24.04.03
Vita e miracoli di un incubo urbano
di Barbara Romagnoli
Chi abita a Roma sud-ovest lo conosce con il nome di "Serpentone". Percorrendo la Portuense verso il mare, appare proprio così: un serpente grigio-bianco, lungo un chilometro, disteso placidamente al sole in cima a una collina. I giornali e gli studiosi, invece, lo conoscono con il nome di "Corviale" o "Nuovo Corviale". Visto da vicino non è né l'uno né l'altro. In realtà il serpente è un immenso blocco in cemento armato e pannelli di gesso prefabbricati, di proprietà dello Iacp [Istituto autonomo case popolari]: un'unica chilometrica palazzina di nove piani, più due di cantine e un seminterrato per i garage, diviso in 1202 appartamenti, raccolti in cinque lotti. Alle spalle del colosso e parallelo ad esso c'è un edificio più basso, creato originariamente per accogliere famiglie di anziani e persone con disabilità, e a metà circa c'è un prolungamento trasversale dell'edificio, quasi fosse un braccio teso verso i vecchi quartieri. Una geometria quasi perfetta, fantascientifica per chi ha ribattezzato il serpente la "navicella spaziale" di Corviale. E poi, ancora, le sale condominiali, una sala riunioni e perfino un anfiteatro all'aperto [ora decorato con i graffiti al posto delle scenografie], un intero piano intermedio, il quarto, immaginato per i negozi.
Questo e molto altro sarebbe dovuto essere "Nuovo Corviale" [abitato oggi da circa ottomila persone] secondo il progetto iniziale, che risale al 1975, coordinato dall'architetto Mario Fiorentino. L'idea era quella di modificare sostanzialmente la concezione delle periferie, trovare un nuovo modo per viverle, sulla scia delle teorie di inizio secolo in stile Le Corbusier. L'aspetto più rivoluzionario del progetto prevedeva servizi efficienti e ampi spazi collettivi: quattro teatri all'aperto, uffici circoscrizionali, la biblioteca, scuole [dall'asilo alle medie], servizi sanitari, mercato, una sala riunioni di cinquecento posti e un intero piano dedicato alle attività commerciali e artigianali. La storia si è svolta un po' diversamente, perché ancora oggi il complesso appare non ultimato e, dicono in molti, c'è stata una cattiva gestione amministrativa. Le prime 122 case assegnate al terzo lotto, a maggio dell'85, non hanno un bell'aspetto, perché molti degli appartamenti finiti da oltre due anni sono lasciati incustoditi e vengono ritrovati danneggiati.La leggenda metropolitana vuole che l'architetto Fiorentino sia morto dopo aver visto la sua creatura, in realtà la sua creatura non è mai esistita, almeno non come lui la voleva.
Otto mila abitanti
Senza troppi indugi l'autogestione è arrivata dal basso, dalla coda del serpente, e oggi Corviale è un'opera collettiva, creazione continua di chi ci abita ormai da lungo tempo. Se da fuori incute un po' di timore misto a stupore, per via del grigio delle grate del quarto piano, dentro è ricco d'immagini contrastanti, segno delle anime diverse che lo abitano. Nei ballatoi lunghissimi, otto chilometri di corridoi umidi e poco illuminati, pensati "per aiutare i contatti umani", si alternano portoni circondati da vasi di fiori ad altri più disadorni o con spesse inferriate che ripiombano nel grigiore dell'ambiente. È facile perdersi tra le tante rampe di scale, ma è palpabile la sensazione che tutti si sono impegnati a migliorare il labirinto in cui vivono. I cunicoli e le numerose fessure, da cui entrano folate d'aria, confermano l'impressione di freddo che ispira lo stabile, ma ci si affaccia dalla parte interna e si respira un'aria diversa: la palazzina più bassa [parallela al serpente] è piena di piccoli giardini privati e tra due torrette [forse per emulare i castelli medievali…] si apre la campagna romana con gli orti [abusivi] dei tanti che si dedicano all'agricoltura.
Franco è la memoria storica di Corviale, attivo da molti anni nel Comitato inquilini, spesso è stato mediatore nei luoghi istituzionali delle rivendicazioni e bisogni degli abitanti, dalla lotta per ottenere gli autobus [dopo diversi blocchi per strada, ora c'è una linea diretta a San Pietro], all'allaccio della luce per gli abusivi, dalla richiesta di abbattere le barriere architettoniche alla promozione con altri di un centro per gli anziani: "Gli ascensori non hanno funzionato per anni e gli anziani, che avrebbero dovuto alloggiare nelle palazzine basse, sono stati mandati anche al nono piano", racconta. "C'è chi non è sceso per mesi e il collaudo è stato fatto tantissimo tempo dopo l'assegnazione delle prime case". Al quarto piano invece ci sono oltre ottanta appartamenti abusivi, costruiti al posto dei negozi mai aperti, anche per via delle occupazioni. La prima risale all'83, settecento famiglie vennero poi sgomberate, ma molte rimasero nelle tende sul piazzale per oltre un anno. "Qui è stata un'occupazione diversa, all'inizio creò qualche problema tra gli inquilini in regola e i nuovi arrivati", continua Franco, "per via degli allacci del gas e della luce. E i negozi non erano rifiniti: c'erano tubature scoperte, linoleum per terra…certo quelli che hanno costruito nelle sale condominiali hanno trovato il parquet…".
L'Acquario e la Camera rossa
"La convivenza ha trovato delle regole sopra le righe, l'importante è che tutti abbiano una casa. Certo c'è pure chi si è fatto pagare il passaggio davanti casa, o chi ha chiuso completamente con i cancelli il proprio spazio di ballatoio e tra gli in inquilini in regola c'è pure chi butta l'immondizia nelle trombe delle scale… non è semplice mettere insieme di colpo sei-settemila persone che provengono da situazioni diverse, soprattutto quando mancano tanti servizi e strutture primarie, l'illuminazione fuori e dentro lo stabile è arrivata dopo quindici anni. Ma l'accoglienza non è mai stata rifiutata, siamo stati accanto agli zingari, ai migranti…".
"Tutto quello che c'è oggi ce lo siamo conquistato", interviene Sergio, "il centro anziani è pieno di attività: la scuola di ballo, le scuole medie serali, il centro di ascolto musica, le gite organizzate con l'aiuto delle sovvenzioni comunali, così tutti possono partecipare. Quando lo abbiamo messo su era in condizioni veramente disastrate, abbiamo tolto il sangue dai muri, perché erano locali abbandonati e ci venivano i drogati di tutta la zona. Adesso è un giardino con centinaia di iscritti". Oggi si può vivere a Corviale anche per chi, come Giorgio, ricorda che "è stato traumatico, venivo dalla Trionfale, abitavo in una piccola palazzina e avevo tutto sotto casa". "Per me è stato meglio", ribatte Paolo, "in sei dentro quaranta metri quadarti a Borgata Focaccia non ci si entrava più". Nel corso degli anni le iniziative sono state tante, da Acquario '85, che lavora con i tossicodipendenti, a La camera rossa, associazione teatrale, e nei primi anni c'era anche il centro sociale Casamatta, c'è una sala di preghiera al quarto piano e la parrocchia all'esterno del complesso, una piscina comunale e nel centro polivalente, attivo da qualche mese, c'è la scuola di formazione professionale con i corsi della Regione, una ludoteca, laboratori musicali, un centro ristoro e un'ampia biblioteca.
La politica ufficiale è attiva in due sezioni [Ds e An] e l'opinione diffusa è che Corviale sia spaccato a metà ma sembra ci sia un'alleanza strategica tra i due fronti quando è necessario fare pressioni sulle istituzioni. I più giovani sono un po' meno soddisfatti degli adulti e cercano vie di fuga: "Perché? Prova a fare una passeggiata, dove vai?", interviene Sonia, diplomata al liceo classico, da anni lavora in un bar. "Quando sono arrivata avevo 11 anni e non è stato facile. I primissimi anni era pericoloso uscire sia di giorno che di sera. Io sono stata fortunata perché mia madre si è subito mobilitata con altre donne per sostenere noi più piccoli, per molte sere le mamme hanno fatto le ronde vicino ai luoghi di spaccio. Adesso è più tranquillo, molti di noi lavorano, fanno una vita tranquilla…ma è difficile scrollarsi di dosso la sensazione di vivere in ghetto, mi sono vergognata per molto tempo di dire dove abitavo, ora non più, ma se posso cercherò di vivere altrove".