31 luglio 2003
Ma è così difficile lasciare a casa la propria bandiera?
La Rete del nuovo municipio continua a crescere, sperimenta quella che sembra un'assurdità: decidere insieme è davvero possibile. Intanto, sulla «mailing list», cresce la discussione fra chi la anima. Con qualche scivolatadi Antonello Sotgia
Sono certo che Salvatore Amura non se la prenderà se, per una volta, attraverserò i suoi territori. Quelli rappresentati dai molti
documenti, incontri, dichiarazioni, statuti, che, giorno dopo giorno, da qualche tempo, stanno costituendo la Rete dei nuovi municipi. Un percorso ormai costante e sicuro, che agli inizi del prossimo novembre terminerà la propria fase costituente. Il tutto nasce dallintuizione di Alberto Magnaghi. Sua è la «Carta del nuovo municipio» presentata al primo forum di Porto Alegre e, ma questo è un parere personale, figlia diretta del suo bellissimo libro «Il progetto locale» [edizioni Bollati Boringhieri].
Questo libro è ormai un vangelo per alcuni giovani amministratori, ma pressoché sconosciuto nelle scuole di architettura, dove non praticano professori «cartisti». È una sorta di diario di viaggio verso e nel territorio del nostro paese, fatto rimovendo ogni nostalgia verso il vecchio mondo rurale. Piuttosto, attento a recuperare «altri» esiti, disegna ciò che sarebbe potuto accadere al posto di ciò che [a volte purtroppo] è accaduto. Parlo di disegno proprio perché il territorio non possiede più la sua forma: questo lo rende irriconoscibile a chi lo abita.
Magnaghi propone una nuova geografia che, al posto degli elementi consolidati propri delle forme fisiche, sceglie di lavorare sulle relazioni assunte come elementi di vera e propria identità. È stata questa suggestione a decretare il successo dellesperienza del «nuovo Municipio». In molti hanno aderito e si sono impegnati, insoddisfatti dalle forme con cui oggi la democrazia si rappresenta, per offrire ai più lopportunità alla parola. Così è nata una mailing-list che viaggiando su internet accoglie di tutto, ma, soprattutto, giorno dopo giorno, testimonia che questo progetto è già riuscito, perché le tante e-mail che anche ossessivamente si rincorrono luna con laltra testimoniano dessere «rette» dal fondamentale passaggio rappresentato dalla convinzione che è possibile passare dal pensare di essere soli al decidere tutti insieme.
Da qualche tempo, però, forse perché siamo alle strette finali e a norma di statuto è prevista lelezione delle cariche sociali, in alcune e-mail hanno iniziato a far capolino dichiarazioni dappartenenza. Piccoli orgogli di «bandiera» che, inevitabilmente, si portano dietro accuse, rimpianti, incomprensioni. Insomma [ancora?] «se Rifondazione non avesse fatto cadere Prodi » o, in risposta, «i disastri dellUlivo sono assai peggiori» Non credo che questo tipo di argomenti [con relativo dibattito] riescano a farci procedere verso la coniugazione di elementi diversi, delle parole, dei comportamenti, delle pratiche, in grado di far vivere nel nostro territorio ciò che sarebbe potuto accadere, né ad intercettare il movimento, per esempio, sul tema dei municipi ribelli, della salvaguardia dei beni comuni, dellabitare, delle nuove forme di cittadinanza.
Salvatore Amura in verità ha invitato, gentilmente, da perfetto padrone di casa, a farla finita e già, sempre via e-mail, si contano i primi «pentiti». Poi qualcuno, però, ricomincia. Non è un buon segnale. Si rischia di cancellare con le parole degli «altri», le parole di chi, abitando oggi le città e il territorio, ha scelto di fare proprio di queste nuove narrazioni, la prima forma di denuncia delle forme di polarizzazione sociale in cui siamo costretti a vivere. Sarebbe bello se fossimo capaci di giocare senza mischiare le carte e senza preventivi «mazzetti».