04 dicembre 2003
Le parole e la città
di Antonello SotgiaÈ successo a Roma la settimana scorsa. Sono stati due registi, Ettore Scola e Paolo Pietrangeli, ad offrire le pagine più belle al termine dellincontro che «lInsostenibile» [inserto «rosso-verde» che parla di conflitti ambientali ed esce sul quotidiano Liberazione] ha dedicato alle città. La serata [diversa perché è riuscita a non essere né un seminario né un incontro «politico»] era stata costruita come una lettura collettiva. I singolari invitati gli scrittori Marco Lodoli ed Edoardo Albinati, il sindaco Veltroni, il segretario di Rifondazione Bertinotti, Rina Gagliardi - erano stati chiamati a raccontare labitare e la loro idea di città a partire da alcune letture, scelte da ognuno di loro. Hanno così proposto le pagine che reputavano maggiormente capaci di trasferire suggestioni sulla città che conosciamo e su quella che vorremmo. Lattrice Caterina Casini ha prestato la propria voce a quelle pagine, ed è riuscita a trasmetterci il senso delle proposte, e con esse, lemozione provocata in chi ce le stava offrendo. Le parole si sono sommate le une alle altre e hanno configurato uno strano libro di luoghi. Dove i passages colti da Walter Benjamin [scelti da Bertinotti] si sovrapponevano agli spazi pubblici di Anna Harendt [lettura proposta da Gagliardi]; il palazzo razionalista delle Poste di Roma visto da Valentino Zeichen [versi scelti da Albinati] e le indicazioni di Calvino [portate da Veltroni] intercettavano la salita alla tomba del Tasso al Gianicolo, di Giacomo Leopardi [testo proposto da Lodoli].
Poi Scola e Pietrangeli hanno iniziato a raccontarci di unaltra città. Quella vissuta nel 1965, anno in cui Scola frequentava la casa di Antonio Pietrangeli, per sceneggiare il film «Io la conoscevo bene », che questultimo, padre di Paolo, avrebbe diretto.
Una splendida lezione a due voci, che ha preceduto di pochissimo la proiezione del film. Una lezione su Roma e sul senso del lavorare, anche facendo cinema. Fare i film, in quegli anni, era un mestiere che partiva da un esercizio di scrittura lunga e faticosa. Capitava che gli scrittori intenti alla sceneggiatura intercettassero le note, provenienti da una stanza vicina, appartenenti al giovane figlio del regista impegnato sulla sua celebre «Contessa».
Un atmosfera che il film riesce a restituire pur raccontando di una sconfitta [ la protagonista finirà suicida] che non è solo personale, ma della stessa città. Che cinica, escludente e crudele, viene descritta magistralmente da una fotografia acida fino al punto di renderla, perfino, seduttiva. La ragazza si troverà, anche visivamente, schiacciata da grandi edifici, come quelli della colonia di Ostia incombente sulla sabbia nera, o come il complesso del Mattatoio, quasi un confine fisico del cuore antico di Roma, lontanissimo, sebbene a pochi metri da quel balcone sul Tevere dove lei abita e che mai riuscirà a varcare.
In quella morte cè la sconfitta della città di allora, pronta a vittimizzare le prede che con suadenti promesse continuava ad attirare. Solo fuori dalla città la ragazza troverà la sua momentanea rivincita, proiettando la propria ombra sulle pietre del duomo di Orvieto, in un esaltante reciproco duello condotto sul tema della bellezza. Gli anni Sessanta sarebbero, per fortuna, finiti presto. Un po sono finiti anche grazie ai cortei che hanno cominciato ad invadere le strade, sulle note della canzone provata da quel ragazzo, mentre poco più in là il padre e gli amici scrivevano una delle più belle pagine del cinema italiano.
Una pagina da aggiungere a quel regesto di opere, a quei singoli brani che, quella sera, hanno portato i molti presenti a convincersi che le città possono essere trasformate anche dalle parole, se sono capaci di far nascere le pietre dai sogni.