29 gennaio 2004

Chi sporca, chi non vede

Abbiamo fatto alcune domande a Roberto Barocci, docente e responsabile grossetano per l’ambiente di Rifondazione, e autore del libro «Maremma avvelenata, cronaca di un disastro ambientale annunciato».

L’impianto di Scarlino, con i problemi relativi alla diffusione dei rifiuti; la miniera di Campiano, con la fuoriuscita di acqua inquinata; la miniera di Fenice Capanne, con le sue pile triturate. Cosa lega queste vicende?
Le aziende che hanno gestito questi tre siti facevano tutte capo al gruppo Eni. Non solo, andando a indagare su chi fossero gli
amministratori delegati dei gruppi, ci accorgiamo che sono le stesse persone. L’Eni ha cambiato spesso i dirigenti, che hanno occupato a turno posti di responsabilità nelle tre vicende che hai citato.

Quindi si può parlare di intenzione cosciente?
Si, ho le carte che provano che c’era consapevolezza del progetto: si volevano smaltire illegalmente rifiuti tossici in luoghi dove in precedenza, per attività minerario-metallurgiche, si erano già verificati fenomeni di inquinamento, ognuno dei quali aveva, come elementi chimici inquinanti, gli stessi metalli che sarebbero stati rilasciati dalle attività illecite di smaltimento.

Su cosa si basano le prove dell’inquinamento del territorio e delle sue acque?
Soprattutto sui dati analitici del professor Enzo Tiezzi, della facoltà di chimica, e del professor Riccobono [che per il ministero della difesa che ha studiato l’uranio radioattivo in Bosnia, ndr.] della facoltà di geologia chimica ambientale, entrambi dell’università di Siena. Ci sono anche i dati dell’Arpat, che cambia le proprie posizioni iniziali dove minimizzava il fenomeno [l’elevata presenza di metalli pesanti nell’acqua, ndr] o lo riteneva naturale.

Quali sono le maggiori responsabilità degli enti locali in questa vicenda?
La più grossa responsabilità è dei dirigenti e dei funzionari della Regione Toscana, che hanno lasciato fare nonostante fossero
consapevoli della pericolosità delle ceneri di pirite prodotte a Scarlino, grazie alle Valutazioni di impatto ambientale prodotte alla fine degli anni ottanta, fatte per cercare di collocare questo materiale nelle discariche opportune. Studi comparativi che andavano a verificare le condizioni di impermeabilità dei siti, necessaria per poter ricevere questo materiale, e che avevano ammonito di confinare questi materiali tossico-nocivi in luoghi in cui non c’era contatto assoluto con le falde e con le acque. Nonostante questo, l’Eni fu autorizzata a collocare le ceneri nella miniera di Campiano. Tra l’altro, uno di questi dirigenti è l’attuale commissario alla bonifica nominato dal presidente della Regione e dall’assessore all’ambiente, che sapevano delle responsabilità dei dirigenti regionali… è preoccupante anche che si minimizzino gli errori commessi in passato, perché la vicenda giudiziaria in corso dovrebbe permettere di far pagare all’Eni la bonifica.

Oltre ai danni ambientali, che problemi ha la popolazione locale ?
Danni la popolazione li ha subiti di sicuro. Intanto, molti pozzi della zona, come quelli della fascia costiera, sono stati chiusi per la presenza di mercurio. Noi riteniamo che ci sia un collegamento probabile con le attività di superficie. Ma anche arsenico, trovato nell’acqua potabile del comune di Massa Marittima. Poi, con una deroga molto discutibile, la Regione ha di recente avuto l’autorizzazione ad elevare i valori di concentrazione dell’arsenico nell’acqua potabile. Il problema è talmente grave che a Punta Ala è in funzione un dissalatore, perché manca l’acqua potabile d’estate, a partire dalla zona delle colline metallifere. Va ricordato anche l’intervento della Regione a supplenza dell’Eni, che non vuole occuparsi della bonifica. Insomma, c’è un danno alle attività turistiche, agricole, commerciali ed industriali. E poi d’estate le nostre Asl segnalano un incremento di malattie gastrointestinali nei bambini che vivono in quei quartieri dove l’acqua manca. E questo è un danno alla salute.

Nel ’99 si era aperta una commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’Onorevole Scalia. Che esito ha avuto? E che ne pensa dell’attuale indagine dell’Arpat sulla «diffusione dell’arsenico nella catena alimentare»?
La commissione ha concluso i lavori indicando la necessità di procedere alla bonifica. Però si è limitata a segnalare il problema. Mentre l’Arpat, dopo che l’università di Siena ha confermato le nostre ipotesi, ha modificato atteggiamento e ha incaricato l’università di Firenze di studiare questo fenomeno, riconoscendo l’inquinamento dovuto alle attività industriali. Ma non ha abbandonato completamente la vecchia idea della «presenza naturale fuori norma», la stessa che ha permesso di elevare la concentrazione d’arsenico nelle acque potabili oltre i limiti previsti dalla comunità europea.

C’è la possibilità che questa vicenda si concluda presto?
Siamo molto delusi dall’attività d’inchiesta della magistratura. Le perizie di alcuni consulenti tecnici, rese pubbliche da alcuni magistrati, confermano le responsabilità da noi già evidenziate. Anzi, aggiungono documenti che testimoniano un alto grado di cinismo da parte di alcuni dirigenti regionali e dell’Arpat. Però non si riesce a capire perché non si concludono le inchieste: alcune sono addirittura del ’96. Nel nostro paese, i reati di tipo ambientale sono ritenuti di poco conto dal parlamento, che infatti li ha depenalizzati. Perciò vanno subito in prescrizione. C’è delusione nei confronti dell’attività giudiziaria, perché non ha la capacità di agire in tempi ragionevoli.