e assai scarsa trasparenza sono le qualità della fase di progettazione. Spiega l’assessore: «La Regione Lazio ha affidato gli studi alla società Arcea [di cui è proprietaria al 51 per cento], riservandole, di fatto, una sorta di diritto di prelazione sull’appalto per la messa in opera e la gestione [manutenzione e pedaggio]. Il 10 febbraio scorso, però, l’Authority di vigilanza sui lavori pubblici ha ricordato che la società in questione deve rispettare le norme previste dalla legge 109/94 [legge Merloni], e partecipare a un bando pubblico per l’affidamento dei lavori».
A fine gennaio, la protesta si è accesa anche nel sud pontino: nella sede di Legambiente di Latina si è costituito il Comitato contro il corridoio tirrenico meridionale, promosso da Rifondazione, Verdi, Ds, Wwf, Italia Nostra, le associazioni dei coltivatori Coldiretti [centrodestra] e Cia [centrosinistra], il Social forum sud pontino e numerosi comitati locali.

«In questo bacino – continua Alunni - il mostro di cemento rischia di distruggere un patrimonio storico e ambientale di valore immenso, stravolgendo anche il tessuto economico e sociale di un territorio fondato da sempre sulle attività agroalimentari e zootecniche». Sono queste le ragioni che hanno portato all’adesione alla campagna contro il progetto la Coldiretti, da sempre vicina agli ambienti cattolici moderati. Un «caso» che rischia di inquinare ancora di più le acque della destra, soprattutto in una zona di insediamento storico come quella del basso Lazio. «Se il progetto sarà realizzato – dicono quelli del Comitato – i ritmi della nostra vita saranno scanditi dal frastuono e dai gas tossici dei Tir. I nostri studi sulla viabilità dimostrano che il traffico sulla Pontina, l’attuale statale, non sarà alleggerito. Al contrario, gli effetti collaterali si ripercuoteranno sul sistema viario preesistente. Gli unici beneficiari del progetto saranno gli appaltatori dell’impresa, la società che riscuoterà il pedaggio, i gestori delle aree di servizio e commerciali annesse. Proprio per queste ragioni, il progetto è passato in deroga a tutti gli strumenti di pianificazione territoriale».

Nel frattempo, su sollecitazione dei due comitati contro il «corridoio tirrenico», il consiglio comunale di Roma [una delle quattordici municipalità coinvolte nel progetto] ha approvato un ordine del giorno che chiede al governo e alla Regione di ritirare il progetto, perché approvato in violazione a tutti i criteri di impatto ambientale, aprendo una vertenza anche sulle competenze decisionali tra le diverse amministrazioni.
«In questi due mesi – spiega Alunni – nel territorio romano abbiamo promosso una petizione popolare che ha raccolto migliaia di firme: il testo chiede il ritiro immediato e definitivo del progetto, il rispetto dei vincoli ambientali e archeologici, la salvaguardia delle aree protette interessate al progetto [Litorale, il parco Decima-Malafede, il Parco regionale dei Monti Aurunci], la tutela ambientale e agricola dell’Agro romano e pontino; la messa in sicurezza della via Pontina e, infine, il potenziamento e la messa in rete della viabilità interprovinciale».

Lungo tutto il tracciato previsto dal progetto, i cittadini si stanno organizzando in presidi e assemblee di settimana in settimana sempre più partecipate. Due gli appuntamenti promossi dai diversi comitati: il primo a Latina il 28 febbraio, dove un corteo partirà alle 10 di mattina da piazza del Teatro; il secondo, a Vitinia, sabato 6 marzo, indetto, questa volta, dal Forum popolare di Roma sud ovest.
Ancora da confermare la mobilitazione davanti alla sede del consiglio regionale, alla Pisana, molto probabilmente a metà marzo. Ma non c’è dubbio che, se il clima non si raffredderà, il «modello Scanzano» troverà casa nella regione di Storace.